[AIB]AIB Notizie 10-11/2004
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Ricordo di un bambino dai bei occhi chiari

Alfredo Romano

È una storia di circa venti anni fa, a Civita Castellana, quando la biblioteca si trovava al primo piano del Palazzo Andosilla, all'inizio di via Roma (oggi via SS. Giovanni e Marciano). Vi si accedeva da un cortile il cui ingresso era sbarrato da un enorme e sgangherato portone. Era, mi pare, un primo pomeriggio caldo di fine giugno, l'ora in cui i bambini che abitavano nei paraggi, approfittando del poco traffico e della pennichella dei genitori, davano sfogo ai loro liberi giochi sotto casa schiamazzando e rincorrendosi per le vie, azzuffandosi e, perché no, facendo un salto in biblioteca. Toccava vederli, dopo aver fatto le scale di corsa: mi si presentavano davanti con tanto di fiato, il viso e i capelli grondanti sudore.
Erano piccoli, al massimo sette-otto anni, e il loro scopo non era proprio quello di fare ricerche o leggere, ma tuffarsi tra i loro libri, trovare il più bello e colorato e contenderselo al grido di l'ho visto prima io!, tirandoselo ognuno dalla propria parte. E sempre mi toccava intervenire per dirimere le questioni e assicurarli che di libri ce n'era per tutti. E si portavano via i libri in prestito, ma per loro era come aver vinto un giocattolo alla riffa, e scomparivano rotolando per le scale, se non addirittura scivolando dal parapetto in muratura con gran chiasso. Io, dalla finestra, più che i ragazzi, fissavo trepidante quei libri che brandivano in mano come trofei: chissà, speriamo bene, mi dicevo: che li leggano almeno!
Ma ci fu un primo pomeriggio, un primo pomeriggio assolato di fine giugno, che non dimenticherò mai, e il cui ricordo ancora mi strugge. Ero lì a ticchettare sulla vecchia macchina da scrivere, quando un vociare in cortile mi preannunciò il sopraggiungere della solita banda di ragazzini. Dalle scale mi arrivavano voci concitate. Sentivo un «Dài! sali! cammina! mo' so' cavoli tui!» Ancora: «Così te 'mpari, mo' je lo devi pagà se no te dà un sacco de botte!»
Storie di bambini, pensavo, continuando nel mio ticchettio, e non m'ero accorto che la banda era già sopra, nel mio ufficio, e… «Eccolo! eccolo! nun voleva salì! Te l'avemo portato: fatte dì che ha combinato!»
Alzai la testa e la scena che mi apparve era a dir poco insolita: un bambino braccato tenuto a forza per le braccia da due più grandicelli; un terzo gli stava dietro per trattenergli ogni via di fuga.
«Fatte dì, fatte dì che ha combinato!» insisté quello che dava l'idea del capobanda indicandomi il piccolo malcapitato «Mo' tocca che paga un sacco te sordi», finì per sentenziare.
Ma, sinceramente, non diedi molto ascolto a quelle accuse o minacce profferite; fui attratto, invece, da quel bambino che, simile a Pinocchio, se ne stava come fra due carabinieri in erba. La faccia scura e spaurita faceva risaltare i due occhi chiari e luminosi che mi fissavano dal basso in alto come a chiedermi pietà. E mentre i compagni continuavano a sbraitare, lui se ne stava muto, come rassegnato a subire qualsiasi pena gli sarebbe stata inflitta.
«Lasciatelo stare!» ordinai. I ragazzi ubbidirono. Il bambino, stranamente, non approfittò per darsela a gambe, ma restò lì, in silenzio, a fissarmi con i suoi bei occhi chiari.
«Insomma volete dirmi che è successo?»
«Ha stracciato il libro della biblioteca e l'ha spiaccicato pe' terra!» assicurarono all'unisono i piccoli carabinieri.
«È vero che hai stracciato il libro?» chiesi al bambino scrutandolo in quegli occhi smarriti e regalandogli un mezzo sorriso. Ma lui niente.
«Adesso voi uscite dalla stanza!» intimai agli altri «Me la sbrigo io con lui.»
«Guarda che se mi dici che hai stracciato il libro, non ti faccio niente, sai? Sono cose che possono capitare. La prossima volta magari cercherai di stare più attento, così il libro lo legge anche un altro bambino» lo rassicurai piegandomi all'altezza dei suoi occhi.
«Lo hai stracciato?» ripetei, e finalmente mi fece cenno di sì con la testa.
«Allora torna a casa, riportami il libro e così vediamo di ripararlo in qualche modo. Vai! Io ti aspetto qui.» Fu un attimo: si voltò e se la diede a gambe; dai vetri della finestra lo seguii mentre si precipitava per le scale e scappava lungo il cortile. Conoscevo quel bambino, era venuto altre volte, stava di casa a via del Governo Vecchio.
Aspettai invano. In genere, quando un libro non torna, mi cruccio, per non dire altro. Quella volta, però, non so perché, non mi davo tanto pensiero: come se quel bambino, braccato a quel modo e con quella faccia così spaurita, avesse pagato il suo prezzo.
Trascorsero tre lunghi giorni assolati, poi, improvvisamente, un tam tam, una notizia ferale che sconvolse la città: due bambini avevano perso la vita scivolando in una marrana, mentre giocavano dalle parti di Fontana Quaiola. Uno di loro era proprio il bambino di via del Governo Vecchio.
Oh potesse tornare un giorno quel visetto scuro dai bei occhi chiari: lo colmerei dei libri più belli e colorati, sia pure col permesso di stracciarli o gettarli per terra o macchiarli… Oh potesse, potesse…


ROMANO, Alfredo. Ricordo di un bambino dai bei occhi chiari. «AIB Notizie», 16 (2004), n. 10-11, p. 15.
Copyright AIB, ultimo aggiornamento 2004-12-19 a cura di Franco Nasella
URL: http://www.aib.it/aib/editoria/n16/0410romano.htm

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