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Xanadu: l'ipertesto globale fra utopia e realtà

di Riccardo Ridi


Testo della relazione presentata al seminario-dibattito "Università, quale biblioteca?", Trento, 25 marzo 1994; pubblicato a stampa in UniversitÓ: quale biblioteca? Atti del seminario-dibattito, a cura di Rodolfo Taiani, Trento, UniversitÓ degli studi di Trento, 1995, p. 153-161; già disponibile inoltre dal marzo 1994 fra i "Documenti AIB-CUR".


"Se soltanto potessi tracciare dei canali nella mia testa per stimolare il commercio interno tra le mie provviste di pensieri. E invece stanno lì a centinaia, senza rendersi utili l'uno all'altro."

George Christoph Lichtenberg

Un topos ormai classico del nostro settore depreca l'insana abitudine dei mille catalogatori italiani di schedarsi ciascuno per proprio conto lo stesso identico libro nello stesso identico modo [1], sprecando tempo ed energie utilizzabili più proficuamente in altre attività più gratificanti per se stessi e per gli utenti.

La stessa cosa avviene, fuori dalle biblioteche ed ovunque nel mondo, senza che se ne avverta lo scandalo. Bibliografie, elenchi, tabelle, testi scientifici, citazioni letterarie, certificati burocratici, circolari aziendali, vengono quotidianamente stilati una prima volta, ri-scritti ex novo, integrati, copiati, interpolati, in infiniti modi, spesso ripetendo ricerche ed immissioni di dati già fatte da altri. Il problema è che chi deve redigere un documento -- qui e ora -- non sa chi e dove ha già svolto del lavoro in qualche modo utile, e soprattutto non sa come impossessarsene [2]. Certo, ora ci sono Internet [3], Alex, Archie, Gopher, Hytelnet, Hyper-g, Mosaic, Netfind, Prospero, Veronica, WAIS, Whois, World wide web, e tutte gli altri marchingegni di cui avete sentito parlare stamani, ma ancora è lontana la reperibilità -- ed ancor più l'"integrazione operativa" [4] -- di tutta l'informazione disponibile su supporto elettronico, senza contare che, nonostante certi trionfalismi post-gutenberghiani, la stragrande maggioranza dei dati esistenti è tuttora disponibile solo ed esclusivamente su carta.

Quello che ci vorrebbe sarebbe un unico sistema planetario integrato e onnicomprensivo di tipo ipertestuale che mettesse a disposizione, su tutte le nostre scrivanie, tutti -- ma proprio tutti -- i documenti mai creati dalla mente umana, e che ci permettesse di copiarli, combinarli, chiosarli, in modo da crearne illimitatamente di nuovi, che sarebbero a loro volta disponibili immediatamente per tutti.

Non starò qui a dire cosa sono gli ipertesti [5], né a sottolineare come essi esistessero già prima dell'elettronica e prima di Gutenberg [6]. Se ne parla, impropriamente, come di qualcosa inerente all'informatica solo perché con i computer è effettivamente possibile costruirne di più efficaci. Purtroppo tutti gli ipertesti attualmente esistenti sono ben poca cosa, perché permettono solo determinati collegamenti con un numero limitato di documenti, sempre nell'ambito di quanto previsto dal progettatore. L'incredibile potenziale del concetto di ipertesto emerge completamente solo se è possibile navigare all'infinito fra tutti i documenti esistenti, attraverso qualsiasi percorso possibile. Ebbene, Theodor Holm Nelson, il riconosciuto padre dell'ipertesto elettronico (nonché inventore della parola stessa) già negli anni sessanta pensava che questa fosse la naturale estensione di un tale medium, multimediale [7] e postmoderno [8] per eccellenza, e Xanadu è il nome del progetto che dovrebbe concretizzare questa idea [9].

Nelle intenzioni del suo ideatore Xanadu è un programma che gira su una miriade di calcolatori collegati in rete planetaria e che sostituisce completamente ogni altro genere di archiviazione (anche casalinga). Assolutamente tutti i documenti, anche i più effimeri e personali, risiedono su Xanadu, protetti dagli sguardi altrui finché l'autore non decide di renderli pubblici, cioè disponibili sull'intera rete. Da qualsiasi documento si può passare a qualsiasi altro, seguendo qualsiasi tipo di associazione. La scrittura avviene direttamente sul sistema, che salva ogni successiva versione del testo e che permette di citare qualsiasi altro documento presente sulla rete semplicemente aprendo una finestra ipertestuale su di esso [10]. Xanadu sostituisce ogni word processor e ogni tipo di pubblicazione, riavvicinando radicalmente i concetti stessi di lettura e scrittura. Definire una cosa del genere "un fantasioso tentativo di reinventare quell'importantissima istituzione sociale che è la biblioteca" [11] è veramente il minimo che si possa fare.

Una pura e semplice utopia, penserà qualcuno, e -- almeno per ora -- non sarò certo io a contraddirlo. Ma, per amore di ipotesi, supponiamo che l'utopia divenga realtà [12]. È naturale prevedere che cambierebbero molte cose, non solo nell'hortus conclusus delle biblioteche ma anche più in generale [13]. Così come, dopo l'invenzione della stampa, "gli studiosi, lavorando con i libri, furono in grado di sviluppare nuovi concetti del sapere, dell'originalità e del diritto d'autore" [14] e, più in generale, modificarono il concetto stesso di cultura, qualcosa del genere accadrebbe con la massiccia diffusione degli ipertesti elettronici, anche se essi prendessero forme meno radicali di quelle previste da Nelson.

Mille sarebbero le conseguenze, di tipo giuridico (revisione del concetto di copyright), economico (ridefinizione del ruolo di editori e distributori), etico (limitazioni del diritto alla privacy), politico (rischio di un "grande fratello"), educativo (minore passività degli studenti nell'istruzione), culturale (crisi della concezione romantica dell'autore e dell'opera), sociologico (mutamenti nella "pratica del leggere"), informatico (nessi con le tematiche dell'intelligenza artificiale) [15] e professionale (nuovo ruolo degli intermediari dell'informazione, problemi di indicizzazione) [16], tutte degne di riflessione ed approfondimento, e ne parleremo magari in altre occasioni, ma qui spenderò due parole -- in accordo col tema del convegno -- su un aspetto assai limitato, relativo al rapporto fra ricerca e documentazione all'interno dell'università [17].

Negli atenei italiani i maggiori riconoscimenti culturali, economici e sociali sono sempre andati al cosiddetto "personale docente", costituito da ricercatori e studiosi il cui unico prodotto [18] -- specialmente in campo umanistico -- è spesso una compilazione di opinioni espresse da altri, o una sequela di documenti raccolti a fattor comune, dove raramente emerge una sola briciola di autentico, creativo pensiero [19]. Se anche un'idea nuova c'è, essa potrebbe essere espressa in tre paginette, che invece vengono annacquate in ponderosi tomi con la scusa dei riscontri testuali, delle verifiche critiche, dell'irrinunciabile bibliografia. Ciò è naturale, perché infinite cose sono state scritte ed in infiniti modi esse giacciono, caoticamente disposte, nel mondo, quindi assai meritorio è rintracciarle e collegare fra loro quelle pertinenti ad un dato tema [20]. Ma se, grazie a Xanadu, tutto fosse a portata di mano in un unico ciberspazio percorribile con facilità lungo qualsiasi itinerario associativo, allora non ci sarebbero più alibi ed ognuno dovrebbe attendere al proprio compito.

I bibliotecari (o documentalisti, o cybrarian, o come diavolo vogliamo chiamarli), metodici, sistematici, pedanti, metterebbero i dati a disposizione e li collegherebbero fra loro in tutti i modi opportuni e rilevanti [21]. Molti sedicenti ricercatori, che hanno sempre snobbato questo lavoro, si accorgerebbero di averlo, di fatto, praticato da sempre. I "pensatori" (e pochissimi di quelli che si reputano tali conserverebbero questo appellativo), creativi, intuitivi, geniali, sfrutterebbero tutto il già detto senza faticare e potrebbero concentrarsi sulla produzione di quelle due o tre idee autenticamente nuove che sono sufficienti a giustificare una vita.

Se l'idea stessa di ipertesto globale è utopica, la conseguente ridistribuzione dei compiti fra addetti alla documentazione e alla ricerca lo è forse ancora di più, ma l'importante è capire in tempo la direzione in cui muoversi. Il sempre più diffuso ricorso agli ipertesti, prefigurandone un futuro uso integrato globale, spinge fin d'ora a ridefinire tutti i ruoli della comunicazione culturale (autore, fruitore, editore, distributore, intermediario) e la biblioteca universitaria -- dove ricerca e documentazione confinano più strettamente -- sarà uno dei primi banchi di prova dell'efficacia di tale generale ripensamento.

Personalmente continuo a pensare che un progetto della vastità di Xanadu sia irrealizzabile, ma più che di utopia -- termine ingiustamente associato ai concetti di sterilità, gratuità, e arbitrio -- credo sarebbe giusto parlare di idea regolativa. Una "idea regolativa" è, nel linguaggio kantiano, un ideale irrealizzabile ma che indica le linee lungo cui procedere per ottenere il massimo risultato possibile in un dato settore [22]. Così come le improbabili, velleitarie bibliografie universali del sedicesimo secolo sono state alla base della feconda idea contemporanea del controllo bibliografico universale, così forse un giorno ci renderemo conto che l'unico modello possibile per organizzare il caos del ciberspazio di Internet è qualcosa del genere di Xanadu.

Due cose in particolare dovremmo imparare e cercare di applicare. La prima è che, anche se non esisterà mai un ipertesto globale unico, ogni singolo ipertesto deve essere il più possibile aperto verso l'esterno, permettendo di essere modificato da parte del lettore e di essere integrato con altri documenti, più o meno ipertestuali [23]. La seconda è che erigere barriere nette e invalicabili fra il mondo della documentazione e quello della ricerca, oltre ad essere fin d'ora improduttivo, diventerà un giorno addirittura impossibile.

Per quanto riguarda infine le messianiche aspettative spesso riposte negli ipertesti, così come in altre tecnologie alla moda, occorre appena ricordare che una cosa è il medium in sé ed un'altra è come lo utilizziamo, cosa ci mettiamo dentro, e come. Quando nasce una nuova forma espressiva, tutta l'attenzione si concentra sulle sue possibilità tecniche [24], che ben presto diventano trasparenti e ovvie. Nella recensione di un libro nessuno sottolinea che le pagine sono ordinate sequenzialmente; nella recensione di un ipertesto spesso si parla a lungo del concetto di ipertestualità ma ci si dimentica di dire se "quello" in particolare è o no un buon prodotto.

Ricordate la scena dell'ultimo film di Woody Allen [25], in cui si cerca, maldestramente, di montare in modo interattivo una serie di nastri preregistrati ? È un ottimo esempio di come un iper-testo possa trasformarsi in un iper-incubo. Voglio dire che, di fronte al caos, non basta evocare la magica parola "ipertesto" per risolvere tutto in un batter d'occhio. Iper-caos e iper-ordine non sono la stessa cosa, e la differenza sta nella qualità umana di chi sceglie ed applica i criteri di ordinamento, ovvero dei bibliotecari. Dirò di più: una bomba atomica uccide più di una baionetta; le nuove tecnologie, se mal utilizzate, possono essere più dannose delle vecchie. Dovrebbe essere una ovvietà ma, nel nostro paese, forse giova ricordarlo.


Note

[1] Sicuramente identico è il libro in questione; un po' meno identiche -- in barba a regole e standard vari -- sono spesso le catalogazioni, come ben sa chiunque si sia occupato di cataloghi collettivi, tradizionali o virtuali.


[2] Prescindo, in questa sede, da qualsiasi riferimento al pur attualissimo problema dei diritti -- non solo economici -- degli autori. Il minimo che si possa dire in proposito è che il concetto stesso di autore, ben prima di quello di copyright, deve essere drasticamente ripensato per adeguarsi ad una cultura postmoderna e citazionista come quella contemporanea, senza illudersi che per risolvere tutto basti qualche pezza normativa qua e là. Per una equilibrata panoramica (anche se un po' troppo legata alla situazione legislativa americana) sul difficile equilibrio fra diritti degli autori e diritti dei lettori alla luce delle prospettive aperte dalle nuove tecnologie si veda Scott Bennett, Copyright and innovation in electronic publishing: a commentary, "The journal of academic librarianship", XIX (1993), 2, p. 87-91.


[3] Della letteratura -- in crescita esponenziale -- su Internet e sugli strumenti che ne facilitano l'uso cito solo, a titolo orientativo, una breve scheda informativa (Stefano Mura, Nascita, vita e miracoli di Internet, "Bollettino AIB", XXXIII (1993), 3, p. 339-342) e una panoramica sui volumi introduttivi esistenti (Joan Tuss, Roadmaps to the Internet: finding the best guidebook for your needs, "Online", XVIII (1994), 1, p. 14-26).


[4] Con tale termine intendo la possibilità concreta, operativa, di passare con facilità da un supporto all'altro portandosi dietro i dati incontrati lungo il cammino. Attualmente è possibile aprire contemporaneamente sullo stesso tavolo, compulsare, collazionare e magari fotocopiare insieme un incunabolo, una rivista, una enciclopedia, un tabulato e i propri appunti personali senza problemi; qualche problema sorge invece volendo integrare i dati della mia calcolatrice da tavolo, del mio personal, del mio data bank, del Videotel e quelli di due diversi OPAC. Nelson, col suo immaginifico linguaggio, appropriatamente parla di "balcanizzazione" dei supporti informatici; cfr. Theodor Holm Nelson, Unifying tomorrow's hypermedia, in: Online information 88. Proceedings of the 12th international online information meeting, Oxford, Learned Information, 1988, p. 1-7.


[5] Per una sintetica ma esauriente introduzione in italiano si veda Paolo Fezzi, Introduzione agli ipertesti, "Quaderni di informatica. Rassegna di tecnologia ed applicazioni degli elaboratori elettronici", XVI (1990), 1, p. 5-18. Come esemplificazione facilmente accessibile segnalo Corrado De Francesco, Iperlibro. Un ipertesto sugli ipertesti. La storia, le ragioni, le tecniche, McGraw-Hill, 1993, 2 floppy disk. Fra le bibliografie più ampie, anche se non recentissime: Hypertext. A comprehensive index, edited by Rosemary Simpson, Boston, BCS Hypermedia Resource Base Group, 1989; Michael Knee and Steven D. Atkinson, Hypertext/Hypermedia. An annotated bibliography, Westport, Greenwood Press, 1990; Linda A. Bessmer, An annotated bibliography on hypertext and hypermedia. A resource book, in: Carl Franklin and Susan K. Kinnell, Hypertext/Hypermedia in schools. A resource book, Austin - Santa Rosa, ABC-CLIO, 1991.


[6] Cfr. Dan Eaves, Hypertext in myth and reality. A technology for the New Alexandrine Age, "The Australian library journal", XL (1991), 4, p. 289-304; Andrea Ricci, Quell'incunabolo è già un ipertesto. Antiche origini di concetti moderni, "La repubblica. Rapporto information technology", 29 settembre 1993, p. 11.


[7] Mi occupo qui solo di ipertesti, e non di ipermedia, per non mettere troppa carne al fuoco. Ciò non toglie che il discorso possa allargarsi a tutte le tipologie di documenti. Per una applicazione in campo musicale che ricorda per certi versi Xanadu ma che può essere sfuggita a chi segue la letteratura professionale più ortodossa si veda Frank Zappa con Peter Occhiogrosso, L'autobiografia, edizione italiana a cura di Riccardo Bertoncelli, Milano, Arcana, 1990, p. 271-273 (The real Frank Zappa book, Alameda, Poseidon Press, 1989).


[8] Cfr. Heiko Idensen, Hypertext als Utopie: Entwurfe postmoderner Schreibweisen und Kulturtechniken, "Nachrichten für Dokumentation", XLIV (1993), 1, p. 37-42. Anche chi valuta negativamente il carattere citazionista ed ermeneutico della cultura postmoderna non può fare a meno di ammettere che l'ipertesto è il suo medium ideale; cfr. Eaves, op. cit.


[9] Il progetto è stato descritto dallo stesso Nelson in vari testi, pubblicati tradizionalmente o disponibili elettronicamente in rete. Un resococonto complessivo, pur non recentissimo, è ora disponibile anche in italiano; cfr. Theodor Holm Nelson, Literary machines 90.1. Il progetto Xanadu, traduzione di Valeria Scaravelli e Walter Vannini, revisione di Giancarlo Mauri, Padova, Muzzio, 1992 (Literary machines 90.1, Swarthmore, T.H. Nelson, 1990).


[10] Per leggere (e, a maggior ragione, per citare) un documento occorre pagare una minima cifra, sufficiente -- per Nelson -- a rendere economicamente remunerativa la gestione dell'intero sistema.


[11] Benjamin Woolley, Mondi virtuali, Torino, Bollati Boringhieri, 1993, p. 193 (Virtual worlds, Oxford, Blackwell, 1992). Un intero capitolo è dedicato agli ipertesti e a Xanadu, ma tutto il libro costituisce una ottima introduzione divulgativa alle nuove tecnologie e al loro impatto sulla vita quotidiana, adatta anche ai "tecnofobi" più incalliti.


[12] Non avverrà comunque prestissimo: i lavori sono in corso da trenta anni e non accennano a concludersi.


[13] "Ciò che accadrà alle istituzioni attuali non è assolutamente chiaro: biblioteche, scuole, editori, pubblicitari, reti televisive e radiofoniche, governi potrebbero opporsi a questi sviluppi; il che potrebbe ritardare il progresso per un po', ma non indefinitamente. Oppure potrebbero riconoscere in esso un nuovo senso della loro esistenza" (Nelson, op. cit., p. 0/11).


[14] George P. Landow, Ipertesto. Il futuro della scrittura, a cura di Bruno Bassi, Bologna, Baskerville, 1993, p. 23 (Hypertext. The convergence of contemporary critical theory and technology. Baltimore, The Johns Hopkins University Press, 1992). "Una caratteristica rilevante dei sistemi ipertestuali in rete è che essi producono significati convenzionali di autore, di proprietà intellettuale e di creatività notevolmente diverse da quelle associate alla tecnologia del libro. L'ipertesto cambia il nostro concetto di autore e di creatività (o originalità) allontanandosi dalle costrizioni di una tecnologia legata alla pagina. Così facendo, ci si può aspettare che produca sulle discipline culturali e intellettuali un effetto tanto importante quanto quelli prodotti dai precedenti mutamenti nella tecnologia della memoria culturale che sono seguiti alle invenzioni della scrittura e della stampa" (ibid., p. 115). Se abbastanza pacifico risulta l'impatto strettamente culturale della rivoluzione ipertestuale, assai più controversa è la vastità della sua rilevanza nella più ampia sfera sociale e politica; cfr. Idensen, op. cit., p. 41.


[15] C'è chi ha coniato il termine expertext per indicare un ipertesto che incorpori un sistema esperto a supporto della navigazione sui link; cfr. Roy Rada, Small, medium, and large hypertext, "Information processing & management", XXVII (1991), 6, p. 675.


[16] Un ipertesto privo di una soddisfacente indicizzazione non è per alcuni neanche un vero e proprio ipertesto, così come un magazzino di libri non diventa una biblioteca se non gli aggiungiamo -- almeno -- un buon catalogo. Cfr. Clifford Urr, Will the real hypertext please stand up ? Don't be fooled by imitation hypertext, "Computers in libraries", XI (1991), 5, p. 46-49.


[17] Per una panoramica più generale sulle prospettive aperte alla ricerca scientifica da un ampio uso degli ipertesti si veda Elisabeth Davenport and Blaise Cronin, Hypertext and the conduct of science, "The journal of documentation" XLVI (1990), 3, p. 175-192. Più specifico sulla riorganizzazione informativa del mondo universitario Ross Atkinson, Networks, hypertext, and academic information services: some longer-range implications, "College and research libraries", LIV (1993), 3, p. 199-215. Per una rassegna commentata sulle principali applicazioni ipertestuali disponibili in campo umanistico si veda infine Erwin K. Welsch, Hypertext, hypermedia, and the humanities, "Library trends", XL (1992), 4, p. 614-646.


[18] Si prescinde qui da qualsiasi considerazione riguardo alla didattica, sul cui rapporto con la ricerca nell'università italiana ci sarebbe, in altre sedi, molto da dire, così come sul noto fenomeno del publish or perish, che alimenta artificialmente l'editoria, non solo nazionale, ben oltre le esigenze strettamente scientifiche.


[19] "[Alexandrine] scholarship was one of footnotes, annotations and learned disputations over the priority of texts, and was sterile in terms of original contributions and new thoughts. Books were written about books about books. The original texts were suffocated under the accretion of commentary, annotation and debate. [...] There scholarship had become an end in itself. [...] The libraries of Alexandria were a precursor, a prescient nightmare, of the modern university and most of the work produced there foreshadowed the modern 'scholarly' paper, that formless and usually unnecessary lump of footnotes, self-citations and digressions" (Eaves, op. cit., p. 290).


[20] Questo stesso testo è un esempio di tale prassi. Non una sola idea qui contenuta è una autentica novità; tutte erano già presenti, sparpagliate, altrove. Probabilmente non valeva neanche la pena di raccoglierle, ma "everybody else is doing it, so why can't we?". Vana ambizione è sollevarsi sopra i tic culturali della propria epoca.


[21] "The librarian might become the guide and counselor through the maze of systems, command languages, and access points, not to mention the instructor in bibliographic control of not only the documents to be obtained, but also of those documents held by the individual researcher and those then created by the researcher" (James H. Sweetland, Humanists, libraries, electronic publishing, and the future, "Library trends", XL (1992), 4, p. 798).


[22] Idea regolativa e utopia sono entrambe irrealizzabili; la differenza sta nel fatto che la loro esistenza stessa rispettivamente modifica o lascia immutata la realtà attuale. Per Eaves Xanadu è una utopia, nel senso più spregiativo del termine; cfr. Eaves, op. cit.


[23] Anche se l'infinito attuale è irraggiungibile, dobbiamo cercare di realizzare almeno l'indefinito, ovvero l'infinito potenziale, che nel caso specifico significa interattività e integrabilità. Una prospettiva più realistica di Xanadu, ma che vada in questa direzione, è illustrata negli articoli contenuti in Perspectives on digital libraries, edited by Edward A. Fox and Lois F. Lunin, "Journal of the American Society for Information Science (JASIS)", XLIV (1993), 8, p. 441-491.


[24] Cfr. Woolley, op. cit., p. 196.


[25] Cfr. Woody Allen, Manhattan murder mystery, 1993.


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2001-02-09, testo di Riccardo Ridi, a cura di Eugenio Gatto e Claudio Gnoli. Ultimo aggiornamento 2010-02-21
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