Associazione italiana biblioteche.
BollettinoAIB 2011 n. 1/2 p.
142-144L'informatica ha rappresentato un fenomeno talmente pervasivo e il
suo sviluppo è stato tanto più veloce in confronto alle altre tecnologie,
da rendere molto difficile il compito di collocare correttamente sulla linea della
storia la comparsa di quei prodotti e di quei servizi di cui facciamo quotidiano
utilizzo. Che il venir meno della prospettiva storica interessi quella categoria che,
in un recente libro sulla lettura, Solimine definisce «i digitali nativi»,
non deve particolarmente stupire, dal momento che si tratta di una fascia giovanile
caratterizzata dal fatto di essere vissuta sempre all'interno del fenomeno digitale.
È assai più sorprendente che la medesima amnesia colpisca le generazioni
come la mia che, per il fatto di essere nate in età pre-digitale (o anche
pre-elettronica,) hanno vissuto - e talvolta sofferto - in prima persona i cambiamenti
che i dispositivi tecnologici hanno via via determinato nel modo di lavorare, di
rapportarsi e di comunicare con i propri simili, di conoscere il mondo e così
via. Né contribuisce a far chiarezza la letteratura professionale, spesso
più impegnata a sceverare questioni contingenti - per ciò stesso
destinate a una rapida obsolescenza e all'oblio - che a collocare i fenomeni
all'interno di una prospettiva storica che, facendo emergere il loro significato
più profondo, solleciti una riflessione su effetti e conseguenze.
Di questo pericolo è assolutamente consapevole Paola Castellucci quando,
illustrando nella premessa le finalità del proprio lavoro, ne definisce le
coordinate: «La parola "ipertesto" è ormai associata a uno dei fenomeni
più rilevanti della nostra contemporaneità, il Web. Ma, come spesso
capita, la tecnologia rischia di essere percepita come un fenomeno astorico (tutto
sembra essere appena accaduto) e anonimo (gli oggetti tecnologici non sembrano degni di
una paternità). L'intento di questo lavoro è invece quello di far
riemergere nomi, storie, questioni, dagli anni Sessanta ad ora, dalla formulazione del
concetto di ipertesto alla sua realizzazione tecnologica più famosa. È
dunque la storia di una parola (ipertesto) e di un fenomeno tecnologico (il Web) e
anche dell'incrocio fra ricerca teorica e applicativa, fra concetti e oggetti, fra
le due culture, umanistica e scientifica.» (p.
V).
Operando la scelta metodologica di muoversi tra indagine storica e
analisi delle fonti, l'Autrice è attenta a non cadere nell'aneddotica o nei
tecnicismi, due pericoli sempre presenti in questo tipo di indagini, che comportano
l'uno l'abbandono della prospettiva storica in funzione di una segmentazione che
impedirebbe di cogliere i punti di continuità e gli snodi dell'evoluzione della
disciplina e l'altro l'inaridirsi del discorso in formule che priverebbero gli eventi
narrati del loro contesto di maturazione. All'attenzione alle vicende biografiche e
intellettuali dei protagonisti, talora arricchite di risvolti inediti, anche frutto di
contatti personali, fa da riscontro la costante preoccupazione di collocare i singoli
episodi all'interno di quella storia culturale dell'informatica che si sviluppa a
partire dagli anni del conflitto mondiale e della guerra fredda fino ad affermarsi come
fenomeno di massa all'inizio del secondo millennio.
Alla luce di questo approccio, ipertesto e web sono i due concetti chiave che
consentono a Paola Castellucci di mostrare in che modo le idee e le realizzazioni
tecnologiche si combinano e si alimentano a vicenda, fino a segnare in modo indelebile
la cultura occidentale della seconda metà del ventesimo secolo. Il riferimento a
Michel Foucault è esplicito: nella dialettica tra le "parole" (le idee
visionarie, la progettualità) e le "cose" (le tecnologie, i prodotti) si
manifesta quella dicotomia cultura umanistica - cultura scientifica, che, se non trova
presto una propria composizione, potrebbe determinare nel tempo una frattura tra
blocchi che poco si parlano e sempre meno si comprendono.
I protagonisti del libro sono sostanzialmente due: Ted Nelson, colui che ha coniato il
termine ipertesto già nel 1965, e Tim Berners Lee, al quale si deve la
fondazione del World Wide Web Consortium e lo sviluppo della rete. Altri personaggi
compaiono sulla scena, man mano che la trattazione procede: Douglas Engelbart, Norbert
Wiener, Joseph Carl Licklider, Vinton Cerf, per non citarne che alcuni, e si tratta di
figure tutt'altro che secondarie. Senza il contributo delle loro riflessioni teoriche e
la disponibilità delle componenti da loro realizzate, la storia dell'informatica
e del web sarebbe stata senz'altro diversa. Ma è focalizzando la propria
attenzione su Nelson e Berners Lee che l'Autrice getta luce sulla tensione culturale e
ideologica che caratterizza la nascita e l'emancipazione della nuova disciplina,
l'informatica, al cospetto delle discipline di più antico lignaggio e, di
conseguenza, assai restie a riconoscerne status ed autonomia. Le loro storie,
segnate da incontri e scontri, idee e realizzazioni, riconoscimenti e delusioni,
sembrano ad un'analisi superficiale incarnare due stili di vita e due concezioni
opposte del proprio ruolo di intellettuale e di scienziato. Se Nelson è stato
accompagnato per buona parte della propria attività di scienziato dalla fama di
genio sregolato e di visionario di professione, anche Berners Lee ha dovuto impegnarsi
perché la sua invenzione fosse riconosciuta e venisse legittimato il suo
status di scienziato. Lascia dunque il CERN con sede a Ginevra, una istituzione
all'interno della quale la comunità dei fisici non si mostra particolarmente
incline a riconoscere il carattere rivoluzionario delle sue applicazioni, considerando
l'informatica ancillare rispetto alle discipline consolidate, e a garantirgli un
adeguato supporto in termini di risorse e di prospettive, per trasferirsi al MIT dove,
invece, trova un ambiente ricettivo e particolarmente stimolante in funzione del
prosieguo delle ricerche. All'opposta reazione dei due ambienti non è, forse,
estranea la collocazione geografica delle due istituzioni: nel cuore dell'Europa
conservatrice e troppo spesso, purtroppo, anche autoreferenziale la prima, in
quell'America ancora pervasa dallo spirito della frontiera e dunque pronta a puntare su
chi dimostri di avere il gusto dell'avventura e le capacità del pioniere
l'altra.
Berners Lee si rende conto che, anche in un contesto del genere,
esistono delle leggi non scritte, degli steccati entro i quali occorre collocarsi per
essere riconosciuti come facenti parte dell'establishment. Nel ripercorrere la
storia della sua invenzione, dopo aver conseguito una grande notorietà dovuta
alla diffusione universale del web, egli marca la distanza da Nelson, riconoscendo che
se a quest'ultimo va il merito di aver per primo formulato il concetto di ipertesto,
è soltanto grazie a lui - Berners Lee - e al suo web che l'idea iniziale,
cessando di essere mera utopia, si è trasformata in un oggetto tecnologico di
enorme impatto sociale e culturale.
Facendo parlare i suoi scritti e attingendo a concetti da lui espressi nel corso di una
conversazione intrattenuta a Nottingham nel 2003, Paola Castellucci presenta di Ted
Nelson un profilo umano e di studioso assai lontano da quello di visionario di
professione, che molti, non soltanto Berners Lee, gli hanno confezionato addosso. La
passione civile per la libertà di ricerca e di espressione è una
connotazione costante del suo pensiero e della sua produzione letteraria, dalle
teorizzazioni sull'ipertesto risalenti alla prima metà degli anni Sessanta a
Computer Lib/Dream Machine, pubblicato nel 1974 e considerato un vero e proprio
manifesto politico dell'informatica della liberazione, nel quale viene rifiutato l'uso
elitario del computer in favore di una sua diffusa adozione come strumento creativo.
«Tecnologia», afferma Nelson, «è una parola politica,
indica un rapporto di forza tra potere e sapere» (p. 141). Vi è in questa
espressione la consapevolezza dell'incombente pericolo del digital divide, che
in un primo tempo potrà essere causato da fattori economici, ma che in
prospettiva sarà soprattutto dovuto all'analfabetismo informatico. Sulla
questione dell'analfabetismo Nelson avverte la necessità di precisare
ulteriormente il proprio pensiero: «analfabetismo [...] significa anche non avere
immaginazione. Ossia, non riuscire a liberarsi dalla condizione di ignoranza in
cui si vive, non riuscire a figurarsi le cose in modo diverso da come sono. L'ipertesto
rappresenta allora il passo successivo rispetto all'aver imparato a leggere e scrivere,
superata la fase elementare, si apprende l'uso personale, libero e creativo delle
parole» (p. 141-2).
Emerge qui evidente un'idea di ipertesto diversa da quella a cui
Berners Lee sostiene di avere dato forma concreta con il web e, infatti, ripetutamente
Nelson ribadisce che il web non è, almeno nell'attuale configurazione, un
ipertesto pienamente compiuto. Esso presenta, infatti, alcune caratteristiche che vanno
nella medesima direzione del suo progetto filosofico: la sua articolazione in segmenti
privi di un'organizzazione gerarchica consente di superare l'idea di una
testualità chiusa e sequenziale in favore di un ambiente nel quale sia possibile
riprodurre le connessioni del pensiero umano, che sono di tipo associativo e
potenzialmente prive di limiti, sia in termini di numero, sia di ambito disciplinare.
Il web è, dunque, un testo aperto, reticolare e in perpetuo divenire, privo di
un centro e trasversale rispetto ai saperi. In Literary Machines, la sua opera
più famosa pubblicata nel 1981 e della quale sono apparse in seguito numerose
edizioni, Nelson, rifacendosi alla propria esperienza di giovane studente alle prese
con il problema di rintracciare documenti archiviati in un solo posto, ma che è
necessario trovare in più luoghi e a partire da differenti percorsi logici,
sottolinea la necessità che il sistema informativo preveda la ubiquità
dei dati attraverso la moltiplicazione dei tracciati. «Se non ci si aspetta
erroneamente un sistema di categorie permanente o una gerarchia permanentemente
stabile, ci si accorge che un sistema informativo deve in realtà gestire un
flusso continuo di nuove categorie, gerarchie e altre strutturazioni che devono tutte
coesistere, deve essere un sistema tollerante, che permetta loro di coabitare senza
problemi, che aiuti a tenere traccia delle differenze e delle loro variazioni, e che
sia sempre pronto ad accogliere nuove strutturazioni oltre a quelle già
presenti» (p. 101).
Due questioni appaiono di particolare rilevanza nella riflessione precedente. In primo
luogo, l'ipertesto non può che essere dinamico, sia nel senso dei contenuti, sia
in quello della loro organizzazione, predisponendosi ad essere il risultato della
collaborazione tra molti con eguali diritti, ma differenti punti di vista. Nelson
anticipa qui gli sviluppi del web 2.0, che si caratterizza in quanto spazio in cui
ciascuno è fruitore e creatore di contenuti, che può organizzare secondo
le proprie esigenze e condividere all'interno di una comunità che si costituisce
o si plasma anche in ragione dell'esistenza di tali strutture organizzative (il
fenomeno noto come social networking). Sulla linea di democratizzazione
all'accesso della conoscenza si collocano anche i movimenti dei creative
commons, dell'open source e degli open access, tutti fondati sulla
strategia della condivisione delle risorse e dell'indipendenza dai canali consolidati
per la fornitura di prodotti e servizi.
La seconda questione riguarda i collegamenti tra i documenti e qui occorre chiamare in causa un altro protagonista della storia dell'informatica, Vannevar Bush. Il suo concetto di associative trails (percorsi associativi) è l'elemento fondativo dell'ipertesto: «La mente umana […] opera per associazioni. Una volta che essa abbia un elemento a disposizione, salta istantaneamente all'elemento successivo, in base ad un intrico di piste registrate nelle cellule del cervello, dalla associazione dei pensieri» (p. 102). E prosegue, traendo la seguente conclusione: «Il primo insegnamento che dobbiamo trarre dal funzionamento della mente riguarda il processo di selezione. La selezione per associazione, piuttosto che per indicizzazione, potrebbe forse essere meccanizzata» (p. 102). Mi sembra particolarmente significativo, a questo riguardo, che nel progettare il Memex, la macchina con la quale tenta di mimare la mente umana, Bush abbia previsto non due, ma tre schermi per consentire al ricercatore di fruire della visione contemporanea di più microfilm e di passare eventualmente da un documento all'altro, sulla base delle informazioni, dei dati, ivi contenuti, seguendo (e registrando) percorsi logici personali. La struttura ternaria del Memex è un elemento fondamentale in quanto determina la possibilità che l'utente segua un percorso spaziale tra i documenti, dal momento che, come fa osservare Paola Castellucci, solo a partire da tre lati è possibile tracciare una figura poligonale: «la visione con un solo schermo non può che prevedere una modalità di fruizione sequenziale e gerarchica: un microfilm dopo l'altro, scegliendo di volta in volta quale visionare. La ricerca di informazione avrebbe pertanto seguito un andamento tradizionale, con puntamento, così come avviene quando si mira ad un punto preciso (ricerca per termine controllato). Se invece gli schermi fossero stati due, il movimento di ricerca sarebbe stato o di sequenzialità (prima l'uno e poi l'altro, secondo un ordine), o di confronto diretto; l'utente avrebbe pertanto tracciato idealmente un segmento di retta, da un punto A fino al punto B, avanti o indietro, a partire dall'uno o dall'altro. Il movimento oculare tra i tre schermi dà invece luogo alla prima possibile rappresentazione di una ricerca in un contesto: è appunto un trail esplorativo; è fra tre schermi, ossia quante sono le dimensioni minime per tracciare uno spazio» (p. 104).
Soltanto una struttura almeno ternaria consente dunque la selezione,
cioè permette a ciascun utente di effettuare una scelta tra più
alternative. Non è più uno solo a stabilire quale tra i possibili punti
B, B1, ..., Bn debba essere collegato ad A.
E, di conseguenza, dovrebbe cambiare, in ragione di ciascuna scelta effettuata, il modo
in cui i tre documenti (ma a questo punto dovremmo dire gli "n documenti") si
relazionano fra di loro: il tessuto connettivo dei link dovrebbe essere fluido e
dinamico.
In questa architettura logica, lo spazio di cui si parla è, sostanzialmente, il
punto di vista del lettore. Nelson solleva la questione: è proprio la
mancanza di questa dimensione una delle manchevolezze dell'attuale struttura del web,
che se da un lato ha colto dell'ipertesto l'assenza di una struttura gerarchica nella
presentazione dei documenti, dall'altro ha continuato a mantenere in vita la gerarchia
creatore-fruitore, nella quale se il secondo è libero di navigare avendo in
mente una destinazione e una rotta, è il primo che ha deciso preventivamente a
quali porti debba attraccare. Per illustrare il suo punto di vista
sull'argomento Nelson ricorre all'esempio dell'albero genealogico, una struttura che
per convenzione viene percepita come rigidamente gerarchica e che, invece, un ipertesto
può rappresentare come un insieme di relazioni dinamiche. Ogni volta che poniamo
un membro della famiglia al centro del nostro spazio, cambiano le parentele con gli
altri membri sia in senso verticale (padre-figlio), sia in senso orizzontale
(fratello-cugino-zio-cognato), così come cambiano i sistemi di relazione
(genitore-figlio, matrimonio, adozione, divorzio ecc.). Di conseguenza, ad ogni
cambiamento del punto di vista corrisponde un cambiamento di tutti i
collegamenti tra le entità.
Da qualche anno Nelson è impegnato in un nuovo progetto denominato ZigZag
rivolto alla individuazione di modalità innovative rispetto a quanto attualmente
offre il web riguardo alla gestione e al recupero dei documenti, né per certi
versi sono distanti gli obiettivi che si sono posti coloro che hanno sviluppato le
mappe topiche. Ma per quanto concerne l'altro protagonista del volume, Berners Lee, il
suo sviluppo della rete nella direzione del semantic web è, a mio avviso,
un implicito riconoscimento della correttezza delle critiche espresse da Nelson.
Connotare semanticamente, e quindi rendere comprensibili al di fuori del proprio
contesto originario, le unità elementari di informazioni è, infatti, il
presupposto indispensabile perché i frammenti possano collegarsi fra di loro in
vario modo, dinamicamente sulla base delle scelte del singolo utente, senza perdere di
significato e soprattutto rideterminando le corrette relazioni con gli altri frammenti
presenti nel nuovo spazio.
Come si sarà capito, il libro è pieno di suggestioni che invogliano ad indugiare e a riflettere e che assumono un valore particolare alla luce del momento di difficoltà che la ricerca sta vivendo, specie nel nostro Paese, non tanto per ragioni di natura di bilancio, quanto per il generale disinteresse di fronte a priorità diversamente definite. In una intervista rilasciata in occasione di un convegno svoltosi a Parigi nel 2008 in concomitanza con la decisione delle Editions du Seuil di ripubblicare la versione integrale di La Méthode (originariamente in sei volumi, 1977-2004), Edgar Morin ha ricordato come abbia affrontato le molte forme della complessità grazie al dialogo continuo tra scienze umane e scienze naturali, nell'alveo di una riflessione che, partendo dalla «conoscenza della natura», si è allargata alla «natura della conoscenza», investendo poi il mondo delle idee, i territori dell'antropologia e il continente dell'etica. «Come tutti i pionieri, anch'io all'inizio sono stato incompreso, oggi però l'importanza del concetto di complessità è riconosciuta da tutti», ricorda Morin. Il dialogo cui si riferisce il filosofo ottantaseienne è quello tra la cultura umanistica, «che affronta la riflessione sui fondamentali problemi umani, stimola la riflessione sul sapere e favorisce l'integrazione personale delle conoscenze» e quella scientifica, che «separa i campi della conoscenza, suscita straordinarie scoperte, geniali teorie, ma non [affronta] una riflessione sul destino umano e sul divenire della scienza stessa». Soffermandosi sul valore dell'informazione prosegue: «l'informazione è una materia prima che la conoscenza deve padroneggiare e integrare», una conoscenza «costantemente rivisitata e riveduta dal pensiero», il quale a sua volta «è oggi più che mai il capitale più prezioso per l'individuo e la società». Il pericolo che l'uomo corre è quello di un indebolimento di una percezione globale che conduca all'indebolimento del senso della responsabilità, poiché ciascuno tende a essere responsabile solo del proprio compito specializzato, così come all'indebolimento della solidarietà, poiché ciascuno percepisce solo il legame con la propria città. «La conoscenza tecnica è riservata agli esperti» e «mentre l'esperto perde la capacità di concepire il globale e il fondamentale, il cittadino perde il diritto alla conoscenza». L'intervista si conclude con un accenno alle sfide più impegnative (e decisive): la riforma dell'insegnamento e la riforma del pensiero. «È la riforma del pensiero che consentirebbe il pieno impiego dell'intelligenza per rispondere a queste sfide e che permetterebbe il legame delle due culture disgiunte. Si tratta di una riforma non programmatica ma paradigmatica, poiché concerne la nostra attitudine a organizzare la conoscenza». Rifacendosi ad una frase di Michel de Montaigne («È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena»), Morin distingue tra «una testa nel quale il sapere è accumulato e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso» e una «testa ben fatta», che comporta «un'attitudine generale a porre e a trattare i problemi; principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso».
Paul Gabriele Weston
Università di Pavia