Associazione
italiana biblioteche. BollettinoAIB 2007 n. 4 p. 514-516
L'incendio provocato nel Castello Sforzesco dal terribile bombardamento
che nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1943 colpì ancora una
volta, ma non per l'ultima, il centro cittadino di Milano comportò,
oltre alla perdita pressoché totale delle raccolte librarie della
Biblioteca civica, anche quella dell'archivio dello stesso istituto.
La storia della distruzione della biblioteca milanese, della sua pronta
riattivazione e del suo rilancio nella nuova prestigiosa sede nel corso
degli anni Cinquanta è stata tracciata con efficacia da Anna Maria
Rossato, direttrice della Comunale centrale, nel Convegno di Perugia sulle
biblioteche italiane durante la seconda guerra mondiale, del quale sono
appena stati pubblicati gli atti (Le biblioteche e gli archivi
durante la seconda guerra mondiale: il caso italiano, a cura di
Andrea Capaccioni, Andrea Paoli e Ruggero Ranieri, Bologna: Pendragon,
2007).
Restano tuttavia purtroppo carenti, in gran parte a causa di quella
distruzione, le fonti per la storia della Comunale di Milano nel periodo
che ha segnato la sua effettiva prima affermazione come istituto capace di
svolgere, sia pure ancora potenzialmente e in nuce, le
funzioni di una vera biblioteca pubblica di carattere moderno, vale a
dire, grosso modo, dall'inizio degli anni Trenta, quando, raggiunta una
consistenza considerevole nel patrimonio librario e nei periodici
correnti, essa arriva a offrire un servizio di notevole estensione, sia
per quanto riguarda gli orari di apertura che l'affluenza di pubblico.
La stessa Rossato torna ora sulle vicende dall'istituto da lei diretto
curando un utile lavoro edito dalla Comunale, nel quale vengono pubblicati
i verbali delle riunioni della Commissione di vigilanza e di consulenza
della Biblioteca civica, presieduta da Leo Pollini, dal 29 gennaio 1931 al
14 maggio 1943, tratti alla luce dalla curatrice che li ha reperiti
nell'archivio dello stesso Istituto, dove sono conservati essendo scampati
all'incendio del 1943 probabilmente perché allora custoditi in
altro luogo.
La lettura di questi verbali, come del resto di tutti
i documenti di questo tipo, va fatta con occhio estremamente attento,
perché le informazioni più interessanti che se ne possono
desumere si celano dietro espressioni sintetiche e talvolta apparentemente
trascurabili.
Per cogliere questi passaggi sottili occorre indubbiamente una guida; ed
è appunto questo il valore della breve, ma densa introduzione della
curatrice alla lettura dei verbali.
Le informazioni fornite nelle
45 pagine introduttive sono molte e tutte interessanti. Per sintetizzare,
possiamo raccoglierle intorno a tre temi principali: l'idea di "biblioteca
pubblica" elaborata per il proprio istituto dal direttore del tempo,
Alberico Squassi; i rapporti della Comunale con l'ambiente intellettuale
cittadino e con gli altri istituti culturali collocati al Castello
Sforzesco; i rapporti con il regime fascista e, in questo contesto, quelli
tra Squassi e il suo vice, Giovanni Bellini, che gli succederà
nella direzione.
Questi temi, che si possono cogliere nei verbali
solo in filigrana, vengono opportunamente contestualizzati e precisati
dalla curatrice facendo ricorso ad altre fonti tratte principalmente
dall'archivio storico del Comune, da quello della stessa Biblioteca
comunale, da articoli apparsi su organi di stampa nazionali e milanesi e
dalle pubblicazioni monografiche (per la verità non molte)
disponibili sulla storia della Comunale, in particolare in questa sua
fase.
Sul primo punto, la visione della Civica elaborata da Squassi si vuole
decisamente staccare dall'alveo delle biblioteche popolari, che pure a
Milano hanno vissuto, con il Consorzio fondato nel 1903, la loro
esperienza più importante sotto la guida di Ettore Fabietti, a
favore di una biblioteca non più popolare, ma "di cultura"
e di carattere moderno. Concetti recepiti e sostenuti per altro dalla
stessa Commissione nel cui verbale del 2 febbraio 1933 si legge
dell'adozione di provvedimenti contro i "lettori facili",
consistenti nella pura e semplice proibizione introdotta per la «lettura
amena in genere, le pubblicazioni di mera curiosità o periodiche di
secondaria importanza». Posizioni queste a cui è sottesa una
concezione elitaria della cultura che permette, talvolta anche oggi, di
discriminare la cosiddetta "utenza impropria", ma che in qualche
caso, come in quello milanese, si spiega, se non si giustifica, anche con
la considerazione della pressione numericamente assai vasta (nel mese di
gennaio 1933 le consultazioni in sede furono 15.697, si legge nello stesso
verbale) esercitata su una struttura ancora relativamente modesta.
D'altra parte, la Civica di Milano (che non possedeva ancora la
denominazione di Comunale), pur essendo nata tardivamente, rispetto alle
comunali italiane di tradizione storica, e inizialmente su basi modeste,
aveva già avuto modo di maturare l'orgoglio municipale di un
istituto tutto sviluppatosi sul terreno dell'amministrazione e della realtà
territoriale, a differenza di tante altre biblioteche pubbliche statali o
locali che dovevano alle devoluzioni ecclesiastiche l'avvio delle loro
raccolte. A Milano, le raccolte bibliotecarie municipali erano invece
frutto di doni e di lasciti di studiosi e di cittadini milanesi, o
comunque legati alla città stessa da rapporti culturalmente
profondi, oppure derivavano da un'intensa politica degli acquisti del
Comune, sia sul versante moderno per i fondi della Civica, che su quello
antico, come avverrà ad esempio per la Trivulziana.
Questa vivacità della politica culturale milanese di quegli anni,
che trovava nel Castello Sforzesco il suo centro catalizzatore, era però
anche motivo di problemi e di difficoltà di rapporti tra le diverse
strutture ivi ospitate.
Mentre la visione di Squassi, appoggiato
in questo dalla Commissione, era per quanto riguardava il patrimonio
librario quella di unificarne la gestione in un unico istituto costituito
dalla Civica e che venisse a comprendere, dopo la sua acquisizione nel
1935, anche la Trivulziana, la Soprintendenza del Castello, rappresentata
da Giorgio Nicodemi, era fortemente critica nei confronti della direzione
di Squassi, al quale avrebbe esplicitamente preferito il Bellini. Le
contestazioni, innestate da Achille Bertarelli che aveva fatto dono al
Comune dalla sua ricchissima collezione di stampe da aggregare alla Civica
e con la quale era stata poi allestita nel 1927 la Civica Raccolta
tutt'oggi esistente e rimasta separata dalla biblioteca, si tradurranno
nella costituzione di una Commissione comunale di indagine conclusasi nel
novembre 1935 e in un'ispezione ministeriale dell'aprile 1936 alle
biblioteche del Castello da parte di Alfonso Gallo, che presenterà
una relazione assai critica soprattutto però nei confronti della
Trivulziana, seguita l'anno successivo da alcune indicazioni impartire dal
ministro Bottai al podestà di Milano circa il riordino complessivo
delle biblioteche comunali.
Lo Squassi a sua volta contrattaccherà, se così si può
dire, inviando a Luigi De Gregori, allora ispettore generale
bibliografico, nel marzo 1940, quando Achille Bertarelli era per altro già
deceduto, una lettera, conservata presso l'Archivio storico dell'AIB,
nella quale si sollecitava una verifica di tutta la situazione museale e
bibliotecaria della città.
Di quella polemica si possono
scorgere, sia pure sotto traccia, vari riflessi nei verbali della
Commissione.
Nella riunione del 28 gennaio 1937 ci si sofferma
sulle ragioni e i risultati dell'ispezione ministeriale e il presidente
Pollini si impegna ad esporre direttamente al podestà la «non
tranquillizzante situazione di fatto perché provveda con opportune
deliberazioni ad eliminare tali inconvenienti». Nella successiva
riunione del 26 novembre 1937, quando la Commissione, sempre presieduta
dal Pollini, era stata rinnovata nei suoi componenti, Squassi può
segnare un punto chiaramente a suo favore illustrando la recente
sistemazione nell'ala sud-ovest del Castello della nuova sezione
periodici, che costituirà uno dei vanti della Civica (e poi,
sopravvissuta alle distruzioni belliche, anche della Comunale centrale),
con «le vetrine dove sono esposte quasi novecento riviste in
continuazione e lo schedario in ordine alfabetico e quello per lo spoglio
degli articoli, il reparto quotidiani, le raccolte principali e le sale di
deposito».
Nella riunione del 21 gennaio 1938, a seguito della nomina della
Commissione comunale per la sistemazione definitiva della biblioteca si
apre un ampio dibattito durante il quale a proposito del problema se unire
o meno alla Civica la parte libraria della Trivulziana, Squassi,
discostandosi dal parere del presidente Pollini, enuncia a sostegno
dell'unificabilità il principio, in se stesso ineccepibile, che
«la modernità più che nel libro deve stare nella
funzione» e ritiene paradossale che il Comune, che dovrebbe avere una
sola biblioteca civica, ne abbia parecchie e tutte costose.
La
sistemazione edilizia della biblioteca era stata comunque almeno in certa
misura sottratta alla determinazione del suo direttore, dal momento che
per essa era stata nominata alla fine del 1937 un'apposita Commissione,
quella di cui era stata data notizia nel verbale sopra citato, della quale
era stato chiamato a far parte anche il Bertarelli (che morirà nel
maggio del 1938) e che avanzerà la proposta del trasferimento della
biblioteca in una parte dell'ex Ospedale Maggiore (edificio che, come si
sa, verrà destinato nel dopoguerra all'Università statale).
Su questa proposta, accolta sfavorevolmente dallo stesso Pollini e da
tutta la Commissione nella riunione del 4 dicembre 1939, lo Squassi,
respingendola, esprime in termini vibrati la convinzione, direttamente
riportata a verbale che:«la biblioteca non può né deve
essere ricacciata nell'ombra, essa è un organismo di vita e non vi
è dubbio che la sua compagine e la sua funzionalità
finiranno ad aver ragione di tutte le difficoltà». Non si può
dire che l'auspicio sia caduto nel nulla, anche se per la sua
realizzazione la Comunale di Milano (così denominata a partire dal
verbale della Commissione del 14 novembre 1940) dovrà subire,
letteralmente, la "prova del fuoco"della guerra ormai imminente.
Sull'ultimo punto, quello dei rapporti tra biblioteca e regime, ci possiamo limitare a brevissime considerazioni. Lo Squassi fu, tra i bibliotecari italiani, uno di quelli che aderirono in maniera convinta al fascismo. Tra gli atti che non gli fanno onore vi è l' applicazione dei provvedimenti nei confronti delle opere di autori ebrei e dei professori sospesi dall'insegnamento a seguito delle leggi razziali, anche se essa consistette esclusivamente, a quanto risulta dal verbale della Commissione del 27 gennaio 1939, nella rimozione delle relative schede dal catalogo pubblico e nell'introduzione di un obbligo di autorizzazione per la loro consultazione. Conforta invece sapere, ad onore del vicebibliotecario Giovanni Bellini, che questi, pur non esprimendo mai sentimenti fascisti, rimase in un rapporto di leale e fedele collaborazione con il direttore, anche quando avrebbe potuto giovarsi per la propria carriera degli attacchi a cui questi venne sottoposto, oltre che da altri rappresentanti delle strutture culturali del Castello, in particolare Bertarelli e Nicodemi, da organi di stampa dello stesso regime. L'incendio provocato nel Castello Sforzesco dal terribile bombardamento che nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1943 colpì ancora una volta, ma non per l'ultima, il centro cittadino di Milano comportò, oltre alla perdita pressoché totale delle raccolte librarie della Biblioteca civica, anche quella dell'archivio dello stesso istituto.
La storia della distruzione della biblioteca milanese, della sua pronta
riattivazione e del suo rilancio nella nuova prestigiosa sede nel corso
degli anni Cinquanta è stata tracciata con efficacia da Anna Maria
Rossato, direttrice della Comunale centrale, nel Convegno di Perugia sulle
biblioteche italiane durante la seconda guerra mondiale, del quale sono
appena stati pubblicati gli atti (Le biblioteche e gli archivi
durante la seconda guerra mondiale: il caso italiano, a cura di
Andrea Capaccioni, Andrea Paoli e Ruggero Ranieri, Bologna: Pendragon,
2007).
Restano tuttavia purtroppo carenti, in gran parte a causa
di quella distruzione, le fonti per la storia della Comunale di Milano nel
periodo che ha segnato la sua effettiva prima affermazione come istituto
capace di svolgere, sia pure ancora potenzialmente e in nuce,
le funzioni di una vera biblioteca pubblica di carattere moderno, vale a
dire, grosso modo, dall'inizio degli anni Trenta, quando, raggiunta una
consistenza considerevole nel patrimonio librario e nei periodici
correnti, essa arriva a offrire un servizio di notevole estensione, sia
per quanto riguarda gli orari di apertura che l'affluenza di pubblico.
La stessa Rossato torna ora sulle vicende dall'istituto da lei diretto
curando un utile lavoro edito dalla Comunale, nel quale vengono pubblicati
i verbali delle riunioni della Commissione di vigilanza e di consulenza
della Biblioteca civica, presieduta da Leo Pollini, dal 29 gennaio 1931 al
14 maggio 1943, tratti alla luce dalla curatrice che li ha reperiti
nell'archivio dello stesso Istituto, dove sono conservati essendo scampati
all'incendio del 1943 probabilmente perché allora custoditi in
altro luogo.
La lettura di questi verbali, come del resto di tutti
i documenti di questo tipo, va fatta con occhio estremamente attento,
perché le informazioni più interessanti che se ne possono
desumere si celano dietro espressioni sintetiche e talvolta apparentemente
trascurabili.
Per cogliere questi passaggi sottili occorre indubbiamente una guida; ed
è appunto questo il valore della breve, ma densa introduzione della
curatrice alla lettura dei verbali.
Le informazioni fornite nelle
45 pagine introduttive sono molte e tutte interessanti. Per sintetizzare,
possiamo raccoglierle intorno a tre temi principali: l'idea di "biblioteca
pubblica" elaborata per il proprio istituto dal direttore del tempo,
Alberico Squassi; i rapporti della Comunale con l'ambiente intellettuale
cittadino e con gli altri istituti culturali collocati al Castello
Sforzesco; i rapporti con il regime fascista e, in questo contesto, quelli
tra Squassi e il suo vice, Giovanni Bellini, che gli succederà
nella direzione.
Questi temi, che si possono cogliere nei verbali
solo in filigrana, vengono opportunamente contestualizzati e precisati
dalla curatrice facendo ricorso ad altre fonti tratte principalmente
dall'archivio storico del Comune, da quello della stessa Biblioteca
comunale, da articoli apparsi su organi di stampa nazionali e milanesi e
dalle pubblicazioni monografiche (per la verità non molte)
disponibili sulla storia della Comunale, in particolare in questa sua
fase.
Sul primo punto, la visione della Civica elaborata da
Squassi si vuole decisamente staccare dall'alveo delle biblioteche
popolari, che pure a Milano hanno vissuto, con il Consorzio fondato nel
1903, la loro esperienza più importante sotto la guida di Ettore
Fabietti, a favore di una biblioteca non più popolare, ma "di
cultura" e di carattere moderno. Concetti recepiti e sostenuti per
altro dalla stessa Commissione nel cui verbale del 2 febbraio 1933 si
legge dell'adozione di provvedimenti contro i "lettori facili",
consistenti nella pura e semplice proibizione introdotta per la «lettura
amena in genere, le pubblicazioni di mera curiosità o periodiche di
secondaria importanza». Posizioni queste a cui è sottesa una
concezione elitaria della cultura che permette, talvolta anche oggi, di
discriminare la cosiddetta "utenza impropria", ma che in qualche
caso, come in quello milanese, si spiega, se non si giustifica, anche con
la considerazione della pressione numericamente assai vasta (nel mese di
gennaio 1933 le consultazioni in sede furono 15.697, si legge nello stesso
verbale) esercitata su una struttura ancora relativamente modesta.
D'altra parte, la Civica di Milano (che non possedeva ancora la
denominazione di Comunale), pur essendo nata tardivamente, rispetto alle
comunali italiane di tradizione storica, e inizialmente su basi modeste,
aveva già avuto modo di maturare l'orgoglio municipale di un
istituto tutto sviluppatosi sul terreno dell'amministrazione e della realtà
territoriale, a differenza di tante altre biblioteche pubbliche statali o
locali che dovevano alle devoluzioni ecclesiastiche l'avvio delle loro
raccolte. A Milano, le raccolte bibliotecarie municipali erano invece
frutto di doni e di lasciti di studiosi e di cittadini milanesi, o
comunque legati alla città stessa da rapporti culturalmente
profondi, oppure derivavano da un'intensa politica degli acquisti del
Comune, sia sul versante moderno per i fondi della Civica, che su quello
antico, come avverrà ad esempio per la Trivulziana.
Questa
vivacità della politica culturale milanese di quegli anni, che
trovava nel Castello Sforzesco il suo centro catalizzatore, era però
anche motivo di problemi e di difficoltà di rapporti tra le diverse
strutture ivi ospitate.
Mentre la visione di Squassi, appoggiato
in questo dalla Commissione, era per quanto riguardava il patrimonio
librario quella di unificarne la gestione in un unico istituto costituito
dalla Civica e che venisse a comprendere, dopo la sua acquisizione nel
1935, anche la Trivulziana, la Soprintendenza del Castello, rappresentata
da Giorgio Nicodemi, era fortemente critica nei confronti della direzione
di Squassi, al quale avrebbe esplicitamente preferito il Bellini. Le
contestazioni, innestate da Achille Bertarelli che aveva fatto dono al
Comune dalla sua ricchissima collezione di stampe da aggregare alla Civica
e con la quale era stata poi allestita nel 1927 la Civica Raccolta
tutt'oggi esistente e rimasta separata dalla biblioteca, si tradurranno
nella costituzione di una Commissione comunale di indagine conclusasi nel
novembre 1935 e in un'ispezione ministeriale dell'aprile 1936 alle
biblioteche del Castello da parte di Alfonso Gallo, che presenterà
una relazione assai critica soprattutto però nei confronti della
Trivulziana, seguita l'anno successivo da alcune indicazioni impartire dal
ministro Bottai al podestà di Milano circa il riordino complessivo
delle biblioteche comunali.
Lo Squassi a sua volta contrattaccherà, se così si può
dire, inviando a Luigi De Gregori, allora ispettore generale
bibliografico, nel marzo 1940, quando Achille Bertarelli era per altro già
deceduto, una lettera, conservata presso l'Archivio storico dell'AIB,
nella quale si sollecitava una verifica di tutta la situazione museale e
bibliotecaria della città.
Di quella polemica si possono
scorgere, sia pure sotto traccia, vari riflessi nei verbali della
Commissione.
Nella riunione del 28 gennaio 1937 ci si sofferma
sulle ragioni e i risultati dell'ispezione ministeriale e il presidente
Pollini si impegna ad esporre direttamente al podestà la «non
tranquillizzante situazione di fatto perché provveda con opportune
deliberazioni ad eliminare tali inconvenienti». Nella successiva
riunione del 26 novembre 1937, quando la Commissione, sempre presieduta
dal Pollini, era stata rinnovata nei suoi componenti, Squassi può
segnare un punto chiaramente a suo favore illustrando la recente
sistemazione nell'ala sud-ovest del Castello della nuova sezione
periodici, che costituirà uno dei vanti della Civica (e poi,
sopravvissuta alle distruzioni belliche, anche della Comunale centrale),
con «le vetrine dove sono esposte quasi novecento riviste in
continuazione e lo schedario in ordine alfabetico e quello per lo spoglio
degli articoli, il reparto quotidiani, le raccolte principali e le sale di
deposito».
Nella riunione del 21 gennaio 1938, a seguito della nomina della
Commissione comunale per la sistemazione definitiva della biblioteca si
apre un ampio dibattito durante il quale a proposito del problema se unire
o meno alla Civica la parte libraria della Trivulziana, Squassi,
discostandosi dal parere del presidente Pollini, enuncia a sostegno
dell'unificabilità il principio, in se stesso ineccepibile, che
«la modernità più che nel libro deve stare nella
funzione» e ritiene paradossale che il Comune, che dovrebbe avere una
sola biblioteca civica, ne abbia parecchie e tutte costose.
La
sistemazione edilizia della biblioteca era stata comunque almeno in certa
misura sottratta alla determinazione del suo direttore, dal momento che
per essa era stata nominata alla fine del 1937 un'apposita Commissione,
quella di cui era stata data notizia nel verbale sopra citato, della quale
era stato chiamato a far parte anche il Bertarelli (che morirà nel
maggio del 1938) e che avanzerà la proposta del trasferimento della
biblioteca in una parte dell'ex Ospedale Maggiore (edificio che, come si
sa, verrà destinato nel dopoguerra all'Università statale).
Su questa proposta, accolta sfavorevolmente dallo stesso Pollini e da
tutta la Commissione nella riunione del 4 dicembre 1939, lo Squassi,
respingendola, esprime in termini vibrati la convinzione, direttamente
riportata a verbale che:«la biblioteca non può né deve
essere ricacciata nell'ombra, essa è un organismo di vita e non vi
è dubbio che la sua compagine e la sua funzionalità
finiranno ad aver ragione di tutte le difficoltà». Non si può
dire che l'auspicio sia caduto nel nulla, anche se per la sua
realizzazione la Comunale di Milano (così denominata a partire dal
verbale della Commissione del 14 novembre 1940) dovrà subire,
letteralmente, la "prova del fuoco"della guerra ormai imminente.
Sull'ultimo punto, quello dei rapporti tra biblioteca e regime, ci possiamo limitare a brevissime considerazioni. Lo Squassi fu, tra i bibliotecari italiani, uno di quelli che aderirono in maniera convinta al fascismo. Tra gli atti che non gli fanno onore vi è l' applicazione dei provvedimenti nei confronti delle opere di autori ebrei e dei professori sospesi dall'insegnamento a seguito delle leggi razziali, anche se essa consistette esclusivamente, a quanto risulta dal verbale della Commissione del 27 gennaio 1939, nella rimozione delle relative schede dal catalogo pubblico e nell'introduzione di un obbligo di autorizzazione per la loro consultazione. Conforta invece sapere, ad onore del vicebibliotecario Giovanni Bellini, che questi, pur non esprimendo mai sentimenti fascisti, rimase in un rapporto di leale e fedele collaborazione con il direttore, anche quando avrebbe potuto giovarsi per la propria carriera degli attacchi a cui questi venne sottoposto, oltre che da altri rappresentanti delle strutture culturali del Castello, in particolare Bertarelli e Nicodemi, da organi di stampa dello stesso regime.
Paolo Traniello
Università di Roma Tre