«Bibliotime», anno XIX, numero 3 (novembre 2016)

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Antonella Brunelli

Il portale Philomed: un dialogo in rete all'intersezione tra filosofia e scienze biomediche



Abstract

The PhiloMed Portal is intended as a tool for the selection, collection and thematic organization of information, documents, and events that promote the interdisciplinary dialogue between Philosophy and Biomedical Sciences; conceptualized and designed by a working-group with diverse scientific and technical expertises, the portal moves beyond mere captivating graphic styling as it reinvents classical digital library systems moving between the narrative communicative language of the web and the web used as a tool of reference. A hybrid digital object between traditional digital collections and a Virtual Reference Desk, PhiloMed organizes heterogeneous content (events, activities, research projects, news) and multimedia academic-scientific documentation (books and articles, photos, videos, etc.) in 'thematic focuses' treated from a multidisciplinary perspective both in hypertext pages and graphic thematic maps. All of the documents are indexed by structured descriptive and semantic metadata (ontology that helps users find material), providing an organized and structured virtual space to be used by interdisciplinary research groups for research and teaching purposes.

1. Premessa

Ci sono casi in cui le premesse di una presentazione coincidono con la core question di un dibattito in corso. Mentre elaboravo la descrizione di questo progetto di portale tematico e virtual library, mi sono resa conto che entravo involontariamente nella discussione sulla figura del bibliotecario ed il suo ruolo nell'era della "quarta rivoluzione".

Per quanto la filosofia faccia parte della mia formazione e per di più io sia responsabile proprio di una biblioteca accademica di discipline filosofiche, in partenza mi ero proposta di sottrarmi, per quanto possibile, al discorso sui principi teorici fondazionali della biblioteconomia per riportarlo su quel terreno di prassi che Riccardo Ridi definisce di "tecnologie, servizi e funzioni di base" [1], e da questo terreno "sperimentale" trarre semmai a posteriori i materiali per la riflessione teorica, per non perdere di vista né i mezzi né i fini, in una virtuosa chiusura del cerchio.

In realtà, come spiego di seguito, la forza e particolarità di questa esperienza è stato il continuo avvicendarsi di momenti teorici e di fasi applicative, di sfide pratiche subito tradotte in riflessione teorica, in una continua, vicendevole, faticosa, ma esaltante fertilizzazione.

Creare un'infrastruttura informativa e documentale che fosse di ausilio ad un settore di ricerca emergente alla fine ha significato giocoforza toccare tutti i nodi nevralgici di fronte ai quali forse si gioca il futuro ruolo della biblioteconomia e dintorni.

Proporre ed istituire con i vari partners del progetto delle modalità e prassi collaborative che mettevano in relazione, in sintesi multidisciplinare, mondi e competenze, quelli dei ricercatori accademici e dei tecnici bibliotecari ed informatici, che teoricamente avrebbero tutto l'interesse a cooperare e sostenersi vicendevolmente ed invece spesso rimangono lontani e non-comunicanti, non era in effetti sfida di poco conto.

A complicare ulteriormente il quadro, quelli dei ricercatori e dei tecnici non erano gli unici mondi distanti da far coesistere in modalità collaborativa in un gruppo di lavoro. C'era anche il gap tra discipline che militano in schieramenti apparentemente contraddistinti da logiche assai differenti, non solo nei rispettivi modelli e sistemi conoscitivi e nei metodi di indagine, bensì, in ricaduta, anche nei relativi strumenti informativi e di attribuzione di valore.

E su questo terreno è avvenuto forse un piccolo miracolo, quello per il quale ringrazio tutti coloro che, docenti di varie discipline, tecnici ed informatici, hanno avuto sufficiente apertura e disponibilità mentale e culturale da affrontare la sfida e condurla fino a risultati concreti. Senza questa cooperazione, che non è stata solo di intenti e propositi, ma fattuale e concreta, non sarei certo qui a scriverne.

Il portale Philomed (www.philomed.it) è diventato veramente una costruzione collettiva in cui, attraverso una serie di incontri e confronti, tutte le componenti hanno preso parte a tutte le fasi del lavoro e hanno portato la loro visione e il loro contributo sia riguardo agli aspetti contenutistici sia a quelli formali.

Il risultato finale è stato la co-creazione di una architettura di insieme per l'organizzazione e la gestione dei contenuti selezionati.

2. Complessità e nuovi paradigmi della conoscenza

Inutile negare che le questioni sullo sfondo di questo lavoro ponessero innumerevoli interrogativi, teorici e pratici, già al suo nascere. Negli ultimi decenni l'evoluzione tecnologica, e quella conseguente delle competenze biblioteconomiche, è stata talmente rapida da imporre una necessaria interdisciplinarietà anche all'interno di queste professioni.

L'emergere di nuovi filoni di ricerca, come quello inerente alle cosiddette Digital Humanities, e di conseguenti nuove professionalità, gli sviluppi dell'editoria elettronica, il nascere di nuove expertises finalizzate al trattamento dei dati, al loro riuso e alla loro manutenzione (data curators), stanno stravolgendo significativamente l'immagine del bibliotecario per riposizionarla su paradigmi professionali apparentemente disruptive, di rottura e di disturbo più che di continuità, rispetto ai canoni precedenti.

Se l'informatico, l'editore, il web designer sembrano più a loro agio e meno minacciati nei loro ruoli dalle nuove professioni, ascoltando il grido d'allarme lanciato da alcuni colleghi ed esperti, l'identità ed il profilo di competenze dei bibliotecari apparirebbe quasi lì lì per sfumare e dissolversi, come figura autonoma, dentro una congerie di professionalità "altre".

Se in un primo momento questo quadro può creare disorientamento, ad un secondo sguardo può invece rivelarsi l'occasione di integrare, su una piattaforma di saperi e competenze consolidati dell'ambito biblioteconomico, nuove competenze trasversali che non possono che potenziare ed esaltare quelle che sono le conoscenze tecniche specifiche e le pratiche di base della professione.

E' vero che il digitale richiama subito lo spostamento di tipologie, materiali e supporti dei contenuti documentali dagli spazi reali della biblioteca tradizionale a quelli virtuali della rete. Ma che cos'è infine la rete?

Il web è innanzi tutto un enorme contenitore informativo, non meno di quanto lo sono sempre state le biblioteche, sia in senso proprio che virtuale; ma, al pari di loro, è anche un ambiente relazionale, comunicativo e socioculturale dentro al quale si accede a questa enorme quantità di informazioni nelle modalità peculiari alla rete. Informazioni che, molto più velocemente e da remoto, possono essere recuperate, scambiate, pubblicate, ri-usate sia per apprendere e conoscere che per agire.

Epistemicamente, questo mi sembra richiami esattamente le riflessioni fondazionali e le motivazioni su cui si sono costituiti ed istituiti i saperi biblioteconomici fin dalle loro origini statutarie. Saperi che non mi pare vengano realmente intaccati dall'evolversi delle tecnologie e dei supporti attraverso i quali la conoscenza si raccoglie, si conserva, si fissa o memorizza e si diffonde.

Epistemologicamente parlando, insomma, la rivoluzione dell'era digitale può essere paradossalmente assorbita con molto minor trauma proprio nel contesto della professione bibliotecaria, dove da sempre sono all'opera, per tradizione ed efficacia consolidate, conoscenze e prassi appositamente pensate create e dirette ad istituire, organizzare, normare, orientare e dirigere i flussi di contenuti informativi vecchi e nuovi.

Chi può fare questo meglio di chi possiede già in maniera consolidata la "forma mentis" più idonea a fornire un'intermediazione teorica, strutturale e operativa?

La vecchia schedina catalografica, magari redatta a mano con penna ed inchiostro, che qualcuno di noi ha fatto ancora in tempo a conoscere, che altro era se non un "dataset" che rendeva "interoperabili" i contenuti della biblioteca, attraverso l'interfaccia (o la sistematizzazione) catalografica, con le domande di ricerca dei suoi utenti, e viceversa?

Dobbiamo solo far mente locale e ricordare, oggi che il "dato" è diventato il nuovo feticcio di tutti gli approcci conoscitivi alla realtà, l' "apriti sesamo" dei nuovi modelli di ricerca data-driven, che il bibliotecario è sempre stato un esperto di dati, della riduzione, cioè, dei materiali documentali a forme strutturate e standardizzate di classificazione, descrizione, rappresentazione e diffusione.

Oggi che si teorizzano giustamente biblioteche digitali per la ricerca concepite come "laboratori virtuali" dove "consumare", condividere e rielaborare conoscenza per riemetterla sotto forma di nuovi contenuti e nuovi materiali documentari, domandiamoci cosa altro è sempre stata la biblioteca, nei secoli, anche ridotta alla sua sola connotazione di spazio fisico di conservazione e classificazione, se non un "laboratorio" di fruizione, dialogo tra studiosi e scienziati (diacronico e sincronico) e produzione di nuova conoscenza.

In realtà le evoluzioni del digitale mostrano una continuità in questo senso, non una frattura. Come non la rappresentano la familiarità con gli strumenti dell' indicizzazione semantica e della costruzione di ontologie, la dimestichezza con i linguaggi e i formati della sistematizzazione e classificazione dei saperi, la conoscenza e la pratica delle dinamiche sociali e commerciali della rete e dei vincoli legali legati al diritto d'autore.

Da tempo tutto ciò è compreso nel patrimonio formativo della professione bibliotecaria, come lo è il loro costante aggiornamento e riposizionamento. Certo questo comporta delle nuove e costanti acquisizioni di competenze da parte del bibliotecario, ed anche la possibilità di affiancarsi, in modalità forzatamente multidisciplinari di lavoro, ad altre figure professionali, senza che ciò debba farci gridare al collasso identitario, o a una ibridazione così drammatica da sottrarre quasi alla biblioteconomia e al bibliotecario la dignità di disciplina e di professione autonome.

Proprio in ambito digitale, lungi dallo scomparire e dissolversi nella tecnologia pura, la professione bibliotecaria può utilizzare le proprie specifiche conoscenze teoriche e tecniche per porsi in maniera propositiva e di collaborazione multidisciplinare, diciamo di co-design, verso altre categorie professionali, potendo trasferire il proprio know-how unico e distintivo in input alla creazione e strutturazione di nuovi prodotti e software che non siano necessariamente quelli imposti da un mercato non sempre al corrente o attento a tutte le effettive necessità della società dell'informazione.

Oggi che la Commissione Europea considera come parte integrante del precedente Open research data Pilot, in alcuni casi obbligatoria in altri facoltativa, l'elaborazione di un data-plan e la pubblicazione open access dei contenuti nella redazione di progetti per i bandi di H2020, il ruolo del bibliotecario, se ben inteso, assurge anzi a nuova gloria e può ricollocarsi in un contesto senz'altro innovativo e proiettato al futuro che però integri le competenze del passato.

A questo punto ritengo che la domanda che dovremmo semmai porci sia un'altra.
Se problema c'è, penso risieda altrove ed investa tutti i saperi e gli ambiti della conoscenza e interpelli soprattutto la nozione fin troppo abusata di "complessità".

Il mondo contemporaneo è inesorabilmente ed ineludibilmente complesso e sta ponendo interrogativi ed ipotesi di revisione statutaria a tutti gli ambiti conoscitivi storicamente istituitisi e identificatisi via via fino ad oggi.

Come vedremo questa crisi statutaria investe la medicina quanto la fisica, le scienze umane non meno di quelle classiche, in una erosione progressiva dei contorni che è una sorta di "after effect" centripeto di un movimento culturale di ritorno all'unità della scienza, là dove la modernità aveva dato inizio al processo centrifugo di scissione e ultra-specializzazone dei saperi.

In questo contesto allargato, l'identità e la funzione del bibliotecario non sono a rischio, a mio parere più di quelli del fisico, dell'informatico, dell'editore o del medico. Piuttosto, se il primo ne ritiene una percezione di crisi più forte o evidente, la questione si configura, allora, come culturale e sociale, o meglio come di stereotipi culturali e sociali, più che epistemica, e riguarda soprattutto il modo in cui una professione si auto-identifica, si autorappresenta e proietta all'esterno la propria auto identificazione.

Senza entrare nel merito delle ragioni di ciò, ed uscire dal tema di questo intervento, ritengo che in questo caso "raccontare" e descrivere un progetto di piattaforma digitale, ovvero di biblioteca virtuale tematica, possa rappresentare una proposta di modello e, insieme diventi un modo per esemplificare in una prassi tecnica e di metodologia di lavoro gli assunti teorici contenuti ed esposti in questa premessa.

3. La genesi

Quando la prima idea di questo progetto ha preso forma eravamo alla fine del primo decennio del 2000 e il mio lavoro di bibliotecaria si esercitava in ambito scientifico, all'interno del settore della ricerca biomedica di base.

Già allora, tuttavia, esperimenti ancora timidi di insegnamenti ibridi, trasversali a facoltà e dipartimenti, a cavallo tra filosofia e medicina, sollecitavano la mia attenzione ed il mio interesse professionale, e non solo.

Iniziava in quegli anni un ritorno, da parte di alcuni settori dell'ambito medico accademico, anche clinico, all'esigenza di approfondire il pensiero o le forme di ragionamento sottese all'agire diagnostico e terapeutico, e di ritrovare uno spazio ed un ruolo necessari alle scienze umane all'interno dei curricola formativi dei medici, in un momento di messa in discussione sempre crescente, da parte di cittadini e media, della medicina scientifica tradizionale.

Da questo fecondo scambio di opinioni - che era insieme transdisciplinare e multi-competenza –con il settore della docenza più aperto a questo dibattito, nacque l'idea di trovare degli strumenti informativi per mettere in relazione questi mondi documentari apparentemente agli antipodi.

Sappiamo tutti come, a partire dai repertori specialistici, alle forme di indicizzazione, per finire con i criteri valutativi, queste comunità sembrino separate da un fossato piuttosto profondo. Per questa ragione la creazione di un portale tematico che raccogliesse ed ordinasse in maniera innovativa le risorse bibliografiche, a partire da quelle acquisite dall'Ateneo di Bologna, ci apparve, tra le altre cose, un utile strumento di mediazione ed orientamento per un'utenza collocata in quell'intersezione multidisciplinare che collega la filosofia alla medicina, ma anche per tentare di attivare, attraverso delle forme e dei linguaggi di divulgazione adeguati, un dialogo referenziato e autorevole con la società civile.

Questo dialogo, ancora agli albori, si è concretizzato poco dopo in un progetto di prototipo digitale, Philomed, appunto, supportato da altri colleghi bibliotecari dell'area biomedica, e approvato dall'allora Comitato Direttivo del Sistema Bibliotecario di Ateneo dell'Alma Mater, dal Settore Biologico di base in cui svolgevo un ruolo di coordinamento, e dall'allora Consiglio della Facoltà di Medicina.

Quasi subito dopo, per una di quelle serendipità che talvolta imprimono agli eventi svolte favorevoli quanto inaspettate, il mio trasferimento a responsabile della Biblioteca del Dipartimento di Filosofia, ora Filosofia e Comunicazione, ha fatto il resto nell'allargare, radicare ed approfondire le interconnessioni tra docenti e gruppi di ricerca trasversali a più facoltà e dipartimenti.

Il vero motore di questa svolta è stato tuttavia, credo, un movimento rivoluzionario che nel frattempo iniziava a mutare il panorama della filosofia della scienza e il suo posizionarsi nel dibattito epistemologico tra discipline. Senza questo scenario, nel pieno di una crisi evolutiva radicale che ora cercherò di descrivere, forse le premesse che ho descritto non avrebbero trovato quel terreno di fioritura e crescita che invece hanno avuto di lì a poco.

4. Nuove comunità scientifiche ed esigenze della ricerca

Da alcuni anni scienze umane e medicina hanno costruito un dialogo sempre più intenso e proficuo intorno ad alcuni interrogativi-chiave. Gli straordinari progressi della biologia molecolare, della genetica e dell'epigenetica, l'affermarsi di modelli di patologie sempre più articolati, l'emergere di filoni di indagine epidemiologica focalizzati sui determinanti socio-economici della malattia, l'introduzione di nuovi metodi diagnostici e nuove terapie hanno stimolato in misura crescente le riflessioni filosofico-epistemologiche sui fondamenti, sugli strumenti concettuali e sulle metodologie adottate in ambito biomedico, portando ad una rilettura degli strumenti interpretativi tradizionali e incoraggiando l'elaborazione di modelli originali.

Il dibattito su queste tematiche è andato via via svolgendosi al crocevia di ambiti disciplinari diversi, intrecciando e integrando conoscenze provenienti da settori quali biologia, chimica, statistica, psicologia, economia, sociologia. La medicina scavalca infatti la tradizionale distinzione tra scienze naturali e scienze umane-sociali, ed apre a nuove prospettive metodologiche e concettuali che interrogano anche la filosofia, la storia della scienza, la bioetica, l'antropologia e gli studi di genere.


Da questo fermento è emerso un campo ibrido ma distinto di indagine che in ambito anglosassone è attualmente conosciuto con l'etichetta prevalente di "medical humanities", denominazione che, come spesso accade, è difficile tradurre in italiano senza tradirne il senso.

Connotazione semantica a parte, l'emergenza delle cosiddette Medical Humanities come un campo a se stante del sapere è stato accompagnato dallo strutturarsi di una costellazione di ricerche, gruppi, progetti, attività che, attualmente, presentano un grado davvero basso di coordinamento e networking.

Stessa sorte decide del frazionamento delle e-resources correlate, riferentisi ad ambiti disciplinari rigidamente separati e rarissimamente messi in relazione da strumenti di interoperabilità.

Dal confronto con le esigenze e problemi reali di un gruppo di ricercatori, ma anche di stakeholders esterni, associazioni di pazienti, enti del territorio per l'advocacy delle fasce deboli e le disabilità, che tutti insieme costituiscono la rete, la costellazione di utenti di riferimento di questo progetto, mi sono posta di fronte, come bibliotecario prima di ambito biomedico poi filosofico, all'esigenza di trovare innanzitutto soluzioni ad esigenze di studio e ricerca che si erano forzatamente evolute nel tempo indipendentemente dall'evolversi delle mie stesse competenze.

Nell' emergere di una community che mettesse in relazione saperi umanistici e ricerca biomedica per una rilettura degli strumenti interpretativi tradizionali e l'elaborazione di modelli originali, mancava uno spazio, sia pur virtuale, dove far convergere gruppi e ricerche frammentarie e, soprattutto, dove raggruppare strumenti e risorse appartenenti ad ambiti diversi.

In questo scenario Digital Libraries e Portali Bibliotecari ci sono parsi gli strumenti atti a costituirsi come dei potenti strumenti di orientamento e mediazione. L'idea di Biblioteca Digitale che avevamo in mente era confinante con quello più vasto di Biblioteca Virtuale, o meglio di un luogo "ibrido" dove confluissero l'accesso a risorse realmente esistenti in un luogo fisico, in questo caso accessibili presso la nostra biblioteca o biblioteche dell'Ateneo, e quello a risorse provenienti dalla rete.

Inoltre, immaginando la possibilità di uno spazio comune di dialogo, scambio, condivisione d'idee e materiali per una specifica comunità, il concetto di biblioteca digitale emerso da incontri e confronti, per citare la definizione della Digital Library Federation "non è quello di una collezione digitale dotata di strumenti di gestione dell'informazione. È piuttosto uno spazio in cui mettere insieme collezione, servizi e persone a supporto dell'intero ciclo di vita della creazione, uso, preservazione di dati, informazione e conoscenza" [2].

In questo senso ci siamo inseriti nell'ottica del filone di ricerca sull'utilizzo sociale della biblioteca digitale, quello che Anna Maria Tammaro ben enuclea tra le tante finalità e destinazioni di questi strumenti: "La ricerca sociale sulla biblioteca digitale, in particolare, è un nuovo filone di studio e ha dimostrato che la biblioteca digitale non è solo una nuova tecnologia oppure una nuova modalità di organizzazione di oggetti digitali, ma rappresenta un vero cambiamento nelle basi sociali e materiali del lavoro della conoscenza e di come le persone usano e creano prodotti informativi e conoscenza [3].

Ciò che prendeva via via forma, almeno concettualmente, era sempre più, insomma, quel "laboratorio virtuale" che abbiamo descritto sopra, delineato assai chiaramente da Anna Maria Tammaro come biblioteca digitale di ricerca per l'apprendimento [4].

5. Sovrabbondanza informativa, economia circolare e sostenibilità

Perché creare una nuova biblioteca o infrastruttura digitale di ricerca quando già esistono i portali che raggruppano le risorse per servire le esigenze di ricerca dei propri utenti istituzionali nei Sistemi bibliotecari in quasi tutte le istituzioni accademiche?

In uno scenario mondiale di crescente scarsità di risorse economiche, il mondo dell'informazione e le istituzioni accademiche, anche quelle appartenenti ad aree geoeconomiche privilegiate, è posto sempre di più di fronte alla sfida della sostenibilità a fronte dell'aumento costante del numero delle risorse e del loro impatto economico.

La prospettiva è complicata dall'emergere ormai affermato di trend che sovvertono i vecchi meccanismi di relazione tra i produttori delle risorse documentarie e i loro fruitori istituzionali. La filosofia dell'open access, sia pure ancor relegata ad una frazione ancora minoritaria di risorse, erode sempre di più i privilegi che i grandi editori commerciali internazionali si ostinano a voler mantenere nel mercato.

Nel nostro caso avevamo la felice opportunità di avere a disposizione una delle raccolte di collezioni tra le più ricche ed aggiornate, non solo a livello nazionale: quelle possedute, sia in forma cartacea che online dal Sistema Bibliotecario dell'Università di Bologna.
I numeri parlano chiaro, il nostro Ateneo possiede un patrimonio documentale davvero di eccellenza.

Altri numeri tuttavia parlano chiaro, e sono quelli della spesa. Una spesa davvero ingente, che è però pochissimo percepita dall'utente finale, soprattutto da quando la documentazione è divenuta quella "immateriale" della rete.

A livello locale, e limitatamente alle discipline filosofiche, ci capita spesso di sentire studiosi reputati elogiare il patrimonio della biblioteca del Dipartimento di Filosofia e Comunicazione, accostandolo ad istituzioni del prestigio di Oxford o della Deutsche National Bibliothek per la ricchezza e completezza delle collezioni, e spesso ci è venuto di considerare che forse chi come noi opera in grandi strutture istituzionali di paesi ad alto sviluppo non ha sufficiente percezione di questo privilegio dei paesi ricchi, e di come anche questo privilegio, in uno scenario di crisi economica globale, stia diventando di giorno in giorno sempre più precario.

Dall'altro lato esiste la paradossale constatazione, ricavabile da ripetute rilevazioni, dalle riposte ricavate dai questionari dei corsi di formazione degli utenti e dai numeri di download dei documenti online, che questo patrimonio privilegiato rimane ancora in gran parte sottoutilizzato.

In questo scenario, nel momento di progettare uno strumento informativo per una nicchia di studi e ricerche, raccogliere, strutturare, diffondere, comunicare significava anche scegliere di non incrementare nuove acquisizioni (se non in casi eccezionali di effettiva irreperibilità della risorsa), bensì di trovare un modo per ottimizzare le risorse esistenti, in una prospettiva cost-effective di sostenibilità, creando invece una nuova architettura dell'informazione che potesse restituire quelle stesse risorse attraverso dei percorsi più "amichevoli" per fornire già un'intermediazione indiretta efficace e delle risposte orientative e di reference chiare alla propria utenza.

In tempi di crisi, insomma, nel riorganizzare l'esistente in un format innovativo e disegnato sulle esigenze della nostra community di riferimento, ci è sembrato di rientrare nelle pratiche di transizione dal circuito tradizionale creare-utilizzare-smaltire dell'economia lineare, con gli sprechi connessi, al circuito virtuoso del knowing virtual sharing e del ri-uso delle risorse esistenti propri della cosiddetta economia circolare.

Concordi nell'affrontare con questo taglio temi e problemi, era giunto il momento per il gruppo di lavoro di passare alla fase di progettazione vera e propria.

6. Multidisciplinarietà e co-design

L'organizzazione e la struttura di una collezione di materiali e documenti all'interno di un progetto che è insieme Portale Tematico e Virtual Library multidisciplinare non possono prescindere dallo studio, analisi e comprensione delle esigenze funzionali della comunità di studiosi di riferimento e dagli scenari di sviluppo delle ricerche connesse.

In questo scenario particolare, Complessità ed Multidisciplinarietà sono ad un certo punto emersi come i due termini che indicavano rispettivamente il nodo problematico emergente, ma anche come uno dei possibili strumento metodologici per affrontarlo.

In quel momento della storia del progetto il tavolo di lavoro creatosi comprendeva epistemologi, filosofi della scienza, ricercatori di gender studies, antropologi medici, bioeticisti, fisiologi, storici della psichiatria, epidemiologi, ricercatori di laboratorio di "scienza dura", bibliotecari ed informatici, in una apparente ingestibile congerie di attitudini e formazioni, tutti però convinti che le reciproche competenze dovessero esser poste tutte sullo stesso piano e sullo stesso livello di valore.

Proprio da questa fase progettuale si sono concretizzate le conferme a ciò che era già stato in parte oggetto di riflessione preliminare: e cioè di come anche da parte dei futuri utilizzatori emergesse la convinzione che strumenti di orientamento e di e-research come i Portali tematici, le Digital Libraries e le Virtual Libraries potessero favorire il coordinamento e l'intermediazione tra differenti gruppi disciplinari e contribuire ad abbattere le barriere ed i confini tra i differenti saperi nella direzione dell'interdisciplinarietà:

If the potential of data-intensive science is to be realized, then appropriate systems, services, tools, content, policies, practices, and human resources are required to discover and exploit research products. However, it is not yet clear what infrastructure should be built or how to build it. Digital libraries are a small but important part of the solution. [5]

Questo è particolarmente evidente nel momento in cui si intenda dare una nuova organizzazione e struttura a documenti già resi disponibili in altra forma all'interno di altri Portali ed Archivi. In questo senso lo scopo di Philomed era già deciso e si precisava duplice: fornire una sotto-collezione o più sotto-collezioni digitali tratte da piattaforme preesistenti, insieme ai relativi strumenti di query e downloading, e allo stesso tempo creare uno spazio virtuale dove connettere persone, informazioni, documenti e servizi allo scopo di supportare e favorire la produzione di ulteriore conoscenza.

Nel caso in cui le risorse rese disponibili siano di tipo eterogeneo, sia perché provenienti da fonti documentali di differente area disciplinare, sia nella natura documentale vera e propria o nel supporto, occorreva creare una struttura della collezione digitale che contenesse gli strumenti necessari ad agevolare dei percorsi di ricerca e didattica di un'utenza con molte anime.

Particolare cura doveva essere data dunque ai componenti di accesso, ai motori di ricerca, all'indicizzazione e ai metadati che rendessero possibili differenti percorsi di collegamento tra i documenti, ma occorreva anche creare delle forme di rappresentazione e visualizzazione dei contenuti che potessero fornire ad utenti con gradi di esperienza e livelli di approfondimento diversi un reale strumento di orientamento conoscitivo e propedeutico alla creazione collaborativa di nuove conoscenze nello spazio virtuale del web.

Una ulteriore finalità del progetto, nella direzione di favorire la creazione di una reale comunità virtuale, era di "profilare" enti e persone, mappare eventi e risorse e metterli in relazione. Questo equivaleva a mappare il "capitale intellettuale" e il "capitale sociale e relazionale" di una specifica nicchia interdisciplinare frammentata e sconnessa.

Inoltre, un'infrastruttura web di questo genere poteva essere di supporto all'utopia dello "scouting", della scoperta di singoli o gruppi che possono trovarsi e interagire in modo nuovo fino ad aggregarsi in nuovi soggetti e progetti di ricerca.

Altra utopia presente negli intendimenti del gruppo di lavoro era di operare nella direzione di un superamento della modalità "chiusa" di lavoro prevalente fin qui in ambito accademico e di aprirsi a modalità collaborative di scambio e condivisione.

7. Rappresentare contenuti di ricerca multidisciplinari complessi e "narrative web"

Nell'analisi dei bisogni che stavano all'origine della progettazione ed allestimento di un portale web dedicato, non si è potuta ignorare la linea che separa due filosofie divergenti, due correnti opposte che dividono oggi la filosofia dei linguaggi comunicativi del web.

Da un lato usabilità ed ingegneria dell'user interface sostengono le ragioni della semplicità, della coerenza e della chiarezza poste al servizio del più duro minimalismo funzionale. E' insomma quello stile austero, il cosiddetto web di reference, che solo fino a qualche anno fa veniva caldamente raccomandato dagli specialisti del settore biblioteconomico per gli strumenti di reference online, dai portali bibliotecari agli Opac.

Dall'altro lato, standards e tecnologie web emergenti nutrono una corrente molto vivace ed opposta di approcci creativamente effervescenti, in senso multimediale, al web design: immagini e audio-video mutuati dagli esperimenti di visual art più avanzati reclamano il loro posto nella rete, con effetti molto potenti sulle percezioni ed emozioni dei fruitori, ma non sempre propedeutici alla fruizione di contenuti che devono avere strumenti di recupero, cioè percorsi di information retrieval realmente efficaci e per far questo devono essere introdotti in forme standardizzate sia di descrizione che di indicizzazione semantica. Alcuni dei nuovi saperi dei web designer, quindi, potrebbero far parte di quelle integrazioni di competenze che suggerivo sopra.

Queste nozioni e conoscenze, quelle pertinenti al web design degli informatici vero e proprio (HCI) e quelli del web design degli ergonomi cognitivi (usability), dovrebbero coesistere in una mappa ideale dei nuovi saperi necessari alla biblioteconomia del futuro e all'architetttura dell'informazione, abbracciando discipline umanistiche e tecnologiche di ampio respiro.

Questo consentirebbe ai bibliotecari di mettere a disposizione know-how sicuramente unici, ma insufficienti a progettare in modo consapevole nel digitale, dotandosi degli strumenti concettuali e operativi che consentano loro di creare documentazione ed informazione digitale padroneggiando la complessità e la trasversalità dei temi e dei problemi che si incontrano in rete.

A ciò si aggiunge che anche il fruitore di contenuti di ricerca e di reference è anche sempre di più un utente mobile, ed occorre assecondare la natura visiva e visuale dell'internet in mobilità. Nel primo caso il rischio è che un'architettura dell'interfaccia del tutto sottomessa a rigide gerarchie generi sì chiarezza e coerenza, ma anche rigidità e sterilità, nel senso di noia e distrazione. Noia e distrazione che a loro volta introducono il rischio di un' inefficacia percettiva pronta a trasformarsi in inefficacia informativa.

Per quanto ci possa apparire arduo accettarlo, l'esperienza digitale è fondamentalmente emozionale. L'esortazione degli specialisti di web-design è attualmente a pensare sì in termini di "functionality, reliability, and usability", ma di non dimenticare altresì mai che il lettore è un umano, non una macchina.

Nel suo libro Designing for Emotion, Aaron Walter, general manager di nuovi prodotti per la comunicazione ed il business aziendale presso un'azienda statunitense, nonché consulente per la Casa Bianca, incoraggia a pensare "our designs not as a façade for interaction, but as people with whom our audience can have an inspired conversation".

Se anche la ricerca è "conversazione" (manifesto AIB sulla Information Literacy) e se, in particolare accezione, lo sono anche le biblioteche, di ciò non si può non dar conto occcupandosi delle forme digitali che la biblioteca può assumere. La struttura spesso autoreferenziale in termini di classificazione, lessico ed abuso di acronimi specialistici che contraddistingue ancora molte risorse e portali bibliotecari penalizza in modo preoccupante proprio l'accessibilità, la visibilità e la fruizione delle risorse.

Infinite liste di link risultano spesso poco parlanti e ancor meno accessibili all'attenzione dell'utente, che rischia di non "vedere", cioè di non rilevare percettivamente, di non distinguere e di non saper valutare le informazioni, perse come sono in un indistinto "mare magnum" informativo.

Questa è la sorte che tocca a molti portali, archivi e directory di risorse anche qualitativamente rilevanti. In questo scenario attualmente emerge un elemento che potrebbe rappresentare quella terza forza in grado di conciliare gli opposti: la narrazione ed il suo potenziale unificante.

I neuroscienziati sembrano trovarsi infatti d'accordo nel ritenere le narrazioni uno degli elementi percettivi più potentemente unificanti nell'elaborazione e fruizione della complessità dell'esperienza umana e, in particolare, dell'esperienza conoscitiva. Convertire dunque la necessità di rappresentare dei percorsi di ricerca multifocali e multidisciplinari intorno a dei nuclei tematici (scelti perché rappresentanti dei nodi, o snodi, problematici emergenti nell'intersezione epistemologica tra scienze umane e scienze biomediche) in un percorso narrativo dotato di senso, e meglio ancora se dislocato non linearmente lungo un ipertesto, o più ipertesti che sono altrettante unità narrative, può rappresentare se non una soluzione al problema perlomeno un esperimento tra i più interessanti.

Un suggerimento potente come modello di riferimento, nel percorso ideativo del gruppo di lavoro,

è stato il lungo articolo (o racconto breve) Snow Fall, che nel 2012 ha riposizionato il New York Times in cima alle vendite e ha fatto diventare John Branch il nuovo guru del giornalismo in rete, dimostrando che era possibile coniugare informazione di cronaca e web story-telling [6].

Snow Fall mette infatti in campo tutte le tecniche di captivation cognitiva derivate dalle recenti scoperte delle neuroscienze in uno spazio dove la narrazione fa il surf nell'ipertesto più trasmediale immaginabile e possibile (fotogallery, videointerviste, mappe, diagrammi, reperti storici) nell'intenzione di raccontare nella maniera più emozionale l'evento reale di una valanga.

Ovviamente una virtual library o una digital library accademiche non possono semplicisticamente cooptare le logiche comunicative del giornalismo o del web commerciale, ad esempio, e farle proprie senza mantenere il rispetto di canoni di organizzazione, rappresentazione e scrittura (gli stili citazionali, la punteggiatura, il formato dei record bibliografici, l'indicizzazione) che caratterizzano la letteratura scientifico-accademica.

Al contempo può e deve confrontarsi con oggetti considerati alieni a questo genere di contenitore fino a qualche tempo fa, vale a dire contenuti multi-mediali, blog, ed altre forme di componenti "social" e partecipative che non avevano spazio nelle tradizionali biblioteche virtuali o repertori documentali accademici presenti nella rete.

Il gruppo di lavoro aveva deciso che uno dei cardini del progetto doveva essere la documentazione di una vivacissima attività seminariale, sia dipartimentale che interdipartimentale, che in questi ultimi anni è fiorita intorno a queste tematiche, presentando e documentando sia le ricerche in corso, ricerche congiunte e trasversali a più gruppi, sia attività didattiche divenute curricolari, aprendosi a forme di dibattito molto articolate e propedeutiche alla produzione di sempre nuovi contenuti e ricerche.

Uno dei problemi di questi eventi è che sovente, contrariamente a quanto accade della documentazione relativa a convegni e congressi istituzionalizzati, non ne rimane nulla in termini di documentazione. E' nata così l'idea di raccogliere, ordinare, rappresentare e rendere fruibili attraverso delle mappe tematiche multidisciplinari o dei percorsi narrativi, la descrizione di queste attività (eventi, seminari, giornate di studi, ecc.) insieme alla documentazione associata e di raccogliere quel materiale, in parte considerato ancora grigio (profiling dei relatori/autori, abstracts, bibliografie di lavoro, slide di ricerca o di didattica, foto ed immagini, registrazioni audio/video dell'evento), organizzandoli in schede non convenzionali.

Questi materiali costituiscono l'archivio open access vero e proprio del portale. In pagine apposite, recuperabili sia per indice tematico, sia dalla sezione "Attività e Progetti", sia in ordine di data nella sezione "Seminari" del menu orizzontale in Homepage, convivono i profiles dei relatori/autori, le immagini, i riferimenti spazio-temporali e gli abstracts di un evento, i materiali specifici (immagini, trascrizioni audio/video dell'evento, documenti multimediali associati etc.) e, nel contempo, i documenti estratti sia dal Portale Biblioteche Unibo, sia eventualmente, da altre fonti in rete.

A queste sezioni seminari è stata data la particolare contestualizzazione ipertestuale che si avvale delle suggestioni del narrative web. Ad esemplificazione, questo screenshot rappresenta un seminario sull'attitudine degli psicologi sperimentali durante la prima Guerra Mondiale in Italia dal titolo "Psicologi al fronte". Il relatore, uno storico della psicologia, ha fornito alla redazione una serie di materiali didattici e di lavoro: il proprio profilo istituzionale e un breve bio, le slide di presentazione in formato Prezi, un abstract della ricerca in corso, una bibliografia tematica, la photogallery dei personaggi-chiave, e il trailer di un docu-film visionato durante il seminario e scaricabile liberamente da You-tube.

Questi materiali sono stati organizzati in una pagina ipertestuale ed indicizzati poi per essere rappresentati in maniera alternativa in un Grafo a bubble per organizzazione tematica e disciplinare (vedere "Mappe tematiche").

La seconda idea è stata per l'appunto quella di trattare e indicizzare questi materiali in modo uniforme, indipendentemente dalla loro natura o dal loro supporto, per ottimizzarne il recupero in senso multimediale. Ad esempio, la ricerca all'interno di un nucleo tematico genera in risposta una serie di materiali che vanno dall'articolo al video, dal libro all'evento. Una ricerca per autore genera invece la mappa di tutte le attività e risorse indicizzate intorno a quel dato, che siano news, articoli, eventi, libri o immagini e video.

8. Scelta del CMS e struttura del portale

La scelta del CMS adatto a strutturare i contenuti del progetto è stata cura di un gruppo di lavoro misto di tecnici-bibliotecari insieme e di consulenti informatici, ed è passato attraverso numerose fasi progettuali, la prima delle quali è stata la costruzione dell'architettura informativa e quindi la scelta del Content Manager Systems più idoneo.

Una sperimentazione è stata condotta in questo senso su alcuni CMS, tra cui Joomla, Wordpress e Drupal. La scelta è caduta su quest'ultimo ed è stata motivata da diversi fattori.

In primis desideravamo utilizzare un progetto open-source e Drupal, creato originariamente da Dries Buytaert per essere un bulletin board system, era un progetto libero dal 2001 ed aveva quindi alle spalle già una lunga sperimentazione. Il nome Drupal è la traslitterazione inglese per la parola olandese druppel che significa goccia e questa goccia è tuttora rappresentata nella sua icona. Il realtà questo nome nasce da una storpiatura, in quanto Buytaert voleva chiamare originariamente un suo progetto "per community" dorp, che in olandese significa appunto "villaggio", ma commise un errore di digitazione. Alla fine decise che Drupal suonava meglio.

Drupal è costantemente aggiornato da una vivace comunità, ed è ormai una tra le piattaforme open source più utilizzate ed aggiornate per la modularità ed estendibilità del software, la solidità e qualità della piattaforma, e in particolare per la possibilità di gestire contenuti strutturati, e dal novembre 2009, è utilizzato per il sito della Casa Bianca.

La vocazione di Drupal a strumento per servire le esigenze di una community ci è apparso adeguato ai nostri obiettivi: la potenza e flessibilità nell'amministrazione di differenti gruppi di redattori/utenti e relativi permessi, la possibilità di aggiungere componenti integrati per la gestione di forum, blog e newsletter sono stati al tempo decisivi per la scelta.

Per fare un esempio, nel percorso dei successivi sviluppi, Drupal 4.2 è stato usato nel 2004 per DeanSpace, una piattaforma che ospitava molti siti web indipendenti a supporto della campagna presidenziale del candidato Howard Dean. A conclusione della campagna elettorale, il progetto DeanSpace si è trasformato in CivicSpace, una piattaforma per l'organizzazione di movimenti dal basso che fornisce strumenti all'azione collettiva nelle comunità e connette e ravvicina gruppi distanti.

La struttura modulare di Drupal si adattava bene a quell'idea di uno strumento in progress che avevamo in mente per esigenze documentali in continua evoluzione. L'insieme dei moduli "core" di Drupal, infatti, è stato progettato con un sistema di "hook" che permettono di agganciare i nuovi moduli sviluppati dalla comunità e di inserire quindi sempre nuove funzioni nel processo di esecuzione del CMS.

Tra i moduli cosiddetti "core" esistevano già funzioni come:

Alcuni componenti sono stati sviluppati a parte, in collaborazione con i consulenti informatici per:

Altri sono stati realizzati appositamente per strutturare ulteriormente i contenuti, gestire la redazione, per la realizzazione di mappe tematiche a bubble e infine per gestire l'indicizzazione semantica in entrata attraverso una struttura tassonomica. Le principali librerie utilizzate sono state jQuery e d3.js.

Il template grafico doveva avere le caratteristiche avanzate che abbiamo analizzato al punto precedente: veicolare anche narrativamente la presentazione dei contenuti del progetto attraverso un mini-racconto per immagini dinamiche con brevi didascalie:

Fig. 1 template dinamico: es. 1.

Fig. 2 Template dinamico, es. 2.

L'architettura di interfaccia grafica dell'home page è volutamente semplice e simmetrica, in una ricerca esplicita di chiarezza e suddivisa nella sezioni:

Una volta popolato il CMS di materiali, essi possono essere recuperati attraverso le tipiche funzioni di ricerca per parola chiave, oppure navigando attraverso i menu degli eventi "Attività e progetti" e "Seminari" e delle mappe, "Mappe tematiche". Come si è detto, i relatori e gli autori che partecipano ad eventi partner del sito sono invitati a fornire i propri materiali (Biopic, Abstract dell'intervento, bibliografia tematica, eventuali slide, documenti audio-video, photogallery). I materiali sono contestualizzati, catalogati ed indicizzati nelle apposite pagine ipertestuali.

Per la sezione "In Biblioteca", invece, la selezione per il momento si limita acquisizioni della Biblioteca del Dipartimento (monografie ed articoli) non anteriori agli ultimi dieci anni e man mano aggiornate, ma intende allargare la collaborazione ad altre Biblioteche. La particolarità di questa sezione è di fornire gli stessi servizi online (fruizione del full text dove consentito, servizio Indici e sommari, prenotazione online del prestito) consentiti dal catalogo Opac SebinaYou locale, e alle medesime condizioni.

I contenuti della sezione "Attualità" sono segnalati dal Comitato Scientifico e coprono eventi o novità del settore a livello nazionale ed internazionale. Tutti i contenuti citati sono predisposti per la condivisione ed il commenting sui principali social network (Facebook, Twitter, Google+), e la loro attivazione è prevista in una seconda fase momento.

La struttura dell'home page rispecchia graficamente sia criteri narrativi che di efficacia comunicativa. E cioè semplicità ed evidenza.

L'ontologia di Philomed è implementata in entrata attraverso la struttura tassonomica di Drupal. La tassonomia gestita da Drupal è sostanzialmente un sistema di tag. In Philomed ogni tag è trattato di fatto come una parola chiave di un dizionario controllato multidisciplinare. Ad ogni contenuto si possono associare diversi tag e ogni tag può essere associato ad un contenuto. Inoltre ogni tag (o termine di tassonomia) può essere parte di una gerarchia di termini, superiori o inferiori, secondo lo schema proprio dei thesauri. Questo costituisce un potente meccanismo di categorizzazione e recupero dell'informazione.

L'indicizzazione dei documenti viene estesa dallo staff tecnico-bibliotecario, con gli stessi criteri applicati alle tipologie documentali tradizionali (libri, articoli, ecc.), agli oggetti "altri" o su supporto multimediale: immagini delle photogallery, reperti audio-video o di natura ancora più eterogenea quali news, eventi, gruppi di lavoro ed attività rappresentate da seminari, presentazioni di libri, giornate di studio, e così via.

A tutto questo materiale eterogeneo viene attribuito un set di metadati che cerca di recepire, dove applicabili, le indicazioni degli standard Dublin Core, per agevolare il recupero delle informazioni insieme alla documentazione associata.

9. Selezione dei contenuti

"Frammentario, interstiziale, non sicuro…" [7]: il rischio di incorrere nel lato oscuro del sapere che corre sul web (inaffidabilità, assenza di fonti sicure o accertabili, autoreferenzialità e decadenza dell'autorevolezza, illegalità, ecc.) necessita di una riflessione molto accurata nel momento in cui ci si accinge ad implementare i contenuti di un sito accademico. Impensabile prescindere da una selezione che necessiterà delle competenze di un Comitato Scientifico composto da esperti delle aree disciplinari trattate. Questo è ancora più evidente in presenza di un gruppo di lavoro e di esperienze di ricerca multi e trans-disciplinari come Philomed.

Cosa documentare? Come? Entro quali limiti spazio-temporali? O istituzionali? La redazione, in questa prima fase, si è dato il limite di mappare i gruppi di ricerca e le relative attività ed iniziative all'interno dell'Università di Bologna (non di rado estesi a collaborazioni extra-Ateneo, nazionali ed internazionali), e di associarvi il materiale documentario necessario ad un eventuale approfondimento di studio selezionato con criteri di scientificità e qualità

10. Redazione e work-flow

L'implementazione dei contenuti è curata dello staff tecnico del portale, attraverso un componente aggiuntivo, una redazione di semplice utilizzo che consente di creare profili redazionali con differenti livelli e privilegi corrispondenti ad authority redazionali differenziate. E' prevista anche, in una seconda fase, la possibilità di organizzare e strutturare gruppi con privilegi particolari per l'implementazione, la fruizione e la condivisione di documentazione specifica (es. blog, forum, ecc.), o di eventuali nuove sezioni del sito che richiedano particolari requisiti o specifiche competenze (Gestione e aggiornamento di pagine "social", Newsletter, ecc.).

La redazione è stata strutturata in modo da consentire ai redattori di gestire i contenuti della banca dati del portale senza possedere una specifica conoscenza di linguaggi di programmazione quali HTML. Consente inoltre di inserire in modo estremamente semplificato dei contenuti ipertestuali attraverso un editor visuale, dei contenuti multimediali attraverso una piattaforma VIMEO, e di indicizzare tutti i contenuti associandoli alle ontologie e parole chiave corrispondenti attraverso legami tra i campi.

11. Condizioni di accesso ai documenti (contratti editoriali, copyright, policies)

Fatta eccezione per le informazioni relative alle attività ed attualità del sito, di libero accesso, la documentazione scientifica resa accessibile in nuovi sottoinsiemi, sia nei percorsi narrativi sia nelle "Mappe Tematiche" e nella sezione "In Biblioteca", è prevalentemente selezionata all'interno delle ingenti risorse informative generali dell'Ateneo contenute e organizzate nel Portale Biblioteche Unibo, e quindi sottoposta ai medesimi contratti editoriali individuati dalle politiche di acquisizioni dello stesso, oltre che alle stesse policies e condizioni di utilizzo delle risorse accessibili dalle Biblioteche dell'Università di Bologna.

Sono cioè di libera consultazione nelle postazioni pubbliche delle Biblioteche e sale studio dell'Ateneo, riconoscibili attraverso gli IP istituzionali. Sono invece fruibili dalle postazioni personali solo dagli utenti autorizzati Unibo (docenti e studenti iscritti), e attraverso l'interfaccia Proxy. In particolare, a seconda delle clausole contrattuali, l'accesso sarà direttamente al documento fattuale full text in formato pdf, o attraverso un link alla pagine dell'editore. I contenuti originali archiviati nel portale sono invece protetti da una licenza Creative Commons.

12. In progress…

Se quanto appena descritto è l'impianto di base del progetto, dopo un paio di anni in produzione a tutti gli effetti ci riteniamo tuttora in fase sperimentale. Data la complessità dell'impianto, era necessario che le funzioni implementate a tutt'oggi fornissero dei risultati solidi, prima di pensare ad ulteriori sviluppi della piattaforma. Attualmente il sito è in grado di supportare le esigenze documentali di ricerca e di didattica dei gruppi presenti in Ateneo e dei loro partner, nazionali ed internazionali.

Sviluppi che saranno oggetto delle sperimentazioni future e si dirigono sostanzialmente in due direzioni che convergono nel dirigersi verso il "cloud" e l'inclusione in altre piattaforme: allargare e consolidare in senso partecipativo la community attuale verso una dimensione europea ed internazionale del progetto, dotare di strumenti di interoperabilità il sito.

Quello attuale rappresenta solo il nucleo informativo di partenza poiché sono già in previsione a breve termine l'allargamento della collaborazione a una selezione di Biblioteche dell'Ateneo specializzate nelle discipline di afferenza per strutturare una mappatura degli strumenti di reference più aggiornati, e, a seguire, con i principali gruppi di ricerca europei in questo settore e le loro strutture informative (repository istituzionali, siti dedicati, blog tematici, ecc.).

Contatti in questo senso sono stati già avviati sia nella direzione di attività di ricerca congiunta sia in quello della condivisione di risorse nell'ipotesi dell'allargamento della piattaforma a una dimensione Europea che possa inserirsi in prospettiva futura tra le iniziative di Horizon2020. Al momento hanno manifestato interesse analoghi gruppi interdisciplinari di ricerca di Oxford, Oslo e Madrid, ma la rete effettiva potrebbe comprendere molti altri partners potenziali.

Così come è stata avviata una ricognizione delle associazioni di advocacy e diritti dei pazienti, partendo da quelle che già hanno partecipato ad eventi seminariali ed incontri congiunti organizzati dai docenti facenti parte del gruppo di lavoro e del comitato scientifico, al fine di rendere il "dialogo in rete" di Philomed un autentico tramite tra la ricerca e la società civile.

Antonella Brunelli, Biblioteca del Dipartimento di Filosofia e Discipline della Comunicazione - Università di Bologna, e-mail: antonella.brunelli@unibo.it


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Note

[1] Riccardo Ridi, Mezzi, fini, alfabeti: vecchie e nuove filosofie della biblioteca, 2013 In I nuovi alfabeti della biblioteca. Viaggio al centro di un'istituzione della conoscenza nell'era dei bit: dal cambiamento di paradigma ai linguaggi del cambiamento, atti del convegno di "Biblioteche oggi", Milano, 15-16 Marzo 2012, Editrice Bibliografica, p. 28-53.

[2] La definizione è della Digital Library Federation: <http://www.clir.org>.

[3] Anna Maria Tammaro, Che cos'è una biblioteca digitale?, <Digitalia.sbn.it/article/viewFile/325/215>, p. 16.

[4] Anna Maria Tammaro, Biblioteche digitali e scienze umane. II. La biblioteca digitale di ricerca per l'apprendimento, Casalini, 2008.

[5] Christine L. Borgman [et al.], Knowledge infrastructures in science: data, diversity, and digital libraries, "International Journal on Digital Libraries" 16 (2015), 3/4, p. 218.

[6] John Branch, Snow Fall. The avalanche at Tunnel Creek, "The New York Times", 2012, <http://www.nytimes.com/projects/2012/snow-fall>.

[7] S. Moriggi - R. Simone, Il Sapere nella Rete, "Aut aut", 2014, p. 181-204.




«Bibliotime», anno XIX, numero 3 (novembre 2016)

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