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Attività delle sezioni - notizie dalle regioni

Ultim'ora: il giorno della chiusura del giornale, il 20 giugno, è arrivato l'annuncio ufficiale della fine della guerra nel Kosovo. La sensazione di liberazione, di gioia, di nuovo di vita, non deve far dimenticare e non deve modificare la partecipazione. Per questo, come piccolo segno di monito, pubblichiamo questo articolo di Zef Chiaramonte e la simbolica cartolina di "chiamata alla pace" pervenuta in redazione dalla rete pugliese Radie' Resch di solidarietà internazionale.

Kosovo: le antiche radici di una guerra moderna

Ho chiesto a Zef Chiaramente, responsabile della Biblioteca del Museo Pitrè di Palermo ed esperto di Storia dell'Europa Orientale, di tracciare le radici storiche dell'attuale guerra nei Balcani.
La mia richiesta, casualmente, ha costituito pretesto per una tavola rotonda organizzata dalla Biblioteca comunale di Terrasini, il 12 maggio scorso, e molto apprezzata dalle scolaresche locali.
In essa hanno preso parte il sindaco della città, Dott. On.le Carrara, l'Assessore alla Cultura Avv. Massimo Cucinella, la Direttrice della Biblioteca, Dott.ssa Graziella Moceri, il Prof. Parrino dell'Università di Palermo, Padre Pintacuda, la Dott.ssa Donati del Museo Pitrè, la Dott.ssa Angela Randazzo dell'Assessorato regionale della pubblica istruzione, il Papas Stefano Plescia dell'Eparchia di Piana degli Albenesi. Ospite d'onore l'ex Ministro regionale alla Cultura del Kosovo, dott. Ymer Jaka, che ha relazionato sugli accadimenti odierni.
Altra volta il dott. Chiaramonte ci ha informato della situazione bibliotecaria in quella regione, che oggi annovera le stesse distruzioni avvenute a Sarajevo.
Il testo che segue è un sunto del suo intervento alla tavola rotonda di Terrasini.

Concetta Mineo

La regione Kosovara è terra di incontro/scontro tra popolazioni diverse.
Primi abitatori i Dardàni (tribù illirica che, insieme agli Albani, ha dato origine agli odierni Albanesi), poi i Serbi (tribù slava che, insieme a Sloveni, Croati, Macedoni e Montenegrini, costituisce gli Jugoslavi = Slavi del Sud), il nome della regione assume accento e genere diversi: alb. KOSÒVO - A, f.s.; srb.: KÓSOVO, m.s. Quest'ultima accezione è maggiormente conosciuta per l'influsso esercitato dall'Accademia serba delle scienze presso i circoli culturali europei, soprattutto francesi.
A chi appartene il Kosovo?
Per la sensibilità e il diritto moderno non c'è dubbio: appartiene ai popoli che vi abitano.
La stessa costituzione autonomista dell'epoca titina (1974), cancellata da Milosevic (1989), recita esattamente che la Regione autonoma di Kosovo appartiene agli Albanesi, ai Serbi, ai Montenegrini, ai Turchi, ai Rom e alle altre nazionalità che vi abitano, le quali si autogovernano deputando i propri rappresentanti, in ragione proporzionale, negli organi politici e istituzionali.
Ma nei Balcani la sensibilità moderna, cioè la democratizzazione della vita pubblica e dei rapporti tra popoli, ha sempre stentato a manifestarsi a livello di Leadership, e lo stesso Tito, nonostante le varie costituzioni concesse nell'arco di quarant'anni, governò da autocrate: a metà tra imperatore asburgico e sultano ottomano.
La storia esercita qui un peso asservente che altrove ha cessato di avere.
Nel sec. III a.C. Roma, stanca delle imprese piratesche degli Illiri, ne occupa il territorio. Agli Illiri, S. Paolo predica il Cristianesimo nel sec. I d.C. I Serbi, con gli Slavi del Sud, si impiantano nell'Illiricum nel sec. VII d.C.
Gli Illiri, già in parte ellenizzati e quindi rimanizzati (parecchi imperatori romani sono Illirici), compressi dalle invasioni barbariche e ora dalla venuta degli Slavi, restringono la loro presenza nella zona sud (in Albania e Kosovo, e, parzialmente, nelle odierne repubbliche di Macedonia, Grecia e Montenegro).
Nel sec. XII la scrittrice bizantina Anna Comnena li cita come "Albanòi": sono i proto-Albanesi o Arbėrorė, poi Arbėreschė; (presenti tutt'ora in Calabria e Sicilia), infine Shqiptarė.
Intanto i Serbi, a seguito della missione presso gli Slavi dei Santi Cirillo e Metodio, si convertono al Cristanesimo (sec. IX) e ricevono alfabetizzazione e cultura da Bisanzio. Organizzano su base nazionale la loro chiesa e ne fanno il fulcro per la scalata a un impero che, derivando aspirazioni e registri costantinopolitani, incorona Stefano IX Uros ezar dei Serbi e dei Bulgari, dei Greci e degli Albanesi (1346).
Lo scenario di questa epopea serba è il Kosovo, che i Serbi chiamanoStara Srbìja = Vecchia Serbia. Ma la base della popolazione kosovara rimase albanese, come rimase siciliana, in Sicilia, nonostante la coeva dominazione araba.
In buona sostanza, gli Albanesi continuarono, con alterne vicende, a costituire la popolazione dominante nella regione, senza, tuttavia, esprimere la leadership politica e religiosa. Esattamente come avveniva nella Sicilia medievale e moderna.
Alla fine dell'esperienza imperiale serba, mal digerita da Costantinopoli, la regione albanese latu sensu diventa teatro di scontri asperrimi tra serbi, bulgari, bizantini, angioini, veneziani, crociati e signori albanesi.
Qualcuno comincia ad assoldare mercenari turchi (gli "Agarèni") per dar forza al proprio partito.
Lo fanno anche gli stessi Serbi! Senza tener conto degli interessati scrupoli postumi di aedi e rapsodi antislamici o degli odierni atei devoti, paladini di un cristianesimo ortodosso da loro ridotto a mero folklore, senza spirito né pietas.
Gli Ottomani, ormai liberi dal pericolo di Tamerlano, riprendono la politica di erosione dell'impero bizantino.
Insediarsi nei Balcani è per loro il miglior modo per accerchiare la seconda Roma e, infine, occuparla (1453).
Lo scontro epocale, perché segnerà per sempre la storia e i popoli dei Balcani, avviene ancora in Kosovo (1389): da una parte la coalizione cristiana perdente, (non solo Serbi, ma anche Bosniaci, Albanesi, Rumeni...), dall'altra gli Agarèni, vincitori.
Tutti i popoli balcanici avviano allora il secolare movimento di resistenza, basato sull'epico alone che circonderà i loro eroi nazionali (il principe Lazar per i serbi, Skanderbeg per gli albanesi, Hunjadi per i magiari, ecc.). I Serbi, oltre ad avere nell'autocefalia ecclesiastica e nella liturgia bizantina in lingua serba uno strumento in più a difesa dell'identità nazionale, inventano il mito del principe Lazar, prototipo di una Serbia eroica e sacrificata.
Non è chi non veda nei miti anche una funzione positiva a difesa di valori minacciati e, altrimenti, destinati a scomparire.
Per i popoli cristiani dei Balcani non fu certamente facile resistere per cinque secoli alla dominazione ottomana e alle sue pressioni di islamizzazione.
E, tuttavia, lacerti più o meno consistenti di quei popoli, accettarono, pur se con riluttanza, la religione dell'invasore assumendone a metà valori e costumanze.
Da qui la tragedia, sempre in agguato, nei Balcani: ricerca parossistica del tempo perduto, inseguimento di purezze etniche e di ortodossia della fede!
Dal Congresso di Berlino (1878) e dal ritiro della Sublime Porta dai Balcani (1912), non c'è pace per quei lacerti islamici; albanesi e bosniaci, soprattutto.
La Grecia, già maestra di civiltà, è stata anche maestra di pulizia etnica: fra le due guerre mondiali scambiò la propria popolazione turco-islamica con quella greco-ortodossa dell'Asia Minore, mentre agli Albanesi-Cami riservò la stessa sorte che la Serbia riserva agli Albanesi-Kosovari.
L'Oriente come nemesi – che si protrae dal taglio di Diocleziano, si consolida con lo scisma d'Oriente, passa per la turcocrazia e per il socialismo reale – stenta ad abbattere il muro di incomprensione della questione balcanica e interviene quasi sempre fuori tempo, lasciando consolidare pascialati pericolosi e forieri di lutti.
Ecco Milosevic che, riprendendo e animando il mito, lo cavalca per l'avventura politica della Grande Serbia, di cui si proclama paladino, quasi che la felicità del proprio popolo possa e debba fondarsi sulla rovina degli altri.
Egli sa che il popolo serbo spesso non vive i tempi reali e ne manipola abilmente leggende ricordi e attualità.
Propostosi come anti-Tito e come nuovo Lazar, Milosevic conclude in Kosovo – con la più grande tragedia del secolo, dopo la Shoah ebraica – il suo cursus dishonorum.
In quel Kosovo multietnico, dove Albanesi, saggi e dignitosi, ospitali e rispettosi degli altri, hanno fatto da cavia per l'abbrivio e per la fine della sua folle corsa.
Sarà Milosevic l'ultimo satrapo dei Balcani?
Se la Francia poté fare a meno dell'Algeria, auguro alla Serbia di trovare il suo De Gaulle.
[Il testo è pervenuto in redazione il 15 maggio 1999]

Zef Chiaramonte


Attività delle sezioni - notizie dalle regioni. «AIB Notizie», 11 (1999), n. 6, p. 16-17.
Copyright AIB, ultimo aggiornamento 1999-07-09 a cura di Gabriele Mazzitelli
URL: http://www.aib.it/aib/editoria/n11/99-06sezi.htm

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