Associazione italiana
biblioteche. BollettinoAIB 2005 n. 1 p. 106-107
La Calabria spesso ritenuta terra di confine, da sempre culla di ingegni, fermento di studi d'arte di scienze e di lettere, ha segnato il panorama culturale italiano con un patrimonio inestimabile, ad oggi vivo e presente. Uno scorcio degli ultimi 150 anni vengono raccontati e raccomandati in uno studio puntuale, sistematico, capillare e accorato dall'autore che riporta alla luce, in seguito a certosino studio, fonti, documenti e testimonianze che avvalorano la capacità di infondere conoscenza e renderla vivacemente fruibile ad opera di una delle istituzioni più conosciute tra quelle nazionali, l'Accademia cosentina e la sua Biblioteca.
Le parole di Michele Chiodo smentiscono la storia che in modo miope guarda alle aree definibili come "depresse economicamente", come ad aree "prive di sviluppo culturale di rilevanza nazionale". In questo monumentale lavoro è infatti documentato e ripercorso il lavorio intellettuale, le azioni e lo spirito provenienti da questa vivace parte del nostro Paese, gli ingegni e i nomi che hanno dato lustro alla città e alla vita culturale fornendo validi contributi per lo sviluppo intellettuale nazionale: l'originalità di intenti, le personalità, i momenti che hanno reso possibile la personale storia dell'Accademia. L'Accademia Cosentina è una delle più antiche e prestigiose fra le istituzioni culturali italiane. Fondata agli inizi del secolo XVI da Aulo Giano Parrasio, l'illustre letterato meglio noto come Giovanni Paolo Parrasio, apre le sue adunanze e le derivanti speculazioni al mondo letterario prima, ad interventi filosofici e scientifici per opera del filosofo sperimentale Bernardino Telesio, poi.
Sotto la guida dell'aspro ma acuto critico letterario Sertorio Quattromani l'Accademia assume il nome, con cui è oggi conosciuta, di Accademia cosentina. Negli anni a seguire la fama dell'Accademia viene oscurata da sorti alterne che ne registrano la chiusura per decreto del viceré Don Pedro di Toledo, le controverse opere di monsignor Costanzo, in onore del quale l'Accademia viene ribattezzata dei Costanti, il sorgere dell'Accademia ecclesiastica e dell'Accademia dei pescatori cratilidi. A partire dal 1810 e grazie all'intervento dell'intendente Galdi l'Accademia supera l'empasse aprendosi a una progressiva rinascita. L'interesse mai sopito per la cultura determina l'emanazione di un decreto reale che ne definisce gli statuti, i soci ordinari nominabili in numero di ventiquattro, l'apertura alle pubblicazioni periodiche. L'Accademia diventa una istituzione stabile e riconosciuta.
L'autore si concentra su un arco di circa cento anni, dal 1872 al 1967, durante i quali non videro la luce gli atti, a testimonianza di uno storico sodalizio tra l'Accademia stessa e la Biblioteca, anni che Chiodo definisce cruciali per poter conoscere il passato. Anni di controversie, di avvicendamenti storici, di personalità forti e predominanti alla poltrona della presidenza, anni in cui le promesse lasciavano spazio a nuovi interventi, ad acquisizioni di beni librari di notevole valore per gli studiosi e per il prestigio della Biblioteca, a nuove scelte logistiche. Anni in cui le attese venivano disattese e purtroppo continuano ad esserlo perché l'attività fervida delle due istituzioni non ha mai cessato di essere, ma ha dovuto cedere il passo a cicliche parentesi di oblio.
Anche oggi i momenti di riflessione stanno prendendo il sopravvento quasi a dimenticare gli illuminati interventi dei rettori che provvidero al riconoscimento degli intelletti regionali e che operarono l'apertura del sapere custodito anche ad altri cenacoli italiani di cultura scientifica e letteraria. Già nel 1870 si leggeva «una biblioteca non è solo utile, ma necessaria ed indispensabile» («L'era nuova», 2, n. 9, giugno 1870). La Biblioteca, vittima della propria struttura amministrativa obsoleta, della situazione finanziaria e del mancato intervento dei legislatori si è trovata arroccata su una posizione di isolamento che, in parte, l'ha resa incapace di aprirsi ai rinnovamenti determinati dai mutamenti sociali e, in parte, impermeabile all'introduzione delle moderne risorse tecnologiche determinando, di conseguenza, l'assoluta sordità alle richieste di miglioramento e naturale trasformazione dell'offerta dei servizi, in rapporto alle aumentate esigenze degli studiosi e del pubblico tutto.
L'auspicio che si evince nella lettura delle ricchissime pagine di Michele Chiodo è che questa istituzione possa insegnare, agli animi non sordi alle potenzialità di tale patrimonio, come ricevere dal passato la forza e gli stimoli per ricostruire e attualizzare, in modo valido e vivace. Perché questo possa ancora essere il fine dell'Accademia, per riconoscerle il peso nel processo di sviluppo che dura da oltre un secolo, è necessario consentirle di vivere e ancora, «studiare il presente e scrutarlo nella sua mutevolezza e fuggevolezza, ancora prima che diventi appunto passato».
Sabrina Celi
Biblioteca centrale della Facoltà di lettere e filosofia,
Università di Siena