Associazione italiana
biblioteche. BollettinoAIB 2005 n. 4 p. 510
Heri dicebamus. A nove anni di distanza dalla pubblicazione del quarto volume (Ch-Cz), esce piuttosto inaspettatamente il quinto volume di Edit16, comprendente tutte le edizioni riconducibili a intestazioni che iniziano con la lettera D. Si tratta di 2753 edizioni, una massa di materiale considerevole, anche se si presume che non siano le dimensioni del catalogo ad aver fatto tardare tanto la pubblicazione di questo volume. La felicissima scelta, compiuta nel marzo 2000, di pubblicare il repertorio in rete, anche se incompleto e quindi in progress, costituì e ancora costituisce l'avvenimento più importante nel settore della catalogazione retrospettiva, dopo il completamento dell'IGI. Da allora, Edit16 on-line è diventato lo strumento di lavoro principale di ogni studioso del XVI secolo, mettendo in ombra la versione su carta. Non ultima dimostrazione del suo successo è l'aumento del numero delle biblioteche partecipanti (oggi addirittura 1335), con indubbio incremento di incisività e rappresentatività, e con una dimostrazione di capacità di cooperazione bibliotecaria (non gestionale, ma scientifica) che fa giustizia di tanti luoghi comuni sulla disorganizzazione delle biblioteche italiane. Tutto ciò è reso possibile naturalmente dal gruppo di lavoro dell'ICCU (il Laboratorio per la bibliografia retrospettiva, capitanato da Claudia Leoncini), sulle cui spalle grava il lavoro voluto e progettato con mano ferma da Angela Vinay, e che oggi trova certamente nel nuovo direttore dell'ICCU, Marco Paoli, una sensibile e competente guida.
Proprio Marco Paoli, nella Presentazione, annuncia un deciso impegno da parte dell'ICCU nella pubblicazione a stampa di repertori e testi diffusi anche in formato digitale. Per un repertorio come Edit16 la decisione appare giusta, a scongiurare qualunque rischio di dispersione, ma anche a rendere possibile l'accesso al censimento laddove non vi siano computer. È d'altronde perfettamente condivisibile il desiderio di non lasciare abbandonato un altro troncone di catalogo, come non pochi altri visti in Italia. Tuttavia, una volta ripresa, la pubblicazione a stampa deve essere scadenzata in modo compatto, il più possibile stretto, per dare un vero senso all'impresa e attirare l'attenzione dei lettori.
Tra le molte osservazioni che scaturiscono da una prima lettura del catalogo, si sottolinea il ricorso ormai sporadico alla soppressione di parti del titolo con inserimento dei tre puntini, da più parti criticata, e ora quasi completamente abbandonata con indubbio incremento di informazione. E se naturalmente la monodimensionalità del catalogo a stampa non consente il ricorso ai straordinari archivi ipertestuali di Edit16 (autori, editori e tipografi, marche - senza menzionare il davvero prezioso archivio di immagini), proprio la lettura lineare permette di rendersi conto di quante edizioni affini siano conservate in un esemplare solo, e come le tipologie dei rariora (di base, casuali) possano considerarsi talvolta non solo diverse, ma proprio opposte.
Si esaminino il centinaio di notizie bibliografiche relative alle edizioni delle opere di Giason del Maino (n. 1036-1138) e si verifichi quanti di questi in folio (in teoria, i più stabili, i più permanenti, tra i libri) siano in copia unica, spesso conservati nelle medesime biblioteche, indice di collezioni di particolare pregio come la biblioteca di Bernardino Clesio oggi alla Comunale di Trento; e segnale altresì, parrebbe ipotizzabile, di operazioni editoriali fortemente rivolte all'esportazione fuori d'Italia. Analogo fenomeno è stato rilevato infatti di Kristian Jansen (British Library), a finale bilancio di IISTC, per alcune edizioni giuridiche veneziane del Quattrocento, la maggior parte di esse firmate da Battista Torti, i cui esemplari sono del tutto eccezionali in Italia. Circa il 13% degli incunaboli stampati in Italia e oggi noti, infatti, è totalmente assente dalle biblioteche italiane, e sarebbe naturalmente molto interessante sapere quante edizioni del Cinquecento, prodotte in Italia, non siano più presenti nel nostro territorio. Opposto è il caso invece delle dieci edizioni della Leandra di Pietro Durante (n. 2733-2740), di certo rivolte a un pubblico italiano, e anch'esse tutte conservate in un solo esemplare. Non si può fare a meno di ipotizzare che di molte altre Leandre nulla sia arrivato fino a noi. Del resto, Alfredo Serrai ha già proposto un nuovo calcolo complessivo della produzione effettiva del secolo («Bibliotheca», 2002/1, p. 53-56) a partire da un conteggio del numero delle edizioni di cui resta (secondo Edit16) un unico esemplare, inferendo da esse il numero delle edizioni di cui nulla sarebbe sopravvissuto. Sono tutte questioni che per la prima volta possono essere indagate con fondamento almeno statistico grazie all'esaustività di Edit16.
Ricordando le polemiche che investirono questo straordinario progetto al suo avvio e alla sua prima presentazione, non si può che ammirare la lucidità bibliografica e culturale di chi ne pose le fondamenta. La storia del libro in Italia non ha potuto che concentrarsi sulle eccellenze e singolarità (singole aree di produzione, singoli editori, singole edizioni, addirittura singoli esemplari), perché naturaliter basata sulla singolarità dell'esperienza del catalogatore e del bibliologo. È un approccio assolutamente legittimo e ampiamente fruttuoso, ma pur sempre a rischio per difetto di contesto: contesto produttivo, giuridico, bibliografico, commerciale.
Angela Vinay trent'anni fa mise in opera un repertorio che consente oggi la ricerca sui consumi culturali cinquecenteschi e le loro dinamiche, su scala prima neppure immaginabile. Grazie ad Edit16 cominciamo davvero a capire che la stampa fu, semplicemente, tra le maggiori industrie manufatturiere nell'Italia del Cinquecento.
Angela Nuovo
Università di Udine