[AIB] Associazione italiana biblioteche. BollettinoAIB 2006 n. 4 p. 425-426
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RECENSIONI E SEGNALAZIONI


Richard Sharpe. Titulus: i manoscritti come fonte per l'identificazione dei testi mediolatini. Edizione italiana a cura di Marco Palma. Roma: Viella, 2005. (Scritture e libri del medioevo; 3). VIII, 252 p. ISBN 88-8334-156-2. Eur 28,00.

«Sicut sol oriens sua presentia mundum inluminat, ita et titulus sequentia librorum manifestat» (p. 1). Quest'affascinante similitudine, che un codice einsiedlense del X secolo mutua dal commento di Remigio di Auxerre (sec. IX) all'Ars minor di Donato e da una lettera di Sulpicio Severo (sec. IV), è prova evidente del tessuto di citazioni e relazioni che legano l'uno all'altro gli autori medievali e della tarda antichità. Naturalmente questa rete connettiva implica, per lo studioso e il bibliotecario che legga uno scritto del medioevo, la necessaria pratica per orientarsi tra le fonti e identificare i testi, motivo per cui in questi ultimi anni sono stati redatti diversi manuali e repertori per Identifier sources et citations, come recita il titolo di un utile volume a cura di Jacques Berlioz (Turnhout: Brepols, 1994), cui l'A. rimanda espressamente.

Ma, osserva l'A., riconosciuto esperto di testi inglesi medioevali (si veda ad es. la sua Handlist of the Latin writers of Great Britain and Ireland before 1540, Turnhout: Brepols, 1997; suppl., ivi, 2002), se già è complesso identificare le citazioni in un testo edito, è ancor più difficile riconoscere le coordinate (il titulus, cioè l'insieme dei dati costituiti da autore, titolo e incipit) di un testo inedito e identificarlo con quelle di un altro testo già noto, ma spesso conosciuto sotto un altro nome di autore, un titolo o un incipit diverso da quello tramandato dal manoscritto che abbiamo sotto gli occhi. Ciò perché la nostra conoscenza dei testi medievali è mediata dalle prime edizioni cinquecentesche, che hanno fissato, in modo spesso convenzionale e non conforme ai manoscritti, i nomi degli autori e dei titoli, costituendo tradizioni che si sono perpetuate fino ai repertori tuttora in uso.

Pertanto lavorare acriticamente soltanto sui repertori comporta il rischio di false attribuzioni, di non riconoscere titoli diversi da quello con cui l'opera è oggi conosciuta (ma usati in determinate epoche o aree, come si vede dall'esempio alle p. 71-73 sulle Sententiae di Isidoro di Siviglia, note nell'Inghilterra medievale come De summo bono), o altri riferimenti errati. Ciò è vero per autori di tutte le epoche, anche per quelli dell'antichità classica, che pure hanno generalmente una tradizione più uniforme (p. 56-57), risalente ai dossografi o grammatici tardoantichi. Ma è utile soprattutto per gli autori medievali, per i quali è anche difficile creare una precisa lista di autorità per le denominazioni. Senza considerare gli esempi tratti dal libro (p. 27: Roberto Grossatesta è detto semplicemente Lincolniensis nei cataloghi medievali, essendo stato vescovo di Lincoln), si pensi alle diverse tradizioni nazionali, evidenti da un buon repertorio bibliotecario di intestazioni per autore quale il Personennamen des Mittelalters (München: Saur, 2000) e alla pratica della lingua quotidiana, per cui s. Anselmo, arcivescovo di Canterbury e già abate di Bec, è detto Anselmo d'Aosta in Italia e altrove Anselmo di Canterbury o di Bec.

Così nasce questo libro didattico, com'è definito nella premessa da Marco Palma. Esso muove dall'esigenza di utilizzare le testimonianze manoscritte non solo come base per la critica testuale, ma anche come fonte storica per riconoscere e identificare (v. p. 45 per la differenza) i testi medievali. Insegna come muoversi tra le coordinate dell'attribuzione d'autore, del titolo e dell'incipit «nella foresta selvaggia dei manoscritti e nel labirinto della bibliografia medievale» (p. 141), utilizzando, più che ricette teoriche, esempi concreti presi dalla pratica quotidiana dell'A. sui testi inglesi.

Si tratta di una bibliografia testuale (nella tipica accezione inglese del termine) dei testimoni, che permette di valutare criticamente i repertori, la tradizione (dalla quale derivano attribuzioni e titoli), i cataloghi antichi delle biblioteche, gli incipitari e tutti i più moderni strumenti bibliografici e le basi dati, per verificare quanto le loro informazioni si basino sulle testimonianze dei manoscritti e quanto invece sulle convenzioni stabilite dagli editori. Il tutto per una ricerca critica, intesa come work in progress, in cui si traggono informazioni anche da repertori che forniscono attribuzioni poi rivelatesi erronee. Ciò si vede dall'esempio a p. 50, dove un testo variamente attribuito a Roberto Grossatesta, Alessandro di Nequam o Alessandro di Bath può essere identificato grazie agli incipit riportati dal Repertorium biblicum di Stegmüller, che pure attribuisce erroneamente la paternità dell'opera. E la creatività del ricercatore può essere stimolata non solo dagli errori, ma anche dal disordine di alcune basi dati via Internet, come nel caso di In Principio, dove la mancanza di uniformità nelle intestazioni permette di ricostruire i tituli presenti nei manoscritti (p. 147-149).

L'esposizione si dipana da un caso specifico all'altro, in un modo colloquiale e privo di generalizzazioni, che rende il libro «non semplice», come dice ancora Marco Palma, ma proprio per questo molto utile. Nell'ultimo capitolo (p. 191 e seg.) abbiamo una serie di princìpi pratici più generali che ci permettono di procedere nella nostra ricerca dal noto verso l'ignoto: 1) considerare criticamente la trasmissione di autore e titolo insieme a quella del testo; 2) attribuire maggior valore ai codici che ai repertori e considerare questi ultimi criticamente e storicamente; 3) nella standardizzazione dei nomi, utile per repertori come il CALMA o Medioevo latino, evitare di creare falsi nomi ricostruiti e non attestati dalla tradizione. Princìpi, questi, utili se si intendono come mezzo per affinare l'acribia critica dello studioso e non come semplici e apparentemente lapalissiane petizioni di principio.

Segue una rassegna critica dei repertori, divisi in liste di autori (per lo più manuali), liste di testi (repertori e authority files), bibliografie ed edizioni. Essa, secondo l'A., deve essere letta prima della parte iniziale del libro, soprattutto dai lettori che non hanno sufficiente pratica della bibliografia medievistica, e infatti nasce dalla sua esperienza didattica a Oxford. Ma i suoi giudizi (non sempre benevoli) sulle opere e le basi dati elencate si possono comprendere a pieno solo affrontando la vera e propria trattazione nei capitoli precedenti, per cui le due parti dell'opera sono complementari l'una all'altra e coniugano la discorsività tipica del mondo accademico anglosassone con l'acribia e la concretezza necessarie alla riscoperta del manoscritto come fonte storica della tradizione.

Matteo Villani
Biblioteca nazionale centrale di Roma


N.B. Sorry, no English abstract is available.
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