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Il percorso bibliotecario all'interno del corso di laurea in conservazione dei beni culturali

di Simona Turbanti

Sembra opportuno aprire questo spazio fornendo qualche chiarimento circa la sua articolazione, le finalità con cui è stato ideato, il pubblico cui si rivolge.
Chi scrive ha terminato non da molto gli studi universitari, passando successivamente attraverso esperienze formative diverse, quali il servizio di volontariato presso una biblioteca pubblica, la partecipazione a un progetto di recupero catalografico, il confronto con le prove dei concorsi pubblici. Ognuna di queste tappe apporta certamente un arricchimento al curriculum personale di un giovane, ma non sempre l'interessato è a conoscenza delle caratteristiche delle singole attività, delle modalità e dei tempi di svolgimento, delle strade che una determinata scelta potrebbe aprirgli.
Una sincera voglia di essere "rubrica di servizio" e la speranza di essere sorretti dalla partecipazione di tutti guidano l'intento di questa rubrica che è proprio quello di offrire ai giovani, compagni di strada nell'intraprendere la professione bibliotecaria, un'idea più realistica possibile delle prospettive caratterizzanti il settore, e insieme la possibilità di far sentire la propria voce in merito a temi che li riguardano da vicino. Verranno fornite, inoltre, informazioni, specie di carattere pratico, difficilmente reperibili in altre fonti.
Il primo argomento che affronteremo è costituito da alcune riflessioni sul rapporto tra la preparazione universitaria offerta dal Corso di laurea in Conservazione dei beni culturali e l'impatto dei giovani laureati con il mondo lavorativo.
Innanzitutto alcuni dati riguardanti il suddetto Corso di laurea, tenendo conto delle modifiche apportate alla tabella ministeriale da ciascun ateneo italiano sulla base delle proprie esigenze e caratteristiche. Il Corso è quadriennale e si articola in tre indirizzi: archeologico, storico-artistico, archivistico-librario; devono essere sostenuti esami per un totale di 24 annualità, 5 delle quali comuni a tutti gli indirizzi, 4 specifiche del proprio indirizzo, 10 dell'area di pertinenza e 5 a libera scelta. Di norma gli esami obbligatori comuni ai tre indirizzi sono: Letteratura italiana, Letteratura latina, Linguistica generale, Geografia, due esami semestrali dell'area giuridica. All'interno dell'indirizzo di nostro interesse, ossia quello archivistico-librario, sono previsti 4 esami obbligatori di indirizzo (Storia medioevale, Storia moderna, Storia contemporanea e Paleografia latina) e 10 esami obbligatori di area all'interno delle due esistenti, quella archivistica e quella biblioteconomica; di questi ultimi almeno tre annualità devono essere proprie dell'area della documentazione. Oltre agli esami elencati, è richiesta agli studenti la conoscenza di almeno due lingue straniere. Per rendersi conto dei corsi esistenti nel ramo biblioteconomico, riportiamo alcuni insegnamenti attivati presso l'Università di Pisa nell'anno accademico corrente: Bibliografia e Biblioteconomia, Bibliologia, Teoria e tecniche della catalogazione e classificazione, Storia della stampa e dell'editoria, Storia della legatura, Conservazione del materiale librario, ecc.
Terminata questa breve panoramica, passiamo a sondare l'opinione di alcuni laureati di varie università italiane sul corso di studi appena delineato, soprattutto in rapporto all'ingresso nella sfera lavorativa. Tenteremo di capire, dunque, se e come la formazione universitaria prepari i giovani alle esperienze successive, valutando pregi e difetti di un corso di laurea recente, e forse ancora poco conosciuto.
Chiara Pilli, laureatasi presso l'Università di Udine nel marzo '97, sostiene che, durante il proprio ciclo di studi, gli unici «rapporti con il mondo del lavoro», ossia esercitazioni pratiche, esami comprendenti prove scritte, visite istruttive in biblioteche, sono avvenuti soltanto per iniziativa dei singoli docenti. Emerge, però, dalle sue parole la convinzione che si tratti di strumenti atti al raggiungimento di una formazione di tipo pratico, peraltro utile, piuttosto che di vere e proprie iniziative di orientamento al lavoro. Chiara conclude la sua riflessione con un cauto ottimismo, facendo notare come, negli ultimi due anni, l'Università di Udine si sia «messa concretamente in moto» mediante l'organizzazione di incontri orientativi rivolti agli studenti degli ultimi anni e ai laureati, in un'ottica finalizzata al perseguimento del raccordo formazione-lavoro.
L'accento delle considerazioni fatte da Chiara D'Arpa, che ha terminato in primavera gli studi presso l'Università di Viterbo, cade invece sull'impostazione troppo teorica degli insegnamenti, a causa della quale l'impatto con la dimensione lavorativa si rivela «piuttosto difficoltoso». Viene sottolineata, comunque, la presenza di interesse da parte dei docenti nei confronti dell'inserimento giovanile nel mercato, come testimoniato dalla possibilità offerta agli studenti di svolgere tirocini nelle biblioteche, corsi formativi all'estero ed esperienze di brevi collaborazioni.
Una valutazione positiva del percorso di studi, pur caratterizzato dalla carenza di esercizio pratico, ci giunge anche da Marta Rinaldi, laureatasi nell'estate del 1997 presso l'Università di Pisa. Dopo aver ribadito la necessità dell'esperienza universitaria, Marta sostiene che per entrare nel mondo del lavoro sono necessarie conoscenze e competenze acquisibili soltanto attraverso l'esperienza lavorativa stessa. Vengono da lei proposti, dunque, tre tipi di interventi che l'università potrebbe attuare per rendere più agevole il cammino dei giovani: l'incremento, innanzitutto, del numero degli esami specifici di area per permettere una più approfondita trattazione dei temi affrontati; l'istituzione di un «serio tirocinio presso biblioteche convenzionate sotto la supervisione di personale preparato»; il mantenimento, infine, dei rapporti tra l'università e i propri laureati, anche soltanto a scopo informativo, aspetto già messo in risalto da Chiara Pilli.
L'invito a dare maggiore spazio ad «applicazioni concrete del teorico» e ad indirizzare in modo più efficace gli studenti è presente nelle parole di un'altra laureata in Conservazione dei beni culturali presso l'Università di Pisa, Michela Corsini, la quale evidenzia, inoltre, l'importanza che ha rivestito lo studio "diretto" del materiale durante la preparazione della propria tesi di laurea.
Ancora una conferma, dunque, dell'esigenza di mettere in pratica le nozioni acquisite a lezione e tra le pagine dei manuali ai fini di una professionalità non soltanto teorica, quanto mai indispensabile in un ambiente lavorativo come quello bibliotecario, come pure della necessità di un efficace servizio di orientamento al mondo lavorativo.
Dalla lettura dei contributi riportati risulta, in conclusione, una valutazione senz'altro incoraggiante della preparazione accademica offerta ai laureati del settore, la quale dovrebbe abbracciare, però, maggiori iniziative nelle due direzioni indicate sopra.
Nel prossimo articolo raccoglieremo le considerazioni di alcuni docenti universitari di discipline biblioteconomiche, cercando di metterle a raffronto con le opinioni e i suggerimenti espressi in questa prima parte della riflessione, in modo tale da costruire un quadro più completo dei pregi, dei limiti e dei possibili sviluppi futuri di questo corso di studi.


TURBANTI, Simona. Il percorso bibliotecario all'interno del corso di laurea in conservazione dei beni culturali. «AIB Notizie», 11 (1999), n. 11, p. 14-15.
La seconda parte è pubblicata su «AIB Notizie», 12 (2000), n. 3.
Copyright AIB, ultimo aggiornamento 2000-05-27 a cura di Gabriele Mazzitelli
URL: http://www.aib.it/aib/editoria/n11/99-11turbanti.htm

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