Associazione italiana biblioteche. BollettinoAIB 2005 n. 2 p. 149-184La Commissione RICA, nelle prime fasi del suo lavoro, ha discusso a lungo su esigenze, motivazioni e finalità della revisione del codice italiano di catalogazione, partendo con un ventaglio di opinioni differenti, com'è naturale, ma arrivando a delle convinzioni largamente condivise. Questa discussione non si è svolta in astratto - cosa che spesso rende difficilissimo raggiungere un consenso - ma è stata accompagnata da un'analisi minuziosa e attenta del testo del codice, nella sua forma attuale.
Proprio l'analisi attenta del codice, paragrafo per paragrafo e nella sua struttura complessiva, è stata determinante per arrivare alla conclusione che era necessario intraprendere la redazione di un testo fondamentalmente nuovo. Un testo nuovo nella sua articolazione e nel suo "stile" di esposizione della materia, entro il quale però possono essere recuperate molte delle indicazioni presenti nelle RICA1.
Va sottolineato che questa convinzione riguarda il testo del codice, non i principi catalografici su cui si basa. Questi principi rimangono generalmente condivisibili e la Commissione è ben consapevole del grande progresso che le RICA hanno portato nella teoria e nella prassi della catalogazione in Italia, impostandola in modo esplicito e rigoroso su principi concordati a livello internazionale e rispondenti ai risultati della riflessione scientifica più autorevole sul tema.
Ma, come testo normativo, le RICA non risultano più rispondenti alle esigenze attuali, per vari motivi. Quelli più evidenti sono forse il cambiamento nelle forme di produzione e di consultazione del catalogo, passato da un supporto statico all'impiego di sistemi automatizzati, e l'esigenza, maggiore rispetto al passato, di trattare in maniera omogenea e integrata una pluralità di materiali di biblioteca, non solo a stampa.
Un altro motivo assai significativo, a mio parere, è che il catalogo (isolato) della singola biblioteca, che era il tradizionale punto di riferimento delle regole, è oggi molto spesso soltanto il sottoinsieme virtuale di un catalogo collettivo (di livello nazionale, territoriale, d'ateneo ecc.). I dati del posseduto della singola biblioteca si vanno quindi a integrare in uno strumento di dimensioni e complessità molto maggiori, prodotto da un grande numero di persone che lavorano in posti diversi e lontani, in molti casi senza nemmeno conoscersi. Non c'è una persona tra le cui mani passino una ad una tutte le schede destinate al catalogo e non c'è nemmeno un unico luogo fisico in cui i materiali descritti siano conservati insieme e possano essere confrontati.
Nel catalogo isolato la coerenza interna era fondamentale, mentre aveva poco peso l'eventuale discordanza fra le decisioni di biblioteche diverse (per esempio, nella scelta dell'intestazione principale o di una particolare forma del nome di un autore), quando l'accesso era comunque garantito per più vie. Nel catalogo collettivo, invece, il mantenimento della coerenza interna richiede un lavoro incessante e impegnativo di controllo e correzione, che si svolge per forza di cose a posteriori piuttosto che al momento della creazione della registrazione. È bene, perciò, che le norme indichino le soluzioni da raggiungere in maniera più precisa e meno aperta a interpretazioni soggettive (che pure rimangono, com'è ovvio, in qualche misura inevitabili).
I cataloghi collettivi di oggi sono generalmente accessibili in rete, a distanza, e anche questo fatto ha le sue ricadute. L'utenza può essere molto più differenziata rispetto al pubblico che si recava in una singola biblioteca e non c'è a fianco del catalogo una persona a cui chiedere rapidamente un'indicazione o un chiarimento.
Soprattutto, oggi dobbiamo figurarci il catalogatore come una persona che lavora spesso in una posizione isolata, in una delle tante sedi fisiche delle strutture che appartengono a un sistema bibliotecario, ma su una postazione connessa alla rete, e quindi con accesso alle fonti d'informazione che la rete offre. Questo fatto ha importanti conseguenze pratiche su cui riflettere: per esempio, è molto improbabile che il catalogatore possa avere a sua disposizione una ricca sala di consultazione tradizionale, condizione in genere presupposta dai vecchi codici di catalogazione. Possiamo invece dare per scontato che abbia accesso ai grandi cataloghi collettivi automatizzati, che registrano in forma standardizzata un'altissima percentuale della produzione libraria. In questo contesto, come si vedrà meglio più avanti, viene esaltata la possibilità di confrontare i dati forniti dal libro che si ha in mano con quelli delle altre pubblicazioni già registrate nei grandi cataloghi collettivi, mentre risulta poco praticabile e poco indicativo il confronto con strumenti repertoriali di tipo tradizionale.
Di ancor maggiore importanza, a mio avviso, sono però altri motivi, che riguardano il codice in sé, considerato ancora come testo normativo, piuttosto che le scelte catalografiche che il codice determina. Redigere un codice, infatti, significa non solo decidere cosa dovranno contenere i cataloghi delle biblioteche che lo adotteranno, ma anche decidere come impostare norme e spiegazioni, quanto (e come) spiegare le varie scelte e le situazioni a cui si riferiscono, quale terminologia impiegare, come scegliere e presentare gli esempi, e così via. Un codice di catalogazione, inoltre, non è solo uno strumento di consultazione per il catalogatore, ma anche una fonte primaria di formazione professionale. Andrà appreso con il sussidio della manualistica e di un docente esperto, ma soprattutto andrà compreso e padroneggiato direttamente, con la lettura e con l'uso, e quindi dovrà essere il più possibile chiaro, preciso, ben strutturato.
Il testo delle RICA procede con salti in medias res (basta confrontare l'inizio con quello, molto più piano e sistematico, delle regole del 1956) e ricorre spesso a una successione discorsiva di indicazioni anche in contrasto fra loro, che non vengono schematizzate o richiamate al momento opportuno. Come tutti sappiamo, l'incipit delle RICA è «Un'opera o una raccolta di opere o di parti di opere di un autore si scheda sotto il suo nome» (par. 1.1): una sorta di estrema sintesi di tutto quanto si dirà nelle norme di scelta dell'intestazione. Ma vengono così date per scontate, o almeno rinviate, tutte le questioni (cos'è un catalogo e quali sono i suoi scopi, cos'è un'opera e cos'è una raccolta, cosa si intende per autore, quali opere si schedano e quali no, per esempio perché sono contenute in una pubblicazione più vasta, se sono le opere, come si dice qui, o le pubblicazioni ad essere schedate ecc.) che andrebbero invece dipanate per ordine, una alla volta. Oggi preferiamo testi normativi di struttura più esplicita e più logicamente articolata, come sono le ISBD o gli standard tecnici, testi che comprendano una parte introduttiva (di solito un punto 0) che delinei finalità, principi e concetti di base (invece di ricorrere a un glossario in appendice), e poi li sviluppino in una successione progressiva e ordinata di fasi.
Da un testo normativo complesso e destinato a essere applicato da un grande numero di istituti e di persone, che spesso contribuiscono a una banca dati collettiva, dobbiamo pretendere un grande sforzo di strutturazione logica delle indicazioni, che faciliti l'apprendimento e la consultazione. Un codice, ovviamente, va letto, compreso e appreso per intero, a partire dalla prima pagina, ma non potendo essere brevissimo deve anche essere efficacemente consultabile. Di conseguenza, le singole norme devono includere, per quanto possibile, tutte le indicazioni pertinenti al problema, una chiara spiegazione della condizione a cui si applicano, una presentazione delle alternative, il rimando a (eventuali e sempre deprecabili) eccezioni o a norme affini o collegate.
Il linguaggio usato, inoltre, deve essere il più possibile preciso, specifico, concreto, non dar luogo insomma a finezze esegetiche: non si può fare a meno della capacità di giudizio del catalogatore, ma il codice deve dire con chiarezza, senza sottintesi e senza fumosità, quale scopo si vuole conseguire e quali criteri si devono adoperare. Quando si vuole essere precisi, spesso non si può essere piani e scorrevoli, come dimostra il linguaggio giuridico, in cui il rispetto rigoroso della prima esigenza porta a mortificare assai la seconda. Un codice di catalogazione cercherà il compromesso fra queste due esigenze, ma bisogna convenire che la prima dovrà in molti casi prevalere sulla seconda. Si tratta, del resto, di uno strumento di lavoro per professionisti, che di norma hanno o dovrebbero avere una formazione universitaria, e non di una forma di comunicazione rivolta agli utenti delle biblioteche o a un pubblico generale.
Sia a livello dell'impianto complessivo, sia nei singoli paragrafi, il testo della RICA lascia a desiderare sotto questi profili. È noto che molti punti sono stati oggetto di prolungate discussioni interpretative; se quasi sempre chi conosce a fondo il codice e i principi su cui si basa può arrivare all'interpretazione più persuasiva, non si può negare che le difficoltà interpretative siano frequenti e cospicue. Meno noto, perché di solito non vi fa caso il catalogatore esperto (mentre vi inciampa il novizio o lo studente), è il formicolare di inconvenienti redazionali, compresi esempi in contrasto o non controllati, a causa dell'andamento concitato e un po' confuso della stampa definitiva. Queste circostanze redazionali si riflettono anche in un elemento molto importante per la strutturazione del testo e la sua consultazione, i titoli dei paragrafi, aggiunti all'ultimo momento senza un criterio omogeneo2. Osservazioni analoghe si possono fare dal punto di vista linguistico, soprattutto riguardo al modo di esprimersi che verrebbe talora da definire un po' reticente, obliquo, come nel caso della norma sulla completezza del nome di un autore.
L'analisi approfondita del codice vigente, insieme a un'esperienza ormai ampia e prolungata della sua utilizzazione anche nel contesto di grandi cataloghi elettronici, ci hanno quindi persuaso che i tempi fossero maturi per una revisione complessiva, nella quale l'impostazione del codice fosse ripensata ex novo per rispondere alle esigenze di oggi e del prossimo futuro.
Mentre il primo di questi due punti di riferimento, la forma con la quale un autore figura nelle edizioni delle sue opere, ha portata generale e una pertinenza specifica al catalogo, lo stesso non vale per il secondo, la forma prevalente nei repertori: di un autore, perché vada in catalogo, basta che esista almeno una pubblicazione, mentre gran parte degli autori non è registrata nei comuni repertori. La funzione dei repertori, d'altra parte, non è l'accesso alle pubblicazioni, ma per esempio l'informazione biografica, storica, amministrativa ecc.17.
Questo non vuol dire che le opere di consultazione non abbiano interesse per il catalogatore, ma significa che non possono costituire il punto di riferimento primario e generale. Devono avere, invece, una funzione subordinata e integrativa rispetto alle pubblicazioni stesse. Quando si integra un criterio primario e generale con criteri subordinati, è ovviamente opportuno limitare al massimo la possibilità di conflitti fra l'uno e gli altri.
Poste queste premesse generali, è bene sottolineare che l'evoluzione recente degli strumenti d'informazione rende opportuno enfatizzare il ruolo generale del criterio delle pubblicazioni e circoscrivere il più possibile quello dei repertori.
I motivi pratici mi sembrano evidenti. Oggi qualunque catalogatore ha accesso all'informazione in rete e nei grandi cataloghi (da SBN a quelli delle maggiori biblioteche nazionali), può trovare facilmente le registrazioni bibliografiche di un larghissimo campione delle pubblicazioni prodotte dall'invenzione della stampa in poi, descritte secondo norme (le ISBD) che prevedono di riportare fedelmente le informazioni che ci interessano per la formulazione dei punti di accesso (indicazioni, o formulazioni, di responsabilità, nell'area 1). Ho parlato di un larghissimo campione perché, com'è ovvio, nessun catalogo si può ritenere completo, ma un larghissimo campione è normalmente sufficiente a verificare come un autore è prevalentemente presentato nelle pubblicazioni18. Una dotazione adeguata di repertori di consultazione, invece, esiste solo in pochissime grandi biblioteche di carattere generale e, allo stato attuale delle cose, i repertori bibliografici (o enciclopedici, biografici ecc.) autorevoli disponibili gratuitamente in rete sono una sparuta minoranza.
Non si vuole, lo ribadisco, sostenere che la bibliografia abbia perduto la sua importanza o che la conoscenza e l'uso delle opere di consultazione, tradizionali e digitali, non rimanga tra le competenze professionali imprescindibili per un bibliotecario qualificato. Le opere di consultazione anche specializzate rimangono strumenti indispensabili per la soluzione di problemi complessi o incerti, oltre ad essere lo strumento di lavoro primario del catalogatore di libri antichi. Semplicemente, non sono uno strumento idoneo a costituire il punto di riferimento primario per la catalogazione delle pubblicazioni contemporanee, o di autori di qualsiasi epoca pubblicati o ripubblicati in età contemporanea.
Sul piano pratico, anche quando si abbia accesso altrettanto ampio e facile a dati catalografici e a repertori, l'esistenza di criteri diversi in questi ultimi e il loro scarso aggiornamento rendono i primi più efficaci per stabilire come un certo autore sia comunemente identificato oggi. Basta ricordare, a questo proposito, la preferenza di molti repertori per i nomi anagrafici e per forme più complete ma non usate dalla persona stessa: per esempio, nel Dizionario biografico degli italiani, le voci "Ambrogini, Angelo" per Poliziano e "Benedetti, Iacopo" per Jacopone da Todi, o la sfilza di prenomi non usati nei repertori francesi. Ciascun repertorio può avere ottimi (o meno buoni) motivi per adottare un particolare criterio, per esempio la preferenza per il nome reale, per il nome nella forma più completa, per il nome tradotto o adattato nella lingua del repertorio stesso, o per la forma latina nel caso di repertori di autori antichi o medievali. Si tratta, in ogni caso, di criteri propri, diversi da quelli che regolano le intestazioni in un catalogo di biblioteca, come diverse sono le finalità di ciascun repertorio rispetto alle finalità dei cataloghi generali di biblioteca. Le forme dei nomi degli autori adottate in ciascun repertorio, insomma, rispondono a esigenze proprie, diverse da quelle di un catalogo, e non possono essere meccanicamente riprodotte in questo.
Quando poi, come accade comunemente, un autore è registrato in forme diverse da repertori diversi, non esiste un criterio praticabile di "prevalenza". Si sa che i repertori molto spesso si riprendono l'un l'altro, o seguono, spesso con una certa inerzia, l'uso stabilito nelle norme di catalogazione. Mentre la prevalenza nelle edizioni delle opere di un autore può essere definita con precisione in riferimento all'universo delle pubblicazioni soggette al controllo bibliografico (con un margine di elusione o omissione in genere ininfluente), non c'è un modo praticabile per stabilire in generale quanti e quali siano i repertori da consultare per determinare la forma prevalente in essi.
In conclusione, i repertori costituiscono lo strumento fondamentale per il catalogatore che debba accertare chi è un autore, quando e dove è vissuto ecc., informazioni che gli sono spesso necessarie per stabilire l'intestazione uniforme. Sono anche una fonte utile per verificare in quali maniere si faccia abitualmente riferimento a un autore, o come venga ordinato il suo nome. Ma non sono lo strumento idoneo a stabilire se si debba preferire questa o quella forma per l'intestazione uniforme.
Scelto un criterio generale, è evidente che le eccezioni dovrebbero essere il meno possibile, solo quelle strettamente indispensabili, da definire e circoscrivere nella maniera più precisa possibile. I Principi di Parigi le indicano, in maniera piuttosto generica, nell'esistenza di una forma «divenuta costante nell'uso generale» negli scritti su un autore o «in relazione alle sue attività pubbliche diverse dalla paternità degli scritti» (punto 8.21).
Ma per comprendere meglio necessità e caratteri delle eventuali eccezioni da fare è bene inquadrare il problema dal punto di vista storico e da quello della comunicazione, entro la quale anche il catalogo si inserisce.
Nell'età contemporanea, in cui si colloca la grande maggioranza delle pubblicazioni che le biblioteche trattano, in linea generale è l'autore stesso a controllare, d'intesa con l'editore, la presentazione e la circolazione delle proprie opere, almeno nella loro forma originale. Di conseguenza, sempre in linea generale, si può assumere come principio guida che la presentazione delle pubblicazioni (in lingua originale) e più in generale la pratica editoriale corrisponda alla volontà dell'autore. Possiamo presupporre che corrisponda anche alle attese del lettore, perché il contatto che i lettori hanno con gli autori è essenzialmente attraverso le loro stesse pubblicazioni, direttamente (vedendo, toccando, leggendo libri) o indirettamente (attraverso recensioni, pubblicità, citazioni, elenchi di libri ecc.). Last not least, dal punto di vista pratico questo comporta per il catalogatore il vantaggio che le intestazioni corrisponderanno nella maggior parte dei casi alle forme presenti nelle pubblicazioni stesse e che le verifiche necessarie per stabilirle riguarderanno principalmente la presentazione di altre pubblicazioni.
Questa coincidenza di principio (che può naturalmente avere eccezioni) tra volontà dell'autore, pratica editoriale e aspettative dei lettori non si dà, però, per gli autori antichi e medievali: infatti per le loro opere la circolazione a stampa è interamente postuma.
L'età moderna, quella della stampa artigianale, presenta caratteri più complessi, perché se fin dai primi decenni del libro a caratteri mobili troviamo la figura del "letterato in tipografia", organicamente inserito nella produzione e nella circolazione dello stampato, queste sono condizionate da tre fattori di grande rilievo:
Nelle norme sulla forma dell'intestazione si è cercato quindi di ricondurre la casistica, certo complicata, entro criteri semplici e generali, che possano portare nella maggior parte dei casi a soluzioni convincenti, oltre che uniformi. Può darsi, naturalmente, che in qualche caso l'applicazione di questi criteri semplici e generali porti a intestazioni che, per motivi di abitudine o di gusto, preferiremmo lievemente diverse, ma abitudini e gusti non sono una base sulla quale possa essere costruita una normativa uniforme, di cui invece abbiamo estremo bisogno per i cataloghi di oggi.
In questa ottica, la bozza delle nuove norme tende a rispettare il più possibile i nomi e le forme con cui gli autori si presentano, in prevalenza, nelle loro stesse pubblicazioni, riguardo per esempio agli pseudonimi, alle forme non complete e all'omissione di quelle "incrostazioni" erudite o enciclopediche che erano così comuni in passato.
Già le RICA, nella linea dei Principi di Parigi, avevano in molti casi sfoltito, o indicato di evitare, quelle aggiunte o complicazioni dei nomi degli autori che erano in molti casi prescritte dalle regole precedenti del 1956, per intestazioni come «Benedictus PP. XIV. (Prospero Lambertini)», «Burchiello (Domenico di Giovanni detto il)» o «Maria Celeste (Suora) al secolo Virginia Galilei». Per gli stessi motivi, avevano posto un freno, ma in maniera parziale e un po' reticente, alla prassi di "completare" nomi di autori che si presentino in forma ridotta o abbreviata nelle pubblicazioni.
Questa linea, però, non era stata seguita in maniera conseguente, per l'ambiguità degli stessi Principi di Parigi19 o forse per uno spirito di gradualità o di compromesso rispetto alla prassi precedente. Così accanto a intestazioni come «Azeglio, Massimo d'» troviamo, nelle RICA o nei nostri cataloghi, «Cavour, Camillo Benso, conte di» o «Breme, Ludovico Pietro Arborio Gattinara, marchese di», «La Marmora, Alfonso Ferrero de», forme di tipo "enciclopedico" che sono minoritarie o perfino assenti nelle pubblicazioni.
La bozza delle nuove norme cerca invece di applicare il principio in maniera generale, sulla base di una verifica dell'uso effettivamente prevalente nelle pubblicazioni, che costituisce il migliore punto di riferimento obiettivo.
Un esempio presente nella bozza che ha fatto e farà discutere è sicuramente quello di Cavour. Ogni bambino italiano impara a scuola il suo nome completo. Molto più raramente, però, s'impara a scuola il nome completo di Massimo d'Azeglio, di Ludovico di Breme o di Alfonso La Marmora. Comunque, non è sui ricordi d'infanzia che si possono basare le norme di catalogazione. Per Cavour, una semplice consultazione della BNI ci mostra che le pubblicazioni più autorevoli, l'edizione nazionale del carteggio e la collana della Fondazione Camillo Cavour (sic), usano rispettivamente, in testa ai frontespizi, le forme «Camillo Cavour» e «Camillo di Cavour». La forma «Camillo Benso conte di Cavour» compare più di rado e in edizioni meno autorevoli, e lo stesso può dirsi per altre varianti. Caso analogo e anche più netto è quello di Ludovico di Breme: tutte le edizioni moderne, dalla metà dell'Ottocento in poi, usano questa forma breve del suo nome. Se una forma come «Camillo Cavour» o «Camillo di Cavour» è considerata perfettamente adeguata dalle più prestigiose istituzioni specializzate che pubblicano le opere dello statista piemontese, per quale ragione il catalogo dovrebbe discostarsene, introducendo una eccezione ai suoi principi generali? Una eccezione molto difficile da delimitare: perché nel caso di Cavour e non in tanti altri analoghi, da d'Azeglio in poi?
L'applicazione non conseguente del principio della forma prevalente nelle pubblicazioni non si riscontra, del resto, solo nelle RICA, o nella BNI, ma anche nella prassi di biblioteche o bibliografie nazionali di altri paesi. Nell'eccellente archivio di autorità della Bibliothèque nationale de France, l'esempio di gran lunga migliore in questo campo, troviamo un'intestazione come «Essling, Victor Masséna, prince d'»: a un autore ben noto, che si è firmato prima come duc de Rivoli e poi come prince d'Essling, vengono aggiunti nome e cognome anagrafici che non ha mai utilizzato nelle pubblicazioni e che non sono necessari per identificarlo (non esistono altri Essling nel catalogo).
Anche per quanto riguarda le più comuni varianti di completezza (per esempio forme puntate oppure sciolte di un prenome o di un middle name), seguire semplicemente il criterio generale della prevalenza nelle pubblicazioni è la soluzione più obiettiva, più uniforme e più sicura.
In questo campo, però, ci è sembrato opportuno tenere conto del fatto che la forma delle pubblicazioni può non corrispondere a una volontà deliberata dell'autore, ma ad esigenze grafiche contingenti, abitudini editoriali o casualità, e nomi gravemente incompleti possono poi costituire un fastidioso problema per la gestione e la consultazione del catalogo. Se è assurdo sciogliere il nome di un noto scrittore come Vittorio G. Rossi in «Rossi, Vittorio Giovanni» (come pure avviene nella BNI), ed è tutto sommato non necessario e inopportuno sciogliere i nomi di D. F. Mackenzie, visto che questa è la forma che abitualmente adottava nelle sue numerose pubblicazioni, è forte e comprensibile la tentazione di sciogliere, poniamo, il nome di un "A. Bianchi" o "F. Smith" che si presenti così su un frontespizio per motivi banali (per esempio perché seguito da una lunga sfilza d'altri nomi) e sia poi nell'interno della pubblicazione o nell'indice tranquillamente indicato con nome e cognome.
Non è facile fissare un limite chiaro tra queste situazioni, ma questo è lo scopo che la Commissione si è proposto, come in altri casi analoghi, ritenendo suo dovere offrire indicazioni precise e operative, per le ragioni che si è cercato di esporre al principio. Non si poteva, quindi, fare riferimento a una valutazione inevitabilmente soggettiva e aleatoria della «chiarezza dell'identificazione» (RICA, par. 50.3), né si poteva ricorrere al criterio dell'esistenza di omonimie effettive, che dipende dal singolo catalogo e al quale in linea di principio si ovvia con le qualificazioni, non modificando la scelta o la forma del nome. Abbiamo scelto quindi la strada, certo discutibile ma operativa, di indicare una precisa casistica formale: il completamento di un nome, quando possibile e quando non in contrasto con un uso evidentemente deliberato dell'autore, viene limitato al caso del cognome non accompagnato da prenome (ma per esempio da una qualifica come "avvocato", "generale" ecc.), oppure con un unico prenome puntato, non accompagnato da una seconda iniziale o da un altro elemento (per esempio un middle name) in forma sciolta, oltre al cognome.
Questa attenzione a formulare con rigore l'intestazione uniforme secondo gli scopi e i principi di un catalogo, non come una sorta di telegrafico appunto enciclopedico o biografico, va unita però a un deciso richiamo all'importanza del controllo di autorità e del suo strumento, l'archivio di autorità appunto. Se il nome con cui un autore è presentato nell'intestazione dovrebbe essere, per quanto possibile, quello stesso con il quale l'autore è presentato nella maggior parte dei suoi libri, questo non significa che altre informazioni su di lui non ci riguardino, anzi sono essenziali sia per formulare correttamente l'intestazione (tenendo conto per esempio, dell'epoca in cui è vissuto e della sua nazionalità) sia per garantirne l'univocità. Il nome reale o il nome completo di un autore, quindi, insieme alle date della sua nascita o morte, alle sue qualifiche o titoli e ad altre informazioni, sono dati essenziali e importantissimi, che devono però trovare posto, in maniera completa e strutturata, in una registrazione di autorità. Non devono essere, invece, parzialmente e confusamente sovrapposti all'intestazione uniforme che deve rappresentarlo così come si presenta normalmente come autore.
La bozza delle nuove norme si ispira rigorosamente al criterio dell'uso nazionale nella scelta del primo elemento dell'intestazione, sancito come principio generale a Parigi (punto 12), e adotta in maniera completa, senza riserve, le indicazioni sull'uso nazionale nella scelta del primo elemento dell'intestazione, raccolte dall'IFLA nel noto repertorio Names of persons20.
Più precisamente, la bozza di norme per l'Intestazione uniforme-Persone afferma che «Quando il nome di una persona è costituito da più elementi quello che meglio la identifica, secondo l'uso della persona stessa, dell'epoca e del paese a cui appartiene, assume la prima posizione». Infatti il criterio dell'uso nazionale, pur costituendo un criterio generale per gli autori contemporanei, è soggetto sia alla priorità di scelte particolari da parte dell'autore stesso, sia alla considerazione dell'epoca, che può essere anteriore al formarsi di usi nazionali o riflettere usi che sono poi mutati.
Il rispetto rigoroso e conseguente, nella bozza, del principio dell'uso nazionale e delle indicazioni fornite da Names of persons non sarebbe una scelta da rimarcare se non fosse purtroppo vero che, pagato un tributo formale al principio, le indicazioni raccolte dall'IFLA sono poi, in una parte più o meno ampia dei casi, trasgredite da tutti i principali codici di catalogazione, comprese le RICA e le AACR221. Il principio non è seguito in maniera conseguente, come principio generale, ma più o meno largamente disatteso, dove fa comodo omologare a forza nomi estranei dentro le proprie consuetudini22.
Non si tratta, forse, di casi molto frequenti, ma anche l'eliminazione, come vedremo, dell'assurda virgola tra "Mao" e "Zedong" (o Tzetung, Tse tung ecc., secondo le varie trascrizioni in uso) costituisce un piccolo passo avanti nella direzione del rispetto della diversità culturale e della corretta rappresentazione dei diversi fenomeni.
Prima però di accennare a questo e ad altri casi, è bene fermarsi su un antico equivoco, quello fra intestazioni in forma inversa e intestazioni sotto il cognome, che la nuova bozza chiarisce e scioglie con rigore, mentre le due questioni sono generalmente sovrapposte e confuse nei maggiori codici di catalogazione, comprese le RICA e le AACR2, e in altri strumenti professionali23.
Vivendo in paesi in cui le persone si firmano "Luigi Rossi" o "John F. Kennedy" e si registrano ordinariamente come «Rossi, Luigi» o «Kennedy, John F.», siamo portati a pensare che l'inversione (sarebbe meglio dire la trasposizione24) sia di per sé legata alla preferenza per il cognome e a presupporre che in una sequenza di nome e cognome sia sempre il primo a precedere nell'uso il secondo. Anche in Italia esisteva l'uso inverso, soprattutto in contesti burocratici o a basso livello d'istruzione, e forse qualcuno ricorderà di aver visto riprodotto nei libri di storia l'originale della nostra Costituzione repubblicana firmato «Umberto Terracini» e «De Gasperi Alcide». Se la sequenza nome+cognome non è sempre scontata nell'uso linguistico, non è scontata nemmeno l'applicazione della trasposizione: come si studia in storia della bibliografia, per molto tempo anche con la diffusione del cognome si è mantenuto l'uso di ordinare i repertori sulla base del nome di battesimo.
Quando ci spostiamo dall'Italia ad altri paesi vediamo che la sequenza d'uso nome+cognome è la più diffusa ma che in alcuni paesi, come l'Ungheria, prevale quella opposta (quella di De Gasperi, per intenderci). Quando prevale la sequenza d'uso nome+cognome, non è detto che si ricorra alla trasposizione, o perché il cognome non è generalizzato, o perché il repertorio dei cognomi è molto ristretto rispetto a quello dei nomi e quindi meno efficace. Del resto, anche nei nostri paesi di montagna capita che i cognomi siano pochissimi e in pratica, nella comunicazione ordinaria, del tutto inefficienti per individuare le persone. In Europa, la trasposizione del cognome non è usata in Islanda, nonostante il cognome stesso sia largamente diffuso25.
La trasposizione, d'altra parte, si usa in molti casi in cui non è presente un cognome, e può darsi che anche in presenza del cognome si trasponga al principio un altro elemento (per esempio, in alcuni nomi romeni, il patronimico). Augustinus, Cicero, Huss, Aretino, Filicaia ecc., non sono cognomi, ma parti di un nome che per motivi diversi si sono affermate come elemento d'ordine preferito. Questo succede non solo per nomi antichi o medievali, comunque lontani nel tempo, ma anche per nomi contemporanei: Ranganathan o Radhakrishnan sono nomi personali, che la persona porta in seconda o terza posizione e che vengono trasposti nella prima, seguiti da una virgola, per l'intestazione.
Dobbiamo concludere perciò che la virgola nell'intestazione è un segno di trasposizione e non può essere al tempo stesso un indicatore del cognome, visto che ciò che si traspone spesso non è un cognome e che a volte un cognome c'è ma non si traspone. Esistono poi tanti casi in cui il nome usato da una persona è costituito da un solo elemento (Stendhal, Voltaire, Alain ecc.) o da un gruppo di parole (per esempio Saint-John Perse) dei quali si potrebbe discutere lungamente (ma inutilmente) se siano assimilabili a un cognome o a un prenome. Assodato che la virgola denota semplicemente una trasposizione riguardo all'uso linguistico, indipendentemente dalla natura dell'elemento trasposto e di quelli non trasposti, le espressioni «intestazione in forma diretta» e «intestazione in forma inversa» andranno adoperate rigorosamente in questo solo senso, senza alcuna sovrapposizione logica con i concetti di prenome26 e di cognome. Nelle intestazioni in forma diretta il primo elemento sarà per lo più un nome personale, in quelle in forma inversa sarà per lo più un nome di famiglia, ma si tratta di un nesso empirico, di natura storica e funzionale nella civiltà occidentale, non di una corrispondenza logica.
Chiarita questa annosa confusione fra concetti distinti, dovrebbe quindi risultare chiaro per quale motivo una intestazione come «Radhakrishnan, Sarvepalli», in cui il primo elemento è un nome di persona trasposto dalla seconda posizione alla prima (come indica la virgola), sia coerente con un un'intestazione «Mao Zedong» (senza virgola), nella quale il primo elemento è un nome di famiglia che si trova già nell'uso in prima posizione. Chi aggiunge una virgola tra «Mao» e «Zedong», sulla base del presupposto errato che la virgola indichi che il primo elemento è un cognome, dovrebbe allora toglierla da tutte le voci (Radhakrishnan, Aretino, Augustinus, Erasmus ecc.) in cui l'elemento trasposto non è un cognome.
Come ulteriore pretesto per quella assurda virgola nei nomi cinesi viene alle volte addotta un'esigenza di ordinamento: la virgola offrirebbe il mezzo di ordinare tutti insieme i vari Mao, staccandoli da altre intestazioni che iniziano con la stessa parola. L'obiezione, però, è inconsistente, perché esistono tante intestazioni in forma diretta composte da più parole che non vengono interrotte da virgole: per esempio i tanti Giovanni o Antonio, in italiano o in latino, seguiti da altri prenomi o da ulteriori elementi di vario genere. «Mao Zedong» è semplicemente un'intestazione in forma diretta come tutte le altre. Per le intestazioni in forma diretta, spesso composte da più elementi, e anche per quelle in forma inversa, che possono pure avere un primo elemento composto, si può, se si vuole, usare sistemi che contrassegnino, ai fini dell'ordinamento, la prima parte del nome e quelle successive27. Si tratta, comunque, di un problema diverso da quello della trasposizione e della virgola: la virgola avverte il lettore che il nome non deve essere letto tutto di seguito, e di conseguenza è normale che lì si arresti anche l'ordinamento.
Chiarita questa questione, è bene tornare al punto di partenza, e cioè all'uso nazionale. «Mao Zedong» o «Bartók Béla», senza virgola, costituiscono l'uso nazionale per i nomi cinesi e ungheresi, dichiarato dai rispettivi paesi, e questo dovrebbe bastarci. Sappiamo che molti paesi contraddicono quest'uso nazionale, e che così hanno fatto anche le RICA, ma un errore fatto anche da altri o ripetuto più volte nel passato non diventa per questo una cosa ben fatta. Quelle virgole, oltre a contraddire il principio dell'uso nazionale, hanno alla base una motivazione errata e confusa e non comportano alcun reale beneficio. Se sono entrambe errate rispetto all'uso nazionale, quella nei nomi cinesi è anche in contrasto con le aspettative di un utente italiano, che non ha mai visto su un frontespizio la forma «Zedong Mao» che gli renderebbe comprensibile, come per un Luigi Rossi qualsiasi, la virgola nell'intestazione. Il caso è un po' diverso, dal punto di vista di un lettore italiano, per Bartók o Molnár, perché le edizioni italiane usano invertire i nomi ungheresi, ma per ovvi motivi una pratica errata non dovrebbe prevalere sull'uso nazionale d'origine, come la prassi editoriale di italianizzare autori come «Giulio Verne» o «Leone Tolstoi» non incide sul rispetto del prenome reale dell'autore.
Le virgole, si sa, sono l'esempio più comune di quisquilia di cui non dovrebbe metter conto parlare, ma del resto per un bibliotecario, come per un filologo, la punteggiatura non è e non può essere una quisquilia, generalmente parlando, e in questo caso la virgola chiama in causa una questione non da poco, quella dell'uso nazionale e del rispetto della varietà tipologica dei nomi, non omologabili allo schema prevalente nei paesi occidentali oggi.
L'esistenza di una benemerita pubblicazione dell'IFLA, naturalmente, non rende superfluo in un codice di catalogazione il trattamento di alcuni usi nazionali per i nomi degli autori. Il codice italiano dedicherà particolare attenzione ai nomi italiani, ma ovviamente non può parlare solo di essi. Le norme, pur senza diventare una specie di enciclopedia onomastica o un prontuario con tutte le risposte, devono ricordare che nelle biblioteche, già in passato e sempre più nella società multiculturale e globalizzata di oggi, non si trovano solo autori italiani, o dei paesi europei più vicini e meglio conosciuti, ma anche autori di tante altre nazionalità, lingue, paesi, tradizioni, identificati con nomi dei tipi e delle forme più diverse.
Quale è, quindi, il rapporto più opportuno fra un codice nazionale e Names of persons? In primo luogo, lo si è sottolineato, un codice nazionale dovrebbe fare riferimento esplicito alla documentazione ufficiale raccolta dall'IFLA ed evitare di contraddirla, evitare cioè di prescrivere che i nomi di un paese (esempio non casuale è quello dei nomi ungheresi) si trattino in modo diverso, anzi contrario, da come il paese stesso indica.
Posto questo primo "paletto", va notato però che i due strumenti hanno per loro natura una struttura diversa: Names of persons presenta le varie informazioni utili paese per paese, mentre nei codici, per motivi di praticità e di sintesi, si procede non per paese ma per questione (per esempio, con paragrafi dedicati ai cognomi con prefisso, ai cognomi composti ecc.). Per ciascuna questione, motivi di praticità e di sinteticità consigliano di presentare prima l'uso del proprio paese (nel nostro caso, l'uso italiano), di assimilare ad esso i paesi che non comportano differenze di trattamento e di enumerare invece quelli per i quali il trattamento è in parte o del tutto diverso. Nel caso dell'Italia, fra l'altro, il trattamento dei cognomi con prefisso e dei cognomi composti segue la regola più semplice e diffusa, quello di considerare i vari elementi così come sono, nel loro ordine. Andranno quindi enumerate e spiegate solo quelle che, dal nostro punto di vista, costituiscono "eccezioni": i casi, piuttosto limitati, in cui si traspongono uno o più prefissi (raramente tutti), o si dà la preferenza a un cognome che non è il primo.
Quali paesi, o lingue, è il caso di enumerare? Nelle RICA non è chiaro il criterio con il quale si è scelto di indicare alcuni paesi e non altri. Nella nuova bozza, la Commissione ha scelto un criterio molto semplice, enunciato al par. 2.2.2.3: sono considerati, e citati oppure sottintesi se si comportano come l'Italia, tutti i paesi europei, o che usano lingue europee, che figurino in Names of persons. Al contrario, non si è ritenuto possibile né opportuno trattare sistematicamente le lingue non europee, alcune delle quali sono ricordate solo esemplificativamente, in altre norme.
Le ragioni sono chiare ed esplicite: «Per i nomi in lingue non europee in genere non è possibile fornire regole di semplice applicazione per la scelta del primo elemento dell'intestazione. È necessario quindi accertare l'uso della persona o verificare in fonti di riferimento autorevoli la forma da adottare» (punto 2.2.1.5 della bozza).
Nelle lingue europee, infatti, gli elementi costitutivi di un nome appartengono quasi sempre a pochissime categorie a tutti familiari (prenome, cognome, eventuali patronimici o middle names), si presentano quasi sempre in un ordine costante e sono di solito facilmente riconoscibili (si pensi, per esempio, a nomi come Andrea, André, Andrew, Andreas, Andrej ecc.). Al contrario, gli elementi costitutivi dei nomi in molte lingue non europee appartengono a categorie che non ci sono familiari (per esempio, nei nomi arabi ism, kunyah, laqab ecc.) e che non sapremmo riconoscere. Vi sono codici, come le AACR2, che cercano di fornire regole per lingue non europee, ma il risultato è decisamente insoddisfacente, perché o si tratta di regole inutilizzabili da chi non sia uno specialista dell'area (come, in AACR2 22.23B, la prescrizione di distinguere nei nomi birmani le espressioni "U", "Saw" o "Maung" a seconda che siano parti del nome o termini di cortesia, letteralmente identici) oppure di indicazioni approssimative e generiche (sulla preferenza per il primo o per l'ultimo elemento, che però soffrono svariate eccezioni). Con questo non si vuole escludere che persone dotate di una conoscenza abbastanza approfondita di queste culture possano riuscire a formulare indicazioni utili anche a chi quella conoscenza non ce l'abbia: qualsiasi collaborazione è anche a questo proposito benvenuta. Finché questo non si realizza, però, è inutile inserire nel testo norme inutilizzabili (e di cui la Commissione non è in grado di valutare la correttezza) oppure norme approssimative, inadeguate per gli specialisti e inopportune per il catalogatore non specializzato, che farà bene a non ingegnarsi a strutturare un nome malese o caren, che non capisce, andando piuttosto a verificare e seguire la prassi di istituzioni autorevoli e dotate di personale specializzato nel campo.
Una delle questioni per le quali, dopo Parigi, si sono estesi usi catalografici in contrasto con quelli stabiliti dalla Dichiarazione di principi è quella della preferenza per forme tradotte o adattate dei nomi degli autori e dei titoli. I Principi di Parigi stabilivano, a questo proposito, che «si deve in generale dare la preferenza ad una intestazione basata su edizioni nella lingua originale», ma era menzionata la possibilità di fare eccezioni «se questa lingua non è normalmente usata nel catalogo» (e, si noti bene, solo in questo caso).
In seguito, però, le AACR2, seguite da altri codici, hanno invece applicato largamente la preferenza per la forma tradotta o adattata in inglese, indipendentemente dalla lingua di origine, ma sulla base piuttosto di categorie di autori. Mentre i Principi di Parigi prevedevano come eccezione che alle intestazioni in lingue particolarmente "ostiche" (per esempio perché in scritture diverse dall'alfabeto latino) si preferissero le forme eventualmente esistenti «in una delle lingue normalmente usate nel catalogo», le AACR2 hanno invece spostato il problema verso la scelta della forma tradotta in una serie di circostanze che non sono definite dal tipo di lingua originale. Va sottolineato questo spostamento non solo per il suo contrasto evidente (anche se spesso frainteso) con i Principi di Parigi, ma soprattutto per i problemi di uniformità che comporta.
L'eccezione dei Principi di Parigi, infatti, era formulata in maniera da consentire una ragionevole precisione delle norme, che potevano avere carattere generale e quindi anticipabile. Per esempio, potevano essere mantenute le forme originali nelle lingue europee e adottata una forma tradotta per le lingue orientali (che pongono problemi di trascrizione non risolti in maniera del tutto soddisfacente). Il lettore poteva quindi aspettarsi, per esempio, di trovare in forma italiana i titoli uniformi delle opere arabe o cinesi, e nella forma originale quelle latine, francesi ecc. Le eccezioni introdotte nelle AACR2, invece, riguardano categorie o condizioni definite in modo vago e approssimativo.
Ricorrere a forme tradotte o adattate al posto di quelle originali, pratica che poteva essere accettabile per cataloghi isolati che l'utente doveva andare a consultare sul posto, è un'assurdità del contesto globale di oggi, in cui i cataloghi sono consultati a distanza da ogni parte del pianeta, magari con programmi di interrogazione simultanea (MetaOPAC). Contrariamente alle ipotesi farraginose e impraticabili su larga scala di interconnessione di archivi di controllo nazionali non strutturati, come quello della Library of Congress, solo la migliore definizione di forme internazionalmente accettate e accompagnate, quando è il caso, da ulteriori accessi da forme tradotte o adattate può costituire la base per un sistema di controllo bibliografico rispondente alle esigenze dell'utenza planetaria e multiculturale di oggi28.
Anche sotto il profilo puramente pratico e per un'utenza solo nazionale, l'idea di utilizzare la lingua del catalogo invece di quella originale può apparire attraente a prima vista, in alcune circostanze, ma alla prova dei fatti - come mostrano le AACR2 - è fonte di una quantità di dubbi e incoerenze che complicano inutilmente la vita del catalogatore senza facilitare davvero quella dell'utente. In pratica, perfino nelle categorie di autori più semplici da definire, come re e sovrani, spuntano le eccezioni: parliamo della zarina Caterina di Russia o della regina Elisabetta d'Inghilterra, ma non di re Gian Carlo di Borbone. Se scorriamo gli esempi delle regole angloamericane o il catalogo in linea della Library of Congress troviamo un guazzabuglio di forme tradotte e non, sia per gli autori (per esempio Horace e Livy ma Lucretius Carus, Apollonius Rhodius, Maximus Planudes ecc.), sia per i titoli: per le opere greche troviamo Republic (in inglese) ma Theaetetus (in latino) e Perikeiromenç (in greco), Battle of the frogs and mice ma Katamyomachia, per i classici anonimi troviamo Arabian nights ma Slovo o polku Igoreve (o Chanson de Roland), con la motivazione che di forme inglesi ce ne sarebbe più di una. I contrasti diventano ancora più vari e fantasiosi se consideriamo insieme autore e titolo: per esempio il primo in latino e il secondo in inglese (Eusebius, Ecclesiastical history) ma anche viceversa (Ovid, Ars amatoria). Nessuno può credere seriamente che questo miscuglio risulti chiaro e comodo per l'utente comune.
Per rispettare e riflettere l'internazionalizzazione del mondo in cui viviamo (non la sua omologazione, che è altra cosa) e, nello stesso tempo, venire davvero incontro agli utenti non c'è altra scelta praticabile se non quella di accettare questa pluralità di prospettive, senza porle in alternativa fra loro. Se si pongono in alternativa, le forme tradotte o adattate saranno comunque poche per gli utenti, troppe per la compatibilità internazionale, oltre che imprevedibili e confuse, come mostrano gli esempi fatti e i tanti che si potrebbero aggiungere.
Al contrario, una soluzione semplice e chiara è quella di registrare sempre, per quanto possibile, sia la forma originale sia quella o quelle tradotte o adattate in una particolare lingua, codificarle adeguatamente, come già prevedono gli standard internazionali (ma non fanno molti archivi di controllo a cominciare da quello della Library of Congress), e quindi intervenire sui programmi di consultazione dei cataloghi per visualizzare all'utente, sempre, la forma originale, accompagnata in tutti i casi in cui sia possibile (molti di più di quelli previsti dalle AACR2 o da altri codici) dalla forma tradotta o adattata per una particolare comunità linguistica o nazionale.
Quello che dovremmo dare agli utenti - vorrei sottolineare in un'epoca in cui è bene ribadire i valori della biblioteca - non è un occultamento delle differenze, la falsa sensazione che tutto il mondo sia come il cortile di casa o che ci si possa disinteressare di ciò che ne sta oltre. Al contrario, è bene evidenziare la molteplicità delle culture e anche le tante ignoranze di tutti noi, in tutte le gradazioni che vanno dall'assimilazione mai completa della propria cultura nativa a una conoscenza più o meno ampia di altre culture (che consente di comprendere e utilizzare i suoi stessi termini), fino alla necessità di contare esclusivamente su equivalenti nella propria lingua, o in lingue veicolari.
Uno dei punti in discussione nei nuovi Principi internazionali di catalogazione, come si sa, è l'introduzione del concetto di "identità bibliografiche" e quindi lo sdoppiamento (o anche la moltiplicazione) di intestazioni per una stessa persona, che abbia usato nelle sue opere uno o più pseudonimi. Il caso più largamente citato è quello del reverendo Charles Lutwidge Dodgson, studioso e docente di matematica, più noto per Alice nel paese delle meraviglie, firmato con lo pseudonimo "Lewis Carroll".
La Commissione RICA ha discusso, naturalmente, anche questo problema, arrivando alla conclusione che si tratta di una soluzione inaccettabile sul piano teorico e inopportuna su quello pratico. Una discussione approfondita del problema richiederebbe più spazio di quello che è disponibile qui, ma si possono richiamare rapidamente alcune considerazioni essenziali.
In primo luogo, questa soluzione (presente in molte pratiche tradizionali ottocentesche e primonovecentesche, faticosamente espunte con i Principi di Parigi) contrasta chiaramente con il principio dell'intestazione uniforme, secondo il quale ogni entità deve essere rappresentata da un'unica (e univoca) intestazione. Si cita spesso, ad attenuare questo principio, il caso degli enti, per i quali a un cambiamento sostanziale di nome si fa corrispondere una nuova intestazione uniforme, o quello degli pseudonimi collettivi (come Ellery Queen o Luther Blissett) che non corrispondono univocamente a una persona fisica. Entrambe le analogie sono però fondamentalmente sfasate. Nel caso degli enti, al contrario delle persone, non abbiamo un'identità per così dire "biologica", quindi certa, né una durata necessariamente circoscritta (gli uomini, come è noto, sono mortali). Gli enti, soprattutto, esistono solo in quanto delle persone gli diano vita, stabilendone un nome (e degli scopi, un'organizzazione ecc.), e di conseguenza un cambiamento rilevante del nome stesso, che di solito si accompagna a cambiamenti rilevanti negli scopi e nell'organizzazione, è di grande importanza per la loro identità. Può accadere, naturalmente, che trasformazioni sostanziali di un ente non coincidano con un cambiamento di denominazione, o viceversa, ma in linea di principio il nesso fra le due cose è chiaro29 e, non esistendo una maniera ben definibile e certa per distinguere trasformazioni sostanziali e non, l'utilizzare il cambiamento di nome come criterio operativo è una scelta corretta ed efficace. L'altra analogia, con gli pseudonimi collettivi, è ancora meno pertinente: gli pseudonimi collettivi, come i nomi di gruppi (p.es. quelli musicali), non costituiscono una seconda intestazione per la stessa entità: mentre Dogson e Carroll sono una stessa persona, John Lennon e i Beatles, per esempio, sono due entità evidentemente diverse, una persona e un gruppo di persone.
Se, quindi, intestazioni separate per una stessa persona costituirebbero una violazione sostanziale del principio dell'intestazione uniforme, è lo stesso concetto di "identità bibliografica" ad essere fondamentalmente confuso e inconsistente. Per mille motivi, gli autori in passato e oggi hanno pubblicato con il loro nome, con pseudonimi, o in forma anonima (condizione non meno significativa dello pseudonimo, ma ignorata nelle discussioni sul tema); inoltre, tra le pubblicazioni che segnaliamo nel catalogo per autori per rispondere alla sua terza funzione, possono avere posto opere rifiutate dall'autore, scritti pubblicati postumi che l'autore non aveva voluto dare alle stampe, corrispondenze di solito pure non destinate alla pubblicazione, appunti o diari, lavori giovanili o perfino scolastici, e così via. Non appena vi si rifletta, è evidente che non è possibile, né pertinente al catalogo, segmentare questa produzione in "identità" diverse (una delle quali, fra l'altro, dovrebbe essere l'anonimato). Del resto, anche sul piano pratico è del tutto normale che, col tempo, opere originariamente pubblicate in forma anonima o con uno pseudonimo vengano poi ad essere ripubblicate, o raccolte, con il nome reale o con quello con il quale la persona è divenuta più nota.
Mentre per la massima parte degli autori anche contemporanei che abbiano utilizzato pseudonimi (da Collodi a Mark Twain, da Céline ad Anna Banti ecc.) l'esigenza di separare opere firmate in modi diversi non merita di essere presa seriamente in considerazione, il caso di Lewis Carroll costituisce l'esempio favorito perché le sue opere sono di generi molto diversi e la sua fama è oggi affidata esclusivamente ad Alice. Anche in questo caso, però, parlare di "identità" distinte è storicamente inesatto, oltre che catalograficamente scorretto. Per convincersene basta documentarsi un po', cominciando per esempio dalla recente e accurata bibliografia di Charles Lovett, Lewis Carroll and the press: an annotated bibliography of Charles Dodgson's contributions to periodicals (si noti il titolo), da cui possiamo apprendere diverse cose sulla presunta "identità letteraria"30. Lo pseudonimo "Lewis Carroll" venne scelto non dall'autore, ma dall'editore di un suo contributo a una rivista, fra diverse proposte, e il contributo stesso, una poesia intitolata Solitude (1856), non ha nulla a che vedere con Alice. Prima, e poi, Dodgson userà altri pseudonimi, per contributi di vario genere e tema, compresi alcuni poi ripresi nei romanzi di Alice, oltre a pubblicare anonimamente vari altri suoi scritti. Con lo pseudonimo più noto pubblicò, prima di Alice, alcune poesie e un paio di racconti. Dopo Alice, usò lo stesso pseudonimo per una serie di interventi sulla questione della vivisezione e per contributi sui temi più vari, dal teatro per ragazzi alla politica di Gladstone, dalla prostituzione giovanile all'idrofobia.
In conclusione, "Lewis Carroll" non è lo pseudonimo impiegato dall'autore per un determinato genere di opere, come spesso si ripete. È soltanto uno dei suoi pseudonimi, il più usato e fortunato, escogitato prima di Alice e per motivi diversi, e poi impiegato per una quantità di scritti di generi diversi che, per ragioni varie che non riguardano i catalogatori, preferiva non firmare con il proprio nome né lasciare anonimi.
Una riprova dell'inesistenza di un autore "Lewis Carroll" distinto da "Charles Dodgson" ce la dà anche l'approccio per soggetto. Chi dei due è il soggetto della bibliografia sopra citata? La domanda, prima ancora che irrisolvibile, è ridicola, come mostra già il titolo dell'opera. Vogliamo metterci a contare quante schede della bibliografia si riferiscono a scritti pubblicati con uno dei nomi e quante all'altro? E come consideriamo gli scritti anonimi, firmati con iniziali, con altri pseudonimi ecc.? O vogliamo invece dare due soggetti, così come dovremmo dare due intestazioni d'autore alle sue opere complete?
I dati CIP della Library of Congress indicano come soggetto del volume citato "Carroll, Lewis", il che è quanto meno discutibile perché i contributi firmati con lo pseudonimo sono una minoranza, in un periodo più ristretto di quello complessivamente considerato nella bibliografia. Qual è il motivo di un soggetto sostanzialmente inesatto? Il fatto che, nell'archivio di controllo dei soggetti della biblioteca, consultabile anche in rete, l'intestazione per Dogson esiste, ma solo in teoria (con zero registrazioni). Esiste, perché altrimenti cadrebbe la finzione delle identità letterarie, ma esiste solo per finta, non viene davvero assegnata. Sotto «Dodgson, Charles Lutwidge, 1832-1898» una "Special note" informa infatti che «This heading not valid for use as a subject. Works about this person are entered under Carroll, Lewis, 1832-1898»31.
Scartato il ricorso alle presunte "identità bibliografiche", e mantenuto il principio dell'unicità e univocità dell'intestazione uniforme per una persona, non è nemmeno accettabile, però, la norma attuale delle RICA, che recita «Di un autore che usa uno pseudonimo per un certo tipo di opere e il nome reale per tutte le altre, si preferisce il nome reale» (par. 51.6) e comprende proprio l'esempio dell'intestazione «Dodgson, Charles Luwidge», con rinvio da «Carroll, Lewis». La regola è inadeguata per il motivo molto semplice che fa trasparire, in maniera ambigua, una preferenza per le opere "serie": chi ha una conoscenza generica di Lewis Carroll può semplicemente ritenere che abbia scritto due generi di opere, libri per ragazzi e libri di matematica, chi conosce un po' meglio Carroll può notare che con quello pseudonimo sono stati firmati sia romanzi che poesie, quindi opere di due diversi generi, e chi ha una conoscenza più approfondita dell'autore sa che sia il nome reale sia lo pseudonimo sono stati usati per vari scritti di diverso tipo. Insomma, la distinzione fra «un certo tipo di opere» e «tutte le altre» è inutilizzabile, come norma, perché entrambe le espressioni non hanno un significato ben definito, o ne hanno uno troppo restrittivo, oltre a non adattarsi al caso specifico di Dodgson/Carroll.
In pratica, non c'è alcun bisogno di perdersi dietro a domande non pertinenti riguardo a quanti "tipi di opere" siano coinvolti, come non c'è alcun bisogno di inventare "identità bibliografiche" storicamente inconsistenti. L'autore, semplicemente, ha usato più nomi (compreso spesso l'anonimato) e l'alternativa si può risolvere, come al solito, sulla base della forma prevalente nelle pubblicazioni. Sono evidentemente più numerose le pubblicazioni in cui l'autore compare come "Lewis Carroll" e il "problema Carroll" si riduce perciò semplicemente alla decisione di indicare quell'autore con lo pseudonimo (come Céline o Anna Banti), anche quando abbia pubblicato pure con il nome reale, perché quella è di gran lunga la forma prevalente nelle edizioni delle sue opere. Si tratta, del resto, della scelta indicata già dall'edizione annotata dei Principi di Parigi32 e della soluzione seguita dalle più comuni opere di consultazione per la collocazione della voce sullo scrittore e matematico inglese.
Gli esempi, come quelli citati nella pagine precedenti, sono da sempre croce e delizia di una normativa catalografica. Qualche volta si propone perfino, forse per paradosso, di ometterli del tutto, ma è evidente che sono generalmente d'aiuto per comprendere e applicare le norme. Qualche volta, però, aiutano a fraintenderle.
Per prudenza un po' pilatesca, molte norme recenti accompagnano gli esempi con l'indicazione che essi sono «illustrativi». Gli esempi, direbbe anche monsieur de La Palisse, sono esemplificativi, sono appunto esempi e non norme, ma dovrebbero essere esatti e corretti, indicare la soluzione da adottare, o almeno la migliore, sulla base delle norme che li precedono. In pratica, non di rado risultano inesatti, perché aggiunti frettolosamente e non abbastanza controllati, talvolta cervellotici o fuorvianti, anche nelle RICA. Dovrebbero, poi, presentare non solo casi semplici, nei quali la soluzioni indicata è evidentemente la migliore, ma anche casi più delicati, mostrando come si risolvano applicando le norme che li precedono. Applicando le norme, sottolineo: l'esempio deve conseguire dalla norma, non presentare una soluzione che soddisfi il gusto dei redattori, ma non consegua dalla norma e dai dati di fatto pertinenti al caso. Tornando su esempi già citati, una cosa è la preferenza di gusto, del tutto opinabile, in casi come Cavour o Essling, altra cosa è formulare norme da cui conseguano questa o quella forma dell'intestazione.
A questo riguardo, bisogna sgombrare il campo subito da un equivoco che è emerso da alcuni dei primi commenti ricevuti. Un testo normativo non è una collezione di esempi. È comprensibile che la curiosità del catalogatore abituale lo porti a buttare l'occhio sugli esempi, per vedere subito "cosa verrà fuori", invece di valutare per proprio conto le implicazioni della norma. Ma gli esempi sono soltanto una forma di verifica delle regole. Procedendo nel suo lavoro la Commissione ha presentato, sotto il testo delle diverse norme, degli esempi così come dovrebbero conseguire (salvo errori di fatto) dalle norme stesse. Quando una conclusione (ossia la forma di un esempio) non è piaciuta, si è cercato di riesaminare le premesse, ossia di modificare la norma, non di "aggiustare" l'esempio. In alcuni casi, lo si può ammettere francamente, sono rimaste alcune perplessità su singoli esempi, soprattutto quando la forma presentata non ci era familiare per tradizione. Ma abbiamo verificato che introdurre delle eccezioni o modificare la norma per farne conseguire correttamente un'intestazione identica a quella a cui siamo abituati non era una buona soluzione. Non si può catalogare bene "a orecchio". Ci è sembrato meglio, invece, superare la sorpresa iniziale e ponderare il risultato per valutare senza pregiudizi se il seguire dei principi generali non fosse, anche in quei casi, meglio che impegolarsi in una selva di eccezioni, non necessarie e non delimitabili con chiarezza.
Quello che non si deve mai fare, comunque, è ricavare la norma dall'esempio. Il fatto che un esempio legga «Francesco d'Assisi <santo>» non significa che vi sia una norma per la quale ai nomi dei santi debba essere aggiunta la relativa qualificazione. Cito questo caso perché è stato notato da più di un lettore, ipotizzando garbatamente che potesse esserci un errore nell'esempio successivo, «Bellarmino, Roberto» (senza <santo>).
In logica, sappiamo bene che da una pecora bianca possiamo inferire che esiste almeno una pecora di quel colore, non che tutte le pecore sono bianche. Nel caso, dall'esempio di san Francesco d'Assisi possiamo ricavare che "<santo>" è una qualificazione lecita, possibile, ma sarà solo la norma a dirci quando dobbiamo, o possiamo, usarla, e quando non dobbiamo.
In questo caso, la norma recita che «la qualificazione santo» si registra se accompagna «abitualmente» il nome (nelle pubblicazioni, si sottintende, ma sarebbe stato meglio ripetere questa precisazione). Un rapido controllo mostra che, per esempio in BNI, nessuna delle edizioni di Bellarmino registrate lo indica come santo33, mentre san Francesco è molto spesso, anche se non sempre, indicato con questa qualifica.
Questi ultimi esempi toccano un'innovazione della bozza di nuove norme: l'eliminazione della vecchia norma di categoria per i santi cattolici, che prevedeva di registrarli sempre sotto il prenome, secondo un uso "da calendario" o devozionale piuttosto che bibliografico. Questa norma di categoria era stata mantenuta, fra molti dubbi, ancora nelle RICA (par. 60), ma è divenuta sempre più inopportuna con il numero crescente di canonizzazioni di personaggi moderni e contemporanei. Che il catalogatore debba preoccuparsi, per esempio, se è andato a buon fine o meno il processo di canonizzazione di un Dossetti o di un La Pira, è piuttosto difficile da comprendere, ma anche per personaggi non recenti, come il cardinale Bellarmino o Tommaso Moro, è più opportuno evitare eccezioni ai criteri generali, registrandoli nella forma in cui appaiono prevalentemente nelle pubblicazioni (che può includere o non includere l'espressione "santo") e ordinandoli, come qualsiasi altro autore, sotto l'elemento che meglio li identifica. Si tratta semplicemente - è bene ribadirlo - di ricondurre anche questi autori entro le norme generali, non di "sdoppiare" la vecchia norma di categoria in una distinzione tra santi "antichi" e "moderni". Non c'è una distinzione chiara fra santi "antichi" e "moderni" e non avrebbe senso stabilire un termine rigido e astratto: ciascuno di essi è vissuto nella sua epoca, ha portato un nome di un certo tipo, è indicato nelle pubblicazioni con una certa forma prevalente, e la sua intestazione andrà formulata di conseguenza (sotto il prenome, sotto il cognome, sotto il nome in religione, sotto il nome assunto come papa o come re ecc.).
Per facilitare la comprensione degli esempi, e magari anche per evitare il loro fraintendimento, le RICA li hanno presentati spesso accompagnati da «didascalie» (così le chiamava Maltese) o annotazioni. Si può discutere, ovviamente, sulla necessità, sull'entità e sul contenuto di queste didascalie, per raggiungere un buon equilibrio fra pedanteria e reticenza, fra ripetizioni e sottintesi, fra concisione e inclusione di tutte le informazioni utili a valutare il caso.
La mia opinione, di docente in questo campo da più di vent'anni e di utente quasi quotidiano di numerosi cataloghi di biblioteca (così come sono e non come dovrebbero essere!), è che è facile criticare puntualizzazioni che per alcuni sono superflue o ripetitive, ma poi l'esperienza prova che non solo lettori distratti o alle prime armi, ma anche catalogatori esperti e competenti inciampano, nell'interpretazione, perché non tengono conto di una prescrizione, di un'osservazione o di un richiamo ad altro punto che non si trovino immediatamente uniti al singolo caso. Non è una critica, è una constatazione, che possiamo spiegarci in molti modi, tra i quali sicuramente la fretta e la sovrapposizione di molte cose da fare e da tenere a mente. Considerazioni analoghe valgono, a mio parere, per le notazioni informative della didascalia, quelle che informano sui fatti, prima che sul ragionamento seguito per arrivare al risultato. Un esempio ormai classico, abituale per chiunque abbia pratica di corsi di formazione, è la differenza fra l'«Anonimo romano» di RICA 5.2 e l'«Anonimo genovese» di RICA 50.4: la differenza c'è, ma non si vede, e quindi è bene dire dove sta.
Chi legge un codice di catalogazione, e più in generale il catalogatore, è inevitabilmente portato per una specie di deformazione professionale a vedere le forme (le parole scritte davanti ai suoi occhi) piuttosto che i riferimenti (le cose, o le persone, a cui le parole alludono o che cercano di designare). Ma sono questi ultimi ad essere determinanti. Prendendo un esempio fittizio, un catalogatore che vede un'intestazione «Da Vinci, Leonardo» penserà subito a un errore marchiano, ma non è questa forma in sé ad essere sbagliata. È sbagliata per l'autore della Gioconda, che non aveva un cognome, ma può essere giusta per un autore di oggi, che si chiami "Da Vinci" di cognome (come tanti Da Milano, Da Riva ecc.) e al quale i genitori abbiano imposto l'impegnativo nome di "Leonardo". Tornando ai due "Anonimi", una ricerca sia sulle edizioni della Vita di Cola di Rienzo sia nei comuni dizionari di letteratura mostra che, al di là dell'apparenza, si tratta di casi sostanzialmente diversi, ma è bene che la didascalia lo spieghi.
I rinvii che accompagnano gli esempi, per la loro stessa natura, costituiscono una sorta di "esempio nell'esempio": possono dipendere, infatti, dalle pubblicazioni realmente possedute (le cui varianti vanno sempre registrate come accessi) e da altre caratteristiche del singolo catalogo, oltre a non avere un limite ben definito di utilità, oltre il quale si possa concordare che "non servono più".
La decisione di adottare in maniera conseguente, per i nomi degli autori, le forme da loro stessi prevalentemente adoperate, o comunque le forme che hanno maggiore corso nelle loro stesse pubblicazioni, si è sposata nella bozza delle nuove norme con l'indicazione complementare di registrare ampiamente, con rinvii anch'essi formalizzati e controllati come intestazioni, altre possibili forme. Non solo quelle riscontrate in altre pubblicazioni, che è necessario registrare in ciascuna biblioteca sulla base del suo posseduto, in ottemperanza alla prima funzione del catalogo, ma anche, per esempio, il nome reale o completo (se noto), quando l'intestazione uniforme corrisponde a uno pseudonimo o a una forma incompleta, oppure alternative significative nell'ordine degli elementi di uno stesso nome.
Ci è stato fatto notare, a questo proposito, che rinvii da forme che sono certamente meno note al pubblico di quella scelta possono apparire superflui se non ridicoli. Perché, per esempio, per uno scrittore ben noto come Italo Svevo, predisporre un rinvio dal suo nome reale, Ettore Schmitz?
Questa osservazione, però, ci sembra non tenere conto della trasformazione di funzioni che i rinvii (ma forse sarebbe meglio dire le "intestazioni non preferite") subiscono nella realtà di oggi. Nel catalogo a schede di una singola biblioteca i rinvii avevano quasi soltanto la funzione di una comoda segnaletica per i lettori. Nei grandi cataloghi collettivi che costituiscono oggi il punto di riferimento primario, elettronici e accessibili a distanza, alimentati quotidianamente da un gran numero di biblioteche e da centinaia o migliaia di catalogatori (non sempre adeguatamente qualificati, né retribuiti di conseguenza), le intestazioni di rinvio assumono almeno altre due funzioni, oltre a quella più ovvia di aiuto all'utente: costituiscono una sorta di "assicurazione" sul controllo di autorità e sono suscettibili di essere utilizzati come "ponte" per ricerche cumulative o comunque per l'interscambio dei dati e l'integrazione di risorse eterogenee.
La funzione di "assicurazione" è abbastanza evidente: disponendo appropriati rinvii nelle posizioni che andrebbero a occupare intestazioni varianti, o anche errate, per una stessa persona o uno stesso ente, si minimizza per quanto possibile il rischio di duplicazioni e occultamenti di notizie. Naturalmente non è una soluzione del tutto a prova d'errore, per i catalogatori più distratti o noncuranti, e non è un sistema che possa essere spinto oltre limiti ragionevoli, fino a creare rinvii da una quantità di forme palesemente errate. Dove porre questi limiti si può discutere all'infinito, in astratto, ma in concreto l'esperienza di SBN e di altri grandi cataloghi permette di verificare con i propri occhi l'incidenza di errori, anche vistosi per un catalogatore esperto, che possono essere "intercettati" da appropriati rinvii34.
Per quanto riguarda in particolare, il rinvio dal nome reale (se conosciuto) per personaggi ben più noti con uno pseudonimo, si può ricordare che il nome reale completo costituisce in linea generale un punto di riferimento certo e unico, quindi particolarmente idoneo a evitare duplicazioni di intestazioni per una stessa persona. Dal punto di vista pratico è molto probabile che in grandi cataloghi collettivi, in cui confluiscono anche opuscoli ed estratti, pubblicazioni locali e materiali particolari, possano comparire pubblicazioni firmate con il nome reale: un caso frequente è quello delle tesi di laurea, delle prime collaborazioni giornalistiche o di lavori di traduzione, di scrittori diventati poi celebri con uno pseudonimo. Sempre da un punto di vista pratico, registrare il nome reale di Italo Svevo o di Franco Fortini la prima volta che si cataloga una loro opera è semplice e rapido, trattandosi di un'informazione sicuramente a portata di mano, mentre è probabile che quando si recupera un vecchio fondo di tesi di laurea in giurisprudenza o in economia o di pubblicazioni promozionali di imprese industriali un Ettore Schmitz o un Franco Lattes qualsiasi possano passare inosservati.
A questa "assicurazione" dal punto di vista del controllo di autorità nel catalogo si aggiunge quella sulla compatibilità con cataloghi differenti o con risorse eterogenee, che oggi è spesso possibile consultare cumulativamente (MetaOPAC): una forma di intestazione decisamente non preferita in un catalogo italiano può essere la forma più idonea all'identificazione sul piano internazionale, o quella preferita nei cataloghi di altre grandi aree linguistiche (inglese, francese ecc.), o quella adottata in strumenti informativi di diverso genere (basi dati archivistiche, biografiche ecc.).
Si tende spesso oggi a parlare di "intestazioni a grappolo" o di sistemi d'interconnessione tra intestazioni formulate con regole diverse in paesi diversi, come il VIAF: si tratta a mio parere di ipotesi confuse, poco praticabili e poco efficienti, per ragioni che sarebbe lungo spiegare qui, ma nello stesso tempo mi sembra evidente che intestazioni di rinvio adeguatamente selezionate costituiscono, oggi, una risposta praticamente sostenibile e ragionevolmente funzionale per la compatibilità, soprattutto con sistemi automatici, a livello internazionale o tra settori diversi.
Riguardo ai rinvii, è bene anche avvertire, come fa la bozza di norme sull'intestazione per le persone, che essi possono avere diversa utilità a seconda del tipo di ricerca svolta dall'utente. Mentre i cataloghi su supporti statici potevano essere consultati solo sequenzialmente, posizionandosi in un dato punto dell'ordine alfabetico delle intestazioni, quelli elettronici ammettono in genere sia la ricerca per liste che l'interrogazione per parole o stringhe. Rinvii che sono molto utili nel primo dei due casi (per esempio il classico "Dante Alighieri vedi Alighieri, Dante") possono essere del tutto superflui nel secondo, dato che in molti cataloghi in linea il risultato dell'interrogazione per parole è identico con qualsiasi ordine. Al contrario, per chi interroga il catalogo una variante ortografica trascurabile nella ricerca su liste (per esempio tra "Breme, Ludovico di" e "Breme, Lodovico di" o anche tra "Sannazzaro" o "Sannazaro") può causare un completo insuccesso. In pratica, la Commissione ha tenuto conto dell'utilità dei rinvii sia dall'una sia dall'altra prospettiva, perché nessuna delle due può essere oggi trascurata, anche se questo comporta una certa proliferazione delle varianti.
Alla ricerca per liste si riferiscono, evidentemente, i rinvii che riflettono soltanto un ordine diverso degli elementi. Le norme catalografiche sull'ordine degli elementi, che tengono conto dell'epoca e dell'uso nazionale, sono inevitabilmente piuttosto complesse e i risultati possono non corrispondere sempre alle abitudini con le quali, in un particolare paese, si impiegano o si trattano i nomi stranieri. Opere di consultazione per il largo pubblico cercano spesso di riflettere la prassi più comune, anche se molto disomogenea e incerta: in Italia diciamo di solito "De Gaulle" e "Montesquieu" (senza "De"), "Beethoven" (senza "Van") e "Van Gogh" o "Van Dyck". Disomogeneità e incertezze non riguardano solo nomi stranieri ma anche elementi meno usuali dei nomi italiani: si dice abitualmente "Di Breme" o "D'Azeglio" ma non "Di Cavour", anche se si tratta di tre predicati nobiliari di autori cronologicamente vicini. Inoltre, mentre per la forma del nome ci si può basare sull'uso delle pubblicazioni, l'ordine degli elementi non è ricavabile dall'indicazione di responsabilità (semmai da altre parti delle pubblicazioni) e richiede spesso ricerche specifiche.
La bozza delle nuove norme prevede quindi, riguardo all'ordine degli elementi di un nome, l'opportunità di fare rinvio da un ordine diverso da quello adottato in tre categorie di casi (oltre a quelli di incertezza effettiva, che è sempre buona ragione per un rinvio):
Il capitolo sull'Intestazione uniforme per gli Enti, si è detto, è ancora in corso di redazione, come quello sul Titolo uniforme, e nel caso degli enti non pochi sono i problemi di forma tradizionalmente spinosi e mal definiti, dalla scelta tra forma diretta e forma gerarchica al trattamento dell'indicazione del luogo o sede, dalla scelta della lingua a quella dell'espressione geografica o politica per le autorità territoriali. La Commissione ha discusso in maniera approfondita di questi problemi e in vari casi ha ravvisato la necessità di modificare alcune prassi seguite finora per una maggiore rispondenza ai fenomeni da rappresentare e ai principi generali ai quali si deve ispirare una catalogazione adeguata alle esigenze attuali.
Il lavoro non è del tutto concluso ma anche per gli enti, come per i titoli uniformi, è emersa l'esigenza di un maggiore rispetto dei nomi e delle forme effettivamente impiegati, che elimini, o almeno riduca, i residui di una prassi di "manipolazione" dei nomi, o dei titoli, per ingabbiarli dentro un'uniformità solo apparente e artificiosa. Mi riferisco, per esempio, alla tentazione di costringere i nomi delle università (ma lo stesso discorso vale per altri enti, come le camere di commercio) dentro lo schema uniforme «Università degli studi» più qualificazione di luogo. Il risultato è quello di creare intestazioni artificiose come «Università degli studi La Sapienza <Roma>» (che a rigore non avrebbe bisogno di qualificazione di luogo) o «Università degli studi <Roma ; 3.>», per enti che si chiamano invece «Università degli studi di Roma "La Sapienza"» o «Università degli studi Roma Tre», e tengono fra l'altro alla forma del proprio nome. Ma dalla gabbia sfuggono comunque le università della Basilicata, della Calabria ecc., identificate dal nome della regione invece che della città, o l'Università di Pisa (che da qualche anno ha adottato ufficialmente questa denominazione, priva delle parole «degli studi»), o anche quella di Modena e Reggio Emilia, per non parlare della Libera università degli studi di Urbino, del Libero istituto universitario Carlo Cattaneo, e così via, oppure delle intestazioni per università straniere, i cui nomi possono prendere le forme più varie, anche in uno stesso paese.
Forzare questi nomi dentro uno schema unico non è una soluzione praticabile fino in fondo, data la varietà delle denominazioni, e soprattutto non è una soluzione necessaria, perché è normale che enti affini abbiano denominazioni costruite in modo differente. Occorre riconoscere che il catalogo per autori, non avendo lo scopo di classificare gli enti di uno stesso genere e tanto meno quello di ordinarli secondo la città in cui hanno sede, deve semplicemente rendere reperibile ciascun ente, registrandolo sotto il suo nome. In pratica, come già avviene di solito per le accademie e le deputazioni o società storiche, i cui nomi sono molto simili ma impossibili da "normalizzare", l'utente che non conosca precisamente il nome dell'università o dell'altro ente che sta cercando si aiuterà con le potenzialità dell'interrogazione per parole, oltre a poter ricorrere in alcuni casi ai rinvii.
Sia per i nomi degli enti che per i titoli vi sono altri esempi di manipolazioni artificiose, come l'omissione di articoli o di iniziali che si trovino al principio di una denominazione, che sembra opportuno abbandonare, per considerazioni sia teoriche sia pratiche. Da quest'ultimo versante, va considerato che la ricerca per parole e l'automatismo dei rinvii rendono superati gli adattamenti che avevano lo scopo principale di facilitare in qualche modo la localizzazione di una voce ostica nello schedario alfabetico. Oggi è senz'altro preferibile adottare intestazioni uniformi più rispettose delle forme dei nomi e dei titoli, facendo affidamento sui rinvii, oltre che sulla ricerca libera, per l'accesso da forme semplificate: per esempio, rispettare la denominazione «E. S. Burioni ricerche bibliografiche» (al contrario di RICA 67.2), predisponendo un rinvio da «Burioni ricerche bibliografiche».
Per questi aspetti, come per le questioni generali di strutturazione e formulazione delle norme, nelle parti sugli enti e i titoli ancora in fase di redazione si cercherà di portare avanti la stessa impostazione seguita riguardo alle intestazioni per le persone. Spesso, nel lavoro della Commissione, le riflessioni su una questione si riverberano su altre anche lontane, ma in effetti analoghe, come è il caso delle manipolazioni di nomi e titoli. Si può vedere anche da questo punto di vista, per esempio, l'eliminazione della famigerata virgola dai nomi cinesi, o il recupero del numero ordinale romano e di una più rispettosa sequenza degli elementi per i nomi dei papi35.
Norme formulate in modo diverso da quelle che si sono usate per vent'anni e più potranno talvolta risultare poco familiari. Questo è ovvio, ma è bene ricordarlo. È bene ricordare anche che le regole non si rivolgono solo al catalogatore "di lungo corso", che ha consumato le pagine della sua copia delle RICA sfogliandole su e giù, ma anzi, principalmente, a chi apprende la catalogazione, a chi inizia a metterla in pratica, a chi si va facendo la sua esperienza. Un testo normativo va oggi scritto in primo luogo per il futuro, per chi dovrà apprendere la catalogazione su quel testo e quindi adoperarlo nella sua attività.
Chi ha invece imparato a catalogare con il codice precedente, ed è abituato ad usarlo da più di vent'anni, spesso non si accorge più dei problemi, degli incagli, delle lacune, su cui ogni anno inciampa chi lo insegna e chi lo apprende. A confronto con un testo nuovo, chi è abituato al precedente può spesso rischiare, anche senza accorgersene, di assumere il vecchio come sfondo e quindi di leggere cose che non ci sono più. Non si tratta di un fenomeno nuovo: la ricezione delle RICA è stata tutta segnata dallo stesso problema, da fraintendimenti basati sul leggere le nuove norme alla luce delle vecchie, piuttosto che per quello che effettivamente dicevano. Oggi pare perfino incredibile che, all'apparizione delle RICA, molti trovassero più chiara e ordinata, perché familiare, la struttura delle regole precedenti, che ai nostri occhi confondono e mescolano tante questioni che nelle RICA sono ordinatamente distinte. Ma questo è quanto ci testimonia il dibattito del tempo.
La nostra speranza è che il dibattito sul rifacimento del codice italiano di catalogazione costituisca un'occasione per ripensare criticamente le nostre abitudini nel quadro delle funzioni dei cataloghi, così come si configurano oggi, guardando alle norme che vogliamo, alla loro coerenza e alla loro funzionalità, per il futuro.
[1] Cfr. gli atti del Seminario "La catalogazione verso il futuro" organizzato dalla Commissione nel 1998, pubblicati in forma ridotta nel «Bollettino AIB», 38 (1998), n. 2, p. 135-166, e poi in volume: La catalogazione verso il futuro: normative, accessi, costi: atti del seminario, Roma, 13 marzo 1998, Roma: ICCU, 1998 (stampa 1999). Alle ragioni della revisione complessiva del codice italiano era dedicato in particolare il mio intervento, Problemi di impostazione di un codice di catalogazione, «Bollettino AIB», 38 (1998) n. 2, p. 160-166.
[2] Basta citare il titoletto "vuoto" «Intestazione», che ricorre parecchie volte nella prima parte del codice, il titoletto «Parola d'ordine» usato nella seconda parte in contrasto con la lettera e lo spirito delle norme, o quella sorta di "getto della spugna" che è il titoletto «Casi diversi» al par. 51.
[3] Per una riflessione su questi documenti rimando alle considerazioni che ho esposto in due interventi recenti, Nuovi standard (GARR e Unimarc/A) e nuovi modelli concettuali per gli archivi di autorità, in: Catalogazione e controllo di autorità: giornate di studio, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 21 e 22 novembre 2002, <http://www.iccu.sbn.it/ricaaf.html>, e L'altra metà della catalogazione: nuovi modelli e prospettive per il controllo degli autori e delle opere, in: Authority control: definizione ed esperienze internazionali: atti del convegno internazionale, Firenze, 10-12 febbraio 2003, a cura di Mauro Guerrini e Barbara B. Tillett, Firenze: Firenze University Press; Roma: AIB, 2003, p. 125-130, e al saggio di Antonio Scolari, Dal controllo di autorità all'accesso e all'interscambio dei dati d'autorità, «Bollettino AIB», 43 (2003), n. 1, p. 29-43.
[4] Cfr. Commissione RICA, L'applicazione del modello FRBR ai cataloghi: problemi generali e di impiego normativo, 22 ottobre 2001, <http://www.iccu.sbn.it/PDF/rica-frbr%20.pdf>; RICA Standing Commission, The FRBR model application to Italian cataloguing practices: problems and use, «International cataloguing and bibliographic control», 31 (2002), n. 2, p. 26-30; Isa De Pinedo - Alberto Petrucciani, Un approccio all'applicazione del modello FRBR alle regole di catalogazione italiane: problemi e possibili soluzioni, «Bollettino AIB», 42 (2002), n. 3, p. 267-280, e FRBR and the revision of the Italian Author Cataloguing Rules (RICA), in: Semantic web and libraries: 26th
Library Systems Seminar, Rome, 17-19 April 2002: proceedings, Roma: Biblioteca nazionale centrale di Roma, 2003, p. 45-56.[5] Cfr. l'analisi di Carlo Bianchini - Pino Buizza - Mauro Guerrini, Verso nuovi principi di catalogazione: riflessioni sull'IME ICC di Francoforte, «Bollettino AIB», 44 (2004), n. 2, p. 133-152, e alcune relazioni della Sessione "Principi di catalogazione internazionali: una piattaforma europea?: considerazioni sull'IME ICC di Francoforte e Buenos Aires" tenuta a Bibliocom il 28 ottobre 2004 e in corso di pubblicazione negli Atti.
[6] La tripartizione con le norme di descrizione al primo posto è generalmente associata alle AACR2, ma in effetti il codice angloamericano è diviso in due, non tre, parti, intitolate rispettivamente Description e Headings, uniform titles, and references. All'interno della seconda parte, il primo capitolo è dedicato alla Choice of access points, i tre successivi a Headings for persons, Geographic names (senza headings) e Headings for corporate bodies, il penultimo agli Uniform titles e l'ultimo alle References.
[7] Alberto Petrucciani, Le Regole italiane di catalogazione per autori: un punto di partenza, «Bollettino d'informazioni AIB», 27 (1987), p. 155-161.
[8] Si può notare che la necessità di trattare in modo normalizzato i dati d'esemplare è nota da tempo per il settore dei periodici: la consistenza della raccolta di ciascuna biblioteca (un dato d'esemplare) è ovviamente informazione d'importanza primaria nei cataloghi anche collettivi. Nel campo dei periodici è divenuta ormai chiara e familiare anche la distinzione fra la consistenza della raccolta particolare e la numerazione complessiva della testata. Nelle norme di descrizione del materiale monografico invece, p.es. in ISBD(M), i dati d'esemplare sono tuttora fusi, nelle note, con quelli di edizione.
[9] Un esempio, già fatto in altre occasioni, può servire a ribadire la confusione logica e l'inefficienza pratica del trattamento attuale: quando colleghiamo a una descrizione bibliografica il titolo uniforme «Das Manifest der kommunistischen Partei» non possiamo non assegnare anche le intestazioni «Marx, Karl» e «Engels, Friedrich». I sistemi di catalogazione attuali ci consentono di non dover legare ogni volta alla registrazione bibliografica anche il rinvio da «Manifesto del Partito comunista» (gestito nell'archivio di autorità dei titoli) ma ci obbligano invece a legare le due intestazioni, nonostante il legame sia altrettanto obbligato (ma non gestito in un archivio di autorità opere/autori). Logicamente, Marx ed Engels sono rispettivamente autore principale e coautore di quell'opera, non di quella pubblicazione, tant'è che l'opera potrebbe comparire nel libro in appendice (e quindi l'intestazione a Marx dovrebbe diventare, per quel libro, un'intestazione secondaria).
[10] Roberto Di Carlo, Per una nuova articolazione delle RICA, in: Catalogazione e controllo di autorità: giornate di studio, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 21 e 22 novembre 2002, <http://www.iccu.sbn.it/ricaaf.html>. Cfr. anche le relazioni di Cristina Magliano, La Commissione RICA e la sua attività; Isa De Pinedo, Prospettive per l'applicazione di FRBR nella revisione delle RICA, e Alberto Petrucciani, Struttura delle norme di scelta dell'intestazione: le RICA e i nuovi modelli di analisi.
[11] Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche, Guida alla catalogazione in SBN. Pubblicazioni monografiche, pubblicazioni in serie, 2
a ed., Roma: ICCU, 1995.[12] Un esempio, nelle norme sugli enti, è l'espressione «lingua ufficiale», che nei codici di catalogazione viene spesso usata non nel suo senso preciso (lingua adottata con un provvedimento formale) ma col valore alquanto diverso di lingua usata dall'ente stesso per pubblicare suoi documenti. Cfr. l'intervento di Diego Maltese in: Le Regole italiane di catalogazione per autori e la loro applicazione: atti del seminario di Roma, 2-7 marzo 1981, a cura di Anna Giaccio, Maria Grazia Pauri, Roma: Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche, 1985 (più noto come Seminario RICA), p. 208. Nel corso dei lavori della Commissione ci siamo accorti che semplici espressioni del linguaggio ordinario erano spesso interpretate da noi stessi in modo differente: per esempio l'espressione «costantemente» come assenza di eccezioni o invece come larga prevalenza, l'espressione «prevalentemente» in termini di maggioranza assoluta o di maggioranza relativa.
[13] Le considerazioni etimologiche, comunque, sono generalmente estranee e irrilevanti per la questione della validità scientifica di un termine; nel nostro ambito, non è certo il caso di rinunciare al termine «libro» per oggetti non fatti di corteccia o al termine «volume» per oggetti non arrotolati.
[14] Intestazione uniforme - Persone (testo aggiornato al 21 dicembre 2004), <http://www.iccu.sbn.it/PDF/Intestazione_uniforme-Persone.pdf>. Una bozza precedente, parziale, era stata pubblicata nel giugno dello stesso anno.
[15] «L'intestazione uniforme di regola deve essere il nome (o forma del nome) o il titolo più frequentemente usati in edizioni delle opere catalogate o in citazioni da parte di fonti autorevoli» (punto 7). Per l'Autore personale singolo, «L'intestazione uniforme deve essere il nome con cui l'autore è più frequentemente identificato in edizioni delle sue opere» (punto 8.2), con la specificazione (al punto 7.1 richiamato nella nota a 8.2) che «si deve in generale dare la preferenza ad una intestazione basata su edizioni nella lingua originale». Per le eccezioni (8.21) si veda più avanti.
[16] Gli scritti che hanno come soggetto una persona o un ente, che pure sono sempre da considerare, non possono costituire in pratica un punto di riferimento generale per le intestazioni degli autori, in quanto riguardano solo una piccola minoranza della casistica.
[17] Il discorso non cambia se circoscriviamo l'attenzione ai soli repertori bibliografici. Per i repertori bibliografici specializzati valgono le stesse considerazioni dei repertori di carattere non bibliografico, mentre se si pensa alle bibliografie nazionali, in quanto repertori di portata generale, il discorso diventa circolare: le bibliografie nazionali sono infatti redatte, per l'essenziale, sulla base delle norme di catalogazione, che condividono con i cataloghi di biblioteca. Un autore sarà normalmente identificato nella bibliografia nazionale con la forma prescritta dalle norme di catalogazione, e quindi queste non possono basarsi su quella.
[18] Cataloghi o bibliografie anche ricchi, invece, non sono in linea di principio strumenti adatti a dimostrare che un fenomeno sia assolutamente costante, privo di eccezioni. Per esempio, che un autore non abbia utilizzato mai il proprio nome reale, o non abbia mai usato in forma estesa un nome che compare solitamente puntato. L'eccezione è in agguato in ogni pubblicazione che non sia già stata registrata. Le norme di catalogazione dovrebbero quindi evitare, come requisito metodologico, di basare delle decisioni su requisiti di "costanza" (o di "eccezionalità", concetto difficile da definire e di solito non definito). La costanza (o l'eccezionalità) in una base di dati ristretta è quasi sempre contraddetta da una ricerca più approfondita. Anche la prevalenza è soggetta a variare con la produzione, o il ritrovamento, di nuove pubblicazioni, ma è di gran lunga più stabile e meno soggetta a risultati diversi da fonte a fonte.
[19] Riguardo alla completezza del nome di un autore, i Principi di Parigi indicano di preferire «la forma più completa che appaia comunemente» nelle «edizioni delle sue opere» (par. 8.2): un'indicazione di buon senso, ma scarsamente praticabile perché il confine tra "comunemente" e "occasionalmente" o "eccezionalmente" è aleatorio e soggettivo. In pratica, per moltissimi autori, il numero delle pubblicazioni note è così ristretto che queste espressioni perdono del tutto il loro significato.
[20] International Federation of Library Associations and Institutions, Names of persons: national usages for entry in catalogues, 4
th rev. and enlarged ed., München: Saur, 1996, da qualche mese disponibile integralmente in rete, a <http://www.ifla.org/VII/s13/pubs/NamesOfPersons_1996.pdf>. La disponibilità in rete favorirà forse l'impiego del repertorio, di cui spesso si conosce l'esistenza senza però, per motivi anche pratici, farne uso.[21] Nelle AACR2, per esempio, Names of persons è menzionato solo fra le norme speciali per le singole lingue (22.21A), con l'indicazione esplicita di vederlo solo per le lingue che non siano trattate nel codice. Anche a questo proposito, quindi, si rileva una pericolosa tendenza all'unilateralismo: principi internazionali e usi nazionali non vengono riconosciuti in quanto tali, ma solo utilizzati in maniera subordinata rispetto alle proprie norme.
[22] Purtroppo le cose vanno anche peggio in molte banche dati, che hanno rinunciato completamente al principio e trattano tutti i nomi come fossero nomi americani, con risultati spesso obbrobriosi. Un esempio particolarmente doloroso è quello di LISA, dove ormai da anni si trovano intestazioni sconce come "Elmi, G.T." per Giancarlo Taddei Elmi e perfino "Pinedo I. D." per Isa De Pinedo. Per inciso, non vedo come chi produce obbrobri simili possa avere la faccia tosta di distinguere i propri prodotti, come controllati, dagli strumenti Internet più banali, come Google, che almeno memorizzano i nomi così come si presentano, invece di sconciarli (a caro prezzo).
[23] La questione è in parte confusa anche nel formato Unimarc/A, che prevede al campo 200 indicatori diversi per un «Name entered under forename or direct order» rispetto a un «Name entered under surname». Le espressioni sono inesatte, perché ci sono intestazioni che non sono né sotto il nome né sotto il cognome, il nome personale non è sempre in ordine diretto (p.es. nei nomi indiani), e l'ordine diretto può avere il cognome al primo posto (p.es. nei nomi cinesi). Bisognerebbe quindi dire semplicemente «Nomi in forma diretta» e «Nomi in forma inversa». Del resto nei codici di sottocampo Unimarc/A dice correttamente «Entry element» (primo elemento) e «Part of name other than entry element». L'imprecisione ricorre anche nel manuale Unimarc, al campo 700: «This indicator specifies whether the name is entered under the first occurring name (forename) or in direct order or whether it is entered under a surname, family name, patronymic or equivalent, usually with inversion».
[24] «Inversione» dà l'idea, quando gli elementi sono più di due, che sia l'intera sequenza ad essere invertita, e questo errore è abbastanza comune nelle persone alle prime armi. «Trasposizione» rende meglio, a mio parere, l'idea che una parte del nome (costituita anche da più parole) sia portata in prima posizione, mantenendo immutato l'ordine delle parole che seguono. P.es., "Francis Scott Fitzgerald" non diventa «Fitzgerald, Scott Francis», e "S. Michael Malinconico" non diventa «Malinconico, Michael S.».
[25] Per esempio, l'intestazione per l'autrice delle linee guida IFLA sulle competenze dei bibliotecari scolastici, tradotte anche in italiano dall'AIB, è «Sigrún Klara Hannesdóttir», non «Hannesdóttir, Sigrún Klara» (come troviamo in BNI). Cfr. C. R. [Carlo Revelli], La figlia di Hanne, «Biblioteche oggi», 20 (2002), n. 1, p. 80.
[26] Si può notare, a ragione, che il termine «prenome» comporta letteralmente il presupposto della sua precedenza, nell'uso, rispetto al cognome (e presupposizioni analoghe sono presenti in termini come «forename» o, all'inverso, «last name»). In pratica, nella stesura delle norme è opportuno evitare di usare la parola «nome» in due sensi diversi, di "nome nel suo complesso (o di qualsiasi genere)" e di "nome personale (o prenome, nome di battesimo ecc.)", e le espressioni più corrette e neutrali «nome personale» e «nome di famiglia» possono riuscire poco chiare o pesanti. Per questi motivi, la bozza delle nuove norme usa invece sistematicamente «prenome» e «cognome», in quanto espressioni più brevi e sicuramente non ambigue. Tuttavia, questa scelta terminologica andrà verificata meglio e spiegata opportunamente.
[27] Sia per i nomi in forma diretta, quando siano costituiti da più parole, sia per quelli in forma inversa che abbiano il primo elemento costituito da più parole (come "Rossi Doria" o "Tomasi di Lampedusa"), si potrebbe discutere se sia davvero utile, e in quali casi, trattare diversamente (in gruppi di ordinamento separati) le parole successive alla prima. A mio parere questo è in genere inopportuno e fonte di confusione, mentre può bastare il semplice ordinamento parola per parola (fino ad eventuali segni di punteggiatura), indipendentemente dal significato o valore delle parole stesse (p.es. secondo cognome o predicato nobiliare, secondo prenome o epiteto, secondo prenome o particella nobiliare ecc.). Noto però che anche l'uso di interrompere il gruppo di ordinamento quando si incontra un segno di punteggiatura è stato abbandonato dal catalogo della Library of Congress, che attualmente ordina nello stesso punto un "Rossi, Dario", un "Rossi De Franchi, ...", un "Rossi di Montelera, ..." e un "Rossi Doria, ...". Non lo segnalo come modello da seguire, ma come esempio del dato di fatto che le regole tradizionali di ordinamento sono già state abbandonate o mutate nei più autorevoli cataloghi elettronici.
[28] Per una discussione più approfondita, accompagnata da una proposta precisa e da esempi, rimando alla mia relazione Principi internazionali di catalogazione e norme nazionali, presentata alla Sessione "Principi di catalogazione internazionali: una piattaforma europea?: considerazioni sull'IME ICC di Francoforte e Buenos Aires" tenuta a Bibliocom il 28 ottobre 2004 e in corso di pubblicazione negli Atti.
[29] Due considerazioni possono aiutare a comprendere la centralità del nome per un ente: in primo luogo, un ente non esiste (non solo a fini catalografici) se non si dà una denominazione; in secondo luogo, è possibile e legittimo che, p.es., le stesse persone fisiche costituiscano due enti di tipo diverso (p.es. un'associazione locale e un circolo sportivo, o un'associazione culturale e una cooperativa di lavoro), che pur costituiti dalle medesime persone sarebbero due enti del tutto distinti.
[30] Charles Lovett, Lewis Carroll and the press: an annotated bibliography of Charles Dodgson's contributions to periodicals, New Castle DE: Oak Knoll Press; London: The British Library, 1999.
[31] La rete delle indicazioni per quest'autore, non a caso, fa acqua da tutte le parti. Sotto «Carroll, Lewis, 1832-1898», una nota recita «For mathematical works of this author, search also under Dodgson, Charles Lutwidge, 1832-1898». Se i due autori fosse distinti o distinguibili, la parola «also» dovrebbe essere superflua. Comunque, sotto Dodgson l'utente non trova solo le opere matematiche, come gli si dice, ma p.es. il taccuino di schizzi del reverendo, che matematico non è. Per la ricerca per soggetto, mentre l'intestazione senza suddivisioni è unificata alla voce "Carroll", quella per "Dodgson" comprende delle sottovoci: abbiamo quindi l'assurdo di sottovoci applicate a una voce di fatto non autorizzata.
[32] Statement of principles adopted at the International Conference on Cataloguing Principles, Paris, October, 1961, annotated ed. with commentary and examples by Eva Verona, London: IFLA Committee on Cataloguing, 1971, p. 36.
[33] In SBN figurano alcune edizioni in cui l'autore è presentato come santo, ma sono tutte anteriori al 1958.
[34] Cito solo due esempi constatati recentemente di persona: la varietà di intestazioni sotto "Liguori" e "De' Liguori" presenti per sant'Alfonso de Liguori in SBN, prima di una correzione recente, e l'intestazione "Regno d'Italia" (per il regno nato nel 1861) addirittura nel catalogo della Biblioteca nazionale centrale di Firenze, a causa di un recupero retrospettivo non (ancora) verificato. In vari casi, quando la Commissione era in dubbio sull'indicare negli esempi un rinvio da una forma errata, ci ha convinto la verifica che quella forma era in effetti adoperata, anche frequentemente, in cataloghi, bibliografie o opere di consultazione.
[35] Nella bozza di nuove norme la forma indicata è, p.es., «Paulus VI <papa>», non «Paulus <papa ; 6.>» come figura in SBN («Paulus VI, papa» era invece la forma delle RICA, ma da ordinare sulla base della qualificazione e non del numero). In un catalogo, contrariamente a un'enciclopedia, non si classificano né i papi, né i Paoli, come non si classificano sotto un cognome gli appartenenti a una stessa stirpe: non c'è quindi alcuna necessità di ordinare i papi numericamente, né di manipolare il nome a questo scopo (cosa che, comunque, si potrebbe fare in maniera non visibile). Ciò che conta è solo che il singolo autore sia reperibile, sotto il suo nome (e quindi, fra l'altro, anche per chi digitasse semplicemente la stringa di caratteri «Paulus VI» o «Paolo VI», così com'è, indipendentemente dal valore numerico dei caratteri V e I). La forma con il numero romano è rispettata, p.es., dalle AACR2 e dalla prassi della Bibliothèque nationale de France (mentre le norme AFNOR prevederebbero invece la forma «Paulus 6 (pape)»), e i Roman numerals sono fra i sottocampi esplicitamente previsti per le intestazioni dal formato Unimarc.