[AIB]AIB Notizie 3/2000
AIB-WEB | AIB Notizie | Sommario fascicolo 3/2000

Il percorso bibliotecario all'interno del Corso di laurea in Conservazione dei beni culturali (2a parte)

di Simona Turbanti

Come preannunciato nel precedente articolo, passeremo in rassegna le opinioni di alcuni docenti di discipline biblioteconomiche sul percorso di studi oggetto della nostra riflessione, in modo da completare il quadro emergente dai contributi dei laureati intervistati, e verificare in qualche modo l'eventuale esistenza di un riscontro tra i pareri, le critiche e le aspettative delle due "parti" coinvolte.
Abbiamo sottoposto alcune domande al prof. Giovanni Solimine e al prof. Alberto Petrucciani, entrambi docenti ordinari di Biblioteconomia, rispettivamente presso l'Università degli studi della Tuscia e l'Università degli studi di Pisa, i quali si sono resi disponibili per esprimere, sulla base dell'esperienza personale, le proprie considerazioni sugli argomenti proposti.Iniziamo, dunque, con l'intervista rilasciata dal prof. Solimine.

D.: Come giudica la preparazione offerta agli studenti del percorso di studi biblioteconomico all'interno del Corso di laurea in Conservazione dei beni culturali?
R.: Debbo dire che forse la cosa meno riuscita di questi corsi di laurea è... la loro denominazione, sia perché in effetti la conservazione è forse la cosa che si insegna meno di tutte, sia perché lo stesso riferimento al mondo dei beni culturali mi sembra francamente riduttivo.
Basta guardare ai percorsi formativi che la Facoltà propone agli studenti: pur con un organico molto ristretto per la nostra area disciplinare (due professori e due ricercatori), ma utilizzando molto lo strumento dei contratti (e riuscendo così a coinvolgere anche studiosi esterni e bibliotecari molto stimati nel mondo della professione), presso l'Università della Tuscia sono attivati - oltre alle materie generali e formative - gli insegnamenti di Archiveconomia, Archivistica generale e storia degli archivi, Archivistica speciale, Bibliografia, Bibliologia, Biblioteconomia, Biologia applicata ai beni culturali, Chimica dell'ambiente, Chimica del restauro, Codicologia, Complementi di chimica, Complementi di fisica, Diplomatica, Elementi di informatica, Informatica documentale, Legislazione dei beni culturali, Legislazione internazionale e comparata dei beni culturali, Paleografia latina, Papirologia, Restauro del libro, Storia del libro e della stampa, Storia dell'editoria e del commercio librario, Storia dell'incisione e della decorazione del libro, Storia della legatura, Storia delle biblioteche, Tecniche per le basi dati bibliografiche e documentali, Teoria e tecniche della catalogazione e classificazione. Gli studenti sostengono almeno una quindicina di esami in queste discipline, spesso biennalizzandone due o tre.
D.: Le sembra che ai laureati del settore vengano forniti gli strumenti e le competenze necessarie all'acquisizione di una professionalità e all'immissione nel mondo del lavoro?
R.: Non dovrei essere io a rispondere: forse questa domanda andrebbe rivolta agli allievi e agli ex allievi dell'Università della Tuscia. Noto con soddisfazione che quasi tutti si sono inseriti, alcuni addirittura iniziando a lavorare prima della laurea. In alcuni casi gli stages si sono trasformati in vere e proprie occupazioni, molti effettuano prestazioni professionali a contratto, altri hanno costituito delle cooperative, e qualcuno riesce anche a "piazzarsi" bene nei concorsi che per fortuna cominciano ad essere banditi. Va anche rilevato che i nomi dei nostri ex allievi figurano ormai con una certa frequenza nella letteratura professionale.
Mi interessa infine sottolineare un aspetto: molti lavorano in centri di documentazione o in genere in settori contigui alle biblioteche (redazioni televisive, aziende di software, enti di formazione). Per molti di loro non si tratta di un ripiego, ma di uno sbocco quasi naturale, che mi pare dimostri due cose: da una parte, una certa flessibilità ed una impostazione ad ampio raggio maturata dai nostri laureati nel corso degli studi, e, dall'altra, il fatto che ormai il profilo professionale si configura in molti casi come "specialista nella gestione e nel trattamento dell'informazione e dei documenti".
Sicuramente questo è il risultato di un'offerta didattica piuttosto ampia e variegata, come abbiamo visto: in ciò siamo sicuramente favoriti dal fatto che il nostro non è un corso di laurea nato come appendice di una Facoltà di Lettere, ma incardinato in una Facoltà di Conservazione dei beni culturali.
D.: L'Università italiana per tradizione tende a privilegiare l'aspetto teorico della formazione a scapito, probabilmente, delle applicazioni pratiche: in che modo pensa che potrebbe essere colmata questa "carenza", specie in discipline quali la biblioteconomia che necessitano più di altre dell'esercizio pratico?
R.: Sicuramente questa carenza esiste e non ho difficoltà ad ammettere che bisognerebbe fare molto di più, però farei molta attenzione a denunciarla in modo semplicistico. Non vorrei che si corresse il rischio di trasformare l'università in una scuola di formazione professionale. Il nostro scopo non è quello di fornire agli studenti solo una abilità nella applicazione delle tecniche, bensì quello di formare dei professionisti pienamente consapevoli delle "ragioni" su cui si fondano le tecniche, capaci di utilizzarle, ma anche di farle evolvere e di dar vita ad elaborazioni nuove, alla luce delle esperienze che sapranno maturare sul campo.
Uno dei difetti dei bibliotecari italiani è sempre stato quello di enfatizzare le tecniche, divenendo così schiavi del tecnicismo e credo che lo studio universitario della biblioteconomia debba favorire il superamento di questo atteggiamento. Forse un mestiere diventa professione proprio quando riesce a fare questo salto di qualità.
D.: Potrebbe illustrarci e commentarci l'esperienza degli stages indirizzati a studenti in rapporto a tale esigenza di pratica?
R.: Abbiamo attivato alcune convenzioni per il tirocinio presso biblioteche, archivi, centri di documentazione, uffici provinciali e regionali. In questo modo oltre trenta studenti all'anno possono svolgere un periodo di applicazione, che a seconda dei casi varia da 4 a 6 mesi. Per quanto si sia cercato di garantire un impiego dei tirocinanti in strutture che funzionino a pieno regime ed in attività qualificanti, a volte abbiamo dovuto constatare che essi venivano sottoutilizzati e addetti a lavori poco stimolanti.
Mediamente il giudizio è positivo, e ciò è confermato dal fatto che quest'anno quasi una quindicina di allievi ha chiesto di prolungare o ripetere il tirocinio. Dovremmo fare di più per regolamentare meglio il tirocinio, renderlo obbligatorio e dare ad esso un riconoscimento formale.
In altri casi gli studenti vengono coinvolti in lavori previsti da convenzioni che sono state stipulate con vari enti per il riordino di fondi librari o archivistici, per la conduzione di indagini e per altre attività di ricerca.
Recentemente abbiamo fatto un accordo Socrates per lo scambio di studenti con l'Università di Brighton e attualmente stiamo lavorando ad un altro accordo analogo con la Scuola di biblioteconomia di Potsdam.
D.: Riterrebbe utile l'organizzazione da parte dell'università di un servizio di orientamento al mondo lavorativo, rivolto agli studenti dell'ultimo anno, ai laureandi e ai neo-laureati?
R.: Sarebbe senz'altro molto importante. Nella università in cui lavoro siamo sicuramente in ritardo da questo punto di vista, però facciamo questa attività di orientamento, anche se in modo informale: manteniamo i contatti con i nostri laureati, segnaliamo loro alcune occasioni di lavoro, favoriamo in vario modo il loro inserimento nel mondo delle biblioteche e dei servizi di documentazione. Talvolta ci vengono richiesti nominativi di studenti o laureati da avviare al lavoro. E i risultati cominciano a vedersi.

Al prof. Petrucciani abbiamo rivolto le domande riportate nell'intervista precedente, presentate nel medesimo ordine. Come si noterà, in alcuni casi, data la logica concatenazione dei quesiti, un'unica risposta ha finito per esaurire due interrogativi successivi.
R.: La preparazione offerta dai corsi di laurea in Conservazione dei beni culturali mi sembra buona, se lo studente segue tutti gli insegnamenti specifici previsti (Biblioteconomia, Bibliografia, Bibliologia, Catalogazione, Conservazione, Storia del libro, Informatica ecc.), e naturalmente se questi sono effettivamente attivati e impartiti da docenti realmente competenti. Lo spazio e spesso il peso eccessivo degli insegnamenti da "liceo-bis" (Italiano, Latino, Storia, Geografia ecc.) e la mancanza di insegnamenti di area economico-sociale sbilanciano un po' la preparazione, ma l'impatto col mondo del lavoro conferma che, nella maggior parte dei casi, i nostri laureati hanno i mezzi per inserirsi rapidamente e positivamente sia nel mondo delle biblioteche che in altri settori in cui si trattino informazioni.
R.: Indubbiamente la tradizione umanistica disinteressata se non ostile al confronto con la pratica è forte, ma secondo la mia esperienza la risposta va cercata in primo luogo nell'approccio alla materia stessa, studiata nel confronto continuo fra teorie e situazioni reali dal punto di vista del professionista, che dovrà occuparsi essenzialmente di analizzare e risolvere problemi. Naturalmente conta anche la possibilità di fare esercitazioni pratiche e soprattutto la possibilità per gli studenti di utilizzare, per proprio conto, servizi e attrezzature di buon livello e tecnologicamente aggiornati. Ma la varietà dei compiti che si troveranno a svolgere e la rapidità di mutamento dei metodi e delle tecniche sono tali che, a mio parere, serve molto di più, per il futuro, aver imparato ad affrontare professionalmente problemi nuovi e diversi piuttosto che aver consolidato un'esperienza pratica in attività tradizionali.
R.: A Pisa non abbiamo una esperienza sistematica di stages, ma l'università ha raccolto subito le opportunità di tirocinio aperte dal decreto 25 marzo 1998 del Ministero del lavoro, stipulando varie convenzioni e costituendo un apposito ufficio. Nel nostro campo non abbiamo ancora utilizzato questa possibilità ma contiamo di farlo in futuro; stiamo anche pensando a tirocini formalizzati nelle biblioteche dell'Ateneo, sulla base di una definizione di standard minimi di professionalità e di servizi ed utilizzando il nuovo sistema dei crediti formativi. In attesa di questi sviluppi, indirizziamo i laureati alle opportunità di tirocinio e volontariato offerte dalle biblioteche statali (Universitaria di Pisa e Nazionale di Firenze) e da alcune biblioteche comunali del territorio. Le relazioni informali che abbiamo con molte istituzioni bibliotecarie ci hanno fin qui consentito di offrire a laureati e laureandi interessanti occasioni di tirocinio, per esempio alla Nazionale di Firenze e all'Istituto Universitario Europeo, che hanno dato risultati molto positivi per la loro crescita professionale favorendo anche successive opportunità di lavoro vero e proprio.
Sicuramente sarebbe utile un'attività più sistematica di orientamento, che richiede tempo e quindi maggiori risorse umane. Tuttavia nella mia esperienza, per un campo come il nostro che è molto specializzato e riguarda un piccolo numero di laureati ogni anno, la risorsa più importante sono le conoscenze e relazioni informali, che aiutano ad indirizzare ogni giovane alle opportunità più appropriate al suo caso.

Ci sembra di capire, quindi, che una delle esigenze maggiormente avvertite dai giovani laureati in discipline biblioteconomiche, vale a dire l'esercizio della pratica, sia condivisa anche dai docenti universitari, pur con un peso e una rilevanza diversi, che riflettono visioni del problema maturate in stadi successivi di crescita professionale. Non a caso i laureati al primo impatto con la realtà bibliotecaria si sentono quasi impreparati ad affrontare l'aspetto più tecnico ma anche più quotidiano e tradizionale del lavoro in biblioteca, considerato dai docenti una componente non così essenziale della formazione universitaria, il cui scopo principale è da cercarsi nell'acquisizione di una forma mentis, e non di un'abilità empirica fine a se stessa.
Dalle interviste raccolte in questo e nel precedente articolo emerge, inoltre, l'importanza del servizio di orientamento al mondo lavorativo indirizzato a studenti e neo-laureati, condotto finora quasi esclusivamente grazie all'iniziativa di singoli professori con esiti positivi, talvolta addirittura "risolutivi", per un fruttuoso inserimento dei giovani nella professione.
Vorremmo concludere augurandoci che il contributo sull'argomento, pur nella sua sommarietà, riesca ad offrire agli interessati spunti di riflessione, dai quali derivino osservazioni, richieste, suggerimenti utili allo sviluppo di questo nostro "punto d'incontro".


TURBANTI, Simona. Il percorso bibliotecario all'interno del Corso di laurea in Conservazione dei beni culturali (2a parte). «AIB Notizie», 12 (2000), n. 3, p. 12-13.
La prima parte è pubblicata su «AIB Notizie», 11 (1999), n. 11.
Copyright AIB, ultimo aggiornamento 00-05-27 a cura di Gabriele Mazzitelli
URL: http://www.aib.it/aib/editoria/n12/00-03turbanti.htm

AIB-WEB | AIB Notizie | Sommario fascicolo 3/2000