Associazione italiana biblioteche. BollettinoAIB 2002 n. 4 p. 534-535Può sembrare quasi superflua la considerazione che col XX secolo si sia avviata alla conclusione quella che potremmo definire "età della carta", rappresentata da quei secoli, dal basso medioevo alla fine del secondo millennio, che hanno visto affermarsi in Europa e poi negli altri continenti quello cartaceo come supporto di quasi tutte le transazioni umane, da quelle culturali e scientifiche, a quelle politiche e giuridiche, a quelle economiche e relative alla sfera del "privato".. Dal momento che tale sensazione può basarsi su fatti quotidiani (pensiamo a quante transazioni, da quelle bancarie alla posta privata, all'utilizzo di periodici scientifici fanno oggi uso di altri supporti), sono forse questi gli anni più adatti a volgersi indietro ed esaminare quindi il secondo millennio dell'era volgare come un'epoca segnata dalla carta. Già gli ultimi anni del Novecento avevano visto importanti momenti quali il convegno dell'Istituto Datini "Produzione e commercio della carta e del libro" e lo sviluppo della International Association of Paper Historians, della quale si è tenuto nei mesi scorsi il 26° convegno annuale in Italia. Nato nel 1990 nell'ambito di una collaborazione tra Istituto per la patologia del libro, Centre national de la recherche scientifique e Institut de recherche et d'histoire des textes, il "Progetto carta" ha ora prodotto il primo volume (in due ponderosi tomi pubblicati dall'istituto romano, rimasto per il momento da solo nel portare avanti la ricerca, nella collana «Addenda») de La carta occidentale nel tardo Medioevo, realizzato da un'équipe formata da tre ricercatrici provenienti «da retroterra culturali e di esperienza assai eterogenei», sapientemente guidata da Ezio Ornato, direttore di ricerca presso il CNRS. L'idea di base del progetto si fondava - come ricordano gli autori - «su una visone "binoculare" delle metodologie di acquisizione dei dati, in funzione di finalità diverse». In sostanza ci si proponeva un'osservazione approfondita e capillare di tipo archeologico di uno o più corpora desunti da quella «vastissima terra incognita rappresentata dai fogli di carta conservati nei libri e negli archivi», abbinandola ai dati ricavabili dai noti repertori di Briquet (con l'aggiornamento curato da Allan Stevenson) e Piccard. In primo luogo si voleva riequilibrare la tendenza a privilegiare lo studio della carta "d'archivio" con quello del materiale presente nei libri, sia quelli manoscritti che quelli a stampa, notevolmente sottodimensionato nei repertori citati.
La mancanza di risorse finanziarie adeguate ha reso necessarie "drastiche rinunce". E non è certo questa la sede per l'ennesimo cahier de doleance su l'esiguità dei fondi disponibili per la ricerca. D'altro canto nell'introduzione Carlo Federici, che è stato certamente il promotore e il patrono più sollecito del progetto, lamenta che nel corso degli anni siano un po'venute meno le due "ali francesi" che dovevano consentire alla ricerca di spiccare il volo (CNRS e IRHT). Fatto sta che i corpora sono stati drasticamente ridotti.
In particolare sono stati esaminati:
Anche se ridimensionato, il progetto produce alla fine questi due tomi per un totale di oltre 900 pagine, destinati ad aprire nuovi orizzonti di indagine in campo storico, codicologico, bibliologico, soprattutto dal punto di vista metodologico e a segnare un punto fermo per tutte le ricerche future di storia della carta occidentale nel tardo medioevo. Ma anche le biblioteche e le loro pratiche conservative saranno obbligate a tenere il l'opera di Ornato e delle sue collaboratrici in debito conto. Cercare di riassumere il contenuto di un lavoro di questa mole e che peraltro non si conclude con i due tomi finora pubblicati (è infatti previsto un secondo volume), è impresa francamente superiore alle forze di chi scrive. Ci limiteremo a ricordare che il primo tomo, dopo aver illustrato le linee del "Progetto carta", esamina accuratamente le fonti per la storia della carta medievale: dalle sopravvivenze vero o presunte nelle tecniche artigianali odierne, alle fonti archeologiche, quali i fogli di carta sopravvissuti (non limitandosi alle mere osservazioni "filigranologiche"), a quelle documentarie, come normative, contratti e processi, libri contabili e documenti daziari. Viene anche sottoposta a opportune verifiche la funzione della tipografia quale fattore di accelerazione nell'evoluzione della carta. Infine gli autori si soffermano sugli aspetti qualitativi così come emergono dalle fonti documentarie tardomedievali. Il secondo tomo prende dapprima in esame, dal punto di vista delle misure strumentali, proprio i due aspetti qualitativi considerati più significativi della carta: lo spessore e il grado di bianco, soprattutto nella produzione libraria e successivamente affronta il problema delle caratteristiche materiali e tipologiche delle forme. Le osservazioni che maggiormente colpiscono sono quelle relative alla concreta possibilità che la filigrana contrassegnasse, oltre all'identità della cartiera, la qualità della carta fabbricata; la separazione rigorosa tra proprietà e gestione delle cartiere ("il vero conduttore del gioco è il proprietario-mercante"); il forte condizionamento reciproco tra l'industria cartaria e la nascente tipografia: la concentrazione delle cartiere in regioni specifiche e le modifiche della qualità della carta da un lato (dimensioni, spessore e grado di bianco) e le trasformazioni di mise en page e mise en texte avvenute negli incunaboli dall'altro, sono gli indizi più significativi; la possibilità che avvenissero importazioni di carta "clandestine"; la preferenza accordata dai tipografi veneziani alle carte contrassegnate dalla bilancia; la presenza o meno di un filone supplementare per la filigrana. L'unico rischio per il lettore è quello di perdersi nella mole impressionante delle centinaia di tabelle e di grafici presentati. Tuttavia si esce dalla lettura dei due tomi tutt'altro che annoiati o prostrati, anzi pieni di interrogativi e di curiosità nuove e ansiosi di poter disporre del promesso secondo volume. E siamo sicuri che era proprio questo il taglio che gli autori volevano dare alla loro fatica, senza pretendere mai di arrivare a conclusioni definitive. D'altra parte lo storico - sosteneva Lucien Febvre - non è colui che sa. È colui che cerca.
Lorenzo Baldacchini
Università di Bologna