Associazione italiana biblioteche.
BollettinoAIB 2009 n. 4 p. 457-458
Spesso ci interroghiamo sull'utilità delle biblioteche, talvolta dubitando che
esse possano avere un futuro. Altrettanto spesso ci chiediamo come le biblioteche
possano assumere un ruolo più incisivo nella società attuale.
Non credo che la risposta a questi interrogativi possa essere ricercata solo
all'interno delle biblioteche: sono convinto, anzi, che proprio in situazioni di crisi
come quella attuale sia necessario allargare l'orizzonte della nostra riflessione ed
evitare ogni rischio di autoreferenzialità. La biblioteca non è un'isola
e non potrà affidare solo a fattori endogeni la prospettiva di un allargamento
del suo raggio d'azione.
Per misurare la gravità del distacco che possiamo rilevare tra le esigenze della
società contemporanea e il nostro modo di "fare biblioteca", dobbiamo rapportare la biblioteca e il nostro lavoro alle dinamiche della circolazione
del sapere.
Come si sa, uno dei fenomeni che principalmente caratterizza la nostra epoca è
l'enorme quantità di documentazione e informazione che viene prodotta ogni
giorno. In questa risorsa preziosa possiamo individuare uno degli elementi costitutivi
della vita quotidiana di milioni di persone che hanno bisogno di accedere in modo
completo, affidabile e tempestivo a questi documenti - e, prima ancora, ai
servizi e alle informazioni attraverso cui reperirli - per poter esercitare i
propri diritti di cittadinanza, per poter partecipare alla vita collettiva, per poter
acquisire nuove competenze, per poter svolgere la propria attività lavorativa,
per poter utilizzare in modo creativo il proprio tempo.
Se non vogliamo correre il rischio di una info-apartheid dobbiamo essere
consapevoli del ruolo che in questo scenario possono occupare le biblioteche, in quanto
servizio pubblico di accesso alla conoscenza.
La questione è di notevole portata e investe problematiche ben più ampie
di quelle squisitamente bibliotecarie.
L'assegnazione del Nobel per l'economia 2009 a Elinor Ostrom - studiosa che propone una terza via tra
Stato e mercato, finalizzata ad una gestione "comunitaria" dei beni collettivi globali,
come l'atmosfera, il clima o l'acqua - pone indirettamente ma con grande forza a chi si occupa
professionalmente della circolazione del sapere una questione cui forse andrebbe
dedicata maggiore attenzione: e cioè, le condizioni in cui oggi avviene
l'accesso alla conoscenza e ai documenti in cui essa è registrata.
Il tema è all'ordine del giorno dei nostri governanti. Nel marzo 2000, in
occasione del Consiglio europeo di Lisbona, i capi di Stato e di governo hanno avviato
una strategia d'azione, detta appunto "di Lisbona", con lo scopo di fare
dell'Unione europea l'economia più competitiva del mondo e di pervenire alla
piena occupazione entro il 2010. Questa strategia si fondava su tre pilastri: un
pilastro economico, che intende preparare la transizione verso un'economia fondata
sulla conoscenza, adattandosi continuamente alle evoluzioni della società
dell'informazione e incoraggiando iniziative in materia di ricerca e di sviluppo; un
pilastro sociale che intende modernizzare il modello sociale europeo grazie
all'investimento nell'istruzione, nella formazione e nelle risorse umane e alla lotta
contro l'esclusione sociale; un pilastro ambientale, che attira l'attenzione sul fatto
che la crescita economica va dissociata dall'utilizzazione delle risorse naturali.
L'attacco alle torri gemelle dell'11 settembre 2001 e la grave crisi che ha investito
in questi ultimi anni le economie di tutto il mondo hanno spostato in avanti alcuni
obiettivi, come quello della piena occupazione, ma oggi si rende ancora più
urgente la necessità di una riflessione sul modello di sviluppo cui affidare
l'uscita dalla crisi stessa: siamo proprio sicuri che gli incentivi all'industria
automobilistica e all'edilizia, strada che molti governi stanno seguendo, siano il modo
migliore per progettare un futuro differente?
Le considerazioni fin qui abbozzate sono apparentemente lontane dal mondo delle
biblioteche, ma è questo il quadro di riferimento in cui oggi si colloca il loro
ruolo. Esse, infatti, unitamente alla generalità delle istituzioni culturali,
non possono non porsi l'obiettivo - che a qualcuno potrà sembrare
velleitario, ma che con realismo e senso della misura va individuato e perseguito
- di dare un contributo ed esercitare una funzione di riequilibrio di fronte alle
contraddizioni e alle iniquità della società contemporanea.
In questo senso mi pare che vadano interpretate anche le posizioni espresse da un'altra
eminente personalità del nostro tempo, Muhammad Yunus, a sua volta insignito del
Nobel per la pace nel 2006, che ha ricordato come le tecnologie dell'informazione
possono essere un portentoso strumento per uscire dalla povertà.
Del resto, già nel 1998 il Nobel per l'economia era stato assegnato a Amartya
Sen, meritevole di aver sviluppato un approccio radicalmente nuovo alla valutazione del
livello di benessere di una società, studiando la povertà, la
qualità della vita e l'eguaglianza non solo attraverso i tradizionali indicatori
della disponibilità di beni materiali (ricchezza, reddito o spesa per consumi)
ma soprattutto analizzando la possibilità per i suoi membri di condurre la vita
desiderata, di vivere esperienze o situazioni cui l'individuo attribuisce un valore
positivo, di sentirsi libero di scegliere.
È sbagliato ritenere questi argomenti patrimonio esclusivo di una cultura
"terzomondista" che non ci debba riguardare. Non esiste solo il sud del
mondo. Esistono tanti nord e tanti sud anche all'interno del mondo occidentale e del
continente europeo. Se guardiamo dentro casa nostra, troveremo tanti sud, tante
periferie, tante zone d'ombra.
Se vogliamo ingaggiare una battaglia ideale, capace di attirare l'attenzione dei
decisori pubblici - siano essi ministri, sindaci, assessori, rettori di
università - verso le biblioteche, noi per primi dovremmo essere
consapevoli della forte correlazione esistente tra il livello di benessere, cioè
lo "star bene", e gli indici di lettura, la frequentazione delle
biblioteche, la cultura della documentazione.
Non mi pare che questi temi siano in evidenza sulla nostra agenda.
Giovanni Solimine