«Bibliotime», anno XV, numero 2 (luglio 2012)

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Roberto Caso

Università, trasferimento di conoscenze e proprietà intellettuale: a quando una visione d'insieme e lungimirante?



Abstract

The aim of this short article is to stimulate a more deep understanding of the 'knowledge transfer' in the Italian university system. The article argues that the Open Access to scientific publications is a fundamental part of the 'knowledge transfer' and that is perfectly compatible with the university patent policies

Da qualche tempo le università italiane stanno provando a imitare il modello statunitense di trasferimento tecnologico sviluppato a cominciare dal Bayh-Dole Act del 1980. Il modello si basa sul principio che, quando c'è un finanziamento pubblico alla ricerca, occorre incentivare la brevettazione delle invenzioni accademiche. Da questo principio deriva la possibilità da parte delle università di licenziare i brevetti ad attori del mercato. Parallelamente a questa possibilità si sviluppano strumenti alternativi e complementari al licensing gestito in prima persona dall'università. Ovvero: spin off e start up.

Se interpretato come uno degli strumenti per ridurre la distanza tra università e mercato, il trasferimento tecnologico mediante licensing brevettuale, spin off e start up è un fenomeno positivo (anche se estremamente complesso da gestire). Se invece il trasferimento tecnologico viene inteso come il più importante mezzo di trasferimento delle conoscenze accademiche e come un canale per drenare denaro, esso si trasforma in un fenomeno deteriore che produce una serie di contraccolpi negativi. Non è un caso che la legge Gelmini, nel dettare norme sui codici etici, si sia preoccupata di accostare, se pur in modo poco chiaro, i conflitti di interessi e la proprietà intellettuale (art. 2, comma 4, l. 240/2010).

Le università italiane stanno compiendo grandi sforzi per sviluppare il trasferimento tecnologico, ma si muovono in un contesto organizzativo, finanziario e giuridico non favorevole. Latita in questo momento storico una visione d'insieme e di lungo periodo.

Il dibattito è quasi del tutto focalizzato sui brevetti per invenzione. Lo dimostra il fatto che le università italiane dispongono di "regolamenti brevetti", ma non conoscono regolamentazioni organiche dei diritti d'autore (copyright). Il legislatore non ha aiutato a chiarire il quadro. Anzi, ha posto norme disorganiche e contraddittorie, che non consentono di comporre nemmeno i tasselli fondamentali del puzzle innescato dalla rivoluzione digitale. Si pensi alle discussioni sulla titolarità del software (che è primariamente regolato dal diritto d'autore).

Cos'è possibile fare per migliorare lo scenario? Auspicare un intervento chiarificatore del legislatore è fantascienza. Piuttosto occorre che le università, facendo leva sulla propria autonomia, migliorino il proprio contesto strategico, organizzativo e regolamentare. Per ricostruire la visione d'insieme e lungimirante di cui si diceva poc'anzi.

L'università "trasferisce le conoscenze" innanzitutto attraverso l'insegnamento e la ricerca. Quest'ultima viene diffusa per mezzo delle pubblicazioni (oggetto di diritti d'autore) e poi, eventualmente, mediante il trasferimento delle tecnologie. Il settore delle pubblicazioni è quello che attualmente sconta maggiormente il difetto di organizzazione da parte delle università.

Le università finanziano (prevalentemente con fondi pubblici) la ricerca, cedono gratuitamente a grandi gruppi editoriali oligopolistici le pubblicazioni (articoli e monografie) e poi ricomprano (attraverso le biblioteche) a prezzi esorbitanti quello che loro stesse hanno prodotto. Il tema incrocia quello della valutazione. Il movimento dell'Open Access (accesso aperto alla conoscenza scientifica) sta provando a risolvere questo problema promuovendo la diffusione gratuita dei risultati scientifici su Internet [si veda, da ultimo, l'importante Raccomandazione della Commissione UE del 17 luglio 2012 sull'accesso all'informazione scientifica e sulla sua conservazione (2012/417/UE)].

Contrariamente ad alcuni pregiudizi, il principio dell'accesso aperto è compatibile con politiche brevettuali. Lo dimostra inequivocabilmente il Massachussetts Institute of Technology di Boston che persegue sia politiche di apertura della conoscenza sia il trasferimento tecnologico mediante brevetti. Quel che serve è una visione ampia e prospettica. Se non ora, quando?

Roberto Caso, LawTech Group - Università degli Studi di Trento, e-mail: Roberto.Caso@unitn.it





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