«Bibliotime», anno XVIII, numero 2 (luglio 2015)

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Marco Gigante

Classificazione e potere in Michel Foucault



Abstract

The reflection of Michel Foucault encompasses many fields of knowledge and his method of investigation goes well beyond philosophical speculation. After devoting his first works to the subject of the historical character of science, madness and psychiatry, he extended his research to the analysis of the relationship between the production of scientific discourses, the institutions of the modern age and society. However, what is still missing in the critical literature on Foucault is an in­depth analysis of the social role of classification in ordinary life. This is not explicitly addressed by the French author, but it is a central element of his thought. The following article originated from the necessity to study this feature of Foucault’s works as well as to pave the way to future studies on the topic.

1. Premessa

Scopo dell'articolo è di porre l'interrogazione filosofica sul rapporto che sussiste tra l'organizzazione del sapere e le strategie impersonali di potere che ne determinano le condizioni di possibilità. Limitando l'intervento all'opera di Michel Foucault, vorrei mostrare in che modo la scoperta della dipendenza degli enunciati scientifici da determinate procedure istituzionali abbia consentito al filosofo francese di capovolgere la sua impostazione epistemologica in un discorso sul potere e, quindi, a mostrare in che termini la produzione di regimi politici di verità sia da imputare piuttosto che al riverbero sociale di una visione del mondo, all'esistenza di pratiche sociali in grado di produrre un campo di differenze tra oggetti del sapere.

Non mi addentrerò nello specifico di tale questione, ad esempio illustrando in che modo tale rovesciamento sia accaduto nell'opera di Foucault e a partire da quale evento, se davvero e in che modo la verità possa essere considerata a suo avviso uno strumento del potere o se invece costituisca la controparte scomoda ed emancipativa dei regimi democratici. Mi concentrerò piuttosto su quegli aspetti sociali dell'organizzazione del sapere che, a mio avviso, Foucault più di altri è stato in grado risaltare, determinando una trasformazione radicale del nostro modo di analizzare e valutare la presunta neutralità dei discorsi scientifici.

Dividerò il mio discorso in due parti. Nella prima esporrò il tema della classificazione epistemologica degli oggetti analizzata da Foucault ne Le parole e le cose (1966) e nell'Archeologia del Sapere (1969). Nella seconda tenterò di mostrare in che senso l'analisi del rapporto tra conoscenza e potere sia utile ai fini di svincolare – e pertanto a osservare sotto un altro aspetto – il rapporto conflittuale che sussiste tra le diverse forme organizzative del sapere.

Tenterò in buona sostanza di mostrare in che modo pretese di oggettività conoscitive possano essere considerate l'espressione di rivalità tra diverse prospettive epistemologiche i cui effetti incidono profondamente nell'organizzazione dei rapporti sociali. Questo non tanto per squalificare il valore razionale delle argomentazioni che si adducono nei confronti delle diverse forme di organizzazione del sapere quanto per allargare il campo prospettico sul problema della conoscenza, mostrando come nella riconduzione di un oggetto ad un concetto (o categoria), ben al di là del mero scopo pratico (che pure non è negato) o del valore intrinsecamente ontologico di tale riduzione, entrino in gioco rilevanti fattori morali e politici.

2. La contingenza dell'ordine: il ruolo dell'episteme nella classificazione scientifica degli oggetti

Nel suo celeberrimo saggio del '66, Le parole e le cose, Foucault descrive il problema del sapere sotto l'apparente incoerenza di una classificazione inspiegabile. Gli oggetti considerati sono gli animali di una misteriosa enciclopedia cinese e il redattore un uomo senza volto fatto di parole [1]. Citando il testo di Borges egli scrive che in essa è possibile trovare "animali a) appartenenti all'Imperatore, b) imbalsamati, c) addomesticati, d) maialini di latte, e) sirene, f) favolosi, g) cani in libertà, h) inclusi nella presente classificazione, i) che si agitano follemente, j) innumerevoli, k) disegnati con un pennello finissimo di cammello, l) et caetera, m) che fanno l'amore, n) che da lontano sembrano mosche" [2].

Ciò che colpisce ad una prima lettura di questo brano, ancora prima forse dell'inusualità dell'accostamento e della pluralità dei criteri di classificazione, è l'impossibilità di riuscire ad immaginarne la lettura senza che il criterio stesso con cui si vorrebbe tenere uniti i termini, pur sparendo, non cessi di ripresentarsi. Alla totale mancanza di criterio di classificazione o schema interpretativo, infatti, non segue l'abbandono nel vortice del caos, ma l'insistenza del caso a costituirsi come ordine identificativo degli elementi che esso include.

Come già Kant insegnava nella Critica della ragion pura, così Foucault ci avverte ora della nostra innata sintesi operativa a tenere uniti l'uno e il molteplice, l'ordine e il disordine, a ricondurre, in altri termini, la proliferazione indefinita delle cose al controllo unitario di uno schema ordinato. Nel suo testo Foucault offre una chiave di lettura possibile per tenere insieme l'incoerenza di questo cosmo immaginario. La sua interpretazione è centrale per tutta la composizione del testo ed è alla base della sua successiva elaborazione delle strategie impersonali di potere. Ciò che si nasconde nell'apparizione degli oggetti è il criterio che li tiene insieme, il modello che ne fornisce la ragione unitaria e che permette di suddividerli in classi.

Ma questo stesso modello può avere diverse origini e modi della sua configurabilità storica. Può infatti sorgere da un complesso di pratiche, segmentazione dell'esperienza, strategie argomentative, schemi percettivi che egli denota con il termine "episteme" e che specificano il campo epistemologico in cui i saperi "affondano la loro positività" [3], il luogo ovvero in cui essi ricevono il fondamento, le condizioni concrete di esistenza. "Si tratta di mostrare (in che modo) […] e in base a quale spazio d'ordine si sia costituito il sapere; sullo sfondo di quale a priori storico e nell'elemento di quale positività idee poterono apparire, scienze costituirsi, esperienze riflettersi in filosofie, razionalità formarsi per, subito forse, disfarsi e svanire" [4].

Luogo di un linguaggio senza volto né parola, l'episteme è l'insieme degli a-priori storici di una determinata epoca del mondo che determina la possibilità di produrre concatenamenti, nessi, relazioni, legami tra oggetti del sapere, i quali sono in grado di trasformare (ed anzi determinare) la nostra visione delle cose.

L'esempio di Borges è usato da Foucault per smentire la naturalezza ingenua con cui è possibile stupirsi ad un tempo per accostamenti impensabili (quelli dell'enciclopedia cinese) e, ad un altro, per il venire meno di quella certezza logica che pure si ritiene sottenda ogni classificazione possibile (come se noi già disponessimo dei criteri per poter identificare una classificazione tout court). Essa rivela il meccanismo impersonale di produzione di significato all'interno di un determinato complesso di pratiche identificative.

Il tavolo su cui gli indici dei nomi possono disporsi l'uno accanto all'altro può essere il tavolo di una classificazione ontologica degli enti (se si segue il modello aristotelico), oppure la superficie di un piano in cui i legami che assicurano il nesso fra le cose è garantito da più spuri e sfumati rapporti sociali che possono essere descritti in termini di analogia e metafora. In nessun caso, secondo Foucault, "esiste, nemmeno per l'esperienza più ingenua, alcuna similitudine e distinzione che non siano il risultato di un'operazione precisa e dell'applicazione di un criterio preliminare" [5].

I codici fondamentali di una cultura, in altri termini, gli a-priori storici che costituiscono le condizioni di possibilità sociali e contingenti della instaurazione di determinate interpretazioni del mondo "definiscono fin dall'inizio, per ogni uomo, gli ordini empirici con cui avrà da fare e in cui si ritroverà", [6] e pertanto impediranno di concepire un'esperienza ingenua del pensiero che sia il solo frutto di una speculazione individuale. Detto diversamente, quello che è possibile vedere in un'epoca del pensiero non è mai ciò che appare in quanto tale, l'oggetto dato fenomenologicamente ad un soggetto, ma sempre il risultato di ciò che un determinato insieme di pratiche e discorsi (scientifici, filosofici, artistici, tecnici, giudiziari) permette di identificare, l'esito contingente di una realizzazione discorsiva all'interno di un campo epistemico.

3. Sapere e potere. Il nesso tra istituzioni e classificazione nelle procedure di segmentazione sociale dell'esperienza

Definire identità e differenze sulla griglia degli a-priori storici che costituiscono le condizioni di possibilità della pensabilità e rappresentabilità d'oggetti è pertanto il compito più proprio del processo di classificazione foucaultiano. A dispetto di una più tradizionale concezione ontologica di identificazione, senza pronunciarsi contro l'approccio ontologico ma semplicemente escludendolo dalla sua riflessione, Foucault mira a sovvertire la presunta "normalità" delle nostre classificazioni quotidiane, le quali trovano radici nel tradizionale approccio al problema filosofico della conoscenza.

Un esempio molto interessante di classificazione ontologica è possibile ravvisarla nel Sofista di Platone e riguarda il "pescatore con la lenza" [7]. Attraverso un metodo diairetico di scomposizione dei termini – una procedura di divisione che mira a individuare il concetto (o l'idea) specificamente ricercato mediante una progressiva scomposizione dicotomica di un concetto nei suoi rispettivi sottotermini, – Platone è in grado di mostrare in che modo sia possibile arrivare a tale termine, riconducendo la vastità universale di un'idea (in tal caso la tecnica) allo specifico di un oggetto.

Tale passaggio può essere compiuto solo sotto l'assicurazione ontologica di un nesso reale tra gli oggetti e, per questo, risulta indipendente dalla configurazione sociale dei discorsi. Così, partendo dal concetto di tecnica, si arriva a distinguere tra tecniche (o arti) poietiche (che creano qualcosa) e tecniche che acquistano qualcosa (il guadagno, la lotta, caccia, l'apprendimento, anche la conoscenza). Tra quest'ultime quelle che scambiano oggetti e quelle che si impadroniscono di qualcosa contro il volere di qualcuno (cattura) e, tra queste, quelle che si svolgono apertamente (lotta) e quelle che si esercitano di nascosto (caccia), così che dividendo quest'ultime secondo la bipartizione delle tecniche che hanno come oggetto gli essere animati e inanimati, si giunge a trovare quella che mira alla cattura degli animali acquatici, così infine da arrivare all'arte della pesca con la lenza una volta esclusa la pesca per irretimento (cioè quella svolta con reti, lacci e nasse).

Tale procedura di classificazione verrà ripresa dalla teoria aristotelica delle categorie (i generi sommi dell'essere) – l'insieme delle proprietà predicabili dell'essere (sostanza, qualità, quantità, relazione, dove, il quando, il giacere, l'avere, l'agire, il subire) – e rappresenta l'applicazione di un metodo tassonomico di organizzazione del sapere [8] al complesso dell'essere, ovvero all'insieme degli enti esistenti e pensabili. L'importanza di questo modo di concepire la conoscenza è ravvisabile secondo Foucault nell'approccio ingenuo con cui il filosofo o lo scienziato descrivono la configurazione del reale, convinti dell'esistenza di prototipi ideali a cui sarebbe possibile ricondurre l'infinita variazione delle realizzazioni empiriche.

Non è tuttavia questo il punto di vista che l'opera foucaultiana ci invita a considerare. Non tanto per la verità di cui questo approccio si farebbe portatore (l'idea di un ordine prestabilito delle cose), quanto per il disinteresse nei confronti di qualsiasi teoria ontologica dell'organizzazione del sapere, nei confronti della quale Foucault ha sempre nutrito un atteggiamento scettico di distacco.

Così a partire dagli anni '70, abbandonando la via epistemologica relativa all'analisi discorsiva delle scienze umane (biologia, linguistica, economia), Foucault orienta la sua critica verso quel complesso di pratiche culturali e sociali (l'esame di sé, l'interrogatorio, la confessione, l'addestramento militare) in cui è possibile far emergere il legame fra sapere e potere in precedenza soltanto accennato.

All'interesse verso la produzione dei discorsi di classificazione e differenziazione del reale subentra, in altri termini, l'analitica dei dispositivi di potere che regolano l'insieme delle pratiche linguistiche e non-discorsive. La biologia, la linguistica e l'economia cedono ora il passo all'analisi di quelli pratiche sociali (interrogatorio, confessione, esame di sé, addestramento militare, controllo anagrafico delle nascite, procedure mediche di immunizzazione, ecc.) che sono alla base della psichiatria, del diritto penale e della scienza medica e che hanno come oggetto non tanto la descrizione disinteressata delle procedure di formazione degli oggetti e degli enunciati, quanto la ricostruzione genealogica di quei conflitti all'interno del quale esse possono ricevere le loro condizioni di possibilità.

All'episteme succede pertanto il dispositivo che comprende, oltre che le pratiche discorsive di un determinato sapere (il complesso degli enunciati consentiti all'interno di una scienza empirica), anche l'insieme dei "discorsi, delle istituzioni, sistemazioni architettoniche, decisioni regolamentari, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali, filantropiche" [9] che costituiscono quella griglia interpretativa del reale, fabbricata dallo storico, al fine di comprendere in che modo l'individuo si produca come soggetto-oggetto di un determinato discorso scientifico.

Senza ulteriormente approfondire la dinamica di questo passaggio, la cui complessità è ancora al centro del dibattito sul pensiero foucaultiano, vorrei porre l'attenzione su una delle pratiche che a mio avviso risulta centrale nell'opera del pensatore francese: la confessione. Nel suo testo dedicato alla Volontà di sapere, [10] Foucault mostra in che modo essa abbia fatto da supporto alle procedure di interrogazione psichiatrica producendo sui pazienti, sulla loro anima e sul loro corpo, l'obbligo interiore di dire la verità su se stessi.

Nelle procedure di interrogazione e di analisi, nello scambio di domande e risposte così come nella produzione dei dossier e delle indagini sui pazienti, Foucault pone l'accento sull'ossessione del medico nel dividere ciò che è contrassegnato dalla ragione da ciò che appartiene al folle, ciò che è pervaso dalla correttezza razionale (derivata dall'abitudine sociale, la norma) da ciò che si contrappone all'irragionevole follia di una singolarità sconosciuta (il "patologico"). L'indagine del medico mira cioè a produrre un discorso di soggettività che classifica e divide gli individui in base alle abitudini e alle perversioni. Essa produce un dispositivo di verità relativa non tanto alla patologia di cui essi sono portatori quanto al complesso della loro interiorità, alla loro essenza di uomini e di esseri pensanti.

L'intento di Foucault non è quello di porre un'analisi della sessualità in sé, né tanto meno quello di individuare una norma o uno schema che consenta di limitare il potere individualizzante delle scienze mediche. Scopo del suo lavoro è piuttosto volto a mostrare gli effetti sociali pervasivi di una determinata classificazione dei soggetti, vale a dire, le modalità con cui la produzione di un determinato discorso è in grado di trasformare la vita individuale nella sua essenza. Il problema dell'organizzazione e del controllo del sapere si pone quindi sullo sfondo più ampio dell'analisi delle strategie di potere attuate alle spalle dei discorsi scientifici. Le istituzioni che sorgono a partire dalla configurazione di una certa visione del mondo intersecano le pratiche e i processi di assoggettamento con la produzione del sapere dei loro rispettivi campi di indagine. Così il diritto penale può essere concepito non più in base alla punizione esemplare – secondo il modello dell'esecuzione pubblica in piazza (ciò che Foucault in Sorvegliare e Punire chiama "il supplizio" [11]) – ma attraverso una procedura di addestramento individuale che si svolge all'interno delle prigioni [12].

Il modello delle prigioni a sua volta introduce l'idea del controllo e della sorveglianza all'interno della società civile, i cui membri sono sempre più liberi di circolare ma allo stesso tempo maggiormente controllati, tanto meno vincolati tanto più osservati e classificati da un potere pervasivo e onnipresente che li osserva dappertutto ("il potere è dappertutto; non perché inglobi tutto, ma perché viene da ogni dove" [13]).

Dall'altra parte la scienza medica si occupa di redigere i criteri in base ai quali distinguere il patologico dal normale, il folle dal sano, il criminale dal non-criminale, intrecciando la scientificità dei suoi discorsi con il complesso degli enunciati e delle procedure di reclusione, interrogazione e classificazione svolte all'interno degli ospedali e degli istituti psichiatrici. Il sapere cessa, pertanto, di essere analizzato a partire dalle condizioni dalla sua esistenza discorsiva (episteme).

Un discorso non è mai neutrale. Allo stesso modo si può dire che ogni classificazione ancor prima di essere indagata dal punto di vista della sua logicità rappresenta il risultato di un rapporto di forze, di un campo di lotta, di un conflitto tra diverse forme di dominio (o visioni del mondo) che ne determinano il primato paradigmatico su tutte le altre. L'analisi foucaultiana si è concentrata principalmente sulla psichiatria, il diritto penale, la scienza della sessualità e il bio-potere nelle società liberali. Tali campi sono stati oggetto di indagine per la possibilità che essi offrivano di mostrare in maniera esplicita il legame tra potere e sapere, produzione di verità e condotte di vita, classificazione e visione del mondo.

L'idea di Foucault non era quella di esibire una teoria normativa della soggettività, dicendoci ad esempio in che modo sarebbe stato possibile resistere alle forme di oppressione o di costruzione del sé a cui determinati dispositivi sociali ci espongono. Non c'è nulla di più lontano nel suo pensiero dall'idea progettuale di una liberazione da un determinato assetto politico di dominio. Il suo compito è piuttosto quello di esibire il meccanismo impersonale e impercettibile del potere all'interno di alcuni campi del sapere che spesso, forse anche inconsapevolmente, collaborano a plasmare la nostra vita e le nostre relazioni con gli altri. Che concorrono a trasformare il mondo mentre dichiarano di interpretarlo e che offrono gli strumenti per salvarci o metterci al sicuro intensificando la mappatura dei nostri corpi e la sorveglianza sulle nostre vite.

L'organizzazione del sapere pertanto non riflette, a suo avviso, la forma del nostro modo naturale di classificare e dividere le cose. Il modo di collegare gli oggetti, di individuare nessi logici tra le cose e proposizioni, lungi dal possedere un carattere di biologico rispecchiamento o utilità, è solo il frutto di un determinato uso condiviso di segmentare l'esperienza, di disporre gli oggetti secondo lo schema che in un determinato contesto storico appare come il più naturale ed efficiente. Altri modi di riconsiderare l'organizzazione del sapere non tarderanno probabilmente ad arrivare e a proporsi come i più consoni ad una rinnovata rappresentazione cognitiva della mente.

Il conflitto di opinione fra una teoria naturale della classificazione di oggetti e un'interpretazione sociale del sapere si riproporrà in forme sempre più sofisticate e complesse a seconda della configurazione che un determinato discorso scientifico produrrà nella storia. L'insegnamento di Foucault, da questo punto di vista, non ci insegna a falsificare a priori ogni scienza o approccio scientifico alla cosiddetta "realtà". Non indica i criteri in base al quale sarebbe necessario accettare una teoria piuttosto che un'altra, a riconoscere come meno oppressivo un discorso sul sesso piuttosto che uno sulla follia.

Esso deve essere impiegato piuttosto per rilanciare la domanda filosofica del sapere sotto il lato del suo non-detto pratico, della produzione politica della verità sull'uomo, del complesso delle pratiche culturali e linguistiche all'interno delle quali si annidano le nostre parziali visioni del mondo. Si tratta in altri termini di usare le strategie argomentative del suo pensiero (o se si vuole il metodo genealogico di ricostruzione storica dei discorsi sull'uomo) per produrre una frattura, uno squarcio su quel velo di presunta neutralità delle scienze umane che spesso, dietro l'apparenza dell'utilità o dell'efficacia, della naturalezza e del buon senso, nascondono un determinato modo di organizzare e plasmare le nostre esistenze.

Marco Gigante, Dipartimento di Filosofia e Beni culturali - Università Ca' Foscari di Venezia, e-mail: Marco_gigante2003@yahoo.it


Note

[1] Si tratta del celebre dottor Franz Kuhn. L'enciclopedia cinese è l'Emporio celeste di conoscimenti benevoli ed è tratta da L'idioma analitico di John Wilkin, in Jorge Luis Borges, Altre inquisizioni, Milano, Feltrinelli,1963.

[2] La citazione è tratta da Michel Foucault, Le parole e le cose (1966), Milano, BUR,1978, p. 5.

[3] Id., p. 12.

[4] Id., p. 11-12.

[5] Id., p. 9.

[6] Id., p. 10.

[7] Platone, Sofista (218e), Bur, Milano 2007, p. 205.

[8] Foucault ad esempio accennerà alla tassonomia di Linneo.

[9] Michel Foucault, Dits et écrits III (1976-1979), Paris, Gallimard,1994, p. 299.

[10] Michel Foucault, Storia della sessualità. Vol. 1: La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano 1978.

[11] Michel Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione (1975), Einaudi, Torino 1976, (capitolo Il supplizio, p.5-75).

[12] Si tratta della cosiddetta disciplina. Essa è alla base del sistema educativo delle caserme, delle scuole e degli ospedali e costituisce una sorta di potere microfisico del corpo volto ad addolcirlo, addomesticarlo, ma anche a renderlo maggiormente funzionale al capitale, ovvero al sistema economico della produzione.

[13] Michel Foucault, La volontà di sapere, cit., p. 82.




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