[AIB]  Associazione italiana biblioteche. BollettinoAIB 2005 n. 3 p.
AIB-WEB | BollettinoAIB | Sommario 2005 n. 3

La biblioteca pubblica: un progetto incompiuto della modernità?


I use the library, therefore I am a citizen
(Mikael Böök)

L'estate del 2005 ci ha lasciato in eredità le misure per il contrasto del terrorismo internazionale promosse dal ministro Pisanu. Si tratta di un complesso di provvedimenti legislativi e regolamentari costituito dal decreto legge 27 luglio 2005, n. 144 (G.U. n. 173 del 27 luglio 2005) convertito in legge, con modificazioni, con legge 31 luglio 2005, n. 155 (G.U n. 177 del 1° agosto 2005), dal decreto del Ministro dell'Interno del 16 agosto 2005 avente ad oggetto Misure di preventiva acquisizione di dati anagrafici dei soggetti che utilizzano postazioni pubbliche non vigilate per comunicazioni telematiche ovvero punti di accesso ad Internet utilizzando tecnologia senza fili (G.U. n. 190 del 17 agosto 2005) e dalla Circolare del Ministero dell'interno n. 557/2005. Queste misure sono state adottate sull'onda emotiva suscitata dall'attentato terroristico alla metropolitana di Londra, ma da un certo punto di vista si inseriscono purtroppo in una tradizione ormai decennale, iniziata con il d. lgs. 17 marzo 1995, n. 103, di limitazioni, controlli e vincoli imposti dal legislatore all'utilizzo degli strumenti della società dell'informazione. Anche se la cultura liberale è sempre stata nettamente minoritaria nel nostro paese, non credo che i provvedimenti legislativi recentemente adottati rappresentino, come è stato detto, una «repressione dei diritti civili con il pretesto del terrorismo» a meno di ritenere che la maggioranza amplissima che ha approvato le misure proposte dal ministro Pisanu sia un esercito di cospiratori (di destra e di sinistra) e che il terrorismo sia un dato fisiologico della nostra società come i furti d'auto. Si tratta, a mio avviso, di una tesi altrettanto irragionevole quanto quella che subordina la libertà alla sicurezza.
Tuttavia il "pacchetto sicurezza" presenta alcuni limiti propri della legislazione italiana, come la scarsa chiarezza e alcuni limiti specifici della tradizione in cui si inserisce, come ad esempio l'uso inappropriato dei termini tecnici e il tentativo di sottoporre a un regime autorizzatorio l'uso pubblico delle nuove tecnologie. Nel caso della "legge Pisanu" tale regime si estrinseca nell'obbligo da parte di «esercizi pubblici e circoli privati di qualsiasi specie la cui esclusiva o prevalente attività consista nel mettere a disposizione del pubblico, dei clienti o dei soci apparecchi terminali utilizzabili per le comunicazioni, anche telematiche, oppure in cui siano installati più di tre apparecchi terminali», di richiedere la licenza al questore. La richiesta di autorizzazione al questore ha sostanzialmente lo scopo di censire le strutture dove viene offerto un servizio telematico al pubblico (clienti, soci e così via) e dove conseguentemente devono essere applicate le misure relative all'identificazione del pubblico e alla conservazione dei dati personali (dati anagrafici, riproduzioni dei documenti di identità, log file dei server contenenti i dati di traffico). Questi ultimi aspetti rappresentano la parte più controversa dei provvedimenti legislativi adottati perché investono direttamente la privacy degli utenti e i diritti connotanti una società democratica. Non stupisce quindi che la comunità bibliotecaria italiana sia preoccupata e non stupisce che la lista AIB-CUR, prevalentemente nei mesi di agosto e settembre, abbia dato voce a quella preoccupazione.
Un primo motivo di discussione è stato determinare se e in che misura il 'pacchetto sicurezza' riguardasse le biblioteche. Per risolvere questo problema interpretativo l'AIB ha investito gli organismi associativi degli enti locali (ANCI - Associazione nazionale dei Comuni d'Italia e UPI - Unione delle province d'Italia), con i quali ha frattanto instaurato eccellenti rapporti. I presidenti di ANCI e UPI hanno chiesto chiarimenti al ministro Pisanu. La risposta del Ministro, pubblicata nelle sue parti essenziali nel sito dell'AIB <http://www.aib.it/aib/cen/stampa/c0509.htm>, ha escluso l'applicabilità del regime autorizzatorio alle biblioteche e agli altri servizi degli enti locali che erogano servizi telematici al pubblico (URP, Informagiovani, Centri per l'impiego ecc.). Ha tuttavia confermato l'obbligo delle misure di identificazione e conservazione dei dati del traffico telematico secondo modalità che saranno meglio definite. Queste misure sono state il secondo motivo di discussione; e non poteva essere altrimenti. I vincoli imposti al libero accesso all'informazione e alla conoscenza, al diritto alla riservatezza sono ipso facto vincoli imposti alle biblioteche stesse. L'AIB naturalmente presidierà questo fronte e cercherà di farlo ricercando tutte le alleanze possibili, a cominciare dai cittadini. Occorre infatti essere consapevoli che su temi come la sicurezza o il terrorismo l'opinione pubblica non ammette eccezioni ed è pertanto necessaria una paziente azione di costruzione del consenso anche perché, purtroppo, nel nostro paese la biblioteca non è percepita come una istituzione della democrazia. La nostra azione dovrà pertanto essere anzitutto indirizzata a vigilare affinché le misure di identificazione e conservazione dei dati personali siano applicate nei modi e nei termini previsti dalla legge e i dati acquisiti con la finalità di combattere il terrorismo non siano utilizzati per procedimenti connessi alla presunta commissione di altri reati o per esercitare forme di controllo sulla libera dialettica delle opinioni.
Su AIB-CUR è comparso anche un terzo motivo di discussione, sul quale vorrei invece soffermarmi più a lungo, e cioè se l'accesso alla posta elettronica possa essere considerato un servizio della biblioteca pubblica o non sia piuttosto un servizio più proprio di un Internet point o, al limite, di una biblioteca pubblica che già svolge in modo eccellente i servizi di base e ne voglia aggiungere qualcun altro, non indispensabile ma allettante.
Il dibattito ricco e interessante che si è svolto sulla lista conferma quanto sia oggi indispensabile riflettere laicamente sull'identità della biblioteca pubblica e quanto questa riflessione sia necessaria per l'AIB anche in vista della conferenza programmatica che il CEN ha previsto nel 2007, venti anni dopo Viareggio. Vorrei, quindi, aggiungere qualche altro argomento alla discussione.
Mi è però difficile non osservare come chiedersi a dieci anni di distanza dalla diffusione di Internet nella società italiana se la posta elettronica sia parte del paniere di servizi della biblioteca pubblica equivale a constatare l'insostenibilità culturale per la nostra professione di una civic librarianship, di una concezione della biblioteche pubbliche come «community development and problem-solving agencies, not mere distributors of materials and services»; insomma di un modello di biblioteca pubblica il cui orizzonte d'attesa includa i cittadini della società dell'informazione. Dieci anni fa fece capolino in Italia la cultura delle reti civiche e l'idea che le nuove tecnologie - e fra queste la posta elettronica - potessero essere impiegate anche per dare una nuova dimensione alla cittadinanza, per facilitare il rapporto con la Pubblica amministrazione, per rendere possibile la trasparenza, la partecipazione dei cittadini alla vita della città o della comunità locale, per comunicare con i poteri pubblici. Forse si trattava di utopie, ma in quella stagione le biblioteche italiane hanno perso un'occasione storica: quella di cogliere lo "spirito del tempo", di allearsi con le forze che stavano operando un cambiamento profondo della Pubblica amministrazione e della società italiana. A inizio degli anni Novanta una serie di provvedimenti legislativi dettero corpo a un'idea nuova di amministrazione pubblica, capace di concepirsi come terminale di relazioni con cittadini e non con "amministrati"; capace di superare la cultura del segreto d'ufficio, di porre alla base dei procedimenti amministrativi l'informazione, la trasparenza e la partecipazione, di orientare la propria azione al risultato e non al semplice adempimento formale.
Quella necessità nuova di informare i cittadini sui servizi, sugli atti e sui prodotti della Pubblica amministrazione, di comunicare, non fu colta dalla grandissima maggioranza delle biblioteche italiane; né, d'altra parte, le organizzazioni pubbliche potevano percepire le biblioteche come strutture capaci di rispondere a quelle esigenze. Il risultato fu che il legislatore creò gli Uffici per le relazioni con il pubblico e ad essi assegnò di fatto e di diritto i servizi che in termini biblioteconomici possiamo includere nella categoria community information. Per me e pochi altri compagni di strada che immaginarono l'istituzione di vincoli di alleanza e complicità fra biblioteche e reti civiche si trattò di una sconfitta anche personale. Per la comunità professionale quel periodo segnò probabilmente (e forse anche inconsapevolmente) la definitiva rinuncia all'informazione di comunità e all'idea di una biblioteca capace di concepirsi e di essere concepita come 'luogo' indispensabile non solo per l'accesso all'informazione e alla conoscenza, ma anche per l'affermazione dei diritti di cittadinanza. In parole più semplici, escludere dall'orizzonte operativo della biblioteca pubblica la gestione delle informazioni, ad esempio, sulle deliberazioni del consiglio comunale o sulle modalità di accesso ai servizi comunali e sulle loro tariffe o su una consultazione elettorale, significò aristocraticamente respingere le inconsulte esigenze del pubblico di bonghiana memoria e perdere quel legame così ricco di potenzialità fra biblioteca e cittadinanza, fra biblioteca e sfera pubblica. Tuttavia, a mio avviso, tutto ciò rappresentò anche una sconfitta per la professione. Il riconoscimento sociale di una professione dipende in buona misura dal riconoscimento sociale dell'oggetto della professione stessa e in quel periodo i bibliotecari italiani hanno rinunciato ad una importantissima fonte di legittimazione della quale hanno approfittato gli URP. Tra il 1993 e il 2000 gli Uffici per le relazioni con il pubblico hanno infatti ottenuto ciò che la nostra professione insegue da settantacinque anni: una legge che ne sancisce l'obbligatorietà (l. 150/2000 e prima ancora d. lgs. 29/1993, art. 12) e un decreto del Presidente della Repubblica (d.P.R. 422/2001) che fissa i requisiti professionali per esercitare le funzioni di addetto URP e di responsabile.
Quanto è accaduto negli anni Novanta dimostra che la nostra professione non può respingere, come di fatto è accaduto, le attese dei cittadini, né può rinunciare a ricercare il riconoscimento sociale. Ciò non significa trasformarsi in un supermercato dell'informazione (infoshop, McLibrary, ecc.). Significa piuttosto sfruttare il vantaggio competitivo di cui le biblioteche pubbliche (che funzionano) ancora dispongono: un brand capace di ispirare fiducia, la gratuità dei servizi di base, la capacità di offrire servizi personalizzati e assistenza. Se un cittadino preferisce consultare la posta elettronica in biblioteca piuttosto che in un Internet point forse ciò non dipende soltanto da ragioni economiche, anche perché in parecchie biblioteche pubbliche il servizio di accesso a Internet è a pagamento. Forse il nostro utente preferisce un "luogo" a un "non luogo"; preferisce un luogo dove può godere, per usare una felice espressione di Michel Melot, di un «anonymat publique», di una riservatezza derivante non da un anonimato solitario, ma da un anonimato assistito, perché la biblioteca pubblica garantisce organizzazione, assistenza personalizzata e relazioni umane. Pensare quindi che la consultazione della posta elettronica in una biblioteca pubblica possa costituire una forma di concorrenza sleale nei confronti del mercato degli Internet point significa ignorare la differenza sociologica fra "luogo" e "non luogo". Ed è anche una forma di ingenuità politica, perché significa avvalorare un argomento che, se portato alle estreme conseguenze, indurrebbe a limitare le attività di prestito ai libri fuori commercio e i servizi della biblioteca a ciò che non è oggetto di business. Il problema vero è un altro: che significato ha l'utilizzo della posta elettronica da parte degli utenti in una biblioteca pubblica che ha rinunciato all'informazione di comunità e a fondare la propria legittimazione sulla nozione di cittadinanza e di società civile? Non è forse oggi il caso di recuperare una dimensione autenticamente 'pubblica' della biblioteca?
Luigi Crocetti ci ha insegnato a scorgere nella nozione di biblioteca pubblica tre caratteristiche principali: il carattere di biblioteca generale, il carattere di gratuità, il carattere di contemporaneità.
Ed è proprio quest'ultima caratteristica specifica dell'agire della biblioteca pubblica, ossia «del suo fare, del suo essere al mondo» e, direi, del suo essere nel mondo, l'ambito concettuale più appropriato per rendere possibili una o più risposte a quelle domande. Tale carattere impone infatti alle biblioteche una costante tensione verso la «conquista di tutta la comunità», per usare le parole antiche, ma sempre attuali, di Virginia Carini Dainotti. Per la biblioteca pubblica, quindi, «contemporaneità» non significa solo la capacità di soddisfare i bisogni informativi e conoscitivi coevi, ma soprattutto l'abilità di interpretare in modo dinamico il suo ruolo nella società attuale, di essere uno strumento irrinunciabile per la formazione dell'opinione pubblica in una società aperta e democratica. Il riconoscimento, forse più autorevole, di questo ruolo è attribuibile a Jürgen Habermas. Per Habermas la nascita dell'opinione pubblica e del pubblico nelle società occidentali, ossia la comparsa di una sfera pubblica in cui l'uomo borghese, in quanto privato, esce dall'intimità della sfera familiare per discutere con altri privati di affari pubblici, è un processo che si dispiega tra Seicento e Settecento, caratterizzato da mutamenti economici e culturali, da meccanismi psicologici di percezione di se stessi come pubblico, ma anche da significativi mutamenti negli strumenti di comunicazione. Questi ultimi, nel linguaggio di Habermas, denotano nel loro complesso la sfera pubblica letteraria, che occupa, assieme alla sfera pubblica politica, la zona mediana tra sfera privata e potere pubblico: stampa, club del libro, circoli di lettura e, appunto, le prime informi esperienze di biblioteca pubblica (öffentliche Bücherei). Il pubblico, a seconda dei casi, dei lettori, degli ascoltatori o degli spettatori costruiva sulla proprietà non statale delle istituzioni della sfera pubblica letteraria (stampa, librerie, circoli letterari ecc.) la consapevolezza della dimensione pubblica borghese o almeno di una sua componente, ossia quella di «uomini che discutono sulle esperienze della propria soggettività». In questa prospettiva la biblioteca è, quindi, una istituzione di quella sfera pubblica che ad un certo punto della storia europea ha acquisto forza e consapevolezza per contrapporsi al potere assoluto e aristocratico.
Non è qui certo il caso di discutere delle teorie di Habermas, né di discutere della seconda parte di Strukturwandel der Öffentlichkeit, ossia del declino della sfera pubblica e delle relative cause, né della correttezza della sua ricostruzione storica. è più interessante e proficuo, credo, utilizzare la categoria di «sfera pubblica» per interpretare l'attività della biblioteca pubblica e per fondare teoreticamente i discorsi possibili sulla sua azione e sulla sua identità. In questo senso la biblioteca pubblica possiede pertanto una quarta caratteristica: la pubblicità intesa, appunto, come sfera pubblica, come spazio pubblico in quanto istituzione del ragionare pubblico che sorregge le democrazie. La biblioteca è parte integrante della sfera pubblica, di quell'arena nella quale un pubblico ragionante discute liberamente le decisioni assunte dai poteri pubblici ed è parte non secondaria di quei 'luoghi' pubblici dove opinioni, idee, valori e argomenti prendono pubblicamente forma. Anzi, da questo punto di vista la biblioteca è come sappiamo la più libera ed ospitale istituzione della sfera pubblica: chiunque può accedervi e chiunque può costruirsi autonomamente un proprio percorso conoscitivo, senza riguardo al "politicamente corretto", al censo o alla razza, senza restrizioni o imposizioni didattiche, ideologiche o di altra specie. La natura intrinsecamente pubblica della biblioteca contribuisce in modo sostanziale allo sviluppo del pensiero critico e del pluralismo delle idee in una società libera, alla formazione di un cittadino informato, consapevole e responsabile delle proprie scelte, alla individuazione e formulazione degli argomenti utilizzati nel «ragionamento pubblico».
è possibile riaffermare nel nostro paese la pubblicità della biblioteca pubblica? È possibile risolvere la querelle sulla posta elettronica entro questa dimensione? o tutto ciò rappresenta, per così dire, un progetto incompiuto della modernità? La risposta a queste domande dovrà essere un capitolo non secondario della elaborazione programmatica della nostra comunità professionale.

Claudio Leombroni


N.B. Sorry, no English abstract is available.
Copyright AIB 2005-11-22, a cura di Anna Galluzzi
URL: http://www.aib.it/aib/boll/2005/0503leomb.htm

AIB-WEB | BollettinoAIB | Sommario 2005 n. 3