[AIB]AIB Notizie 2/2002
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Le biblioteche e il mercato antiquario: sguardo da un altro pianeta


di Fabio Massimo Bertolo

Il collezionismo librario e il volume di attività commerciali intorno a tale settore rappresentano una fetta non trascurabile del mercato antiquario in Italia. Gli ultimissimi dati relativi al 2001 parlano di un incremento del 6,3% rispetto al 2000, secondo soltanto alla crescita del settore dei dipinti e disegni antichi. In un'annata come quella appena trascorsa, segnata da eventi internazionali di eccezionale impatto emotivo, la tenuta del mercato antiquario in generale e, in particolare, di alcuni settori, denota uno straordinario stato di salute del collezionismo nostrano. I dati qui citati si riferiscono ai risultati ufficiali presentati a consuntivo dalle maggiori case d'asta operanti in Italia (Christie's, Sotheby's, Finarte e Semenzato) e non tiene conto dunque della capillare diffusione di librerie antiquarie specializzate sparse in tutto il territorio nazionale (oltre 500 quelle censite dal benemerito Messina nella sua Guida ragionata alle librerie antiquarie e d'occasione d'Italia, Roma: Se.No, 2000).
Le mie considerazioni partono dunque da una prospettiva forse viziata all'origine perché non tenente conto della diffusa propensione al collezionismo librario che trova i suoi canali di commercializzazione lontano dal mondo delle aste, nel silenzio riflessivo di un discreto studio bibliografico dove il rapporto con il libro (e il suo intermediario) si fa intimità solidale e complice, prima di giungere - se mai vi giungerà - al "clamore" di una vendita all'incanto.
Se vogliamo ripercorrere a ritroso la storia di ogni raccolta libraria dovremmo muoverci in un territorio spesso oscuro, radicato com'è in una passione generosa quanto ben poco condivisibile e comunicabile ad altri. Sembra banale dirlo, ma quasi mai il collezionismo librario muove da intenti di natura economica: troppo difficile raccogliere libri per investire somme di denaro in attesa di futuri ricavi cospicui, troppo difficile conservarli correttamente, troppo difficile trovare i canali giusti per alienare le collezioni faticosamente messe assieme in una vita intera. Eppure di collezionismo librario vive da sempre il mercato antiquario e non sarà un caso che la più antica casa d'aste abbia iniziato la sua attività proprio con una vendita di libri nella prima metà del Settecento. Ogni raccolta nasconde dunque in sé la cifra inconfondibile del collezionista che l'ha messa insieme, come ogni biblioteca che si rispetti riflette l'anima e la passione di chi l'ha costituita; dunque non vi è nulla di più personale e proprio, ma è comunque possibile ritrovare un comune denominatore o una regula universale che dia la misura di una logica del raccogliere?
Facendo questo mestiere da alcuni anni, benché di provenienza universitaria e non commerciale, ho compreso da subito la grande passione che muove i collezionisti di libri, ognuno con le sue piccole manie e particolarità. La più folta schiera milita sotto la bandiera del collezionismo di storia e cultura locale, ricercando indietro nel tempo opere che illustrino la propria terra, la storia, i costumi e le ricchezze artistiche. Proprio alla storia locale era dedicata una delle sezioni più consistenti della Biblioteca di Giannalisa Feltrinelli, venduta all'asta a Roma nel 1998: oltre 600 lotti, per circa 1000 volumi a stampa e svariati manoscritti, tutti inerenti l'Italia delle regioni dal medioevo al Risorgimento, presentati in vendita in rigoroso ordine regionale e alfabetico per autore. Il risultato fu straordinario: 100% di venduto per circa due miliardi complessivi, con un incredibile afflusso di compratori da ogni dove.
Risultati ancora eccellenti si sono ottenuti la scorsa stagione con la vendita di una bella collezione di libri di storia veneta, circa 200 lotti per complessivi 400 volumi, tutti particolarmente selezionati e raccolti in oltre trent'anni di ricerche; questo genere di collezioni, oltre a dare un'idea chiara del gusto e della preparazione del raccoglitore, riesce anche a raggiungere incoraggianti risultati di vendita perché mirato e ben circoscritto a un ambito di raccolta non immenso e teoricamente completabile. Se una regola posso trarre dall'esperienza sin qui maturata, direi che la scelta del soggetto di una collezione dovrebbe muovere da questi presupposti:
1) seguire il gusto e la passione personale, senza del quale non si crea alcuna collezione e si finisce per dilapidare fortune inutilmente;
2) individuare un soggetto circoscrivibile, del quale si possiede magari anche un'esaustiva bibliografia che possa fungere da punto di riferimento costante;
3) operare una scelta di campo commisurata alle proprie possibilità finanziarie, ovvero meglio raccogliere bene ed in modo esauriente libri di un determinato settore piuttosto che lanciarsi in collezioni ambiziose ben sapendo che risultano irraggiungibili per le nostre tasche;
4) selezionare sempre con la massima cura gli esemplari, magari aspettando di trovarne di migliori piuttosto che acquistarne di scadenti (e questa sarà garanzia certa anche di futura vendibilità della raccolta);
5) analizzare il mercato del genere prescelto, consultando cataloghi antiquari, vendite in asta e siti Internet, per cercare di capire il livello di fattibilità della progettata collezione (inutile raccogliere libri rarissimi, se non per coltivare costanti frustrazioni);
6) farsi seguire, in una prima fase, da amici collezionisti più maturi o da librai di fiducia, perché possano indirizzarci nelle scelte e suggerirci gli errori da evitare.
Molte di queste regole sono banalmente dettate dal buon senso, ma l'esperienza di chi ci precede alle volte funziona meglio di qualsiasi formulario per cui mi sentirei di indirizzare chiunque verso persone di fiducia - da scegliere con cura - affinché possano seguire i primi passi di una collezione. Poi la strada va percorsa da soli, sbagliando e ricominciando laddove sia inevitabile farlo; mai fare passi più lunghi delle proprie gambe, ovvero impegnarsi in acquisti al di fuori delle proprie possibilità perché potrebbe gettare discredito sulla propria fama di collezionisti. È un mondo piccolo quello del collezionismo librario, dove tutti bene o male finiscono per conoscersi almeno ad un certo livello e dove la fiducia reciproca è ancora alla base degli stessi rapporti commerciali, per cui è necessario conservare una propria dignità e reputazione evitando accuratamente i passi falsi.
Indicare quali generi di raccolte trainino il mercato, oltre al consolidato settore della storia locale segnalato sopra, non è cosa facile vista la varietà di presupposti da cui muovono le schiere di collezionisti. Vi sono però alcuni ambiti particolarmente favoriti da una consolidata tradizione di collezionismo, che anche in questi ultimi anni hanno visto proliferare il numero di appassionati. Il libro scientifico da un lato, quello illustrato dall'altro, in particolare gli atlanti, i libri di viaggio e i testi di botanica, costituiscono settori solidi di collezionismo, le cui quotazioni appaiono in sicura crescita anche per effetto della ventata neopositivista di fine millennio. Sono opere di respiro internazionale, spesso con un mercato che va ben oltre i confini nazionali con vendite consistenti soprattutto in America laddove neo-collezionisti arricchitisi con i ricavi della new economy si sono messi a collezionare i testi chiave del pensiero scientifico moderno. Sempre più in quest'ottica diverrà rilevante il numero di collezionisti di opere del Novecento, e non mi riferisco tanto ai grandi romanzi o alle raccolte poetiche dei premi nobel quanto piuttosto a tutti quei testi fondamentali per discipline nate o radicalmente rivoluzionate nel XX secolo (psicanalisi, critica storica, astronomia, fisica, chimica, informatica ecc.) che hanno segnato il nostro pensiero moderno e quello delle generazioni che verranno. Sono spesso pubblicazioni di basso profilo editoriale, scommesse con il futuro che hanno il pregio della rarità unito all'appeal culturale (quelle opere che il mondo anglosassone cataloga sotto la sigla PMM dal fondamentale volume-catalogo Printing and the mind of man). In questi ambiti la ricerca del collezionista diventa pura esplorazione di territori sconosciuti, verso opere che solo il cercatore di pepite d'oro sa riconoscere e rivalutare, mediante un procedimento maieutico di estrazione del loro peculiare valore in un contesto che va ogni volta definito. Ogni collezionista sa che la lista di libri rari per ogni categoria può essere continuamente accresciuta di generazione in generazione, tutto sta riuscire a calarsi nella prospettiva storica di un determinato settore sondando tutti gli innumerevoli percorsi che si aprono dinanzi.
La biblioteca ideale del collezionista maturo non è quella formata da tutti i libri più o meno noti sull'argomento ma quella ancora da costituire sulle base delle scoperte e aggiunte che ciascuno saprà fare alla propria lista base. In tal senso, quando le grandi collezioni appaiono sul mercato con la loro spesso strabiliante vastità (penso alla immensa Norman Library di opere di medicina e scientifiche, venduta sempre nel 1998) finiscono per segnare un punto fermo nello sviluppo del settore, tanto da divenire strumenti di lavoro per chi intenda avviare nuove raccolte del genere.
Strumenti solo per nuovi collezionisti o anche per gli addetti ai lavori che mi hanno gentilmente qui ospitato? Se fossi un navigato imbonitore a questo punto dovrei esclamare un sonante "Udite gente udite!" cosa ha da dire il nostro incantatore (nel senso di venditore di libri all'incanto...); più modestamente credo sia giunto il momento di spendere due parole sul possibile/auspicabile rapporto tra biblioteche e mercato antiquario, sempre nell'ottica di chi guarda le cose da una casa d'aste. Rammento una piacevole conversazione con il mio maestro Conor Fahy, cui devo la mia iniziazione parecchi anni fa alla Textual bibliography (la nostra Bibliologia ovvero Filologia dei testi a stampa), circa il proficuo scambio di idee tra collezionisti, bibliotecari, studiosi universitari, librai antiquari ed esperti di case d'asta che agli inizi del secolo diede origine a Londra ai primi seri studi sul libro a stampa; erano fondamentalmente riunioni di circoli di bibliofili cui avevano libero accesso personaggi di altre categorie professionali, tutti comunque accomunati da un interesse intorno al libro a stampa, e nel confronto proprio nato dalle diverse prospettive si gettavano i germi di una nuova disciplina destinata ad influenzare - in Inghilterra prima, quindi nel continente - gli studi storici e non solo. Questo intreccio di differenti professionalità non veniva avvertito come pericolosa invasione nei campi altrui ma come reale proficuo scambio di idee intorno ad un oggetto comune, per capirlo meglio, descriverlo meglio, catalogarlo meglio e non ultimo venderlo meglio. Sono riflessioni non nuove, me ne rendo conto, ma ancora non mi pare che in Italia abbiano spalancato davvero nuovi orizzonti. La mia prospettiva di studioso ancora legato all'università mi consente di rilevare come tanti pregiudizi siano tuttora tanto radicati da non permettere un reale franco scambio di opinioni in materia... eppure non ho mai imparato tanto sui libri e su quel che dicono i libri come in questi anni di consulenza alla Christie's.
Una casa d'aste vive del lavoro di esperti che debbono saper valorizzare al massimo il patrimonio culturale di opere d'arte che viene loro affidato per ottenere il massimo risultato economico in termini di vendita; le due cose non sono disgiunte ma strettamente correlate, tanto che spesso si arriva ad affermare (molti clienti me lo hanno ripetuto in più occasioni) che non si vende tanto il libro quanto la scheda che lo descrive. In che termini? Qui subentra una differenza sostanziale tra chi si accontenta di catalogare ad un livello minimo i lotti presentati (molti librar antiquari ma anche case d'asta affermate) e chi invece cerca di far risaltare quel valore aggiunto che ogni libro di pregio contiene in sé. È un parere personale il mio, ma l'esperienza degli ultimi anni mi insegna a voler privilegiare sempre la precisione di descrizione accompagnata da un calibrato commento sull'importanza dell'edizione inserita nel contesto di cui è parte, che può voler dire la produzione di quel determinato tipografo, della città luogo di stampa, del genere di riferimento, del corpus dell'autore ecc. Di ogni libro bisognerebbe far risaltare il peculiare pregio storico-culturale perché è questo ciò che cercano i collezionisti più maturi, oltre alla bontà della copia; in tal senso il futuro credo sia segnato da esperti di sempre più solida formazione universitaria, in grado di valutare in primis il libro per il suo innegabile valore culturale per poi calarlo all'interno di logiche di mercato che spesso si possono, e forse si devono, condizionare. Vi sono testi in ogni disciplina e settore del collezionismo che non raggiungono un adeguato valore di vendita perché mai nessuno ha pensato di valorizzarli culturalmente: questo può essere uno dei compiti di chi lavora nelle case d'asta o nelle librerie antiquarie, a prezzo di sacrifici (la ricerca è dura e dispendiosa in termini di tempo) che sono sicuro avranno però il loro appagamento.
E le nostre biblioteche che ruolo debbono avere in tutto questo? Possono partecipare a tale processo di rivalutazione culturale che è anche un processo di apprezzamento economico del bene libro? La risposta è scontata e per certi versi retorica, da vecchio frequentatore di biblioteche quale mi vanto di essere, ma le modalità di intervento non così sicure e definite. Chi può dire onestamente di conoscere il valore commerciale del patrimonio librario posseduto dalle nostre biblioteche? Chi è in grado (ovviamente parlo per eccessi) di valutare con assoluta competenza la congruità del prezzo di acquisto dei tanti libri che quotidianamente vengono offerti alle biblioteche? Credo, ma non essendo il mio campo potrei sbagliarmi, che non esista a livello professionale nessuna figura di bibliotecario direttamente formata per la valutazione economica dell'oggetto libro; mancano corsi adeguati nelle tante scuole di specializzazione o al più si organizzano episodici seminari ed estemporanee tavole rotonde sull'argomento senza dare a ciò una parvenza di istituzionalizzazione. Ma senza la formazione si possono commettere continui errori, sopravvalutando o sottovalutando i beni che il mercato offre alle nostre biblioteche, finendo così per rischiare di perdere l'occasione di arricchire nella giusta direzione le nostre biblioteche. Potrebbe suonare paradossale e provocatorio ma anche il tabù dell'inamovibilità dei patrimoni non potrebbe essere oggetto di una riflessione alla luce delle precise richieste che ogni biblioteca, per sua specifica vocazione culturale, potrebbe avanzare al fine di arricchire i suoi fondi più prestigiosi? I fondi che costituiscono l'ossatura delle nostre biblioteche sono spesso il risultato di accumuli nel tempo, stratificazioni cui alle volte è difficile tener testa; penso altresì che in molti casi la fisionomia di una biblioteca debba essere invece segnata da una propria peculiare ricchezza che non deve costruirsi, badate bene, a scapito di altre.
Queste affermazioni non suonino insolenti alle orecchie di chi deve gestire e tutelare il patrimonio librario: da studioso, oltre che da cittadino italiano, lo avverto come un imperioso dovere civile e morale, ma ciò non mi esime dal riflettere su cosa sia giusto fare e in che direzione sia giusto muoversi per arricchire continuamente il nostro patrimonio librario, ferma restando la cronica inadeguatezza di fondi destinati a tale scopo. Le biblioteche sono e debbono restare laboratori di cultura e di ricerca, ma gli strumenti a volte vanno aggiornati e la necessità impone - oltre che di tutelare l'esistente - di ampliarlo per rispondere alle pressanti richieste di un pubblico sempre più ampio. Tutto ciò è possibile avviarlo, tornando un passo indietro, solo a prezzo di un'assidua formazione del personale delle biblioteche che potrebbe essere destinato a tale delicatissimo settore: mi rendo ben conto dei rischi che altrimenti potrebbe correre il nostro patrimonio librario, per cui meglio lasciare tutto immutato se non si mette mano a una seria programmazione di tipo formativo.
Come formare allora queste nuove competenze? Il mio percorso, dall'università alla casa d'aste, non è di per sé emblematico in quanto viziato da particolari e casuali contingenze; certo è che alla possibile formazione teorica che si potrebbe impartire all'università (penso in primo luogo alle facoltà di Conservazione di beni culturali oramai diffuse e radicate in molte parti d'Italia, ma anche a corsi specialistici che potrebbero attivarsi all'interno di una facoltà quale Economia e commercio) o presso scuole di formazione post-universitaria, andrebbe poi congiunta una diretta esperienza sul campo, in grado di far maturare certe competenze a un livello di maggior contatto con la realtà del mercato. In tal senso stage di formazione sono già previsti presso le maggiori case d'asta, così come periodi di apprendistato presso librai antiquari qualificati non dovrebbero rappresentare certo un problema; si tratterà di coordinare queste esperienze pratiche con i luoghi dell'apprendimento teorico, cercando anche di coinvolgere le biblioteche in un comune processo di creazione di nuove competenze.
Ma cosa possono offrire realmente le biblioteche? Personale altamente specializzato, fondi su cui lavorare per studiare gli aspetti rilevanti in una valutazione economica del libro, opportunità di confronti con operatori dei vari settori (dal conservatore di manoscritti al responsabile delle stampe, dei fondi antichi, degli incunaboli ecc.), il tutto finalizzato a una reciproca migliore conoscenza di cosa si conservi nei magazzini e si offra quotidianamente ai lettori.
Un orribile vocabolo alquanto di moda ai nostri giorni mi indurrebbe a parlare di sinergie da ricercare in tale processo, più semplicemente vi inviterei a pensare a un semplice confronto tra chi non è affatto dall'altra parte delle barricata - arroccato dietro arroganti ragioni commerciali - ma anzi crede che, tra le funzioni di un esperto di una casa d'aste vi possa anche essere quella di far crescere una nuova sensibilità per il valore dei libri... quello culturale e commerciale a un tempo.


BERTOLO, Fabio Massimo. Le biblioteche e il mercato antiquario: sguardo da un altro pianeta. «AIB Notizie», 14 (2002), n. 2, p. 2-5.
Copyright AIB, ultimo aggiornamento 2002-03-01 a cura di Franco Nasella
URL: http://www.aib.it/aib/editoria/n14/02-02bertolo.htm

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