[AIB]AIB Notizie 9/2001
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Identità e funzioni
della biblioteca digitale italiana


di Fabio Di Giammarco

Il XLVIII Congresso nazionale AIB ha dedicato una delle sue sessioni ad un tema di stretta attualità: "'Identità e funzioni della biblioteca digitale italiana". L'incontro, svoltosi giovedì 4 ottobre e presieduto da Giovanni Bergamin (coordinatore della Commissione nazionale Servizi e biblioteche nazionali) davanti ad una platea numerosa e attenta (a riprova del grande interesse suscitato dall'argomento) ha visto il susseguirsi di una serie d'interventi che ha offerto un contributo d'informazione, chiarezza e stimolante critica ad un dibattito, da tempo in corso, sia intorno al progetto nazionale di Biblioteca digitale italiana (avviato dal Ministero per i beni e le attività culturali) che sulle politiche di gestione delle risorse digitali.
I lavori sono stati aperti da Maurizio Longhi (DG INFSO - Cultural Heritage Applications) che dal suo osservatorio europeo si è soffermato sul ruolo fondamentale svolto dalla Commissione nel coordinare lo sforzo dei 15 paesi membri verso la realizzazione di un comune patrimonio di collezioni digitali. Riferendosi poi alle conclusioni del Meeting di Londra del giugno 2001, che ha riaffermato l'unicità del patrimonio culturale europeo e l'importanza di incrementarne la versione digitale, ha indicato, sul piano dell'azione concreta, quattro punti: 1) Coordinamento delle politiche nazionali; 2) Attenzione alla collezioni digitali; 3) Importanza degli standard di digitalizzazione; 4) Impegno per la qualità e usabilità dei siti Web istituzionali che forniscono servizi alla collettività.
Con il secondo intervento, quello di Tommaso Giordano dell'Istituto universitario europeo, si è passati dall'aspetto generale del "concerto europeo" a quello "particolare" di dare un'identità alla biblioteca digitale. Bergamin ha posto al relatore la seguente domanda: quali sono i "paletti" per identificare e limitare concettualmente la biblioteca digitale? La risposta di Giordano è stata a dir poco stupefacente: la biblioteca digitale non esiste. Non esiste, ha continuato, perché quello che più conta ed identifica la biblioteca sono i contenuti e i destinatari del servizio (gli utenti), mentre i supporti attraverso i quali vengono veicolati tali contenuti sono meno importati, anche se, come nel caso in questione, uno di essi è frutto di quella rivoluzione tecnologica che sta cambiando il mondo, cioè il digitale. Insomma, i famosi "paletti" sono i contenuti, i destinatari e il progetto culturale che dovrebbe star dietro ad ogni politica bibliotecaria: la valorizzazione del patrimonio, il libero accesso, un'offerta culturale autonoma rispetto alle imposizioni del mercato. Tuttavia, fuori di "paradosso", Giordano ha espresso anche la convinzione che un progetto nazionale di biblioteca digitale deve puntare su un programma a lungo termine capace di coinvolgere soggetti diversi tra loro, il tutto all'interno di un sistema distribuito assolutamente privo di un centro burocratico.
Uno dei problemi più spinosi nella costituzione delle biblioteche digitali riguarda l'incertezza su chi si dovrà assumere l'onere dell'archiviazione a lungo termine dei documenti elettronici, e con quali mezzi poi realizzarla. L'intervento di Anna Maria Mandillo dell'Istituto centrale per il catalogo unico ha tentato di fornire una risposta alla scottante questione addentrandosi nel rapporto tra nuova legge sul deposito legale e la biblioteca digitale. Ha prospettato come il "cronico" ritardo italiano (la legge sul deposito è del 1939! E sono anni che si aspetta pazientemente la nuova) possa, in questo caso, trasformarsi in un insperato vantaggio. Infatti, con l'avvento delle tecnologie digitali la nuova legge in itinere, ha la grande occasione di affrontare due questioni essenziali: l'acquisizione dei documenti digitali diffusi in rete per la loro conservazione nel tempo e garantire l'accesso a questi documenti trovando un giusto compromesso tra diritti degli autori e i diritti degli utenti. La Mandillo ha, infine, indicato nelle biblioteche nazionali le depositarie di quelle nuove competenze digitali che la rinnovata legge sul deposito legale dovrebbe istituire, a patto però di dotarle, per tempo, di tutte le tecnologie e le professionalità del caso.
Con la relazione di Maurizio Messina della Biblioteca Marciana di Venezia si è, invece, posto l'interrogativo sul modello organizzativo da adottare per il nascente "progetto nazionale di biblioteca digitale". Messina non ha avuto dubbi nell'indicare il modello distribuito, imposto, a suo dire, da una constatazione inoppugnabile: la biblioteca digitale nazionale "di fatto" è in fase già avanzata a prescindere da quella "di diritto" di cui, per adesso, solo si parla. Per questa ragione è necessario prevedere un sistema distribuito che coinvolga gli attori già sulla scena, ossia archivi, musei, università, autonomie locali, che attraverso una Biblioteca nazionale digitale basata su determinati standard comuni potrebbero proficuamente scambiarsi prodotti e servizi. A tal fine, ha concluso Messina, gli aspetti tecnologici ai quali prestare la massima attenzione dovrebbero essere: la questione dei metadati e la realizzazione di un catalogo generale di tutti gli oggetti digitali presenti in rete.
Il tema centrale della trasformazione dei contenuti, proprio della rivoluzione digitale, in un formato universale decodificabile e manipolabile attraverso le nuove tecnologie informatiche è stato toccato da Lalla Sotgiu direttore della Discoteca di Stato di Roma, e cioè di un Istituto che da sempre si occupa della conservazione e trattamento delle memorie, "alternative al testo scritto": in altre parole dei documenti sonori. Protagonista, in un certo senso, dell'intervento è stato Napster, noto programma per lo scambio di musica tramite Internet. Citato sia come esempio, di grande successo, di nuova modalità per la diffusione di contenuti digitali ma anche come fonte di tutta una serie di problematiche, in particolare: la spinosissima questione del copyright. Da qui, il discorso della Sotgiu si è allargato alle possibilità che la "rivoluzione digitale dei contenuti" può schiudere per gli enti pubblici lesti nel coglierla, e capaci di realizzare progetti "trasversali" in grado di offrire nuovi servizi ad un pubblico sempre più "tecnologicamente" esigente.
Il ritardo italiano sulla biblioteca digitale, si sa, è questione annosa. In Europa e negli Stati Uniti le prime iniziative, progetti e programmi risalgono addirittura agli anni Ottanta. In questo contesto va inserito l'intervento di Laura Tallandini dell'Università di Padova basato, sostanzialmente, sul seguente interrogativo: perché nel tentativo di dare un'identità, di definire le funzioni della futura Biblioteca Digitale Italiana non guardarci intorno? E considerare le tante esperienze esistenti e già ben collaudate? In particolare, la Tallandini ha proposto come modello il sistema DNER (Distributed National Electronic Resource): progetto nazionale anglosassone finalizzato a creare un sistema integrato di risorse informative digitali (libri, periodici, abstract, mappe, immagini, suoni) e di supporti di servizio (strumenti per l'apprendimento e la formazione degli utenti, interfacce di ricerca ecc.). Modello che, tra l'altro, sembrerebbe accordarsi con la maggior parte delle opinioni sulla fisionomia futura del progetto di BDI.
L'intervento di Valdo Pasqui dell'Università di Firenze ha, invece, avuto il merito di mettere in evidenza la duplicità delle funzioni della biblioteca digitale: non soltanto strumento per la digitalizzazione dei contenuti ma anche luogo deputato alla fruizione di "oggetti digitali". A tal proposito ha spostato l'attenzione su un interessante modello proveniente dal mondo accademico: l'OAI (Open Archives Initiative), progetto nato nel 1999 e mirante all'integrazione degli archivi esistenti e all'interoperabilità attraverso l'adozione di criteri comuni di descrizione e di estrazione di dati. OAI rappresenta un esempio di come sia possibile lavorare alla creazione di quell'unico ambiente informativo che è poi il traguardo per eccellenza di ogni progetto di biblioteca digitale.
Federico Valacchi dell'Università della Calabria ha portato nell'incontro una voce diversa ma importante, quella degli archivi. Nel suo intervento ha spiegato come le nuove tecnologie telematiche potrebbero, finalmente, compiere il miracolo di riavvicinare se non integrare i settori archivistici e bibliotecari. Infatti, malgrado la refrattarietà del mondo archivistico ai cambiamenti, l'informatizzazione può schiudere nuovi scenari, ed ha indicato come nuova frontiera telematica dell'archivio il "sito Web": nuovo strumento di localizzazione ed in una fase successiva di produzione di documenti in formato digitale. Infine ha concluso indicando quale sarà la "scommessa" degli archivi nell'era del digitale: continuare a perseguire i loro obiettivi secondo specifiche modalità di lavoro, ma nello stesso tempo, essere anche capaci di trasferire i risultati al di fuori dello specifico contesto di riferimento, possibilmente nel grande ambiente informativo della futura BDI.
Infine, da Claudio Lembroni della Provincia di Ravenna è giunto un contributo fondamentale per gettare luce su un altro problema fondamentale: l'impatto della biblioteca digitale sui vecchi sistemi d'organizzazione interni ed esterni alla biblioteca tradizionale. Il progetto di BDI, secondo Lembroni, non dev'essere un'operazione di maquillage tecnologico, bensì un'opportunità per ripensare l'organizzazione, la struttura interna, del sistema biblioteca e, nello stesso tempo, riprogettare la sua "missione" esterna: il che significa attrezzarsi per agire in un nuovo spazio informativo digitale dove gestire relazioni con altri attori (musei, archivi ecc.) per produrre risposte esaurienti alle molteplici richieste degli utenti. Non è poi mancato nel prosieguo dell'intervento uno spunto critico riguardo le prime iniziative di digitalizzazione annunciate nell'ambito del progetto nazionale di BDI. Si è chiesto Lembroni: ci siamo prima domandati quali risorse digitali interessano veramente agli utenti? E ancora: non sarebbe il caso di smaltire prima l'enorme pregresso ancora ignoto al catalogo elettronico o addirittura mai catalogato? Interrogativi non di poco conto, che non possono che arricchire un dibattito sulla biblioteca digitale italiana che si preannuncia, sin da queste prime battute, difficile, combattuto, ma sicuramente appassionante.


DI GIAMMARCO, Fabio. Identità e funzioni della biblioteca digitale italiana. «AIB Notizie», 13 (2001), n. 9, p. 12-13.
Copyright AIB, ultimo aggiornamento 2001-11-05 a cura di Franco Nasella
URL: http://www.aib.it/aib/editoria/n13/01-09digiamma.htm

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