Associazione italiana biblioteche. BollettinoAIB 2004 n. 3 p. 393-394Gli atti freschi di stampa dell'ottavo congresso dell'International Society for Knowledge Organization hanno accolto i delegati convenuti a Londra, grazie all'impegno dei relatori a consegnare i testi con largo anticipo e al lavoro redazionale della scuola di biblioteconomia dell'University college London e di Ia C. McIlwaine: un prezioso aiuto a seguire un incontro denso di contributi, con l'inevitabile assenza di alcuni interventi supplementari. Con i suoi incontri biennali l'ISKO continua l'esplorazione del vasto campo della Knowledge organization (KO) toccando una varietà di temi secondo competenze disciplinari disparate: nove doppie sessioni imperniate su ampie tematiche, per un totale di 55 contributi di autori da 18 paesi: ne esce una panoramica complessiva ricca che fa il punto di una situazione in fermento. Ancor più ricco era stato il precedente, tenuto a Granada nel 2002 (Challenges in knowledge representation and organization for the 21st century: integration of knowledge across boundaries, edited by Maria J. Lopez-Huertas with the assistance of Francisco J. Munoz-Fernandeez, Wurtzburg: Ergon, 2002).
Il tema generale è poco determinato e lascia spazio alle riflessioni filosofiche, psicologiche, linguistiche e sociologiche tipiche della KO, come pure a nuove esperienze nei campi tradizionali dell'indicizzazione semantica e nelle applicazioni dell'intelligenza artificiale. I filoni d'indagine che danno il titolo alle sessioni sono: Fondamenti teorici della KO (compreso un dibattito sulla sua base razionale o empirica, naturale o pragmatica), Approcci linguistici e culturali (con temi linguistici e i confronti/incontri tra lingue diverse), Concetti sociologici, KO nei sistemi universali e speciali, Applicazioni nella rappresentazione della conoscenza, KO nei sistemi informativi aziendali, KO dell'informazione sonora, visiva, multimediale. Preoccupazione comune è raggiungere un'utenza che è divenuta ampia e differenziata e farsi comprendere, specialmente lanciando ponti inter-linguistici e inter-culturali, valorizzando il ruolo del contesto in ogni situazione di organizzazione della conoscenza e comprendendo fra gli oggetti da indicizzare documenti e messaggi non testuali. Non potendo dar conto di tutti i contributi come meriterebbero (il programma con l'elenco, gli abstract e le presentazioni è visibile al sito http://ucl.ac.uk/isko2004), ne offrirò in assaggio alcuni che, con un'ottica sicuramente soggettiva, sono parsi più significativi.
Le faccette appaiono il fondamento teoricamente più condiviso dei sistemi di KO. K. La Barre distingue l'analisi a faccette, che si svolge sul piano concettuale e verbale, dalla classificazione, espressa dal piano notazionale, e concentra l'interesse sulla ricerca di implementazioni più corrette e complete nel Web. Strutture a faccette giocano un ruolo significativo di mediazione fra ricercatore e indicizzatore, possono guidare la formulazione di interrogazioni mirate in un thesauro, con la riformulazione interattiva che per l'utente risulta pure educativa; nel progetto Facet condotto sull'Art & Architecture Thesaurus, illustrato da Binding e Tudhope, la struttura a faccette consente l'espansione semantica con l'impiego di termini più specifici tratti dal thesauro, l'esplicitazione delle relazioni fra i termini, la visualizzazione delle strutture thesaurali per contestualizzare e favorire associazioni.
Le faccette conferiscono alla Universal decimal classification una particolare funzionalità, sottolineata da A. Slavic e I. Cordeiro, perché la sintesi, notazionale e verbale, in forma di "aggregazione" di elementi che mantengono significato indipendente (anziché di "amalgama" dei singoli elementi significativi in nuovi elementi che perdono il dettaglio completo dell'informazione rappresentata, come avviene nella Bliss classification) permette di esplicitare le strutture semantiche nei sistemi automatizzati, codificando e utilizzando in ricerca le faccette, le loro regole e il loro contenuto e le relazioni semantiche. Una realizzazione appare incidentalmente nel contributo di Schallier, che illustra nell'Opac della biblioteca dell'Università di Lovanio la ricerca sulla UDC, che può localizzare i singoli segmenti della notazione e dell'espressione verbale attraverso l'organizzazione strutturata dei termini corrispondenti. Incidentalmente perché il tema è la composizione di esigenze locali e generali nella scelta e applicazione di un sistema di classificazione, tema pervasivo in epoca di tendenza all'uniformità e di rischio di soffocamento per le specificità locali: la soluzione può valersi di una flessibilità mirata dei programmi di automazione.
Per ridurre l'ambiguità degli omografi e per la disambiguazione sintattica Jones, Cunliffe e Tudhope dell'Università gallese di Glamorgan presentano l'applicazione alla ricerca nei sistemi di KO del Natural language processing. La stringa di testo di richiesta dell'utente viene analizzata a partire dai sintagmi nominali (normalmente i sostantivi sono focus della frase) e con l'ausilio di uno strumento linguistico (Roget's thesaurus of English words and phrases). Analoga analisi nel vocabolario controllato (A&AT), con gli omografi disambiguati, permette poi di verificare la sovrapposizione semantica fra i termini ambigui della lingua naturale, analizzati e categorizzati, e i termini controllati, e di attribuire ai primi, in caso di successo, i valori dei secondi. Per innalzare ulteriormente il risultato (non entusiasmante per la presenza di troppi termini specialistici) vengono utilizzati anche i termini delle note d'ambito del thesauro, che sono esplicative e contestualizzanti.
Una formalizzazione matematica del modello triadico di segno di Peirce serve a U. Priss per distinguere e relazionare i linguaggi delle ontologie, stabili in ampio contesto perché basati su concetti, e gli aspetti semiotici e procedurali dei linguaggi di programmazione necessari per un database, che sono mutevoli e soggettivi perché ancorati al contesto esterno. Le strutture concettuali e gli aspetti semiotici svolgono così funzioni differenti: le prime per l'impostazione razionale, per rilevare le incoerenze e mostrare le conseguenze delle scelte di progetto, le seconde facilitano la comunicazione del segno (tra utente e macchina e fra agenti artificiali), forniscono il mezzo con cui gli utenti interagiscono in un sistema formale.
L. Howarth si preoccupa dell'orientamento semantico degli utenti che interrogano risorse dotate di metadati, Kawamura rievoca il ruolo storico di Eric Coates, D. Vizine-Goetz e J. Beall testano la garanzia bibliografica per una classificazione automatizzata delle risorse Web, Smiraglia estende il modello delle opere ai manufatti non documentari
e così altri documentano esperienze, altri annunciano progetti e si cimentano su nodi cruciali delle classificazioni, delle ontologie, del Web semantico. Segno che regna una grande confusione? I miei sono solo cenni a discorsi concentrati e ricchi di rimandi: credo si tratti piuttosto di un fecondo brainstorming, che, mettendo in campo competenze complementari, apre coraggiosamente a ricerche e ad esperienze davvero nuove e promettenti.
Giuseppe Buizza
Biblioteca Queriniana, Brescia