Associazione italiana biblioteche.
BollettinoAIB 2009 n. 3 p. 289-305
Evoluzione dei sistemi di gestione bibliotecaria
tra vecchi e nuovi paradigmi
di Valdo Pasqui
1. Introduzione
Il contesto in cui attualmente operano le biblioteche
è caratterizzato dalla crescita esponenziale delle informazioni digitali1, dalla
pervasività della rete, dalla diffusione di strumenti specificatamente concepiti
per promuovere la partecipazione attiva degli utenti e da applicazioni basate sulla
condivisione ed il riuso dei dati e dei servizi. Queste tendenze sono accompagnate dai
cambiamenti nell'ambito dell'Information and Communication Technology (ICT) e non
devono essere percepite né acriticamente né con diffidenza, ma lette ed
interpretate anche in forte sinergia con alcuni recenti mutamenti sociali e con gli
avvenimenti economici che stanno caratterizzando lo scenario mondiale attuale. Lo
sviluppo di "reti sociali", "comunità virtuali" e "aziende virtuali", favorito
dalla mobilità e dalla connettività permanente (Dempsey2009), obbligano a
confrontarsi con scenari le cui potenzialità sono ancora tutte da scoprire. In
questi scenari forme espressive diverse dal documento testuale (video e audio
conferenze, web cast, immagini) svolgono un ruolo primario2 e si affermano nuove
modalità di creazione, condivisione, ricerca, utilizzo delle informazioni in cui
i contenuti digitali hanno un ruolo sempre più preponderante. Gli impatti sugli
ambienti di lavoro, ricerca e didattica sono ancora ampiamente da esplorare e
propongono nuovi problemi sia riguardo alla gestione, integrazione e fruibilità
delle applicazioni sia rispetto all'attendibilità, alla gestione dei diritti,
all'integrità ed alla conservazione delle risorse. Per contro la crisi
finanziaria dell'ultimo biennio ha determinato una fase recessiva, le cui ricadute
sulle economie reali stanno cominciando a manifestarsi pesantemente. In particolare,
nel nostro paese queste difficoltà comporteranno ulteriori contrazioni ai
già ridotti finanziamenti pubblici nei settori della ricerca, dell'istruzione e
dei beni culturali e fanno temere una consistente diminuzione degli interventi di
mecenatismo delle istituzioni private, soprattutto le fondazioni bancarie, che hanno
fino ad oggi sopperito alle carenze degli investimenti pubblici garantendo la
realizzazione di progetti e spesso anche l'erogazione dei servizi. In questo scenario e
di fronte alla missione dichiarata da Google «to organize the world's
information and make it universally accessible and useful», le
biblioteche sono chiamate a riflettere sulla trasformazione degli strumenti dei quali
si avvalgono, sull'evoluzione dei propri servizi e sulle modalità di gestione ed
erogazione, rendendosi consapevoli che solo attraverso la cooperazione e l'integrazione
con altre realtà e domini applicativi sarà possibile realizzare programmi
sostenibili e orientati alle reali esigenze dei loro utenti.2. Vecchi e nuovi paradigmi
I sistemi gestionali ILS (Interlibrary Service)
usati dalle biblioteche coprono ovviamente le principali aree funzionali dell'ambito
bibliotecario: acquisizione, catalogazione e circolazione, incluso il prestito
interbibliotecario, oltre alla gestione inventariale e patrimoniale (che in Italia
segue regole di solito non completamente supportate dai software di origine straniera).
Inoltre, di recente, tutti i più importanti produttori stanno integrando le
proprie piattaforme con applicazioni per la gestione delle risorse elettroniche (ERMS =
Electronic Resource Management Systems). Pur senza soffermarci nell'analisi delle
architetture e delle tecnologie utilizzate, si può affermare che senza dubbio i
sistemi di gestione bibliotecaria sono "applicazioni verticali", concepite per operare
autonomamente, la cui capacità di integrarsi con altre applicazioni è di
solito scarsa e limitata al medesimo contesto tramite protocolli di nicchia come Z39.50
per l'interrogazione dei cataloghi e per la catalogazione derivata, ISO ILL 10160 e
10161 per il prestito interbibliotecario e NCIP (NISO Circulation Interchange Protocol)
per i sistemi e gli apparati (self-service) utilizzati per la circolazione dei
documenti. I sistemi di gestione bibliotecaria, fatta eccezione per l'EDI (Electronic
Data Interchange), la cui diffusione è rimasta comunque limitata, hanno invece
ridotte capacità di integrazione con altri sistemi gestionali
(contabilità finanziaria, generale e analitica, gestione inventariale, risorse
umane, carriere studenti, e-learning ecc.) tipici di altri domini funzionali quali
e-Government, e-Science e e-Scholarship.
Oltre all'aspetto tecnologico non va sottovalutato neppure quello
organizzativo-funzionale. Un rapporto pubblicato nel giugno 2009 dal Research
Information Network (RIN) sottolinea che le biblioteche del Regno Unito spendono
risorse significative per editare i record bibliografici e osserva che: «A
shared catalogue for the whole UK higher education (HE) sector, with dynamic links to
local holdings, could bring enormous benefits, in terms of reduced costs, of a more
comprehensive coverage of both national and local holdings with better-quality records.
It would also provide the potential for developing new user-focused services allowing
them to remain relevant to their users and to compete with Amazon, Google and
others». A questo proposito non si può fare a meno di sottolineare
che in Italia la catalogazione partecipata attraverso l'Indice SBN (Servizio
bibliotecario nazionale) rappresenti ancora oggi, a quasi trent' anni dal suo
concepimento, un modello unico di cooperazione applicativa che ha fornito e continua a
fornire enormi vantaggi alla comunità bibliotecaria, nonché servizi per
gli utenti finali, come le varie versioni degli OPAC SBN.
Per quanto riguarda i servizi rivolti agli utilizzatori domina largamente il paradigma
che Lorcan Dempsey (Dempsey2002) ha denominato Discover to Deliver (D2D) e che
per anni è stato implementato attraverso gli OPAC. In questo ambito, il
protocollo Z39.50 è stato ed è tuttora lo strumento più adottato
per realizzare l'interrogazione simultanea di più cataloghi, anche se a partire
dalla seconda metà degli anni novanta si sono diffuse le interfacce Web sia per
i singoli cataloghi (WebOPAC) sia per i metacataloghi concepiti come gateway
WWW/Z39.50. Recentemente gli OPAC ed i metaOPAC hanno subito un'ulteriore
trasformazione grazie all'adozione di tecnologie ed all'integrazione di
funzionalità che comunemente vengono identificate con la sigla Web 2.0 ed alla
realizzazione di metamotori di ricerca in grado di operare anche su sorgenti
informative diverse dai cataloghi bibliotecari includendo le risorse digitali.
Nell'ambito delle biblioteche digitali, il modello OAI (Open Archive Initiative) ha
favorito, in particolare negli ambiti accademici e di ricerca, lo sviluppo di
repository istituzionali parallelamente ai quali si è diffusa la
creazione di servizi per l'aggregazione dei metadati descrittivi delle risorse
digitali. Il modello funzionale di OAI è diventato un paradigma che ispira gran
parte dei servizi sorti nell'ambito delle biblioteche digitali e formalizza la chiara
distinzione tra data providers e service providers. I primi sono i
repository, in gran parte realizzati avvalendosi di software open source
(DSpace, Fedora, Eprints.org), spesso concepiti per promuovere il self-archiving
e l'accesso aperto ai contenuti della produzione accademica e di ricerca. I software
per la creazione dei repository hanno tuttavia funzioni elementari per lo
scambio degli oggetti digitali, di solito limitate all'importazione ed esportazione di
file in formato METS (Metadata Encoding and Transmission Standard), e non offrono
ancora soluzioni soddisfacenti per supportare i processi di conservazione a lungo
termine (digital preservation). L'altro paradigma che si è affermato
grazie al modello OAI è stato l'harvesting dei metadati realizzato
tramite il protocollo OAI-PMH (Open Archive Initiative Protocol for Metadata
Harvesting) che consente l'esposizione, la cattura e l'aggregazione dei metadati
descrittivi. Sebbene si tratti di un protocollo basato sulle tecnologie del Web, la
diffusione di OAI-PMH è rimasta confinata all'ambito delle biblioteche ed allo
sviluppo di una nuova generazione di servizi che aggregano, indicizzano e ri-pubblicano
i metadati descrittivi provenienti da repository digitali e dai cataloghi
bibliografici. Gli aggregatori di solito operano in combinazione con resolver
NISO OpenURL e sono arricchiti con funzionalità mutuate dal Web 2.0
(relevance ranking, facets browsing, tagging ecc.). Si tratta
dell'approccio seguito ormai da gran parte dei "portali" istituzionali e tematici che
consentono agli utenti la ricerca e la navigazione su ampi spettri di risorse. WorldCAT
di OCLC (Online Computer Library Center) e NCSU (North Carolina State University
Libraries) sono servizi che hanno fatto "scuola" e hanno indotto molti fornitori
commerciali di software gestionali per le biblioteche ad adeguare la propria offerta,
affiancando ai tradizionali OPAC nuove piattaforme ("portali verticali")
specificatamente concepite per la raccolta, l'indicizzazione, la ricerca e la
pubblicazione dei metadati al fine di assicurare un accesso unificato ed integrato alle
risorse tradizionali ed a quelle digitali della biblioteca (per esempio Aquabrowser di
Medialab, Primo di ExLibris).
Al fianco dei precedenti paradigmi, ampiamente consolidati nell'ambito bibliotecario,
grazie alle sinergie con altri contesti funzionali, alle contaminazioni del Web ed alle
istanze derivanti dal digitale, stanno emergendo nuovi paradigmi che certamente avranno
un impatto rilevante nelle future trasformazioni dei servizi delle biblioteche. Tra
questi tre sono particolarmente significativi sotto l'aspetto applicativo-funzionale e
due sono rilevanti dal punto di vista dell'infrastruttura tecnico-informatica di
supporto e per l'integrazione con altri domini applicativi: a) I workflows degli utenti
È ormai necessario abbandonare una visione di tipo "biblioteca-centrica" e
privilegiare le esigenze di integrazione funzionale tra i diversi domini in cui gli
utenti devono operare analizzando e modellando i loro flussi di lavoro ed i relativi
processi. Alcuni esempi di flussi di lavoro sono stati riassunti in (Dempsey2008):
Gather, Create, Share per la creazione, cattura, raccolta e condivisione dei
dati della ricerca scientifica (e-Research, e-Science); l'integrazione tra
repository istituzionali, servizi bibliotecari e piattaforme di
e-learning (Learning Mangement Systems, Course Management Systems) nell'ambito
della didattica; il processo Connect, advise and collaborate che coinvolge
utenti, esperti e bibliotecari; il flusso Create to Curate (creation,
organization, curation) nell'ambito della selezione, raccolta e conservazione delle
risorse; l'integrazione tra repository istituzionali, e-journals ed i
servizi di abstracting e di indicizzazione nei domini dell'editoria, della ricerca e
della didattica. Se invece di imporre un modello precostituito ("il modello della
biblioteca") si vogliono realizzare applicazioni per assistere ed aiutare gli utenti
nello svolgimento delle loro attività, in grado di adattarsi alle loro esigenze
e di riprodurne i processi, occorre progettare servizi modulari e personalizzabili e
disporre di piattaforme in grado di integrare i servizi e le risorse in modo
flessibile. Analogamente, è da non sottovalutare che anche le attività
svolte dai bibliotecari sono soggette a cambiamenti e revisioni in base alle esigenze
di razionalizzazione dei processi amministravi ed organizzativi delle istituzioni cui
appartengono le biblioteche.
b) Data disclosure
Il paradigma Discover to Deliver (D2D), tutt'oggi
preponderante, sta diventando solo un componente di un processo più ampio e
articolato detto "ciclo di creatività" o Create to Curate (C2C) [JISC
(Joint Information Systems Committee) & SCONUL (Society of College, National and
University Libraries)] attraverso il quale gli utenti «are free to create and
expose innovative objects, to contribute to and to repurpose others'
objects». Questo nuovo paradigma si esplicita attraverso tre parole
chiave: expose, re-use, partecipate. I metadati, i dati ed i
servizi vengono esposti consentendone il riuso e la ri-composizione (remixing,
mashup) attraverso modalità e tecniche più o meno complesse
comprendenti i syndication feeds, i web services e gli strumenti di
data mashup, garantendo comunque il rispetto dei diritti e degli eventuali
vincoli di accesso, al fine di creare nuovi servizi in un contesto in cui tutti gli
attori in gioco possono contribuire e partecipare. Nell'ambito accademico è
facile identificare questi soggetti come i docenti, i ricercatori, i bibliotecari e gli
studenti. In un ambito più vasto, come per esempio quello delle biblioteche
pubbliche, i livelli di partecipazione ed i possibili ruoli degli utenti (arricchimento
del catalogo, aggiunta di annotazioni, recensioni, tag ecc.) sono ancora largamente da
valutare ed il dibattito relativo alle ricadute del Web 2.0 (Library 2.0, Opac 2.0)
è in corso, aperto e ricco di spunti.
c) Il modello resource-centric
Nel modello OAI il fulcro sono i
metadati descrittivi associati agli oggetti digitali contenuti nei repository
che vengono esportati verso servizi esterni di ricerca e scoperta, ponendo di nuovo
come finalità primaria la scoperta secondo gli stessi principi (D2D) adottati
per i tradizionali cataloghi delle biblioteche. Tuttavia è sempre più
pressante la necessità di passare da «repository islands towards
distributed, web-oriented, open, and interoperable infrastructure»3 che
facciano da supporto per i servizi necessari ai contesti e-Sciences, e-Research ed
e-Scholarship, per i quali è fondamentale un uso flessibile ed efficiente
delle risorse digitali, inclusi dati scientifici, statistici, mappe, immagini ed
elaborazioni grafiche. Occorre poter consentire e gestire il recupero e l'utilizzo di
singoli parti, componenti, di manufatti ed insiemi digitali più complessi. A tal
fine OAI ha sviluppato il framework Object Reuse and Exchange (OAI-ORE) che
mette al centro le risorse, indipendentemente dalla loro localizzazione e dagli archivi
che le contengono, attraverso il concetto di aggregazione. Si tratta di un approccio
che permette la piena integrazione del contenuto delle biblioteche digitali
nell'architettura del Web, consente di sfruttare le potenzialità legate alle
evoluzioni del Web semantico e consente nuove modalità sia per il riuso delle
risorse digitali che per il loro trasferimento tra repository. Queste
caratteristiche lo rendono anche particolarmente attraente per implementare processi di
conservazione del digitale maggiormente flessibili ed indipendenti dalle
piattaforme.
d) Service Oriented Architecture (SOA)
SOA è
l'evoluzione delle architetture distribuite secondo un paradigma in cui le applicazioni
sono disegnate e realizzate combinando servizi posti sotto il controllo di
domini/proprietari diversi che li rendono disponibili in rete. Si tratta di funzioni
che riflettono e implementano alcuni processi specifici della logica applicativa
(business logic), hanno una granularità abbastanza grossa
(coarse-grained), possono essere implementati in modo diverso (indipendenza
dalle piattaforme), espongono opportune interfacce e comunicano in rete attraverso
protocolli standard (di solito di tipo messaggio). Le funzionalità dei servizi
sono definite da metadati che ne descrivono le interfacce e le operazioni
affinché altri servizi ed applicazioni li possano usare (consumare). Alla base
del modello SOA sta la separazione tra applicazioni e servizi e questo permette il
riuso dei servizi applicativi (business services) e dei servizi che trattano i
dati evitando la creazione dei ben noti silos informativi tipici delle applicazioni
verticali. Inoltre, questa modalità di disegno facilita anche l'integrazione di
applicazioni esistenti e dei sistemi legacy, una caratteristica importante per
integrare gli attuali ILS che per lo più sono software proprietari chiusi. Le
applicazioni concepite secondo il modello SOA consentono un risparmio in termini di
servizi da implementare e gestire (condivisone, riuso), garantiscono
l'uniformità di trattamento enucleando le funzioni di base e permettono una
maggiore flessibilità ed adattabilità ai cambiamenti funzionali e dei
processi.
e) Cloud computing
Si tratta di un concetto recente di cui non esiste
ancora una definizione completamente formalizzata e dunque varie tipologie di servizi
possono essere chiamate cloud services. Alcuni forniscono spazio per la
memorizzazione dei dati e database (Amazon Simple StorageService/S3, Amazon SimpleDB,
Google Base) o mettono a disposizione infrastrutture di elaborazione complete sotto
forma di computer virtualizzati (Amazon Elastic Compute Cloud/EC2, HP Flexible
Computing services, IBM Blue Cloud), altri forniscono piattaforme per lo sviluppo di
applicazioni (Google App Engine, HP Adaptive Infrastructure as a Service) o piattaforme
applicative complete secondo il modello Sofware as a Service (Oracle SaaS
platform, Google Apps, Sales Force Automation di Salesforce). Questi diversi tipi di
servizi condividono un medesimo principio: un'infrastruttura flessibile, scalabile e
ridondante, composta da risorse hardware (supporti di memorizzazione, server
centralizzati e distribuiti in rete) e software (sistemi operativi, database,
applicazioni), realizzata avvalendosi di strumenti di virtualizzazione e grid
computing, che viene messa a disposizione di aziende ed utenti tramite la rete
fornendo opportune interfacce programmatiche API (Application Programming Interface) e
interfacce grafiche utente GUI (Graphical User Interface). In molti casi, come negli
esempi citati, questo paradigma si esplicita in servizi disponibili attraverso la rete
pubblica (public clouds), tuttavia il modello cloud è destinato a
svilupparsi anche in ambito privato (private clouds) da parte di organizzazioni
e aziende che vogliono sfruttare la flessibilità e la scalabilità di
questo approccio senza rinunciare ad un elevato controllo dei dati e delle applicazioni
per ragioni di sicurezza. Infine, l'integrazione con i principi SOA fornisce
un'adeguata visibilità ed accessibilità ai servizi che operano in the
cloud e permette lo sviluppo di infrastrutture ibride che combinano componenti
(servizi, applicazioni, risorse) locali con cloud di tipo privato e
pubblico.
Lo spostamento verso i primi tre paradigmi è particolarmente significativo per
progettare e disegnare applicazioni attorno alle esigenze degli utenti in un contesto
sempre più caratterizzato dalle risorse digitali e dal modello partecipativo.
Gli altri due paradigmi prospettano nuovi scenari4 per il disegno, l'implementazione e
la fruizione dei servizi fondandosi sui principi di condivisione, collaborazione e
cooperazione, ben noti alle biblioteche, e garantendo scalabilità,
flessibilità e disponibilità, ma anche riduzione dei costi per lo
sviluppo e la gestione delle applicazioni e delle infrastrutture. Questi paradigmi sono
tra loro fortemente collegati: infatti le applicazioni concepite per supportare i
processi degli utenti, per integrare con il tradizionale ambito bibliotecario altri
domini applicativi e orientate alla condivisione ed al riuso delle risorse digitali
necessitano di servizi modulari, ricomponibili e accessibili in rete, che a loro volta
devono essere implementati su piattaforme flessibili, efficienti e facilmente
scalabili.
3. "Lavori in corso"
In questa sezione, senza pretesa di
esaustività, sono sintetizzate alcune iniziative che evidenziano come le linee
di tendenza indicate in precedenza trovino già applicazione concreta, sebbene
ancora parziale, in progetti ed attività in corso dai quali è possibile
trarre linee guida, individuare soluzioni, standard e strumenti o servizi già
pronti.ILS Discovery Interface e il Berkeley
Accord
Il gruppo di lavoro ILS Discovery Interface Task Group (ILS-DI),
riunito nell'estate del 2007 dalla Digital Library Federation per analizzare le
problematiche relative all'interoperabiltà tra i sistemi di gestione
bibliotecaria (ILS) ed i sistemi di ricerca e scoperta in rete, ha prodotto nel corso
dell'ultimo biennio una serie di raccomandazioni tecniche la cui ultima versione
è uscita nel dicembre 2008 (ILS-DI). Tra le premesse del gruppo si trova anche
l'affermazione che gli ILS devono aprirsi alle applicazioni di tipo ricerca e scoperta
abbandonando i protocolli tradizionali (e.g. Z39.50) e adottando appropriati Web
Services. La specifica definisce alcune interfacce programmatiche (API) concepite per:
a) migliorare la scoperta e l'utilizzo delle risorse delle biblioteche tramite
applicazioni esterne di tipo aperto; b) promuovere e sostenere la cooperazione e
l'interazione con applicazioni operanti fuori del dominio delle biblioteche senza
vincolare le raccomandazioni a standard e protocolli utilizzati solo nel contesto
bibliotecario; c) garantire la fattibilità dell'implementazione formulando
specifiche semplici e modulari. L'approccio seguito definisce un insieme di funzioni
astratte raggruppate in quattro categorie di servizi (Data aggregation, Real
time search, Patron functionality, OPAC interaction) che coprono i ben noti
domini funzionali dei sistemi bibliotecari secondo il paradigma D2D. Le funzioni sono
suddivise in quattro livelli secondo uno schema a scatole cinesi in cui quelle ai
livelli inferiori sono incluse nei livelli più alti: 1-Basic discovery
interfaces (BDI), 2-Elementary OPAC supplement, 3-Elementary OPAC
alternative e 4-Robust/domain specific discovery platforms. Tutte le
funzioni sono definite in modo astratto (descrizione, parametri, risultati restituiti,
eccezioni, effetti collaterali, annotazioni) in modo da separare i servizi dalla loro
implementazione (binding). Quest'ultima viene proposta indicando i protocolli, i
metadati ed i formati ritenuti più adatti ed eventuali soluzioni alternative.
Per il momento a scopo dimostrativo è stato implementato il primo livello
(Basic Discovery Interface) che comprende le seguenti quattro funzioni
astratte:
- HarvestBibliographicRecords (Data Aggregation)
- HarvestExpandedRecords (Data Aggregation)
- GetAvailability (Real Time
- Search)
- GoToBibliographicRequestPage (OPAC interaction)
Le prime due funzioni sono implementate via OAI-PHM, la terza secondo la modalità
Representational state transfer (REST) che fornisce come risultato un documento
XML, la quarta con un riferimento (URL) a un identificatore bibliografico che conduce
ad una pagina informativa per quel titolo. Nell'aprile 2008 dieci produttori
commerciali di ILS hanno espresso il loro consenso su questo livello minimale siglando
il Berkeley Accord (Berkeley).
OASIS Search Web Services
(SWS)
La Organization for the Advancement of Structured Information Standards
(OAIS) è il consorzio, sostenuto da alcune delle maggiori aziende ITC mondiali,
nel cui ambito vengono promossi e sviluppati molti standard e protocolli rilevanti
nell'ambito del Web e delle SOA. Nel 2007 OAIS ha costituito il Search Web Services
Technical Committee (SWS-TC)5 che ha formalizzato il servizio di searchRetrieve
(OASIS-SWS), basato sulla definizione di un modello astratto articolato in tre parti
(dati, elaborazione e risultati), nel quale un server espone unità di dati
contenute in un datastore, a ciascuna delle quali possono essere applicati uno o
più formati (item type) per generare una struttura esportabile
(response item). Quando il server riceve una richiesta (searchRetrieve)
elabora l'interrogazione contenuta, seleziona i record che la soddisfano e produce il
risultato associandogli un identificatore univoco per successivi raffinamenti o per
recuperare altri item. La richiesta indica anche quanti item includere nel
risultato, se devono essere raggruppati e come devono essere formattati. Un aspetto
rilevante di SWS è che la sua specifica astratta non aggiunge nuovi protocolli
ma prevede, attraverso il concetto di binding, che l'implementazione avvenga
usando protocolli e standard già esistenti. A tal fine SWS definisce una lista
di parametri della richiesta astratta, un insieme di elementi che possono comparire
nella risposta e prevede tre modalità per esprimere le regole di binding:
un documento umanamente leggibile (binding statico), un documento espresso
secondo lo SWS Description Language interpretato da un programma (dynamic
binding) o le due modalità in cascata (intermediate binding).
Attualmente sono stati definiti documenti (binding statici) per i protocolli SRU
1.06, SRU 2.07 e OpenSearch8, ma secondo questo approccio può essere interrogato
ogni server che fornisce una propria descrizione interpretabile automaticamente.OAI Object Reuse and Exchange
(ORE)
Il cuore della specifica OAI-ORE, consolidata nell'ottobre del 2008,
è il concetto di aggregazione inteso come un oggetto digitale composito formato
da un insieme di risorse distribuite nel Web indipendentemente dalla loro allocazione
(ovvero dai repository che le contengono). Le risorse possono essere di vari
tipi e formati. Ogni aggregazione è descritta da uno o più documenti
(resource map) che esprimono le relazioni semantiche esistenti tra le risorse
dell'aggregazione e con altre risorse esterne. Ad ogni mappa è associato un
identificatore URI (Uniform Resource Identifier) che quando viene invocato
(dereferenziato) con una richiesta http ne fornisce la rappresentazione
serializzata in base ad alcuni formati standard (Atom syndication feed, RDF/XML, RDFa)9.
Le descrizioni delle aggregazioni sono esposte attraverso interfacce di tipo Web
(browser, Web Services, REST ecc.) che permettono lo sviluppo di applicazioni e servizi
destinati a «visualize, preserve, transfer, summarize, and improve access to the
aggregations that people use in their daily Web interaction: including multiple page
Web documents, multiple format documents in institutional repositories, scholarly data
sets, and online photo and music collections» (OAI-ORE).
Un'applicazione pratica di OAI-ORE nell'ambito della digital preservation
è descritta in Rumsey & O'Steen, che illustra la sperimentazione di ORE
nell'ambito del progetto PRESERV2 per spostare e copiare i dati tra archivi di
conservazione a lungo termine, al fine di replicare in modo distribuito le copie degli
oggetti digitali10. Un'altra dimostrazione sull'applicabilità di OAI-ORE è
stata realizzata in occasione del convegno Open Repositories 2008 (Tarrant) per
scambiare risorse digitali tra due repository, uno implementato con EPrints e
l'altro con Fedora. Il progetto Foresite, finanziato dal JISC, sta sperimentando
OAI-ORE per creare una serie di Resource Map di riviste, singoli numeri ed
articoli contenuti in JSTOR (Foresite). Le mappe sono memorizzate in un
repository locale (DSpace) e pubblicate in formato ATOM attraverso l'interfaccia
Simple Web-service Offering Repository Deposit (SWORD), così i contenuti restano
in JSTOR, ma la loro descrizione sotto forma di aggregazioni è resa disponibile
(harvesting, indicizzazione, visualizzazione relazioni RDF ecc.) al fine di
creare una collezione di risorse di ambito accademico. Grazie a queste iniziative
cominciano anche ad essere disponibili le prime librerie e strumenti open source per
OAI-ORE.
Federated Identity
Management
Le tecnologie ed i dispostivi di telecomunicazione (banda larga,
wi-fi, PAD, telefoni cellulari, network appliances ecc.) ci permettono
una grande libertà mantenendoci permanentemente connessi alla rete e usufruendo
di applicazioni che coprono uno spettro sempre più ampio di servizi
(informazione, intrattenimento, apprendimento, finanza, e-commerce ecc.) messi a
disposizione dai privati, dagli enti, dalle pubbliche amministrazioni (locali e
centrali). In tale scenario non si può prescindere dalle politiche di controllo,
non solo dei dati e degli oggetti digitali, ma anche dei servizi, delle applicazioni e
delle risorse di elaborazione e di memorizzazione che ne garantiscono l'utilizzo. Uno
dei capisaldi per la realizzazione di tali politiche è la possibilità di
identificare in modo univoco ed affidabile gli utenti ed i servizi. I sistemi di
identificazione federata (Shibbolet, OpenID, Liberty Identity Federation Framework)
permettono di realizzare i ben noti principi per il controllo degli accessi
(autenticazione, autorizzazione e verifica dei diritti) attraverso il single
sign-on (SSO) e delocalizzando i servizi di autenticazione a specifiche
entità autoritative. In tal modo all'utente si evita la scomodità di
ri-autenticarsi quando cambia applicazione e si riduce significativamente la
quantità di credenziali che ciascuno di noi deve ricordare e conservare. Gli
Identity Provider sono le entità autoritative a cui viene
"esternalizzata" la responsabilità di riconoscere ed autenticare gli utenti e
spesso sono gestite dalle istituzioni od organizzazioni di appartenenza che si federano
per consentire ai propri utenti di identificarsi ed accedere con le medesime
credenziali a servizi e risorse diverse. Shibbolet è uno dei sistemi più
diffusi che oltre a definire un modello per l'identificazione federata fornisce anche
una suite di software open source per attivare un Identity Provider (IDP)
e per integrare le proprie applicazioni (Shibbolet). Per esempio, implementando un IDP
Shibbolet in ambito universitario11 è possibile consentire a docenti, ricercatori
e studenti di autenticarsi a tutti i servizi messi a disposizione nella federazione,
interagendo solo con il sistema di autenticazione della propria università (ad
esempio un server LDAP). Tra questi servizi possono rientrare anche applicazioni
esterne (come repository digitali, riviste elettroniche, banche dati, servizi di
citazioni ecc.) di altre istituzioni o di fornitori commerciali federati che per
identificare gli utenti "confidano" sulle asserzioni fornite dall'IDP dell'Ateneo. Il
principio delle asserzioni espresse in SAML12, su cui si fonda Shibbolet, permette di
realizzare interazioni autenticate tra servizi distribuiti secondo il modello SOA e
consente anche di accedere alle applicazioni senza fornire le proprie credenziali, un
aspetto determinate quando si vuole garantire la riservatezza degli utenti pur
gestendone il riconoscimento.
Nell'ambito dei sistemi di identificazione federata un ruolo molto importante è
svolto dalla Liberty Alliance13, che ha definito un insieme di specifiche molto ricco ed
articolato, basato su SAML, il cui sviluppo software è stato demandato dal 2007
alla OpenLiberty.org (OLO). Quest'ultima ha recentemente reso disponibile come licenza
Apache 2.0 alcuni moduli software open source sviluppati nell'ambito di progetti
collegati (D-WSF 2.0 Web Services Client Library, Project Aristotle).
Infine, OpenID è una soluzione open source che supporta SSO e
l'autenticazione federata seguendo un approccio alternativo che non utilizza
autorità centralizzate, non usa SAML e prevede la possibilità di
scambiare un insieme limitato di attributi (OpenID). OpenID si sta rapidamente
diffondendo per la registrazione a wiki, blog e servizi di tipo aperto.
Service Oriented Architecture e le
biblioteche
Il progetto e-Framework for Education and Research14 ha per
obiettivo facilitare l'interoperabilità tecnica tra i domini della ricerca e
dell'istruzione definendo strategie di pianificazione e processi implementativi. Si
basa su un'architettura orientata ai servizi, definisce processi integrati e promuove
l'adozione e lo sviluppo di standard aperti. I contesti applicativi sono analizzati e
descritti in termini di Service Usage Models (SUMs) che comprendono i requisiti, i
workflow, le politiche e i processi. I SUM vengono mappati in una serie di
servizi astratti classificati per tipologia (service genres). Nuove applicazioni
possono essere costruite a partire dai SUM e dai servizi per i quali, attraverso le
service espressions, viene specificata l'implementazione concreta che ne
descrive il comportamento, le funzionalità, le interazioni e le interfacce. Sono
stati definiti una ventina di SUM di cui alcuni pertinenti al dominio delle biblioteche
(Authenticated Harvest, OpenURL + Handle Appropriate Copy, Repository Metadata and
Management Project, Searchable Collection Maintenance), sono stati descritti alcuni
servizi astratti (Add, Auhtenticate, Authorise, Harvest, Read, Remove, Replace, Search,
Syndicate ecc. ) e sono state definite alcune service espressions per
l'e-learning e le biblioteche che prevedono l'uso dei protocolli OAI-PMH, NISO
OpenURL e SRW.
Sebbene l'applicazione del modello SOA nell'ambito dei sistemi di gestione
bibliotecaria sia ancora agli albori, fin dal 2007 la National Library of Australia
(NLA) ha deciso di adottare SOA per progettare i suoi nuovi servizi (NLA-ITAG) e nel
novembre del 2008 ha definito un Service Framework per lo sviluppo della
biblioteca digitale (NLA-SFW) che comprende 7 classi di servizi e 60 processi per
ciascuno dei quali vengono fornite la definizione, le funzioni/interfacce, i dati su
cui operano, i possibili protocolli e le strategie per l'implementazione. Inoltre, ogni
servizio specificato è messo in relazione, quando possibile, con i livelli e le
funzioni dell' Integrated Library System Discovery Interface formulata dal DLF e con il
modello e-Framework del JISC. Il framework elaborato dalla NLA è
al momento la specifica più avanzata e completa per la realizzazione di nuovi
servizi bibliotecari improntati ai principi SOA e orientati alla gestione delle risorse
digitali.
Anche l'Open Library Environment (OLE) Project avviato nel giugno del 2008 dalla Duke
University, ma di portata internazionale, si ispira al paradigma SOA. OLE enuncia tra
gli assunti iniziali che «The commercial Integrated Library System (ILS) market
works on a software development model that does not meet the needs of modern
libraries» e che «Today's vendor-based ILS applications are built on
technology that is 15 to 20 years old» (OLE-Descr). L'obiettivo del
progetto è disegnare e realizzare un sistema open source con
un'architettura orientata ai servizi, rivolto alla gestione di collezioni composte da
materiale a stampa ed elettroniche ed in grado di interoperare anche con applicazioni
appartenenti ad altri domini (come piattaforme di e-learning, course
management systems, servizi di social networking). Nella prima fase
(febbraio 2009), dedicata alla progettazione ed alla definizione dell'architettura,
è iniziata la pubblicazione della prima versione dell'OLE Reference Model (OLE)
che descrive per ora solo alcuni processi (Select Entity, Acquire Entity, Describe
Entity, Deliver Entity, Mange Entity, Mange Entity Relationship, Manage User
Relationship) fornendo la descrizione testuale delle funzionalità e quando
possibile i riferimenti ai servizi previsti da e-Framework e NLA Services Framework. Il
completamento della definizione del modello OLE è avvenuto alla fine di luglio
con la pubblicazione del rapporto finale..
L'evoluzione di queste tre iniziative deve essere seguita con attenzione per verificare
le sinergie con altri progetti che stanno sviluppando sistemi di gestione bibliotecaria
(Evergreen, Khoa15) e catalogazione (eXtensible Catalogue16) di tipo open source e
le reazioni dei principali produttori di sistemi commerciali.
Cloud computing
Nonostante la dinamicità e la varietà delle accezioni con cui questo nuovo modello
viene declinato dalle principali aziende che ne stanno promuovendo l'applicazione e la
diffusione, anche nell'ambito bibliotecario cominciano a comparire alcune proposte che
si ispirano sia all'approccio Infrastructure as a Service (IaaS) sia a quello
Sofware as a Service (SaaS).
DuraSpace, iniziativa lanciata dalle due comunità DSpace Foundation e Fedora
Commons (DSpace&Fedora), ha annunciato il servizio DuraCloud che si fonda sui
principi di delocalizzazione in rete e di virtualizzazione delle risorse per realizzare
«a new web-based service that will allow institutions to easily distribute
content to multiple storage providers, both 'cloud-based' and
institution-based» (DuraSpace). DuraCloud verrà reso operativo
nell'autunno del 2009 e consentirà di replicare e distribuire i contenuti su
piattaforme di memorizzazione ed elaborazione di tipo cloud tramite
web-services e plug-in per Fedora, DSpace e EPrints, realizzando
così servizi di digital preservation in the cloud.
Un altro esempio significativo, in particolare per la conservazione delle risorse
digitali secondo il modello distribuito, è l'Integrated Rule-Oriented Data
System (iRODS) che dal gennaio 2008 è disponibile secondo la licenza BSD open
source e permette di costruire un'infrastruttura di memorizzazione e di
elaborazione distribuita secondo il modello data grid (iRODS). iRODS è
multipiattaforma e consente di creare e gestire collezioni logiche di oggetti digitali
(file) che possono essere fisicamente allocati su server e partizioni disco
diverse.
Passando all'ambito applicativo servizi come ‡biblios.net, OpenLibrary e
LibraryThing17 combinano strumenti di catalogazione, ricerca e social networking
per creare ambienti aperti di catalogazione cooperativa. Tutti e tre si avvalgono delle
recenti tecnologie Web (e.g. Web Services, AJAX, Google Gear) ed espongono i dati
attraverso interfacce di tipo REST-ful per l'accesso alle risorse. OpenLibrary e
‡biblios.net sono gratuiti, LibraryThing prevede il pagamento di un contributo
limitato ed i record vengono resi di pubblica consultazione per scelta di chi li
crea.
Alla fine di aprile OCLC ha annunciato Web-scale management services (OCLC), un
nuovo sistema per la gestione delle risorse ed i servizi della biblioteca che
opererà secondo il modello SaaS. Le biblioteche potranno condividere le
funzionalità di un unico software, realizzato in accordo a SOA per consentire
l'integrazione con ambienti locali e gestionali di terze parti. Web-scale
estenderà le funzioni già offerte da WorldCat Local con servizi per la
circolazione, l'acquisizione, la gestione delle risorse elettroniche (ERM) e delle
licenze e con servizi specializzati per consentire alla biblioteche la configurazione
dell'interfaccia, la definizione dei processi e dei workflow e l'elaborazione
dei dati attraverso strumenti di business intelligence.4. Scenari, linee guida e proposte
Le iniziative e le soluzioni descritte
nel precedente paragrafo mostrano il concreto manifestarsi di una linea di tendenza
verso i nuovi paradigmi la cui attuazione influenzerà sempre di più
l'evoluzione dei sistemi attualmente utilizzati dalle biblioteche. Le applicazioni di
nuova generazione saranno progettate secondo il modello SOA, integreranno servizi
appartenenti a vari domini funzionali e fruibili in modo sicuro nella rete e
rappresenteranno i processi nei quali si articolano le attività degli utenti
assicurando un elevato livello di flessibilità e di personalizzazione in
relazione ai loro ruoli e tipologie. Questi servizi potranno essere ricomposti per
creare nuove applicazioni e opereranno non solo sui metadati, ma anche sugli oggetti
digitali o loro sottoinsiemi (ricerca, selezione ecc.). Alcuni servizi o intere
applicazioni saranno eseguiti/e in the cloud, dove risiederà anche una
parte consistente dei dati. L'adozione del modello cloud computing
comprenderà sia l'utilizzo di servizi "commerciali" (come quelli offerti da
Amazon.com, Google, Force.com) sia la realizzazione di infrastrutture appositamente
costituite a livello interistituzionale e consortile al fine di garantire una
più elevata scalabilità, una maggiore affidabilità ed un minor
costo di acquisizione, mantenimento e gestione delle risorse hardware e software
rispetto alle soluzioni ospitate localmente.
È evidente che la transizione verso questo tipo di scenario sarà graduale
ed accompagnata da inevitabili assestamenti. Per orientare le azioni ed impostare i
progetti di trasformazione dei sistemi attuali e soprattutto lo sviluppo di nuovi
servizi è utile far riferimento ad alcune linee guida:
a) analizzare, descrivere e modellare i processi, le attività, i flussi e
le interazioni dell'ambito bibliotecario, includendo sia le risorse analogiche che
quelle digitali, e utilizzando il lavoro svolto dalla National Library of Australia e i
modelli elaborati dall' e-Framework e da OLE;
b) ampliare l'analisi abbandonando la tradizionale visone "biblio-centrica" per
metabolizzare senza esitazioni il principio che i servizi offerti dalle biblioteche
devono integrarsi con altri domini (e-government, e-education, e-science,
e-business, e-publishing ecc.) operando nel contesto più ampio del Web. Si
tratta di un compito affidato in gran parte ai bibliotecari che va oltre la conoscenza
delle regole e modalità di catalogazione ed investe una visione più ampia
ed integrata dei processi e delle attività degli utenti destinatari e dei
contesti in cui essi operano;
c) scegliere un livello di rappresentazione sufficientemente astratto, secondo
il modello SOA, in modo da enucleare i servizi elementari, da favorirne il riutilizzo,
da consentire l'integrazione con le applicazioni già esistenti, realizzando ove
necessario opportune interfacce, e da garantire la massima indipendenza dalle
tecnologie utilizzate per l'implementazione dei nuovi servizi;
d) adottare standard aperti (metadati, identificazione delle risorse,
identity management, controllo dell'accesso e sicurezza, protocolli) e
privilegiare quelli più diffusi nel Web, promuovendo e partecipando allo
sviluppo di nuovi standard in sinergia con altre comunità secondo l'approccio
OASIS;
e) stimolare l'uso e lo sviluppo di software open source attraverso la
creazione di comunità che detengano il controllo della progettazione e della
scelta delle piattaforme tecnologiche e che prevedendo servizi di sviluppo, supporto,
manutenzione, formazione e personalizzazione di tipo commerciale ai fine di garantire
l'auto-sostentamento dei progetti;
f) favorire la delocalizzazione di servizi di livello applicativo (gestione
dell'identificazione, aggregazione di metadati, search&discovery,
risoluzione degli identificatori delle risorse, conservazione delle risorse digitali,
gestione dei diritti, e-commerce, social networking) e di servizi di
infrastruttura (capacità elaborativa, supporti di memorizzazione a livello
fisico, database e file server) secondo il modello cloud-computing, al fine di
garantire una maggiore scalabilità ed una migliore economicità di
gestione;
g) promuovere la costituzione di aggregazioni consortili (pubblico-privato) a
cui affidare le infrastrutture (server, storage di primo e secondo livello,
networking), le applicazioni e le risorse umane necessarie a garantire lo
sviluppo, la manutenzione, l'adeguamento e la gestione dei servizi erogati in
modalità cloud. Alla luce delle precedenti considerazioni è necessario che si sviluppi un
dibattito per individuare linee di azione, per definire progetti volti all'evoluzione
dei servizi esistenti e alla realizzazione di nuovi servizi, in particolare per quanto
riguarda il digitale, e per riflettere su come questi servizi debbano essere
organizzati e gestiti. Infatti, tenuto conto della limitata disponibilità di
risorse finanziarie nell'ambito della cultura e della ricerca, le iniziative proposte
dovranno privilegiare la sostenibilità evitando lo sviluppo di soluzioni di tipo
verticale a favore di servizi integrati e condivisi. Al fine di promuovere tale
dibattito si enunciano alcune linee d'azione relative a servizi condivisi o da
condividere nella rete.
Catalogazione. Il Nuovo Indice SBN espone un'interfaccia, il protocollo SBNMARC,
basata su http e su XML che tecnicamente lo allinea alle architetture orientate ai
servizi consentendo l'interoperabilità con molti software bibliotecari
commerciali (il sito ICCU a giugno riporta che 15 software commerciali hanno ottenuto
la certificazione). Si deve tuttavia ricordare che dei 69 Poli che partecipano alla
cooperazione solo 15 utilizzano il nuovo protocollo SBNMARC e sfruttano tutte le
funzionalità del Nuovo Indice SBN. Così come occorre evidenziare che la
cosiddetta "apertura" dell'Indice ha riguardato il superamento del protocollo
proprietario SBN e la possibilità di operare su diverse tipologie di materiale
secondo 4 diversi livelli di adesione, mentre è stato mantenuto un
«formato proprietario del record bibliografico» (Leombroni) che non
facilita l'integrazione con sistemi gestionali basati sugli standard MARC. Due recenti
interventi di Tommaso Giordano e di Claudio Leombroni hanno acutamente individuato
molti temi di riflessione su SBN, sottolineando la necessità di
«riconfigurare SBN» (Giordano) e ricordando alcuni sostanziali mutamenti
rispetto all'idea originaria tra cui «l'identificazione dell'Indice con un
catalogo anziché con un dispositivo di instradamento delle
richieste» (Leombroni). Di fronte alla "sfida" di gestire anche il
digitale, non solo gli oggetti ottenuti da processi di digitalizzazione ma anche le
risorse born digital, è di grande attualità l'opportunità
di recuperare l'idea iniziale di un indice leggero che comprenda anche le risorse
digitali e possa essere alimentato, gestito ed utilizzato secondo modalità
più flessibili (cfr. OASIS Search Web Services e il progetto eXtensible
Catalog). D'altra parte è rilevante anche la necessità di gestire un
catalogo bibliografico di qualità (la BNI) per il quale, seguendo l'approccio
cloud di OCLC, varrebbe la pena di riconsiderare la proposta di aggiungere
all'attuale Indice SBN un'interfaccia Web di catalogazione destinata ai bibliotecari,
per altro in parte già esistente (interfaccia diretta riservata agli utenti
amministratori).
Servizi ILL e Document Delivery. Anche in questo caso ILL SBN agli inizi degli
anni novanta aveva precorso i tempi realizzando un'interfaccia per esporre alcuni dei
servizi previsti dallo standard ISO ILL 10160-10161 come richieste e risposte
http con sintassi XML. Mentre nell'ambito del Search&Discovery SRU si sta
affermando come soluzione evolutiva rispetto a Z39.50, per il prestito
interbibliotecario purtroppo non c'è stata un'analoga trasformazione e di
conseguenza i fornitori di software commerciali forniscono solo interfacce basate su
TCP/IP e ASN.1. Sarebbe opportuno promuovere a livello internazionale l'esperienza SBN
(ILS-DI, NLA-ITAG, OLE) al fine di garantire l'integrazione con altri circuiti. A
livello italiano è auspicabile l'interoperabilità con Nilde al fine di
creare un'unica rete integrata per l'erogazione dei servizi di prestito
interbibliotecario e di uniformare i servizi di document delivery.
Autenticazione federata. L'utilità ed i vantaggi di una infrastruttura di
identy management federata sono già stati illustrati e trovano piena
applicazione nell'ambito delle biblioteche per consentire l'accesso alle risorse
digitali soggette a controllo (come articoli di riviste, banche dati ecc.) e per
usufruire dei servizi di document delivery e prestito interbibliotecario.
Inoltre lo sviluppo di questa infrastruttura permette di gestire più agevolmente
il controllo degli accessi a piattaforme web di tipo collaborativo, sistemi
e-learning, sistemi di videoconferenza ed anche alle postazioni di rete fissa e
mobile soggette ai controlli previsti dalle normative di sicurezza. In questo caso,
poiché le tecnologie sono già consolidate ed alcuni servizi (cfr. IDEM,
ICAR-INF3) sono già disponibili, occorre svolgere un'azione di informazione,
sensibilizzazione e formazione per promuovere lo sviluppo ed la gestione operativa di
una federazione di federazioni.
Digitale. Si tratta di un contesto assai ampio e complesso che comprende molte
tematiche: i repository, i servizi di aggregazione, indicizzazione e ricerca dei
metadati, il web semantico, la possibilità di indicizzare e cercare gli oggetti
multimediali, l'identificazione univoca e permanente degli oggetti, la conservazione.
Nell'agenda delle priorità la digital preservation occupa certamente il
primo posto con almeno due sfaccettature dominanti: la conservazione sostitutiva dei
documenti amministrativi (dematerializzazione PA, ciclo documentale, documenti
contabili ecc.)18 di rilevanza archivistica in base alle normative vigenti e la
preservazione nel lungo termine delle risorse delle collezioni digitali (documenti,
dati, video, audio, software ecc.). In quest'ambito è indispensabile la sinergia
tra diversi domini di competenze (archivisti, bibliotecari, documentalisti,
informatici) per integrare e armonizzare i linguaggi,le esperienze, le regole, gli
standard e gli approcci diversi. Il digitale è inoltre il contesto in cui i
paradigmi esaminati in precedenza si manifestano e coesistono pienamente. I servizi
hanno per fulcro le risorse che in alcuni ambiti (e-research, e-learning) devono
esporre (disclosure) e rendere facilmente ri-usabili gli oggetti digitali,
mentre in altri (e-government, e-publishing) devono implementare politiche di
selezione delle risorse e controllo dei diritti. Vi è dunque la necessità
di sviluppare servizi secondo l'approccio SOA che assistano gli utenti (dagli addetti
ai lavori fino agli utenti finali) nei loro processi operativi, che siano flessibili,
modulari, dotati di interfacce (web services) e che ne consentano il riuso per
creare nuove applicazioni. Infine, poichè, come ampiamente evidenziato nei
principali progetti e i rapporti del settore, la digital preservation richiede
notevoli investimenti sul piano organizzativo (processi e risorse umane, non solo
tecnologiche) il paradigma cloud, declinato sia come IaaS che come SaaS,
garantisce la possibilità di sviluppare una rete sostenibile di servizi fruibili
da enti ed aziende che autonomamente non avrebbero la capacità di affrontare
progetti di conservazione del digitale.
L'AIB è certamente una delle sedi più appropriate per riflettere sulla
visione, sui paradigmi e sulle linee guida sin qui esposte, al fine di attivare un
dibattito che permetta di elaborare proposte e di impostare progetti sostenibili, con
l'obiettivo di ridurre la dispersione di risorse umane e strumentali e di finalizzare
gli investimenti alla creazione di una rete di servizi condivisi, interoperanti e
riutilizzabili.
Riferimenti
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<http://blogs.lib.berkeley.edu/shimenawa.php/2008/04/04/ils_basic_discovery>
[2] Lorcan Dempsey. Access to distributed resources. 2002.
<http://www.oclc.org/research/presentations/dempsey/accessinst_20020306.ppt>
[3] Lorcan Dempsey. Reconfiguring the Library Systems Environment. Guest
editorial. «Libraries and the Academy», 8,2, (2008).
<http://www.oclc.org/research/publications/archive/2008/dempsey-portal.pdf> [4] Lorcan Dempsey. Always on: Libraries in a world of permanent connectivity.
«First Monday», vol. 14 (2009), n. 1-5.
<http://firstmonday.org/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/viewArticle/2291/2070>
[5] Art Pasquinelli - Sandy Payette - Michele Kimpton. DSpace and Fedora: A
Collaboration Update, February 18 2009. In: Sun in Education Web seminar
Series.
<http://www.education-webevents.com/docs/Webinar-DSpace-Fedora-DuraSpace-final.pdf>
[6] Carol Minton Morris. DSpace Foundation and Fedora Commons Receive Grant from the
Mellon Foundation for DuraSpace. November, 2008.
<http://expertvoices.nsdl.org/hatcheck/2008/11/11/dspace-foundation-and-fedora-commons-receive-grant-from-the-mellon-foundation-for-duraspace/>
[7] Functional Object Re-use and Exchange:Supporting Information Topology Experiments
<http://foresite.cheshire3.org/>
[8] Tommaso Giordano. Riconfigurare SBN: spunti sul tema centrale del 55. Congresso
dell'AIB. «Biblioteche oggi», 26 (2008), n. 8, p. 7-12.
[9] Perché Google?
<http://www.google.com/enterprise/whygoogle.html>
[10] DLF ILS Discovery Interface Task Group (ILS-DI). Technical Recommendation
Revision 1.1. December 8, 2008.
<http://diglib.org/architectures/ilsdi/DLF_ILS_Discovery_1.1.pdf>
[11] Integrated Rule-Oriented Data System (iRODS) <https://www.irods.org>
[12] Joint Information Systems Committee Society of College, National and University
Libraries. JISC & SCONUL LMS Study Report. March 2008.
<http://www.jisc.ac.uk/media/documents/programmes/resourcediscovery/lmsstudy.pdf>
[13] Claudio Leombroni, Il Servizio bibliotecario nazionale nella vision
dell'AIB. «Bollettino AIB», 1 (2009), n.1, p. 15-31.
<http://www.aib.it/aib/boll/2009/0901015.htm>
[14] National Library of Australia. IT Architecture Project Report. March 2007.
<http://www.nla.gov.au/dsp/documents/itag.pdf>
[15] National Library of Australia. New version of Service Framework released 24
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<https://wiki.nla.gov.au/display/LABS/3.+Service+framework>
[16] OASIS Search Web ServicesWiki. <http://wiki.oasis-open.org/search-ws>
[17] OCLC. Web-scale management services.
<http://www.oclc.org/productworks/webscale.htm>
[18] Carl Lagoze - Herbert Van de Sompel. Open Archives Initiative Announces
Production Release of Object Reuse and Exchange Specifications. October 17, 2008.
<http://www.openarchives.org/ore/documents/ore-production-press-release.pdf>
[19] The Open Library Environment Project. A project to reconceptualize technology
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<http://oleproject.org/wp-content/uploads/2008/06/ole_projectdescrip_web1.pdf>
[20] Open Library Environment (OLE) Project. <http://oleproject.org/>
[21] OpenLiberty.org. <http://www.openliberty.org/>
[22] Creating catalogues: bibliographic records in a networked world. A
Research Information Network report. June 2009.
<http://www.rin.ac.uk/files/Creating_catalogues_REPORT_June09.pdf> (sito
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[23] OpenID. <http://openid.net/>
[24] Sally Rumsey - Ben O'Steen. OAI-ORE, PRESERV2 and Digital Preservation.
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[25] Shibboleth. <http://shibboleth.internet2.edu/>
[26] Search Web Service v1.0. <http://docs.oasis-open.org/search-ws/v1.0/>
[27] David Tarrant - Ben O'Steen - Tim Brody - Steve Hitchcock - Neil Jefferies -
Leslie Carr. Using OAI-ORE to Transform Digital Repositories into Interoperable
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