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italiana biblioteche. BollettinoAIB 2009 n. 4 p. 598-599Era da tempo, penso, che si avvertiva l'esigenza di un contributo monografico sul tema del rapporto tra biblioteca e città nella letteratura scientifica e professionale italiane. Il volume di Anna Galluzzi colma adesso questa lacuna. Già nel titolo, nel quale le due entità, biblioteche e città, sono collegate da un "per", l'autrice tradisce il senso del suo punto di vista, chiarito poi ulteriormente dal sottotitolo: "nuove prospettive per un servizio pubblico". Chi scrive ha avuto e ha talmente a cuore questo binomio da avere pensato anni fa a un progetto di periodico sulla biblioteca pubblica che sui sarebbe dovuto chiamare appunto "Biblioteca e città". Progetto che non approdò ovviamente a esiti concreti. Si avvertiva - dicevo - questa esigenza anche perché all'incirca negli ultimi quindici anni molte città italiane hanno ripensato e stanno rimodellando i propri servizi bibliotecari, non solo dando vita a trasformazioni di carattere istituzionale che hanno riguardato prevalentemente le forme di gestione (si pensi alle istituzioni, create in realtà importanti anche se non particolarmente numerose), ma anche con progettazioni e realizzazioni di nuove sedi o con la ristrutturazione e l'ammodernamento di sedi storiche. Si è trattato di un periodo caratterizzato da non poche luci, ma anche da qualche ombra ed è per questo che le riflessioni della Galluzzi giungono a proposito, anzi ci si potrebbe in un certo senso rammaricare che non siano apparse qualche anno fa, perché avrebbero magari favorito la correzione di qualche errore di prospettiva che ha prodotto esiti a volte non proprio felicissimi.
Merito principale della Galluzzi è l'approccio pluridimensionale, che non tralascia nessuno degli aspetti delle "nuove prospettive di un servizio pubblico" evocate nel titolo. I problemi di carattere sociologico, economico o architettonico non sono mai visti disgiunti - come invece è capitato talvolta di rilevare in altri lavori - da quelli più strettamente biblioteconomici, perfino bibliografici. Dopo una serie di riflessioni iniziali, che prendono le mosse da un felice tentativo di definire la città e dalle quali emerge l'interessante concetto della biblioteca come sua "metafora", l'autrice passa in rassegna diversi modelli di biblioteca emergenti nel mondo contemporaneo (in particolare nordamericano ed europeo). Una serie di riquadri sintetizzano efficacemente di volta in volta - nell'ordine - la biblioteca-spazio urbano e sociale, vista come strumento per la rinascita delle città; la biblioteca "di nicchia" definita un prodotto della lunga coda urbana; la biblioteca "esperienziale", quella cioè "unica" per ogni cittadino; la biblioteca-libreria, considerata come la difficile sfida di coniugare quantità e qualità; la reference library (definizione cara a Giovanni Solimine, maestro della Galluzzi), nella quale la mediazione è al servizio dell'apprendimento continuo e dell'information literacy.
Ciascuno di questi modelli viene poi visto nella sua concretizzazione in una ricca serie di casi di studio. Non potendoli citare tutti ricordiamo: Sala Borsa di Bologna, la Bibliothèque municipale di Marsiglia, la Public Library di Seattle, l'Idea Store di Whitechapel a Londra (oggetto di opinioni diverse espresse recentemente su questa rivista), la Bibliothèque publique d'information di Parigi. Non mancano quelle in fase di pregattazione, come la Biblioteca europea di informazione e cultura (BEIC) di Milano nonché casi molto particolari come quello della Biblithèque dell'Universitè Paris 8.
Tale rassegna conduce la Galluzzi (e non poteva essere a mio parere altrimenti) all'esigenza del superamento della modellizzazione. Chi scrive ha già avuto occasione recentemente in altra sede di soffermarsi sulla difficoltà di tenere in piedi nel XXI secolo modelli che appaiono ogni giorno invecchiati e che soprattutto non riflettono il modo in cui gli utenti non solo usano, ma percepiscono "qui e oggi" le biblioteche. "Oltre la modellizzazione" è infatti il titolo della terza parte del lavoro, certamente la più originale, che si sofferma su un nuovo possibile modello di biblioteca per la città: la multipurpose library, quella cioè nella quale viene sempre di più assecondata quella "tendenza alla convergenza" che si manifesta nel modo trasversale e complementare nel quale tanti utenti ormai usano le biblioteche cittadine. Che poi il passaggio intermedio di questo possibile obiettivo consista in quella che è stata definita dual use library o joint use library (cioè una forma di partnership realizzata da istituzioni diverse, ad esempio ente locale e università), può dipendere non solo dalle singole situazioni specifiche, ma anche dalle dimensioni del contesto urbano. Una multipurpose library può benissimo adattarsi a mio avviso ad un realtà di medie dimensioni dove siano presenti significativi insediamenti universitari. La Galluzzi ricorda a questo proposito che la rivista «Library trends» ha dedicato nel 2006 quasi interamente un numero a questo che potremmo definire un metamodello. Se questo deve mettere in crisi idee e approcci consolidati (ma sempre più con il fiato corto) alla biblioteca, ben venga.
Magari non tutti i giudizi espressi dalla Galluzzi su concrete realtà appaiono totalmente condivisibili. Forse troppo indulgente appare - ad esempio - quello dedicato a Sala Borsa, soprattutto alla luce delle recenti, alquanto infelici a mio avviso, ristrutturazioni. Ma questa non è certo la sede adatta per approfondire queste questioni. Da tenere a mente è invece la citazione da Un cerino nel buio di Franco Brevini nelle ultime pagine del libro, con la quale si chiude idealmente il saggio della Galluzzi: «Un po' meno di snobismo e un po' più di senso della realtà». Parole che ci dovrebbero accompagnare sempre, anche se a queste ci permettiamo di aggiungere la chiosa: «senza troppe fughe in avanti».
Lorenzo Baldacchini
Università di Bologna