Associazione italiana biblioteche. BollettinoAIB 2008 n. 1 p. 84-85All'inizio ci sono persone in relazione tra loro, c'è un gruppo
che ricerca e che studia un oggetto. Attorno, allo stesso tempo, si definiscono spazi in
cui il sapere si produce, si accumula, si organizza, si contamina e si trasforma:
laboratori e biblioteche, musei, accademie, villaggi, città, ora la rete. Le
persone (ricercatori, intellettuali, studiosi, tecnici) progettano, abitano e modellano a
misura delle proprie necessità questi spazi. Le loro comunicazioni si complicano,
esprimono la qualità delle loro relazioni, denunciano la loro distanza e i loro
movimenti e rispecchiano le modalità del loro lavoro, le proprietà dei loro
strumenti.
Questi problemi sono l'oggetto del volume Espaces et communautés, il primo
dei quattro volumi dell'opera Lieux de savoir, in cui il gruppo di ricerca Les
mondes lettrés, guidato da Christian Jacob, raccoglie i risultati del proprio
lavoro sulla storia e l'antropologia delle pratiche intellettuali e delle tradizioni del
sapere.
Christian Jacob avverte: l'opera non vuole essere un'enciclopedia, ma un laboratorio, un
lavoro sperimentale. Ogni membro dell'équipe di Les mondes lettrés
studia un problema afferente alla propria area disciplinare semplificandolo,
scomponendolo, attraverso un lavoro vero e proprio di triangolazione dei fenomeni, sulla
scorta della geodesia.
Gli studi contenuti nel volume dunque affrontano una grande varietà di temi, con
punti di osservazione, metodi e "scale" molto diverse: Cicerone, la scrittura al computer
(écrit à l'écran), il Musée de l'homme, le
università del medioevo europeo. L'obiettivo del lavoro del gruppo di ricerca
è, attraverso la comparazione e il confronto, quello di ricomporre la
frammentarietà dei saperi, ristabilirne la continuità, discuterne le
metodologie, le criticità. Il risultato è un "luogo del sapere", un
libro-biblioteca: il lettore può scegliere una lettura sequenziale, oppure un
percorso erratico, alla ricerca di un tema o un motivo all'interno dei testi.
Espaces et communautés si divide in quattro parti, rispettivamente dedicate
alla formazione delle comunità scientifiche, ai luoghi del lavoro di ricerca
(les fabriques du savoir), alle logiche che hanno determinato gli spostamenti
delle persone, alle città in cui per singolari coincidenze della storia si
è concentrata la produzione intellettuale. Ogni parte è suddivisa a sua
volta in sezioni, ciascuna dotata di un'introduzione che individua ragioni e legami tra
gli studi in essa ospitati. Gli studi sono sempre corredati di una bibliografia e di note
bibliografiche e di contenuto.
La struttura dunque suggerisce un percorso di lettura che conduce dallo spazio ancora
fluido dell'incontro tra persone in ricerca a quello più consolidato delle
città "faro", attraverso la descrizione di luoghi intermedi, "di transito", come
lo studiolo rinascimentale o i giardini degli intellettuali cinesi del XVII secolo.
Inevitabile cercare subito, all'interno della struttura del libro, il posto riservato
alla trattazione delle biblioteche, nonostante la suggestione esercitata da quasi tutti i
saggi dedicati alla scrittura (dal medioevo alla posta elettronica) e dall'analisi della
geografia di Internet condotta all'interno della sezione Logiques spatiales.
Gli studi dedicati alle biblioteche e alle banche dati sono quattro, nella sezione
Fabriques du savoir. Bruno Latour, direttore scientifico dell'Institut des Etudes
politiques di Parigi, li introduce sostenendo l'inevitabile integrazione tra le
potenzialità intellettuali e cognitive di ogni ricercatore e le condizioni
materiali del suo lavoro (dati, strumenti, istituzioni scientifiche). Per spiegare la sua
posizione, egli ricorre a una efficace similitudine: come non possiamo ignorare la
stretta correlazione tra ogni segmento della distribuzione dei beni di consumo a nostra
disposizione, così dobbiamo vedere la stretta dipendenza tra i diversi elementi
della filiera della conoscenza. Il pensiero, come i generi di consumo, si distribuisce.
È in questo quadro di reciproca dipendenza tra capacità del ricercatore e
condizioni del suo lavoro che si possono studiare le forme della produzione del sapere,
le modalità del suo "Farsi corpo, farsi luogo" (è il titolo di uno dei
saggi di Christian Jacob in apertura di volume).
Nel primo saggio di questa zona del libro, Dominik Wujastyk ricostruisce la storia della
biblioteca indiana di Thanjavur, dalla sua funzione originaria di conservazione della
produzione scientifica locale (alla fine del secolo XVII, il re Sahaji riservò
agli intellettuali di Thanjavur un villaggio perché vi svolgessero le loro
ricerche nella medicina, nel diritto, nella letteratura) alla sua espansione nel corso
del XVIII secolo, fino alla pubblicazione, alla fine del secolo successivo, a Londra, del
suo catalogo di manoscritti in sanscrito.
Resta dunque al lettore non solo l'idea suggestiva delle sale della biblioteca e dei suoi
25.000 manoscritti che un'équipe di restauratori sta cercando di
conservare, ma anche quella di una profonda integrazione tra la biblioteca e la
comunità scientifica di cui era in qualche modo l'unico editore.
Il saggio successivo, scritto da Michel Melot, è tutto rivolto invece alla
descrizione del ruolo e delle prospettive della biblioteca occidentale contemporanea, il
cui carattere multimediale si può considerare il proseguimento di un antico
mandato. In effetti, a differenza di quanto è avvenuto nelle istituzioni
educative, le biblioteche hanno sempre superato la cultura delle parole, conservando
anche materiale iconografico. Il problema invece oggi cruciale è l'accentuarsi del
fenomeno dell'estensione del testo oltre il limite del libro. L'utilizzo del web e dei
motori di ricerca - sostiene l'autore - rende ogni parola chiave un'unità
documentaria, frammenta l'unità fisica di un testo in una pluralità di
oggetti. Il ruolo delle biblioteche, di fronte a ciò, è quello di offrire
tutte queste risorse rendendole complementari, e aggiungendo alla loro semplice somma
l'elemento strategico della loro organizzazione e selezione. In questo modo esse possono
conservare la loro caratteristica di «luogo paradossale», uno spazio
«pubblico per un consumo individuale e privato».
Il terzo contributo sulle biblioteche è dedicato alle collezioni elettroniche. Il
loro spazio - come sostiene un altro degli autori di questo volume - è molto meno
virtuale di quanto siamo abituati a pensare, e gli attori che ne forzano i confini, ne
decidono la struttura, sono molteplici. François Cavalier, direttore del Service
Commune de la Documentation dell'Università di Lione 1 delinea le tappe
fondamentali dell'avvento dei periodici elettronici e ne analizza alcuni modelli
economici. I bibliotecari troveranno in queste pagine una interpretazione del
rovesciamento delle politiche di gestione e di acquisizione delle collezioni di cui sono
stati testimoni o protagonisti: la crescita vertiginosa (più del 200%) del costo
degli abbonamenti, la soluzione obbligata del Big Deal, la riduzione delle
capacità delle biblioteche di selezionare i documenti per le proprie collezioni,
l'emergere dei consorzi (particolare attenzione viene data al consorzio francese Couperin
che raccoglie circa 200 biblioteche) e l'avvento del movimento degli Open
archives. Cavalier conclude il suo saggio attribuendo un ruolo decisivo alla cultura
dell'Open Access, che potrebbe spostare la produzione scientifica dalle
multinazionali dell'editoria a un nuovo luogo del sapere, ancora in fase di
definizione.
Il saggio di Bruno J. Strasser che conclude questa parte di Espaces et
communautés affronta il tema delle banche di dati scientifiche rispecchiando
l'impostazione generale del volume: spazi e comunità, lieux e corps.
Infatti, tracciando la storia dei repertori di sequenze di proteine (a partire
dall'Atlas of protein sequence and structure, pubblicato nel 1965) l'autore
descrive innanzitutto l'evoluzione dei rapporti tra ricercatori, dallo scambio originario
di dati e di esperienze, alla costruzione di un sistema di protezione del diritto di
proprietà intellettuale in cui gli editori di riviste scientifiche giocano un
ruolo decisivo. L'autore affronta poi un problema di dinamiche spaziali. Se nella ricerca
scientifica sperimentale il movimento della conoscenza avviene dal centro (il
laboratorio) verso la periferia (i ricercatori), nella costruzione di banche di dati di
sequenze di proteine il movimento è rovesciato: una periferia sempre più
vasta (la prima edizione dell'Atlas contava un centinaio di contributori, la
seconda più di duemila) sposta le informazioni verso un centro delocalizzato, la
banca di dati in rete.
Anche se ognuno dei saggi dedicati alle biblioteche può essere considerato
autonomamente, possiamo tuttavia trovare, accogliendo le indicazioni di Melot e di
Latour, un significato che li attraversa: la biblioteca non si limita a ospitare i
documenti prodotti dalla comunità scientifica. Essa certamente li raccoglie, ma
dopo averli scelti. Poi li organizza, li rende disponibili, li mette a confronto e li
integra, anticipando a volte le esigenze dei ricercatori. È in questa
attività di comprensione e organizzazione dei prodotti della conoscenza che
risiede oggi l'autorità della biblioteca. La biblioteca può svolgere questo
ruolo sviluppando una sorta di fluidità progettuale, in equilibrio tra le istanze
caratteristiche delle sua evoluzione, il flusso e lo stock. Ed è tra la
fluidità e il consolidamento degli strumenti che si definisce anche la
professionalità "plurale" dei bibliotecari.
Anna Vaglio
Biblioteca dell'Università Bocconi,
Milano