[AIB]

XLVI Congresso nazionale AIB
Oltre confini e discontinuità
Torino, 11-13 maggio 2000


Bibliotecari, duemila anni di continuità. - 2000-05-11 14:30/17:30

NOTA redazionale. Ringraziando gli autori che hanno messo a disposizione per AIB-WEB i testi delle loro relazioni, avvertiamo che potranno risultare lievi differenze tra questa versione e quella definitivamente licenziata per la stampa.


Giacomo Manzoni, opinioni di un bibliofilo risorgimentale sulle biblioteche del Regno d'Italia

Fernanda Canepa
(Biblioteca civica "Berio", Genova)

 

La recente pubblicazione di uno studio sulla figura di Giacomo Manzoni per iniziativa della Fondazione Cassa di Risparmio e Cassa del Monte di Lugo [1] consente oggi di cogliere le diverse sfaccettature di un personaggio e di un intellettuale che diede un contributo fondamentale agli studi di bibliografia e all'indagine annalistica [2], ma che seppe anche proporsi quale snodo di alcuni fondamentali storie di patrimoni e fondi librari, sia per la sua nascita all'interno di una famiglia legata a Bartolomeo Borghesi e a Vincenzo Monti sia per il ruolo esercitato nel mondo delle biblioteche e del collezionismo librario, come testimoniano la corrispondenza, alcune sue pubblicazioni e il prestigio di cui godeva nell'ambito degli studi bibliografici come si evince dagli incarichi che gli furono proposti a livello istituzionale.

La pubblicazione, Giacomo Manzoni. Studi, passioni e vita pubblica di un lughese nell'Italia dell'Ottocento, curata da Antonio Pirazzini, raccoglie i contributi di vari autori che si sono potuti avvalere, oltre che dei materiali noti presenti soprattutto nelle biblioteche di Lugo e Saffi di Forlì, anche delle inedite carte manzoniane conservate dell'Archivio Seganti dell'Archivio Storico comunale di Lugo, rese disponibili per l'iniziativa di studio.

La vicenda politica di Giacomo Manzoni, nato a Lugo di Romagna nel 1816, si dispiega nella giovinezza in concomitanza con gli anni più accesi del Risorgimento nelle terre soggette allo Stato pontificio (adesione ai moti del '48), sino a culminare agli incarichi che lo videro Ministro delle Finanze della Repubblica Romana, inviato in missione a Parigi e a Londra nel '49 sempre dalla Repubblica, quindi esule peregrinante tra Svizzera, Genova, Toscana, San Marino, Corfù, Malta, Piemonte per concludersi in un progressivo allontanamento dall'impegno pubblico dopo la proclamazione del regno, venute meno le spinte ideologiche e etiche della stagione libertaria. Un secondo esilio, interiore e profondo, ha quindi coltivato il Manzoni, quale il più congeniale per l'esercizio intellettuale, un esilio "bibliografico" -- per usare l'efficace espressione con cui Rita Cervigni intitola il suo contributo [3] sul Manzoni -- vissuto nelle biblioteche, nelle botteghe dei librai, nei luoghi di carte (conventi, biblioteche private, magazzini), in cui indagare ansiosamente e instancabilmente per radunare, accumulare, barattare, vendere e comprare libri, seguendo un disegno dai contorni sempre più definiti laddove più stringenti si affacciavano gli interessi di studio o lo conduceva la passione del bibliofilo. Il ritorno a casa e in famiglia era certo necessario per la cura del patrimonio terriero e immobiliare, ma il desiderio di muoversi e partire si affacciava non appena si presentava l'occasione di ritrovarsi in ambienti più congeniali all'esercizio della propria passione per i libri. Nel 1878 giunge a confessare all'amico Gherardi:

«Ai vecchi accade una cosa impreveduta e sto per dire imprevedibile, ed è che crescono loro a dismisura le occupazioni, e scemano le forze. Quanto a me, Gherardi mio, cerco col lanternino sempre nuovi fastidi ed imbarazzi, ancorché mi avvegga che sono già troppi quelli che ho, e che proponga di non averne di più. [...] Sono stato più volte a Firenze, dove, per aver corso tutto il giorno in cerca di libri e ora di stampe, di ricami, di stoffe, di quadri sedendomi stanco e sfinito casco sopra una sedia, sopra i sedili di un viale, sugli scalini di una gradinata, e mi addormento. [...] Gherardi mio. Siamo dei pochi superstiti del 48. E dire che mesi fa mi offendevo a sentirmi dire veterano di quell'epoca!» [4]

Rimane un legame ideale con l'esperienza repubblicana, un imperativo etico che lo spinge a non tradire gli ideali democratici, al punto che -- attanagliato da difficoltà finanziarie sempre più gravi e dai problemi in cui si dibatteva l'azienda terriera colpita dalla dilagante crisi agraria di quegli anni -- rifiuta l'offerta di una eventuale direzione della biblioteca Vittorio Emanuele di Roma, perché per tale incarico era indispensabile il giuramento e -- afferma sdegnosamente in una lettera ai figli del 1879, «de' giuramenti politici io ne ho dato uno solo». E anche quando sollecitato dagli amici, la cosa si sarebbe potuta concludere anche senza il giuramento, le condizioni poste dal governo andavano a toccare le corde più sensibili, come la cessione allo stato degli esemplari più preziosi della sua collezione di "codici, quattrocentisti" e altri cimeli. Ma la motivazione profonda del rifiuto può forse ancora ritrovarsi in quell'ansia di muoversi ancora tra i libri, in un esercizio in cui saggiare le proprie competenze bibliografiche e il fiuto dell'estimatore. Sempre ai figli scrive da Perugia dopo pochi mesi:

«Non innalzerò un insegna di manzo con la testa coronata accompagnata dalla iscrizione Libreria Manzoni, ma sarò socio con Silvio Bocca, e mentre (come ho incominciato) redigerò i cataloghi delle vendite che hanno all'estero tanto successo, venderò de' libri miei che ho anche qui, inserendoli in essi catalogi. Frequenterò le vendite, e comprerò per rivendere: di un Tasso, e di un altro libricciuolo comprati per L 10, ne ho prese 170, e così ho pagato le spese di questo viaggio.» [5]

Sono gli anni del sodalizio con Silvio Bocca (che durerà sino l882, presso il negozio aperto dal Bocca in via del Corso a Roma) e dei rapporti con la libreria fiorentina di Ulisse Franchi, con cui continuerà a trattare e a collaborare fino agli ultimo anni, redigendo i cataloghi della casa d'aste, partecipando anche con libri propri e presenziando alle vendite in Firenze.

All'amico da lunga data Alfredo Merli, bibliofilo e commerciante in rare edizioni, bibliotecario alla Camera dei deputati, chiede ancora nel 1887 l'invio di cataloghi di aste romane, consegnando nella chiusa della lettera la cifra dell'inesausta passione che lo aveva accompagnato sin dalla giovinezza:

«Volete rendermi un servigio da amico vero? Mandatemi i Cataloghi di qualche buona asta che si faccia costà. Ché, se sarà buona davvero vi darò commissioni accompagnate da danaro sonante e da provvigione [...] Mandatemi altresì qualche buon catalogo Tedesco. Insomma. Io non sono punto mutato e continuo a comperare e a vender libri come ho fatto quasi sempre.» [6]

Il completamento della propria biblioteca personale, legata agli interessi di studio, era stata perseguito con accanimento e senza tregua, sia durante viaggi di ricognizione che nei periodi del forzato esilio, sobbarcandosi la fatica di collocare e radunare in magazzini o in dimore dislocate parti consistenti dei fondi raccolti, cercando poi in fine negli ultimi anni di ricostituire per intero la biblioteca. Per circostanze e familiari e di amicizia si era poi trovato coinvolto in due significative storie di importanti collezioni manoscritte e librarie: le eredita di Bartolomeo Borghesi e di Guglielmo Libri. Dopo la morte dello zio acquisito Bartolomeo Borghesi, avvenuta nell'aprile del 1860, Manzoni prese in custodia, per conto del proprio figlio secondogenito, che di Borghesi era erede, il patrimonio dei manoscritti, della corrispondenza e delle collezioni librarie conservati nella dimora di San Marino, dove si recava spesso anche per curare parte delle collezioni di sua proprietà. Altra circostanza particolarmente significativa, per la quantità e la qualità del materiale librario, è stato il suo ruolo nell'eredità della biblioteca e dell'archivio di Guglielmo Libri. Sui particolari della vicenda, che si concluse, per quanto riguarda Manzoni, con l'acquisto tra il '68 e il '70 di un'ingente quantità di manoscritti e stampe appartenute al Libri, oltre all'archivio personale, riferisce con accurata documentazione Rita Cervigni nel suo La Biblioteca Manzoni e i suoi cataloghi [7]. Sempre nello stesso articolo vengono esaminate le vicende che condussero alla vendita e alla dispersione della biblioteca Manzoni dopo la morte -- avvenuta a Lugo il 31 dicembre 1889--, con l'asta romana del '93, dopo i ripetuti tentativi del figlio Luigi di concludere le trattative con il governo nei primi anni '90.

Si è cercato di delineare a sommi capi la geografia dei principali luoghi in cui Manzoni esercitò la propria attività di collezionista, commerciante, fine conoscitore ed estimatore di collezioni pubbliche e private, ma a questo punto occorre anche dire che la geografia di quei luoghi si intreccia a doppio filo con la geografia ideale delle biblioteche in cui il Manzoni, bibliografo e studioso delle prime edizioni a stampa, svolse il proprio tirocinio formativo, venendo a contatto sia personalmente, sia attraverso il rapporto epistolare, con studiosi della storia della stampa -- tra cui spesso si annoveravano bibliotecari -- e affinando il proprio spirito critico nel confronto di personalità di tutto rilievo. Basti pensare al vaglio critico attraverso cui sottopose la tesi sostenuta da Antonio Panizzi su Francesco da Bologna [8], che diede materia al suo primo studio di bibliografia analitica, pubblicato nel 1881. Del risultato ottenuto in questa disamina, che lo condusse a dimostrare che Francesco Bologna, incisore e stampatore in Bologna tra Quattro e Cinquecento non poteva essere Francesco Raibolini, detto il Francia, come invece aveva sostenuto Panizzi, Manzoni era assai compiaciuto al punto di annotare, in un tardo appunto manoscritto che ritroviamo tra le carte inedite, queste riflessioni:

«Negli studii bibliografici, di mano in mano che progredendo, si riesce a fare qualche scoperta, sippure di picciol conto, è facile farsene idolatri; la quale idolatria, anziché scemare, anche quando l'esperienza insegna a collocare ogni cosa al suo posto, invecchiando, aumenta, al segno di diventare superstizione. Ne ho avuta esperienza nel prof. Guglielmo Libri, e in Ant. Panizzzi custode degli stampati al Museo Britannico. Al Libri, ancorché grande intendente, trovando qualche volume insolito, sembrava da ultimo in Inghilterra di scoprire la pietra filosofale; e al Panizzi ogni idea o pensiero bibliografico, per quanto dubbio, anzi inverosimile (come quello che Francesco da Bologna fosse il celebre Raibolini) sembrava un assioma. Di qui nacque che il Libri nelle vendite di Londra perdé (oltre le spese pel famoso processo di Parigi) quanto aveva ereditato dalla madre (Rosa del Rosso) donna eccellente, e che il Panizzi non poté serbare quel nome di buon bibliografo, che confidava di avere meritatamente acquistato. Taccio di altri bibliografi di minor conto che hanno ignorato persino la bibliografia descrittiva.» [9]

La concezione manzoniana della bibliografia, nella sua accezione di bibliografia analitica basata su alcuni canoni fondamentali di ispirazione storico-filologica [10], era maturata negli anni del soggiorno torinese, dove risiedette a partire dal 1854: anni spesi nella frequentazione assidua della Biblioteca dell'Università, retta dall'illustre abate Costanzo Gazzera, segretario dell'Accademia delle Scienze, e della Biblioteca Reale, diretta da Domenico Promis; anni in cui si rafforza anche quel sodalizio iniziato nell'esilio a Corfù, con Niccolò Tommaseo, che proseguirà fino a diventare una vera e propria collaborazione intorno al monumentale Dizionario della lingua italiana. A Torino elaborò i primi progetti di ricognizione annalistica, che si conclusero con la pubblicazione degli annali tipografici piemontesi e torinesi del secolo XV [11]; qui soprattutto assimilò la lezione di Giuseppe Vernazza, bibliotecario di una precedente generazione proprio nella Biblioteca dell'Università, le cui opere edite e inedite e la vasta corrispondenza costituivano un patrimonio ancora da esplorare e rendere pubblico [12]. Vi lavorava in quegli anni il Gazzera, desideroso di dare alle stampe l'edizione completa dell'opera maggiore del Vernazza. Questo il rapido ritratto che ce ne lascia Manzoni in una lettera del 1856 a Guglielmo Libri:

«Ho veduto ieri e questa mane il Cav. Gazzera [...]. È da un anno che promette di pubblicare l'ultima opera del Vernazza Osservazioni di Storia letteraria, ma dubito che i suoi 78 anni molestati dì e notte da asma catarrale glie lo permetteranno. Molto è che gli consentano di venire giornalmente alla biblioteca, la quale ora si amplia di altre 3 stanze per capire più agevolmente i 250 e più mille volumi che l'arricchiscono.» [13]

Nel corso degli anni e delle ricerche intraprese si infittiscono i rapporti epistolari con bibliotecari. Ricordiamone solo alcuni per ricostruire la mappa dell'ideale viaggio di Manzoni nei luoghi del libro: la comunale di Lugo con Ambrogio Bongiovanni, le biblioteche della Regia Università di Genova e la comunale di Savona rispettivamente con Agostino Olivieri e Tommaso Torteroli, la comunale di Perugia con Adamo Rossi, nella Marche, la Passionei di Fossombrone con Augusto Vernarecci e la comunale di Fermo con Filippo Raffaelli, Firenze con Luigi Crisostomo Ferrucci, bibliotecario della Marucelliana e della Laurenziana, Roma con Enrico Narducci dell'Alessandrina.

I rapporti intessuti dal Manzoni con gli ambienti del collezionismo librario, delle biblioteche e della cultura -- ricordiamo a questo a punto anche i legami con gli studiosi che collaborarono all'iniziativa editoriale promossa dalla Commissione italiana per i testi di lingua, istituita nel 1860 su ispirazione di Luigi Carlo Farini -- e la pubblicazione dei suoi lavori avevano contribuito ad accrescerne il prestigio tanto da essere interpellato e coinvolto nella discussione governativa intorno al riordino e all'assetto delle biblioteche d'Italia. Nello Zibaldone, in cui Manzoni era solito annotare riflessioni, note di libri, il diario dei suoi viaggi e stendere le minute delle lettere, ritroviamo con data 25 ottobre 1860 una richiesta del ministro dell'Istruzione Pubblica Terenzio Mamiani, articolata in tre domande: «Come conviene istituire una vasta e compiuta biblioteca? Come, una più scarsa ma fornita a sufficienza dell'occorrente agli studi principali? Come acquistare a buon mercato libri rari e preziosi[?]» La risposta, che riguarda soprattutto la prima domanda, annotata sullo Zibaldone, è datata Torino, 26 ottobre:

«Amico Carissimo

del moltissimo scritto da due secoli sopra l'ordinamento di una biblioteca, eccovi ciò che, a parer mio, si può raccogliere di accettabile da chi presiede, come voi presiedete e degnamente, alla pubblica istruzione.

Mi parto dai libri a stampa posteriori al secolo XV, imperocché è sistema generalmente adottato di tenere distinti i quattrocenti[sti] e i manoscritti, sull'ordinamento dei quali parlerò da ultimo.

I sistemi principali intormo all'ordinamento dei libri (il quale si fa per materie e non per alfabeto), derivano segnatamente dal considerare gli studii o obbietivamente o suggettivamente. Taluni partendosi dall'oggetto supremo degli studii umani la divinità, incominciarono dalla Teologia, i secondi prendendo le mosse dai mezzi elementari per salire al sapere, dall'alfabeto e dalla scrittura. Addussero gli uni e gli altri buone ragioni a sostegno delle loro opinioni, e sino a tutto il secolo scorso si videro biblioteche ordinate nell'un modo e nell'altro [...] ma è da 30 anni che è venuta meno la voglia di delirare dietro sistemi i quali finivano col non soddisfare compiutamente, dopo aver capovolte numerosissime biblioteche.

E per i libri a stampa, è da discorrersi a un modo sopra l'ordinamento da dare ad essi nei cataloghi, a un altro sopra il collocamento materiale dei libri nelle sale e nelle scanzie; imperocché taluni sistemi di ordinamento, i quali dimostransi buoni se non perfetti in teoria, nel metterli in pratica non riescono.

Due qualità di cataloghi deve avere ogni ben istrutta biblioteca, uno in volumi, per materie, l'altro in ischede per alfabeto. Il primo perché il Bibliotecario e lo studioso veggano nel più breve tempo i libri serbati da una data Biblioteca sopra una data parte di sapere, l'altro per poter dire ad ogni richiesta se una data opera c'è, ed essendoci per ritrovarla.

I volumi da servire per i cataloghi per materie devono essere in foglio grande, di carata a mano, greve e compatta, perché resistano all'uso frequente che se ne fa. In essi i nomi degli autori e i titoli dei libri scrivonsi per alfabeto in colonna a una certa distanza per poter dar luogo alle aggiunte. In questo vuol serbarsi la discrezione che a un bibliotecario suggerisce l'esperienza, dovendosi talvolta lasciare tra libri e libri non pur lacune, ma pagine intiere.

Le schede per i cataloghi alfabetici sono per lo più della grandezza di un ottavo di foglio di carta comune da scrivere, meglio è farle in cartoncino anzi che in carta dovendo servire ai distributori che dovranno compulsarle frequentissimamente.

Non discorrerò del modo di fare le schede. Ci sono sopra di ciò moltissime regole che dovrebbero stare innanzi ai Bibliotecari, agli assistenti e a ognuno che sia chiamato a fare i cataloghi di una Biblioteca; ma una lunga pratica mi ha insegnato che certe cose non basta scriverle, e se non si fanno, non si possono mandare ad effetto. Allora torna più comodo biasimare ogni regola; fare a proprio talento [...].

Rritornando ora ai cataloghi per materie, quanto alla divisione delle materie ne' cataloghi, se trattasi di una vasta Biblioteca crediate bene che il cominciare piuttosto da una scienza che da un'altra, è questione di lana caprina. Schieransi i numerosi volumi di essi cataloghi o sopra tavole o sopra leggii, e, da questo in fuori che le parti le quali trattano di materie affini siano prossime, per maggior comodo di chi li consulta, poco o nulla importa che s'incominci o dalla Teologia o dalla Storia o dalla letteratura [...]» [14]

Possiamo rilevare in questa risposta come prevalga sugli aspetti teorici un approccio pratico e ispirato a criteri di buon senso: i cataloghi alfabetici devono essere funzionali all'offerta immediata dell'informazione per il reperimento dell'opera, i cataloghi per materie devono soprattutto fornire una panoramica del posseduto di rapida consultazione, la collocazione dei volumi negli scaffali deve obbedire non a principi sistematici assoluti, ma soddisfare alle prevalenti esigenze dei frequentatori della biblioteca. Gli aspetti teorici riaffiorano comunque quando si accenna all'esigenza di regole scritte per la redazione delle schede e alla necessaria perizia del bibliotecario nell'organizzazione funzionale dell'universo bibliografico in continuo divenire.

Suggerimenti pratici, stime sul tempo occorrente per riordinare una biblioteca in base al numero di volumi, esemplificazioni, emergono ancora nello scambio epistolare con Carlo Rusconi che da Torino gli scrive nell'aprile del 1861, per avere lumi su come ordinare la biblioteca del Consiglio di Stato: «Saran circa 4m[ila] volumi da classificare. Il catalogo non c'è che per materie: cred'indispensabile che lo si faccia anche per autori? Poi per la classificazione hai nulla da suggerire? Qual è il miglior metodo per trovar subito quello che si cerca? E tutta la mole che va sotto l'elastico nome di poligrafia ci sarebbe mezzo d'ordinarla in guisa da non smarrirsi in quel caos, come s'incontra in tutte le biblioteche?» [15] E Manzoni:

«Mio Caro amico

A voler ordinare a dovere la Biblioteca del Consiglio di Stato, incomincerai dal fare le schede, porrai il Cognome dell'autore, il nome, il titolo dell'opera, il luogo dove fu impressa, il nome del tipografo, l'anno e il sesto del libro. Se l'opera è anonima incomincerai dal titolo, a meno che l'autore di essa non sia conosciuto, nel qual caso si fa una scheda di rinvio, facendo poi la scheda intiera sotto il nome dell'autore. Per es. le prime edizioni dei delitti e delle pene sono anonime. Si fa la scheda così Delitti (Dei) e delle pene. v. Beccaria Cesare, e sotto Beccaria si fa poi la scheda compiuta.

Lo stesso praticasi coi pseudonimi. Per es. Agatosisto Cromaziano v. Buonafede Appiano e in Buonafede si fa la scheda.

Quattromila volumi ti daranno a lavorare per oltre un mese. Fatte che ne avrai le schede io sarò costà e ti dirò quall'ordine tu debba dare a essi libri in un catalogo per materie.» [16]

Manzoni scrive questa lettera da Urbino perché in quel periodo svolgeva in qualità di delegato governativo un'indagine sulla situazione delle biblioteche e collezioni d'arte presenti sul territorio umbro-marchigiano, patrimoni prima in possesso delle corporazioni religiose e incamerati ora dallo stato. Sempre nella stessa lettera al Rusconi osserva:

«Questi paesi sono poverissimi di buoni libri. Le Biblioteche dei conventi spogliate già nella rivoluzione del secol passato, poco e male si rifornirono dopo il quindici. Le famiglie vendono da venti anni a bibliofili forestieri. In oggetti d'arte si sta men male e qui potrebbesi fare una sufficiente pinacoteca nella quale in compenso di un Raffaello potrebbe esserci un buon Timoteo Viti e non sarebbe poco. Dirai al Fava che stendo una relazione di tutto ciò che ho veduto di cose d'arte venute in potere del Governo.» [17]

Anche il figlio Luigi, molti anni più tardi, riceverà dalla pubblica amministrazione un incarico in materia di biblioteche. Chiamato a far parte della Commissione d'inchiesta sulle biblioteche istituita nel 1881, chiede il parere del padre sul Regolamento delle biblioteche che entrerà poi in vigore con Regio decreto del 28 ottobre 1885. Lo testimoniano alcune carte dell'Archivio Seganti di Lugo intitolate dal Manzoni "Pensieri intorno al Regolamento sulle Biblioteche pubbliche governative del Regno d'Italia. Roma 9 Marzo 1885", che si interrompono buscante con queste parole:

«Ero ieri a questo punto, quando mi giunse la tua, in cui m'inviti a mandarti quello che io ho fatto intorno al Regolamento. Gli appunti presi per svolgere in parecchi fogli i miei pensieri intorno ad esso, a nulla ti gioverebbero, servendo appena di guida a me che ho per molte ore (per non dir giorni) meditato sull'argomento. Da ciò che ti mando si capisce ben poco. Se ti occorrerà il rimanente potrò stenderlo costà o alla Frascata o a Mordano, poiché, a fare cosa meno cattiva e presto, occorre quiete e solitudine. Il 22 parto per Firenze alla vend[ita]. Franchi.» [18]

L'approccio del Manzoni alla politica sulle biblioteche ha quindi il carattere dell'occasionalità, legato alle richieste prima del Mamiani, dell'amico Rusconi, ora del figlio: i reali interessi evidentemente riguardano i libri, l'accrescimento della biblioteca personale, le attività commerciali intraprese con i librai e l'elaborazione di nuovi progetti di studio. Nel 1882 erano stati intanto pubblicati, per i tipi di Gaetano Romagnoli, gli Studii di bibliografia analitica; tra il 1882 e il 1883 su «Il Bibliofilo» diretto da Carlo Lozzi erano usciti due suoi articoli riguardanti le prime edizioni dell'Orlando Furioso e della Gerusalemme liberata [19]; nel 1883 aveva scritto un articolo sulla cinquecentesca tipografia Bottrigari di Bologna [20] e un terzo articolo per «Il Bibliofilo», ma soprattutto venivano alla luce, tra il l'83 e l'86, sempre presso Romagnoli, i tre tomi degli Annali tipografici dei Soncino.

Le riflessioni sul regolamento, datate 9 marzo 1885, alcuni mesi prima dell'emanazione ufficiale, riguardano i primi 6 articoli, quelli relativi alla classificazione delle biblioteche dello stato. Ma prima di procedere all'analisi dei singoli articoli, Manzoni esprime alcune considerazioni di carattere generale che riflettono il disagio intellettuale di chi non trova un quadro teorico di riferimento che consenta di spiegare le scelte introdotte dal regolamento. Viene soprattutto sottolineata la mancanza di definizioni su ciò che deve intendersi per biblioteca nazionale, biblioteca centrale, biblioteca autonoma e non autonoma e l'assenza di un rapporto tra la classificazione delle biblioteche introdotta dal regolamento e quella che potrebbe risultare da uno studio storico e sociologico della distribuzione e rilevanza delle biblioteche italiane.

«Quando una legge o un Regolamento (che è la parte esecutiva di una legge) non è preceduto dalla esposizione dei motivi che ne hanno determinato gli articoli è cosa assai malagevole il rendersene compiuta ragione. Ciò riesce evidente in un argomento vasto e complesso quale è quello delle biblioteche pubbliche, segnatamente in Italia, dove il numero e l'importanza delle Biblioteche non è in ragione né della popolazione, né della coltura delle città nelle quali dette biblioteche si trovano. Chi apre il nuovo regolamento al solo scorrere con l'occhio il numero 2 s'avvede che Firenze (onde s'incomincia, e non da Roma capitale d'Italia e caput mundi, secondo una frase universalmente accettata) ha quattro Biblioteche pubbliche governative, la Biblioteca Nazionale (Magliabechiana e Palatina riunite, il che non è detto, mostrando così una grande sconoscenza verso un uomo insigne e al sommo benemerito qual fu il Magliabechi [21]), la Mediceo-Laurenziana, la Marucelliana, e la Riccardiana.

Roma ne ha pure quattro, e cioè la Nazionale (altrimenti Vittorio Emanuele), l'Universitaria o anche Alessandrina, l'Angelica, la Valicelliana. Napoli invece Palermo, che sono assai più popolose di dette città ne hanno in tutto tre. E così dicasi di Milano e di Torino. Di questa sproporzione non assegnandosi la ragione, è mestieri accettare il fatto qual è, ed esaminare invece come le attribuzioni assegnate a ciascuna biblioteca siano tali da poter soddisfare alle giuste esigenze degli studiosi.

Incominciasi nel Regolamento a chiamare Centrali le due biblioteche nazionali di Roma e di Firenze perché sole raccolgono tutte le pubblicazioni che veggono la luce in Italia. Innanzi tutto la voce centrale appropriata a Biblioteche è di pessimo conio, essendo pigliata dalle Locande, o dalle Stazioni che appunto chiamansi tali o perché situate nel centro, o perché hanno nelle loro periferie altri stabilimenti simili. Il raccogliere esse sole tutte le pubblicazioni che si fanno in Italia non è ragione sufficiente e adeguata per chiamarle centrali. Per tale motivo possono dirsi primarie o principali o anche speciali, ma non mai centrali.

Dallo stesso articolo secondo raccogliamo che la principale divisione delle Biblioteche pubbliche in Italia è in Biblioteche autonome e in Biblioteche che servono ad altri istituti. Non è dichiarato ciò che si voglia intendere e significare con la voce autonomia appropriata alle Biblioteche. Ben s'intende però che con essa non potevansi denotare se non quelle biblioteche che hanno essere proprio e indipendente. Tali sono anche secondo il regolamento, che nel nominarle si attiene all'ordine alfabetico, -- e non dovevasi, poiché la prima biblioteca d'Italia dovrebbe essere quella della Metropoli, -- le Biblioteche nazionali di Firenze, di Napoli, di Palermo, di Roma, di Torino, di Venezia; poi la Mediceo Laurenziana (con l'aggiunta dell'Elciana qui dimenticata) l'Estense di Modena, la Casanatense di Roma, la Marucelliana di Firenze, la Governativa di Lucca, la Riccardiana di Firenze, e la governativa di Cremona. Le nominate sono, ripeto, Biblioteche autonome, cioè che hanno essere proprio, e fra di loro indipendente.

Le Biblioteche che servono ad altri istituti sono le Universitarie di Bologna, Cagliari, Catania, Genova, Messina, Modena, Napoli, Padova, Parma, Pavia, Pisa, Roma, Sassari, e poi l'Angelica di Roma amministrativamente riunita colla Vittorio Emanuele, la Brancacciana di Napoli amministrativamente riunita alla Naz[ionale] di Napoli, la Ventimiliana di Catania, le Biblioteche degli Instituti d'insegnamento Superiore, la Valicelliana di Roma retta dal Decreto 15 ott. 1884, la sezione governativa della Biblioteca musicale di S. Cecilia in Roma.

A questo punto incomincia una confusione orribile, poiché si ommettono tutti i criterii (buoni o cattivi che fossero) che hanno presieduto alla precedente classazione. Se oggi nel regolamento si chiamano autonome la Casanatense, la Marucelliana e la Riccardiana, segno è che si è avuto rispetto alle tavole della fondazione di esse, e non ad altro imperocché fino a pochi giorni sono la Casanatense, innanzi che i tribunali del regno avessero pronunziata sentenza favorevole, ben s'intende, al governo, era riunita alla Vittorio Emanuele in guisa che oltre l'averci uno o più impiegati governativi, faceva uso all'occorrenza delle opere di essa, in quello stesso modo che disponeva de' proprii. Ma se la Casanatense, anche a causa vinta, è biblioteca autonoma, a più forte ragione dovrà esser tale l'Angelica, vuoi per le tavole di fondazione, vuoi pe' cospicui donativi, ad essa sola rigorosamente vincolati, onde fu arricchita, vuoi per le dotazioni speciali degli istitutori stessi che provvidero agli assegni e alle retribuzioni da darsi agli ufficiali di essa, vuoi in fine per la qualità di libri ond'è fornita. Non può quindi negarsi all'Angelica la qualità di autonoma, né può dirsi che serva ad altri istituti, imperocché non serve ad istituto alcuno. Ed è ingiusto, sconveniente e indecoroso che essa sia amministrativamente riunita alla Vittorio Emanuele. Disposizioni di tal fatta non possono aver luogo in un regolamento se non quando una Biblioteca è come di appendice ad un'altra».

Rispetto alle osservazioni del Manzoni vediamo che nel testo approvato le nazionali saranno ridotte di numero: Firenze, Napoli, Torino, Roma, Braidense e Marciana. Sull'accorpamento amministrativo della biblioteca Angelica alla Vittorio Emanuele, ritroviamo, sempre nell'Archivio Seganti, anche la testimonianza di una lettera indirizzata a Luigi Manzoni del 6 marzo 1885, in cui si esprime l'appassionata appello dell'allora bibliotecario dell'Angelica, Ettore Novelli:

«On[orevo]le Signore.

Per mezzo della S.V.O. fo istanza formale a codesta Commissione d'inchiesta per le biblioteche del Regno, affine di essere inteso circa l'autonomia, vera, reale, intangibile di questa Biblioteca, avendo io udito dire che nel disegno del nuovo Regolamento si lasci ancora l'errore grave, pericolosissimo, pernicioso, di volerla tenere amministrativamente riunita alla Bibl[ioteca] Vittorio Emanuele.

Scrissi già su tale proposito a codesta stessa Comissione l'anno passato [...], ma molto più [...] potrò e dirò a viva voce.

La mia conclusione sarà questa: il nostro Governo non può infrangere i patti dettati dal fondatore Angelo Rocca, e sanzionati dai Brevi di tre diversi Pontefici, senza che l'Angelica non sia devoluta immediatamente alla Bibl[ioteca] Vaticana; lo stesso Governo non può spadroneggiare a suo talento, quando non cava di suo né anche un soldo, quando cioè le spese dell'Angelica sono fatte ancora tutte (tutte) dal soppresso Convento di S. Agostino; finalmente il med[esimo] Governo ha già in vari modi riconosciuta la piena indipendenza a cui vorrebbe adesso attentare, avendo io avuto ordine e avendolo ancora di considerare come lettera morta ciò che fu scritto di riunione o dipendenza amministrativa nel Regolamento, che deve essere sostituito da quello non ancora approvato.

Ho ferma fiducia, che la mia istanza sarà esaudita, e che ragione mi sarà fatta.» [22]

Il Regolamento precedente, quello del 1876, si era ispirato a criteri di razionalizzazione nel classificare le biblioteche dello stato, distinguendo tra biblioteche autonome e quelle connesse ad altri istituti; le autonome a loro volta si distinguevano in biblioteche di primo grado (tra cui le nazionali) e di secondo grado. Si prevedeva inoltre la riunione amministrativa della Ventimigliana di Catania con l'Universitaria, della Laurenziana con la Nazionale di Firenze, dell'Universitaria di Modena con l'Estense, della Casanatense e dell'Angelica con la Nazionale di Roma.

Dopo l'istituzione della Nazionale di Roma (RD 13 giugno 1875 n. 2540), il regolamento emanato dal ministro Ruggero Bonghi recepiva i risultati di un dibattito in cui trovava voce anche la visione organica di Desiderio Chilovi [23] e in cui si avocavano alla gestione statale solo una ventina di istituti, di cui quattro avrebbero svolto la funzione di nazionali.

Proprio sulle funzioni attribuite alle biblioteche nel testo del 1885, ancora Manzoni ritorna con notazioni polemiche:

«Gli errori e gl'inconvenienti della Classazione contenuta nell'articolo secondo riescono più evidenti dalle disposizioni degli articoli che seguono relativi ai fini di esse.

Articolo 4. Le Biblioteche nazionali hanno per fine arricchire a utilità degli studii, la suppellettile letteraria e scientifica che posseggono con le più importanti pubblicazioni antiche e moderne, italiane e straniere.

Ciascheduna di esse procurerà almeno di rappresentare compiutamente la coltura della regione nella quale ha sede (È una bagatella. Averla di mira s'intende, e anche preferirla, ma rappresentarla almeno compiutamente è assurdo).

Articolo 5. Questo stesso fine è proprio [in] più scarsa misura, in minori proporzioni anche alle altre Biblioteche autonome, quando le tavole di fondazione o il particolare intento che si propongono non richiedano altrimenti.

All'articolo 6. Le due Biblioteche nazionali centrali hanno per obbligo (dovranno) di arricchire la suppellettile letteraria e scientifica -- (N.B. Si fa sempre precedere il letterario al scientifico. È errore, imperocché le scienze hanno per fondamento verità certe, preesistenti all'uomo, mentre le lettere nutronsi d'arte che sono cosa umana) -- che posseggono per modo da rappresentare compiutamente la storia del pensiero italiano (altra bagatella da nulla rafforzata da quell'opportunissimo compiutamente) [...]»

A questo punto si interrompe la scrittura, lasciando aperto proprio quel tema su cui continuiamo a confrontarci ancora oggi: il deposito legale, la distribuzione dei compiti e delle funzioni tra le biblioteche sul territorio, la conservazione del patrimonio e la sua disponibilità, la bibliografia nazionale, problematiche tutte che occorre ripensare nell'attuale contesto europeo e mondiale.

 


Note e riferimenti bibliografici

[1] Giacomo Manzoni. Studi, passioni e vita pubblica di un lughese nell'Italia dell'Ottocento, Faenza, Edit Faenza, 1999.

[2] Pensiamo solamente agli Annali tipografici dei Soncino, contenenti la descrizione e illustrazione delle stampe ebraiche, talmudiche, rabbiniche, greche latine ed italiane eseguite dai medesimi nel secolo XV ... e nel secolo XVI ..., Bologna, Gaetano Romagnoli, 1883-86 e agli Studii di bibliografia analitica, Tomo primo, che contiene tre studii, con dieci tavole, Bologna, G. Romagnoli, 1882 (rist. anast., con una presentazione di Massimo Menna, Roma, Vecchiarelli, 1994).

[3] Rita Cervigni Troncone, Giacomo Manzoni: un esilio bibliografico, in Giacomo Manzoni. Studi, passioni e vita pubblica di un lughese nell'Italia dell'Ottocento, cit., pp. 85-207.

[4] Fondo Manoscritti Biblioteca Trisi, lettera di Giacomo Manzoni a Silvestro Gherardi del 4 marzo 1878, da Lugo.

[5] Archivio Storico Comunale di Lugo, d'ora in poi ASL, Archivio Seganti, busta 33, lettera di Giacomo Manzoni ai figli del 14 gennaio e 11 marzo 1879 da Perugia, citata in Rita Cervigni Troncone, Giacomo Manzoni: un esilio bibliografico, cit., p. 179.

[6] Giacomo Manzoni a Alfredo Merli, lett. del 25 febbraio 1887, minuta (ASL, Archivio Seganti, busta 24, fasc. "Merli Alfredo").

[7] Rita Cervigni Troncone, La biblioteca Manzoni e i suoi cataloghi: prime ricerche, «Archivio della Società Romana di Storia Patria», 120 (1997), pp. 259-302.

[8] Antonio Panizzi, Chi era Francesco da Bologna?, Londra, C. Whittingham, 1858 (2.a ed., Londra, B. Montagu Pickering, 1873).

[9] Appunto autografo datato 'Frascata, 27 marzo 1888' (ASL, Archivio Seganti, busta 25, fasc. "Manoscritti di Giacomo Manzoni e note referentisi alla vita di lui").

[10] Sul contributo di Manzoni agli studi bibliografici si vedano i contributi di Valentino Romani, Della «bibliografia analitica» e dei suoi primi sviluppi nell'Ottocento italiano, «Accademie e Biblioteche d'Italia», LVII, 40. n.s. (1989), n. 2, pp. 44-54 e Id., Testi di lingua e progressi nella bibliografia italiana: 'Le minute osservazioni' di Michele Colombo, «Il Bibliotecario», XIV n. s. (1997), n. 2, pp. 83-94.

[11] Giacomo Manzoni, Annali tipografici piemontesi del secolo decimoquinto. I (Casale Monferrato), «Rivista enciclopedica italiana», II (1856), pp. 358-68, 774-81; Id., Annali tipografici torinesi del secolo XV, in Miscellanea di storia italiana, IV, Torino 1863, pp. 237-357.

[12] Su Giuseppe Vernazza si veda anche il mio Fernanda Canepa, Dall'erudizione al metodo: Giuseppe Vernazza bibliografo e storico della tipografia, «Il Bibliotecario», XII n. s. (1995), n. 1, pp. 203-75; n. 2, pp. 103-220.

[13] G. Manzoni a Guglielmo Libri, [1856], minuta (ASL, Archivio Seganti, busta 3, fasc. 4: Zibaldone ms. 1855-57, pp. 95-99).

[14] ASL, Archivio Seganti, busta 3, fasc. 2: Zibaldone ms. 1858-64, busta 3 fasc. 2, pp. 322-327.

[15] ASL, Archivio Seganti, busta 11, fasc. "Rusconi Carlo".

[16] ASL, Archivio Seganti, busta 3, fasc. 2: Zibaldone ms. 1858-64, busta 3 fasc. 2, pp. 440-441, minuta di lettere di G. Manzoni a Carlo Rusconi, Urbino, 11 aprile 1861.

[17] Ibid. Sugli scarsi risultati di tale incarico si vedano le osservazioni di Rita Cervigni Troncone, Giacomo Manzoni: un esilio bibliografico, in Giacomo Manzoni. Studi, passioni e vita pubblica di un lughese nell'Italia dell'Ottocento, cit., pp. 146.

[18] ASL, Archivio Seganti, busta 25.

[19] G. Manzoni Perché le prime e originali edizioni dell'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto sono incomparabilmente più cercate e di maggior costo che non le prime e originali edizioni della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso?, «Il Bibliofilo», 3 (1882), pp. 113-117, 4(1883), pp. 2-6.

[20] G. Manzoni, Della sconosciuta tipografia bolognese aperta nel 1547 nelle case del cav. e conte palatino Giambattista Bottrigari a istanza del cav. Ercole figlio di lui e delle rarissime preziose stampe che ne uscirono, «Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per le province di Romagna», III serie, vol. 1, fasc. 2 (1883), pp. 1-19.

[21] Al ministro dell'Istruzione Francesco De Sanctis si deve il decreto del 22 dicembre 1861 che disponeva la riunione della Biblioteca Magliabechiana con la Palatina in Firenze e attribuiva al nuovo istituto la denominazione di Biblioteca nazionale (cfr. Paolo Traniello, La biblioteca pubblica. Storia di un istituto nell'Europa contemporanea, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 91).

[22] ASL, Archivio Seganti, busta 24, fasc. "Novelli".

[23] Cfr. Andrea Martinucci, La legislazione sulle biblioteche italiane: 1861-1876, «Biblioteche oggi», 8(1990), 6, pp. 732-754. Sull'elaborazione legislativa in materia di biblioteche nell'Italia post-unitaria si veda in particolare P. Traniello, cit., in particolare il capitolo: "Biblioteche pubbliche e unificazione nazionale: il caso italiano", pp. 75-133.

 

© Canepa, AIB, EG, 2000-06, rev. 2000-06-02.
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