Associazione
italiana biblioteche. BollettinoAIB 2011 n. 3 p. 276-278
Poco meno di mille pagine per Luigi Frati, in due massicci volumi, possono
sembrare tante, forse troppe, ma questa impressione, anche se
comprensibile, sarebbe sbagliata. Luigi Frati diresse la Biblioteca
comunale di Bologna dal 1° marzo 1858 fin quasi alla morte (24 luglio
1902), cioè per quasi mezzo secolo, e questa, come si vedrà,
non fu la sua unica importante attività: praticamente in questi due
volumi passa più di mezzo secolo di storia delle istituzioni
culturali cittadine, e non solo questo.
Anche se presentato sul
frontespizio come atti del convegno tenuto nel 2002 - e quindi uscito con
tempi non encomiabili per pubblicazioni di questo genere - l'opera
è in effetti molto di più, una ricognizione organica e
aggiornata (sono utilizzate anche pubblicazioni uscite tra il 2002 e il
2010) di tutti i temi connessi al personaggio.
Si può dire subito che il personaggio stesso non è, almeno a me, sempre simpatico, nel voler fare tutto e sempre lui: non solo direttore della Biblioteca che dal 1907 si chiamerà dell'Archiginnasio, ma anche promotore del grande Archivio che si voleva costituire dopo l'Unità, direttore del Museo del Comune (dal 1861), per qualche tempo reggente del Museo archeologico universitario (dove aveva cominciato la sua attività, nel 1840, come «adjutore») e poi dal 1878 direttore della Sezione medievale e moderna del nuovo Museo civico unificato, senza dimenticare l'esperienza di ordinamento e catalogazione della Biblioteca arcivescovile di Bologna (1841-1856). E non solo direttore della Biblioteca, ma anche unico bibliotecario, arrivando a chiedere in un paio di occasioni che i posti "di concetto" che si liberavano non venissero coperti o venissero utilizzati invece per impiegati esecutivi. E non solo direttore, possibilmente, di tutti gli istituti culturali della città, ma anche unico "descrittore" delle loro raccolte (magari con l'aiuto di uno o l'altro dei figli, Lodovico e Carlo), evidentemente infastidito in più d'una occasione quando su questo o quel settore (dalle monete medievali ai corali miniati, per non parlare della bibliografia bolognese) si proponeva di lavorare uno studioso esterno.
Ma è fuor di dubbio che, pur in maniere o con decisioni a volte un
po' discutibili, a Frati si devono, in più di mezzo secolo di
frenetica e ininterrotta operosità (la «foga» che
indicavano Odorici e Valentinelli nella loro relazione del 1872 sul suo
operato e che è stata promossa a titolo dell'opera), la nascita o
l'organizzazione e lo sviluppo di un po' tutte le istituzioni culturali
cittadine, la loro sede o la sua ristrutturazione, la formazione e
l'ordinamento di raccolte e fondi, e insomma una grandissima parte degli
elementi che tuttora le caratterizzano.
Questi risultati si
devono, certo, non solo alle qualità del Frati ma anche all'aver
operato in quarant'anni cruciali, in cui l'amministrazione cittadina si
prodigò, pur nella vita politica alquanto agitata dei tempi, per
cambiare il volto di Bologna risolvendo - come scrive Cristiana Morigi
Govi nel saggio sul Museo civico - «i tanti problemi della città
lasciata in una situazione miserevole dal Governo Pontificio» (p.
482). E questo richiamo alla «situazione miserevole» di tante
parti d'Italia negli ultimi periodi preunitari - che si può
ripetere tal quale per Roma, per Napoli e per molti altri centri - va
sottolineato perché capita tuttora di sentir favoleggiare
sull'Italia preunitaria, ignorando sia le sue reali condizioni sia gli
enormi avanzamenti realizzati, nonostante le ovvie difficoltà
finanziarie, nei primi decenni del Regno d'Italia.
Va avvertito
poi che il secondo volume è occupato in buona parte dall'inventario
del carteggio di Luigi Frati - comprese le lettere e minute pervenute poi
con i manoscritti di Carlo Frati - curato da Lanfranco Bonora e Anna Maria
Scardovi (p. 621-862): oltre tremila lettere con un invidiabile parco di
corrispondenti, da Mommsen a Carducci. Agli strumenti si aggiungono, nello
stesso volume, la dettagliatissima genealogia della famiglia curata da
Pierangelo Bellettini (p. 587-620), che ne approfitta per ricostruire
anche i primi passi della carriera di Lodovico e Carlo, l'altrettanto
dettagliata bibliografia degli scritti di Frati curata da Giuseppina Succi
(p. 863-912) e il nutrito, e certo indispensabile, indice dei nomi (p.
915-941).
Sempre nel secondo volume, vari contributi ricostruiscono con precisione
le attività di Frati in settori diversi, dai progetti che portarono
all'istituzione di un Archivio di Stato a Bologna e dai complicati
sviluppi del Museo civico fino alla sua partecipazione all'attività
della Deputazione di storia patria istituita nel 1860 da Farini (di cui fu
il primo segretario, fino alla fine del 1863, sostituito poi dal giovane
Carducci) e ai suoi contributi, non trascurabili, allo sviluppo degli
studi moderni di storia della miniatura, di numismatica e di ceramologia.
E possiamo ricollegarvi, anche se per ovvi motivi cronologici li troviamo
fra i capitoli iniziali del primo volume, i saggi sulle prime ma
importanti attività del Frati tra antiquaria tradizionale e
nascente archeologia (frustrate dal mancato conseguimento della cattedra
di archeologia nell'ateneo bolognese a cui aspirava) e sulla sua
esperienza politico-giornalistica, come condirettore ed "editorialista"
della testata cittadina dei cattolico-liberali nel biennio 1848-1849
(esperienza in cui rientrano anche la partecipazione ai combattimenti
dell'8 agosto 1848 contro gli austriaci e qualche giorno di prigione nel
giugno 1849).
In questo quadro che va quindi, giustamente, molto
al di là della sola storia dell'Archiginnasio (e della sola
biografia del personaggio) ci interessano però, com'è ovvio,
soprattutto gli apporti più rilevanti per il nostro campo, a
partire dagli esaurienti saggi di Bellettini sulla formazione di Frati (p.
9-64) e su Successi e contrarietà nella carriera di un
bibliotecario (p. 149-222).
Tra i saggi dedicati a temi biblioteconomici vanno segnalati per completezza di indagine documentaria e chiarezza di ricostruzione anche quelli di Anna Manfron su Le raccolte librarie provenienti dalle soppressioni post-unitarie delle congregazioni religiose (p. 223-320) e di Saverio Ferrari su L'ordinamento per materie della Biblioteca municipale (p. 321-398), che sono in pratica due monografie sui rispettivi argomenti. Anna Manfron ricostruisce le vicende delle biblioteche religiose soppresse (alcune delle quali di notevole importanza) con un'invidiabile precisione di date e numeri, che quasi mai è dato raggiungere: accanto al merito della studiosa, ne emerge un caso - forse raro ma certo differente dalla vulgata sul tema - in cui "l'alluvione" delle raccolte ecclesiastiche fu efficacemente governata, forse con qualche inevitabile sbavatura e nell'arco di un certo numero di anni, ma comunque integrando nelle raccolte varie decine di migliaia di libri utili e scartandone pure ordinatamente non pochi (quasi 30.000 volumi secondo i suoi calcoli). Questi ultimi - dopo essere stati collazionati carta per carta, garantiva Frati, con gli altri esemplari posseduti - vennero regolarmente venduti o scambiati (per esempio con la Nazionale di Roma), con qualche intoppo ma senza la tragica confusione a cui ci hanno abituato altri resoconti. Con l'occasione vengono anche descritti dettagliatamente i 18 cataloghi o inventari manoscritti compilati o utilizzati durante la devoluzione.
Importante anche il contributo di Ferrari, che giustamente non parte
dall'attività già nota per grandi linee del Frati ma risale
fino ai primi rudimenti di ordinamento sistematico nella raccolta Magnani
per ripercorrere la vicenda nella sua interezza e fornisce poi un'utile
appendice documentaria.
I due volumi sono realizzati con quella
ricchezza e precisione di notizie, compresi i riferimenti bibliografici e
documentari e l'apparato iconografico, che contraddistinguono la
produzione scientifica dell'Archiginnasio. (Mi è capitato di notare
una sola minima svista, nell'inventario del carteggio Frati: Michele
Giuseppe «Canali», a p. 670, deve essere «Canale»,
storico di Genova e direttore della Biblioteca Berio dal 1866 al 1890. Ma,
quanto a sviste, sarà urgente soprattutto correggere il soggetto
che compare nel record SBN, che indica «Sec. 18.» invece di
«Sec. 19.»).
Anche con questi volumi l'Archiginnasio si conferma quindi come un esempio
- oggi non comune - di biblioteca che insieme allo sviluppo dei servizi e
all'aggiornamento degli strumenti (ne è un esempio il contributo
sulla versione online della Bibliografia bolognese) non
trascura la ricerca e l'elaborazione scientifica, di alto livello, nel
confronto continuo e con la collaborazione di specialisti dei diversi
campi che operano nell'università e nelle altre istituzioni
culturali.
Alberto Petrucciani
Sapienza Università di Roma