Associazione italiana biblioteche. BollettinoAIB 2010 n. 1/2 p. 149Francesco Marcolini, nativo di Forlì ma libraio, editore e tipografo nella Venezia del XVI sec., è figura di primo piano nella storia dell'editoria volgare, da annoverare tra coloro che non solo videro nella letteratura italiana in nuovo filone in grado di creare un nuovo pubblico (o di sollecitare in modo innovativo il pubblico tradizionale), ma che diedero a questa proposta un'organizzazione produttiva da una parte, e una forma editoriale dall'altra, rimaste esemplari per i continuatori. L'attività di Marcolini si estrinseca in due periodi (1534-1545; 1549-1559), intramezzati da un soggiorno a Cipro di cui non si conoscono né motivi né circostanze, per un totale accertato di 103 edizioni (più 23 attribuite), secondo l'utile schema fornito da Procaccioli a p. 31. I due periodi si differenziano sostanzialmente, come già era evidente a tutti gli studiosi di Marcolini, in primis Scipione Casali che nel 1861 ne compilò gli annali (li arricchì poi Luigi Servolini), dalla profonda influenza esercitata rispettivamente da Pietro Aretino e Anton Francesco Doni, l'una più creativa dell'altra, sia dal punto di vista delle edizioni realizzate che dei mezzi tecnici (e quindi, si immagina, finanziari) disponibili all'azienda. Soprattutto nella prima fase della sua attività, però, Marcolini di certo riuscì intercettare la cultura di avanguardia, più innovativa nei vari settori artistici, e nella sua abilità di scegliere con mano felice e dare espressione tipografica ai latitudinari interessi di un vasto gruppo di creativi si dimostra la più determinante influenza del suo principale autore, Pietro Aretino.
In questo ingente volume sono chiamati a raccolta un vasto numero di specialisti (tra cui Angelo Turchini, Fabio Massimo Bertolo, Piero Lucchi, Paolo Temeroli, Lorenzo Baldacchini, Amedeo Quondam, Federico della Corte, Giorgio Masi, Marco Paoli, Enrico Parlato, Elide Casali, Augusto Gentili, Massimiliano Rossi, Maria Goldoni, Maria Cristina Misiti) per analizzare i vari aspetti della produzione editoriale. Si hanno così accuratissime analisi, mentre la visione d'insieme è affidata in parte a Paolo Procaccioli nell'ottima introduzione (Frammenti di sinopia: indizi, chiose, illazioni intorno a Francesco Marcolini, p. 11-38) e a un indice-sommario molto ragionato. Questo risulta così articolato: Contesti (1. Forlì; 2. Venezia); L'editore e il suo catalogo: letteratura, musica, architettura; Marcolini autore: Le Sorti, Arte e artisti in catalogo; Fortuna: Marcolini e i suoi lettori e collezionisti. L'analisi artistica dei volumi illustrati di Marcolini è di un livello inusitato per gli studi di storia del libro: unita all'analisi iconografica condotta anche sui marchi, offre dati fondamentali per la comprensione della cultura e del livello tecnico (molto alto) di questa casa editrice. Anche per la stampa musicale, settore in cui Marcolini ebbe un'avventura breve e sfortunata ma proprio per questo istruttiva, i contributi fissano il quadro molto chiaramente: si veda il lavoro di Mario Armellini che fornisce le descrizioni di tutte le edizioni musicali e la trascrizione dei documenti. Per quanto riguarda la parte letteraria, la bibliografia già molto nutrita soprattutto a proposito del rapporto Marcolini-Aretino ha consentito solo aggiustamenti, sintesi e revisione critica del già noto. Per quanto riguarda il periodo Doni, mi sembra invece che questo volume contribuisca a sancire come la seconda fase marcoliniana abbia minor respiro progettuale (fase «residuale» secondo Quondam, p. 129), e Doni sia chiamato a collaborare soprattutto come riutilizzatore e ricontestualizzatore di materiale precedente (p. 155), più che promotore di una nuova stagione editoriale.
Il volume tende a enfatizzare la funzione "autoriale" di Marcolini (autore comunque, a tutti gli effetti, del libro delle Sorti, pubblicato nel 1540) punto sul quale resta qualche perplessità, data la totale afasia, anzi la scomparsa di Marcolini una volta privato dei suoi due "direttori editoriali", Aretino e Dondi. Acquisizioni significative, come la sua conoscenza di Tintoretto, per la prima volta documentata, contribuiscono a dimostrare che Marcolini, tramite Aretino e la sua frequentatissima casa, poteva conoscere e incontrare la maggior parte degli autori più interessanti, e fare dei loro dialoghi e confronti, e delle loro opere appena composte, quasi degli "instant books". L'espansione dell'editoria in volgare va infatti vista in ovvia connessione con l'esaurimento dei testi antichi, già sfruttati appieno dall'industria editoriale, che spinge le case editrici a divenire luoghi di incetta di nuovi testi e addirittura luoghi di committenza della composizione di nuovi testi (ma qui, forse, occorrerà attendere l'organizzazione di Giolito). Per quanto letture ed analisi raffinate delle varie edizioni e dei loro contesti possano argomentare (più che dimostrare) i motivi per i quali le edizioni marcoliniane vennero prodotte e a quale pubblico si pensava di proporle, la mancanza di uno studio della struttura aziendale della casa, dell'organizzazione commerciale e solidità finanziaria, lascia ogni considerazione priva della sua sostanziale controprova.
Gli ammirevoli lavori di Temeroli (per il contesto di partenza, Forlì) e soprattutto di Lucchi (per Venezia) accertano alcuni elementi nuovi sui quali occorrerà tornare a costruire. Ci appare così un Marcolini in possesso di sicure competenze tecniche nel campo artistico e architettonico, legato ad Aretino non solo da un rapporto di amicizia ma dal preciso rapporto del padrinaggio (sistema che anche Giolito utilizzerà per legare a sé alcuni autori), e, come possiamo constatare grazie alle riproduzioni della sua scrittura alle p. 94 e 95, detentore di una educazione umanistica di livello, a contrasto ad esempio con quanto deducibile dalla scrittura mercantile quasi illeggibile di Gabriele Giolito (cui chi scrive è adusa), e della relativa mancanza di un'educazione formalizzata del titolare della Fenice. E si tenga anche a mente che Francesco Marcolini (1497?-1576) e Gabriele Giolito (1500?-1578) sono perfettamente coetanei, benché il secondo, cominciando a pubblicare più tardi, chiaramente si ispiri, e in qualche caso smaccatamente dipenda, dalle precedenti intuizioni marcoliniane. Marcolini risulta quindi un artista colto che, dotato di creatività, imprenditorialità e senza dubbio di ingegno (l'«ingegnoso Marcolini» ripetono le fonti) abbia deciso di fondare un'impresa editoriale nella giusta intuizione che la cultura d'avanguardia veneziana potesse trovare i suoi lettori, prestandosi con convinzione a realizzare un programma editoriale più dell'amico Aretino che proprio. Che tale impresa, ben assestata all'inizio (in termini di investimenti tipografici e illustrativi), ben organizzata e pianificata (non poche le richieste di privilegio) si sia velocemente affievolita è certo da addebitarsi a una debole organizzazione commerciale di cui non restano, in verità, i minimi indizi. Ma sui privilegi di Marcolini occorrerà di sicuro tornare, per intenderli e verificarli nello sviluppo storico dell'istituto: dal solo privilegio veneziano ai privilegi plurimi per garantirsi il mercato nazionale; e da questi all'enfasi esclusiva dei privilegi che più contano, Venezia e Roma.
Il passaggio da Aretino a Doni negli anni Cinquanta (una sorta di replica, ma de-potenziata) dimostra i limiti del progetto marcolinano, incapace di avvertire il mutamento dei tempi e di adattarvisi. In questa chiave, le poche pagine di Quondam colgono splendidamente nel segno, quando è affermato che, nonostante la grande creatività autoriale ed editoriale, Aretino e Marcolini perdono la sfida decisiva, quella di trovare la nuova forma editoriale della devozione privata. Che in questo campo Giolito consegua alcuni dei suoi più significativi successi è solo un corollario alla generale superiorità della casa della Fenice, come azienda editoriale, su tutte le altre aziende specializzate nel libro volgare dell'Italia cinquecentesca.
Angela Nuovo
Università degli studi di Udine