[AIB] AIB Notizie 7/99
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Itinerari "periodici"

a cura di Elisabetta Poltronieri

Uno studio condotto in America su un largo campione di istituzioni accademiche ha valutato l'influenza della cultura professionale e della produttività scientifica dei bibliotecari in servizio presso le università sulla loro ascesa verso un impiego stabile, vale a dire di ruolo. L'articolo che ne riporta i risultati si intitola Publish or perish: a dilemma for academic librarians? ed è pubblicato su «College & research libraries» 60 (1999) n. 3, p. 232-243.
Nella vasta letteratura sull'argomento ampiamente riportata e commentata da questo studio gli autori individuano, preliminarmente agli esiti della loro indagine, alcune posizioni maturatesi a riguardo. Secondo una certa scuola di pensiero viene giudicato improprio distogliere le energie dei bibliotecari dai loro adempimenti quotidiani per indirizzarli verso la produzione di lavori che non riuscirebbero mai a soddisfare gli elevati standard di ricerca richiesti in campo accademico. I percorsi formativi seguiti dai bibliotecari non hanno previsto sufficiente familiarità con i criteri di valutazione adottati per la produzione scientifica nelle varie discipline universitarie, quegli stessi criteri assunti dai comitati accademici chiamati a pronunciarsi sui passaggi di ruolo. Da un fronte opposto, si rivendica invece anche per i bibliotecari delle università l'applicazione dei medesimi standard di selezione della letteratura scientifica validi per gli studiosi tout-court e si auspica un incoraggiamento alla ricerca, da concretizzare nella previsione di progetti di ricerca e di spazi ritagliati nell'orario di servizio per incentivare la preparazione di lavori. L'impegno nella ricerca sarebbe foriero, in tal modo, sia di vantaggi diretti per l'elevazione professionale dei bibliotecari, sollecitata a rinnovarsi e a produrre una gestione dei servizi sempre più efficace, che di positivi riflessi per il prestigio delle strutture da cui dipendono le biblioteche.
Quanto al volume dei lavori pubblicati dai bibliotecari delle università protesi a raggiungere posizioni di ruolo, la percentuale registrata per chi ha ancora pochi anni di esperienza professionale è risultata più bassa rispetto a quella rilevata per le altre professioni del mondo accademico. Tuttavia, anche se la causa più frequente di mancata promozione in ruolo va ricercata proprio nell'assenza di uno standard di pubblicazioni accettabile per i comitati accademici che valutano i bibliotecari, non sembra questa una circostanza che da sola frappone ostacoli all'acquisizione di un impiego stabile presso le università. Un'altra variabile quale la durata dei contratti di lavoro che può coincidere con un anno intero o con il solo anno accademico, e riservare quindi maggiore o minor tempo ai bibliotecari per elaborare studi, sembrerebbe da tener presente, essendo in grado di influire sulla produttività dei candidati e sulle loro opportunità di ottenere un impiego a tempo indeterminato.
Liberato il campo dalla rassegna di precedenti indagini, viene resa nota la finalità primaria dell'analisi in questione che è stata quella di sondare, nel triennio accademico 1995-1998, la percentuale di successo ottenuta negli esami di ruolo da bibliotecari impiegati presso un gran numero di biblioteche universitarie. Si è trattato di rilevare la posizione delle istituzioni accademiche di appartenenza (research, master's e doctoral institutions) in merito a: richiesta di una competenza professionale comprovata da pubblicazioni scientifiche; incoraggiamento alla crescita culturale mediante attività di ricerca; scarsa o nulla considerazione per la produzione scientifica eventualmente documentata dai bibliotecari.
I risultati hanno dato conto di un alto tasso di promozione in ruolo decretata a favore dei candidati delle biblioteche universitarie. I dati confortanti emersi da questa analisi hanno dunque fatto escludere che l'orario di lavoro tarato su quaranta ore settimanali e i contratti della durata di un intero anno possano aver trattenuto i bibliotecari dalla realizzazione di un solido curriculum professionale, anche se avvalorano la convinzione che sono i sacrifici personali ad aver caratterizzato maggiormente il loro impegno di studio. In definitiva, i fattori che frenano realmente la dedizione alla ricerca e quindi la produzione di pubblicazioni sono risultati comuni a tutte le professioni che gravitano nel mondo accademico, dal personale docente agli stessi bibliotecari che nelle università compiono la loro ascesa professionale. Non è alla mancanza di tempo che si deve imputare una scarsa o una modesta produttività, piuttosto ad uno stato di insicurezza, ad un uso non redditizio del proprio tempo e ai condizionamenti dell'ambiente di lavoro che non sempre sostiene gli sforzi di una maturazione professionale impostata sulla ricerca.
La sindrome del publish or perish, supposta e paventata, non sembra dunque realmente investire i bibliotecari delle istituzioni universitarie, o almeno non in misura maggiore che per altre fasce professionali operanti nelle facoltà accademiche. L'elisir della produttività si troverebbe racchiuso in una semplice raccomandazione: imparare a scrivere negli intervalli tra un'attività e l'altra, una tecnica provata che pare abbia demolito la comune affermazione che per scrivere e produrre risultati di valore scientifico siano indispensabili larghe risorse di tempo.
Forti del risultato secondo il quale la grande maggioranza degli studiosi produce sorprendentemente una quantità ridotta di lavori, gli autori dell'articolo sostengono inoltre che si è creata una percezione distorta delle proporzioni che deve assumere la produzione di pubblicazioni per i bibliotecari universitari interessati a un impiego strutturato. Molte istituzioni accademiche, tra l'altro, non richiedono affatto ai fini della promozione in ruolo una documentazione attestante le pubblicazioni al proprio attivo o lo svolgimento di attività di ricerca, o ne richiedono in misura ristretta. Il traguardo di una stabilità lavorativa non è quindi subordinato ad una valutazione che penalizza i bibliotecari privi di una cultura professionale alimentata sulle pubblicazioni. Resta comunque vero che i bibliotecari non hanno la tendenza a pubblicare con frequenza e che se continua a farsi strada presso i comitati accademici l'orientamento a richiedere l'attestazione delle pubblicazioni raccolte, significa che l'obiettivo sotteso è di sollecitare un impegno ancora in ombra ma decisamente essenziale per la cultura professionale.


POLTRINIERI, Elisabetta. Itinerari "periodici". «AIB Notizie», 11 (1999), n. 7, p. 16, 23.
Copyright AIB, ultimo aggiornamento 1999-07-31a cura di Gabriele Mazzitelli
URL: http://www.aib.it/aib/editoria/n11/99-07itiner.htm

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