[AIB]AIB Notizie 8/2002
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Un collega dell'Etruria ...

Dario D'Alessandro

Un collega dell’Etruria mi aveva segnalato l’inverno scorso un calo dell’utenza in biblioteca non riferibile a cause precise. L’unico dato obiettivo in suo possesso era nei numeri che indicavano una lenta diminuzione dei lettori. Per porvi rimedio, con un pragmatismo comune ai discendenti degli etruschi, aveva affrontato il problema da antibibliotecario: aveva cioè eliminato tutte le indicazioni di divieto, ad eccezione di quella di fumare imposta dalla legge. Pare che i risultati siano stati più che lusinghieri per i lettori, per la biblioteca e per le statistiche tornate di segno positivo.
La prassi dei divieti tota nostra est. Non è questa la sede per disquisire del perché avvenga, del come sia posta in essere, del quando sia iniziata. C’è e basta.
Tra tutti i comportamenti biblioteconomicamente stereotipati uno di essi è perfettamente descritto nel film La storia infinita 3 di Peter MacDonald, Germania, 1994, in cui troviamo il signor Coreander (Freddie Jones) che esclama: «Zittire le persone è compito esclusivo del bibliotecario».
Quello dello zittire è un dovere, è un diritto, è un privilegio. È un momento catartico per ogni bibliotecario ed è utilizzato dai registi di tutto il mondo per caratterizzarne con immediatezza il personaggio.
Ricordiamo così gli statunitensi Commandments di Daniel Taplitz, 1997, Il capitalista di Douglas Sirk, 1952, Lettere d’amore, di Martin Ritt, 1990, Inviati molto speciali di Charles Shyer, 1994; La fine della corsa di Sondra Locke, 1997, il britannico Likely Lads di Michael Tuchner, 1976, l’italiano Il nemico di mia moglie di Gianni Puccini, 1959.
La lista potrebbe continuare, ma forse è più utile spendere due parole sul profilo filologico del verso dello zittire.
Con Maria Teresa Natale, udito anche l’autorevole parere di un molto conosciuto professore universitario, avevamo concordato, per Silenzio in sala! , di usare sssst come trasposizione fonico-semantica di quel verso sibilante che viene emesso ponendo constestualmente il dito indice della mano destra (per i mancini la sinistra) davanti alla bocca. Pensavo che quel sssst appartenesse al linguaggio universale, come la Collocazione decimale Dewey. Errore!
Un’indagine condotta con l’amica Karin Heller della biblioteca dell’Università di Innsbruck ha prodotto risultati sorprendenti. Se c’è un’espressione tipicamente legata al proprio contesto socio-linguistico questa è sicuramente quella dello zittire. Così il nostro sssst in danese diviene hys con la variante pst che è usata anche dagli olandesi con la variante st; in ungherese invece richiamare al silenzio è quasi un accordo zigano: pszt o anche csitt. Gli spagnoli zittiscono con un chist, mentre gli inglesi usano un flemmatico psst oppure un quasi sussurrato hush. I francesi schioccano un chut molto vicino al loro tradizionale modo di intercalare. Tra i paesi dell’Est gli sloveni e i polacchi usano un pst simile al danese oppure – ma solo gli sloveni – un bst, i rumeni se la cavano con un secco st, mentre i cechi e gli slovacchi non si sono ancora divisi nello zittire: ambedue lo fanno con un pssst. Infine l’area linguistica tedesca. Qui le cose si complicano: nella Germania del nord e del centro si impone il silenzio con pscht e bscht, mentre in quella del sud, in Austria e nella Svizzera tedesca l’alternativa è tra pscht e bscht oppure tra psch e bsch.

biblioteca@provincia.pescara.it

D'ALESSANDRO, Dario. Un collega dell'Etruria .... «AIB Notizie», 14 (2002), n. 8, p. 12.
Copyright AIB, ultimo aggiornamento 2002-09-25 a cura di Franco Nasella
URL: http://www.aib.it/aib/editoria/n14/02-08dalessandro.htm

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