Associazione italiana biblioteche. BollettinoAIB 2008 n. 1 p. 76-78Il volumetto di Alberto Salarelli è un libro di biblioteconomia sui generis, che a tratti si presenta come un saggio accattivante per la scorrevolezza e la piacevolezza dello stile, pur restando teoricamente fondato e scientificamente ineccepibile.
La scrittura è infatti molto piacevole e curata, come di rado si riscontra nella letteratura biblioteconomica, ricca di citazioni di varia provenienza, per gran parte esterne al mondo della biblioteconomia. A volte si ha quasi l'impressione di uno snobismo della scrittura quasi intenzionale da parte dell'autore che, però, contribuisce a rendere stimolante e mai neutrale la lettura.
Si tratta di un libro che non lascia indifferenti perché esprime punti di vista, propone idee, suggerisce interpretazioni ed è certamente apprezzabile il fatto che l'autore non mostri reticenze nel prendere posizione, sottoponendo a una critica lucida e, nella maggior parte dei casi, piuttosto netta, proposte biblioteconomiche anche molto à la page.
Un libro che ricorda, proprio per queste sue caratteristiche, il relativamente recente volume di Paolo Traniello che - forse non del tutto casualmente - ha un titolo, Biblioteche e società, richiamato da quello di Salarelli.
Delle due parti in cui si articola il volume, la prima è quella più originale e personale nell'approccio, quella per la quale si ha l'impressione che l'autore si sia divertito di più. Si tratta della parte dedicata al quadro di riferimento generale all'interno del quale si colloca la biblioteconomia contemporanea e ad alcuni dei principali fenomeni di contesto che hanno investito negli ultimi anni il mondo dell'informazione e della comunicazione, dal Web 2.0 al knowledge management, dalla diffusione dello shopping mall come paradigma culturale alla variabile "tempo" nell'approccio alla lettura e ai contenuti informativi.
La seconda parte, caratterizzata da un approccio più tradizionale, è più specificamente dedicata all'approfondimento dello statuto disciplinare della biblioteconomia sul piano ontologico, epistemologico ed etico.
Una lettura complessiva del volume suggerisce l'ipotesi di un libro di snodo nell'evoluzione del pensiero dell'autore. Ho sempre pensato che nella vita di ognuno, e in particolare in quella dei ricercatori, arriva un momento nel quale all'entusiasmo giovanile, all'ottimismo per la contemporaneità, alla leggerezza interiore e concettuale si sostituisce una maggiore cautela, una riscoperta del passato e delle tradizioni, una ricerca della continuità piuttosto che del cambiamento dirompente. In alcuni casi questo passaggio produce, soprattutto a lungo andare, conservatorismo e disillusione, totale mancanza di fiducia e di speranza nella positività del cambiamento. Mi pare che la forza di Alberto Salarelli consista, almeno in questo volume e almeno per il momento, nel fermarsi un attimo prima che la maturità critica si trasformi in disillusione e sconfitta.
È così che l'autore, senza lanciare anatemi nei confronti della tecnologia e degli strumenti che essa mette a disposizione, e dunque senza creare contrapposizioni tra passato e presente, evita però il rischio dell'adesione entusiastica e acritica ed esprime il rifiuto per una conversione alla modernità concepita come rottura inevitabile e senza rimpianti rispetto al passato.
In quest'ottica appaiono condivisibili le sue critiche al Web 2.0, lì dove interpretato semplicisticamente come frontiera innovativa e rivoluzionaria della biblioteconomia, al knowledge management in quanto deriva ipersemplificatoria di concetti complessi come informazione e conoscenza e illusorio tentativo di gestione della complessità, alla biblioteconomia come scienza dell'informazione che ha consumato la rinuncia alla propria specificità costruita nel corso dei secoli e alla capacità di acquistare valore ad ogni grande rivoluzione dei processi di trasmissione delle conoscenze.
Salarelli rivendica la nicchia disciplinare e vede proprio nel processo di annacquamento dei contenuti ontologici della biblioteconomia una delle cause di quella che da molti è definita come la crisi della disciplina. In quest'ottica, appare come un vero e proprio contrappasso dantesco - o forse questa è proprio una delle spiegazioni della presa di posizione dell'autore - il fatto che Salarelli è docente di Fondamenti di scienza dell'informazione presso il Corso di laurea in Beni artistici, teatrali, cinematografici e dei nuovi media, esempio eclatante di quel fenomeno per cui le università sono oggi costrette a inseguire - anche se a volte solo terminologicamente - le mode disciplinari e una offerta didattica che si presenta più attraente, ma che spesso tradisce i suoi stessi presupposti. Accade così che anche nei corsi di laurea più specialistici i termini "biblioteche" e "biblioteconomia" scompaiono perché "desueti" e sconfitti da espressioni molto più glamour.
Ci sono due argomenti del ragionamento dell'autore su cui, invece, nutro qualche piccola riserva.
Mi lascia perplessa, in particolare, il giudizio quasi univocamente critico nei confronti dell'overload informativo e comunicativo, considerato, al contempo, causa e paradigma di un modo di affrontare la vita, le relazioni, la gestione del tempo tutti tesi a una superficialità massificante e massificata. Si vuole credere, piuttosto, nella capacità di poter filtrare e acquisire il meglio da questo modo di essere della società contemporanea, e contemporaneamente evitare di entrare in una logica che porta a pensare al passato in termini idealistici e che riavvicina a un'idea elitaria della cultura.
Se è vero che sono sempre meno coloro che hanno gli strumenti intellettuali che consentono di fronteggiare costruttivamente la barbarie contemporanea e dare valore al passato, si vuole però continuare a credere che ci siano spazi di crescita e di acquisizione di consapevolezza e che le biblioteche contribuiscano a tale crescita. Per fare questo, le biblioteche e i bibliotecari non possono semplicemente contare sugli strumenti e sui metodi del passato - che restano comunque il faro della disciplina -, ma devono farsi contaminare dal mondo che li circonda, senza perdere spirito critico nell'approccio e chiarezza sulle proprie finalità.
Capisco che la presa di posizione di Salarelli sia a volte più una provocazione polemica che un effettivo rifiuto di strumenti e prospettive di cui lo stesso autore è stato in passato un attento studioso. D'altra parte, personalmente mi sarei aspettata una più ottimistica presa di posizione a favore delle possibilità di progresso sociale che convivono con le minacce di un definitivo imbarbarimento, per evitare quel rischio di conservatorismo comprensibile solo in un'età più avanzata, come conseguenza di un naturale percorso biologico e psicologico.
La seconda perplessità riguarda il modo in cui la biblioteca pubblica si inserisce nel discorso di Salarelli. L'autore parla tendenzialmente di biblioteca tout court, senza precisazioni tipologiche, e in un discorso generale è sostanzialmente vero che la preservazione della nicchia potrebbe garantire alla biblioteca la sua sopravvivenza. Se questo approccio può essere condivisibile per la maggior parte delle biblioteche, non si è, però, altrettanto sicuri che valga anche per la biblioteca pubblica, per la quale forse andrebbe fatto un discorso a parte, in virtù del rapporto originario e assolutamente caratterizzante che essa ha con la contemporaneità.
Credo che la biblioteca pubblica debba guardare ai fenomeni che investono la società contemporanea con lo stesso spirito critico che contraddistingue il volume di Salarelli, ma con uno sguardo ideologicamente e culturalmente libero e neutrale, se di questa contemporaneità la biblioteca pubblica vuole diventare o continuare a essere coscienza critica rappresentativa e interprete non banale.
Un'ultima parola per la nuova collana dell'Editrice Bibliografica che il volume di Salarelli inaugura, ossia la collana Argomenti, che si propone di offrire uno spazio per una riflessione più teorica e di "carattere più speculativo" sulla biblioteconomia e i suoi temi di studio. Quello della biblioteconomia teorica è un filone disciplinare già molto sviluppato all'estero, dove ad esso sono dedicate anche riviste specifiche; in Italia, negli ultimi tempi, tale approccio comincia a raccogliere contributi interessanti che è opportuno trovino sbocchi editoriali più certi. Mi pare, dunque, che si tratti di una scelta intelligente e importante per lo sviluppo della disciplina nel nostro paese e ci si augura che i titoli pubblicati in futuro siano all'altezza di questa prima uscita.
Anna Galluzzi
Biblioteca del Senato "Giovanni Spadolini"