[AIB]AIB Notizie 09/2004
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Le impressioni di un pediatra

Domenico Cappellucci, pediatra di libera scelta - Cepagatti (PE)

Non lo nego. Sono stato nella mia infanzia un pessimo lettore, probabilmente un dissidente.
Mai avrei pensato di occuparmi in futuro proprio di lettura per i bambini. Ho iniziato la mia attività di pediatra venti anni fa, con una infarinatura di psicologia evolutiva del bambino, ed una impostazione di lavoro più che mai intrisa di formalità. Prendi l’appuntamento, pesa il neonato in fretta perché frigna da diventare blu, ne misuri la lunghezza, due parole sull’alimentazione e via. Nati per leggere ha cambiato profondamente il mio lavoro, rivoluzionato il mio sapere, portando una carica di entusiasmo che ormai si era spenta da tempo.
L’inizio delle attività di NPL non è stato dei più facili, e tanto meno lo è adesso. Fu un inizio casuale, in quanto, collaborando con Lea Merlino, una valente psicopedagogista del mio distretto scolastico, scoprii che aveva iniziato un progetto analogo, per cui decidemmo di farlo insieme per NPL. L’aiuto di alcune persone tra cui qualche personaggio della politica locale che ha creduto nel progetto, ci ha consentito di effettuare i primi corsi di lettura animata, coordinati da Nadia Guardiano della locale biblioteca “F. Di Giampaolo”. Dopo due corsi, tanti sono venuti, molti si sono persi, pochi continuano a lavorare. Ma quello che interessa è crederci, a tal punto, che finalmente qualcosa si è mosso. Altri finanziamenti arrivano: il regalo del libro, corsi di formazione, nuovi corsi per animatori volontari. L’animazione viene svolta negli ambulatori e nei reparti ospedalieri pediatrici, tra cui il reparto oncologico, cosa non facile. Ma in tutto questo si comincia a percepire lo stupore di chi non pensava che tra le tante attività per i bambini ci fosse anche questa. Offrire l’opportunità ai nostri bambini di far rivivere la fantasia, e farla rivivere anche nella mente di chi non sapeva raccontarla più.
Sull’altro binario c’è il mio impegno in ambulatorio. Il lavoro procede come al solito, ma adesso esiste qualcosa in più. C’è il piacere di parlare con i genitori di un argomento che diventa sempre più emergente e di interesse comune. Ci sono le domande su come lavare, vestire ed alimentare il cucciolo, ma ci sono anche le domande sui libri e sulla televisione. L’inizio del progetto a Pescara ha sentito la necessità di una propaganda culturale, che non poteva fare a meno di alcuni interventi come quello di Rita Valentino Merletti e Giovanna Malgaroli. Tutto questo è stato per me uno stimolo notevole, dovevo interessarmi di argomenti di cui avevo la necessità di imparare per comunicare ad altri. L’intelligenza emotiva, la psicologia evolutiva del lattante, l’istinto del linguaggio. A cosa mi è servito tutto questo? Mi è servito a capire cos’è l’empatia, quando e come va usata, il modo di comunicare per farti capire. Ma farsi capire da chi? Solo dai genitori o anche dal lattantino? Quello che ho appreso in tutto questo tempo, prima dai libri e poi dall’esperienza, è che se esiste un istinto materno per comunicare con il bambino, esiste un istinto analogo nel pediatra, soffocato dalla routine di tutti i giorni. Ho capito che esiste un’arte di comunicare alimentata dal sentimento e dalla cultura scientifica, che è basata su tutto quello che serve per valutare quanto un bambino è in grado di comunicare con te e soprattutto di osservarti.
Se si pensa che agli inizi del novecento la psicologia si rifiutava di valutare il bambino prima del secondo anno (il babbeus d’altri tempi) si può comprendere quanto avanti siano andate le conoscenze. I bambini ci osservano fin dai primi giorni di vita, probabilmente criticano il modo in cui vengono visitati dal pediatra, probabilmente un approccio più tenero ed empatico favorirebbe un miglior rapporto medico-paziente, probabilmente piangerebbero di meno durante la visita, probabilmente diventerei una figura più familiare e non vedrei più l’angoscia nei loro occhi quando li prendo in braccio, probabilmente... accadrebbero tante altre cose. È la scoperta del linguaggio, il gioco delle meraviglie, il gioco più bello della nostra vita perché è la prima scoperta, quella del mondo che ci circonda ed il comunicare con esso. Perché allora soffocare i primi vagiti del linguaggio con la televisione, magari mentre mangiano la prima pappa, di fronte ad un torrente di immagini di sterile contenuto e di difficile comprensione anche per gli adulti, immagini veloci ed incomprensibili senza perché e senza risposte, come direbbe Rita Valentino Merletti? Mi piace raccontarlo alle mamme, mi piace riunirle periodicamente e colloquiare con loro raccontando tutte queste cose, lasciando che mi chiedano quello che è meglio per il loro bambino. Mi piace leggere nei loro occhi l’entusiasmo per un qualcosa che alimenta la mente dei loro figli, che permetta loro di scoprire ogni giorno qualcosa di più nella comunicazione e nell’apprendimento, perché questa è la finalità e perché questo è il senso di saperli crescere.
Chi avrà compreso l’entusiasmo di stimolare e comunicare capirà quanto siano importanti dopo le storie, le figure e i libricini. Qualcuno lo farà da sé, ad altri dovrò spiegarlo una, due, mille volte e farà lo stesso. Sarà dura, lo so, soprattutto entrare in quelle che sono le famiglie più difficili, ma questo è il sogno nel cassetto di tutti coloro che lavorano per NPL.
Certo, se da un lato i neonati offrono un terreno vergine su cui applicare le conoscenze con i genitori aperti a tutti i consigli in quanto educatori di un neonato, dall’altro ci sono i bambini più grandicelli e già plasmati dai mezzi multimediali e televisivi. Sono i bambini di oggi, i bambini della “terza fase”, dove i nuovi mezzi di informazione si sostituiscono alle pagine di un libro, dove l’immagine spietata con le sue forti emozioni sopprime la fantasia di chi deve immaginare sulle righe di un testo scritto.
Di qui nasce l’impegno e la fatica dei volontari di lettura. Nelle nostre animate riunioni di una associazione neonata “Leggiamo una storia”, con poca esperienza e tanta voglia di fare, si discutono i modi e i tempi di coinvolgimento dei bambini e dei genitori nelle sale di attesa. Compito reso spesso difficile dalla disomogeneità delle fasce di età dei piccoli ascoltatori, e, cosa più difficile, dalla disomogeneità culturale dei genitori perché i problemi spesso nascono in quelle famiglie dove impera l’assenteismo e la mancanza di empatia. La mia esperienza è ricca di episodi, durante le visite domiciliari, dove il bambino consuma passivamente la sua convalescenza davanti ad una tivù strategicamente montata sulla parete della cameretta, o di bambini che mangiano la pappa sul seggiolone mentre scorrono le immagini demenziali dei video delle ultime canzoni di successo, magari con la mamma inebetita ed il cucchiaio sospeso in aria. Più di una volta chiedendo ad un preadolescente cosa volesse fare da grande, ho ricevuto come risposta: “il grande fratello”. Questo è quello che mi convince sempre di più a continuare il mio lavoro, questo è ciò che unisce compatti me e tutti gli altri operatori.

CAPPELLUCCI, Domenico. Le impressioni di un pediatra. «AIB Notizie», 16 (2004), n. 9, p. XVIII-XIX.
Copyright AIB, ultimo aggiornamento 2004-11-22 a cura di Franco Nasella
URL: http://www.aib.it/aib/editoria/n16/0409cappellucci.htm

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