«Bibliotime», anno IV, numero 2 (luglio 2001)


Precedente Home Successiva



Serafina Spinelli

Figure della cooperazione universitaria [*]



Oggetto di questo intervento è una breve analisi delle fattispecie e delle caratteristiche della cooperazione all'interno del mondo delle biblioteche delle Università. La riflessione sulla cooperazione, e la pratica della cooperazione interbibliotecaria universitaria, datano molto più recentemente rispetto a quelle delle biblioteche pubbliche e statali, per motivi storici che non starò qui a ricordare dettagliatamente, e che vanno dalla interpretazione di tali biblioteche come meri strumenti al servizio di una più o meno illuminata categoria di utenti (i docenti universitari di un certo istituto, dipartimento o facoltà), alla scarsa consapevolezza professionale che caratterizza i bibliotecari universitari fino a tutti gli anni Settanta, alla singolarità organizzativo-istituzionale della maggior parte delle biblioteche delle università, da una parte estremamente parcellizzate ("biblioteca monocattedra", si potrebbe dire fino agli avanzati anni Ottanta, come un tempo si diceva "istituto monocattedra"), dall'altra così saldamente incardinate nella struttura "contenente" (istituto, dipartimento, facoltà), da essere quasi incapaci di intrattenere rapporti con le altre biblioteche, fossero pure quelle dello stesso ateneo.

Non voglio qui anticipare interpretazioni o teorie, che del resto sono del tutto personali, ma mi pare di poter dire già in questa breve premessa che fenomeni come l'eccessiva frammentazione e la scarsa autonomia delle strutture bibliotecarie universitarie hanno costituito per lungo tempo un serio ostacolo alla nascita di un sistema cooperativo.

1. La cooperazione istituzionale: i sistemi bibliotecari

L'idea di organizzare le biblioteche di un ateneo in un "sistema" si comincia dunque ad affermare solo negli avanzati anni Ottanta, sulla spinta però non tanto del cambiamento istituzionale (anche se un certo contributo in questo senso lo dà l'avvio della cosiddetta "sperimentazione dipartimentale", che costringe le vecchie piccole biblioteche d'istituto a fare i conti con la nuova e più ampia misura dei dipartimenti), quanto dell'esplosione del fenomeno automazione.

Diversi sono gli atenei che si rendono conto dei rischi di un'automazione "non governata", in cui ogni struttura sceglie il suo software o se lo costruisce in casa con l'aiuto dell'obiettore di turno, consegnandosi nelle mani di piccole ditte ignare di standard e requisiti, o condannandosi a prodotti incapaci di alcuna evoluzione. Per non parlare dell'impossibilità di ragionare in termini di scambi di dati, catalogazione partecipata, opac comune, e dei servizi che ne vengono supportati, dal coordinamento delle acquisizioni al prestito interbibliotecario per citarne solo un paio fra i più comuni.

Il passo logico successivo è semplice, anche se non così scontato come si tende a credere, ed è così che in diversi atenei, proprio quelli in cui più precoce è l'istituzione di un sistema bibliotecario, questo per anni si risolve di fatto nella condivisione di un sistema di automazione comune e di un catalogo collettivo d'ateneo isolati dai servizi bibliotecari veri e propri, il tutto governato da una struttura che assomiglia più spesso ad un centro di calcolo che ad una istanza di coordinamento.

Arriviamo così alla fine degli anni Ottanta e a due eventi legislativi che modificano sostanzialmente il contesto istituzionale entro cui agiscono i sistemi bibliotecari universitari: si tratta della cosiddetta legge sull'autonomia universitaria (la legge 168 del 1989), che istituisce il Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica (MURST) e delinea i nuovi ambiti dell'autonomia normativa, amministrativa e contabile delle università, e della legge 23 (emanata nel 1986, ma a cui si comincia a dare applicazione alla fine del decennio), che istituisce i ruoli dei coordinatori di biblioteca quali figure esplicitamente deputate al coordinamento di più biblioteche o dell'intero sistema bibliotecario d'Ateneo.

Anche grazie all'istituzione di un luogo di riflessione, quale è la Commissione ministeriale "Biblioteche e Documentazione" creata dal Ministro Ruberti nel 1991 (la cosiddetta "Commissione Bisogno", dal nome del suo presidente), e ad una diffusa attività di sensibilizzazione, si esplicita ed afferma nei primi anni Novanta l'opportunità di organizzare le biblioteche delle università in sistemi bibliotecari, intesi come "insiemi coordinati di strutture di servizio" ed istituiti con il massimo livello di formalizzazione possibile (cioè preferibilmente negli Statuti d'Ateneo, in seconda istanza nei Regolamenti organizzativi), la cui architettura sia funzionale ad un miglioramento verificabile dell'offerta dei servizi bibliotecari all'utenza istituzionale.

La stessa nozione di sistema bibliotecario come strumento di ottimizzazione del servizio bibliotecario complessivo di ogni ateneo sarà fatta propria con forza dal "Gruppo di lavoro sul sistema bibliotecario delle università", istituito presso il MURST nel luglio del 1997, che produrrà, pur nel corso di una vita istituzionale molto breve (cesserà le attività ad ottobre '98 per mancata riconferma da parte del nuovo ministro, Ortensio Zecchino, dopo la caduta del governo Prodi) numerosi studi e documenti di appoggio a questa interpretazione del ruolo dei SBA.

Pochi mesi prima della chiusura dei lavori del GLSB, viene avviata, sempre in seno al MURST, per iniziativa del "Gruppo di ricerca sulla Misurazione e valutazione delle biblioteche universitarie" dell'"Osservatorio per la valutazione del sistema universitario", una ricerca finalizzata alla realizzazione di una metodologia di rilevazione e di interpretazione dei dati significativi relativi alle biblioteche delle università italiane. La ricerca si avvale di una rilevazione dei dati relativi a biblioteche e sistemi, effettuata tramite un questionario teso a ricostruire, per le misure di flusso, una sia pur piccola serie storica, che va dal 1995 al 1997. I suoi risultati costituiscono un importante, e per ora unico nell'esperienza universitaria italiana, strumento conoscitivo della realtà bibliotecaria accademica nostrana, che supporta ancora una volta la necessità di sostenere la formulazione di politiche nazionali e il rafforzamento delle strutture di coordinamento interbibliotecario.

Cosa sono dunque i sistemi bibliotecari negli anni '90 e in questo primo scorcio di Duemila? Certamente non più solo reti di strutture tenute insieme dalla condivisione di uno strumento catalografico o gestionale, ma, tendenzialmente, e in maniera ove più ove meno compiutamente realizzata, insiemi di strutture accomunate dalla condivisione di obiettivi, per la individuazione e realizzazione dei quali si dotano di organi di governo politici e tecnici comuni, strutture le cui interazioni reciproche pertengono non più all'iniziativa di singoli volenterosi bibliotecari o docenti ma ad uno strato di "coordinamento" istituzionale; sono i luoghi dell'elaborazione di politiche comuni negli ambiti del coordinamento dello sviluppo delle raccolte, del recupero del pregresso, della digitalizzazione dei documenti, della garanzia di standard di servizio all'utenza; sono i terreni di coltura del confronto e dello scambio professionale, dei progetti innovativi, della promozione e dell'organizzazione della formazione, della nascita dei consorzi per le acquisizioni dell'elettronico, della misurazione e della valutazione delle strutture e dei servizi. In molti casi, sono anche l'interfaccia privilegiata di comunicazione fra atenei per quanto attiene alla tematiche bibliotecarie, tanto che si comincia a parlare di coordinamento dei coordinamenti e di sistema bibliotecario delle università.

2. La cooperazione interuniversitaria: il GLSB del MURST e il Sistema bibliotecario delle università

Un'analisi più approfondita delle finalità con cui viene costituito il GLSB (attivo, come abbiamo detto, dal luglio 1997 all'ottobre 1998 come gruppo di lavoro formalizzato di supporto al ministro Berlinguer nel corso della XIII legislatura), ci consente di verificare un effettivo cambiamento di prospettiva rispetto alla vecchia "Commissione Bisogno". Come dichiara il documento istitutivo, le finalità del gruppo sono infatti:

1. contribuire alla soluzione delle questioni inerenti alla definizione di un sistema bibliotecario delle Università italiane e ai rapporti con il S.B.N., elaborando le opportune proposte, anche di carattere operativo;

2. individuare forme adeguate - d'intesa e in rapporto con il S.B.N. - per lo sviluppo della cooperazione bibliotecaria interuniversitaria, sul piano sia nazionale che internazionale;

3. individuare soluzioni appropriate, tenendo anche conto della particolarità delle singole situazioni, per le biblioteche universitarie statali, o comunque pubbliche, di pertinenza di amministrazioni non universitarie al fine di una loro piena fruizione per la ricerca e la didattica universitaria;

4. favorire la circolazione delle innovazioni istituzionali, tecnologiche e organizzative nella gestione delle biblioteche, con particolare riferimento all'ampliamento delle possibilità di effettiva fruizione da parte soprattutto dell'utenza studentesca;

5. esprimere pareri sui progetti proposti dalle università, in particolare nei casi di eventuale cofinanziamento da parte del M.U.R.S.T.

Pur supportando con le proprie elaborazioni teoriche il consolidamento dei singoli sistemi bibliotecari d'ateneo e delle funzioni di coordinamento, il GLSB si pone dunque un obiettivo decisamente più ambizioso rispetto alla "Commissione Bisogno", cioè la realizzazione di un vero e proprio Sistema bibliotecario delle università, un sistema cooperativo di supporto all'istruzione superiore su scala nazionale. Vengono chiamate all'appello, grazie all'approvazione quasi contestuale del decreto legislativo 112 del '98, anche le biblioteche statali universitarie, che il Gruppo individua come potenziali partner di grande levatura per la creazione di un'infrastruttura bibliotecaria di rilievo nazionale per la didattica universitaria e la ricerca scientifica. Il tutto in stretta intesa con il Servizio bibliotecario nazionale, ormai una realtà matura e consolidata anche nei sistemi universitari, ma senza trascurare ogni possibile apertura verso la cooperazione internazionale.

Purtroppo poco di quanto previsto dal piano di lavoro del GSLB si riuscirà a realizzare nella pratica: dopo poco più di un anno il Gruppo chiude le sue attività, non venendone confermate istituzione e attribuzioni dopo il cambio di ministro. Le idee seminate tuttavia rimangono, così come la consapevolezza che le finalità enunciate per il Gruppo siano comunque da perseguire, ed è la stessa Conferenza dei Rettori delle università italiane (CRUI) che decide volontariamente di farsene in qualche modo carico, istituendo un organo collettivo di riflessione e di iniziativa che è la "Commissione dei delegati rettorali per le biblioteche". Si tratta di un passo avanti, certo, ma anche, se vogliamo, di un passo indietro, perché la Commissione non è più né emanazione del Ministero né dei singoli sistemi bibliotecari, ma, per l'appunto dei Rettori delle università. Dall'approccio "top down" del GLSB non si passa dunque ad un possibile coordinamento intersistemi nato "dal basso", cioè dai singoli sistemi bibliotecari di ateneo, bensì ad un organo costituito da fiduciari dei singoli rettori, in molti casi, certo - ma non in tutti - incarnati da direttori o presidenti o coordinatori di SBA o altre strutture di coordinamento bibliotecario. Una forma tutto sommato di debolezza, che ha infatti impedito, almeno finora, alla Commissione (cui va comunque riconosciuto il merito di mantenere desta l'attenzione del mondo universitario sui sistemi bibliotecari e le loro attività e iniziative di coordinamento) di conseguire risultati concreti di grande portata.

3. La cooperazione interistituzionale: i sistemi misti SBN

Contestualmente alla cooperazione interna ai singoli atenei, tipicamente governata dai sistemi bibliotecari, alcune università si aprono alla collaborazione con le biblioteche del territorio, veicolata dalla comune adesione al Servizio Bibliotecario Nazionale. Com'è noto, SBN si autodefinisce come "la rete delle biblioteche italiane" - promossa dal Ministero per i beni e le attività culturali con la cooperazione delle Regioni e dell'Università (a cui quindi aderiscono biblioteche statali, di enti locali, universitarie, ecc.) - "il cui scopo è fornire un servizio di livello nazionale che si basa sulla gestione di un catalogo collettivo in linea e sulla condivisione delle risorse ai fini dell'accesso ai documenti, superando la frammentazione delle strutture bibliotecarie propria della storia politico-culturale dell'Italia". Quindi, tradotto in termini biblioteconomici, garantire il controllo bibliografico universale, tramite un catalogo collettivo che è il servizio di Indice, e la disponibilità universale dei documenti, tramite un più o meno cogente impegno al reciproco prestito interbibliotecario.

Questo tipo di cooperazione opera in pratica a due livelli, quello nazionale, che è quello che comporta sostanzialmente la mera condivisione dei due macroobbiettivi appena citati, e quello locale, "di polo", che è quello che comporta ambiti di condivisione assai più ricchi, di macchine, programmi e reti, di standard, norme e strumenti, di cataloghi e servizi, e, per lo meno in parte, anche di utenti. Si tratta di una cooperazione che possiamo definire interistituzionale, che apre nuovi problemi ma anche nuove opportunità ai suoi attori: una più ampia e più efficace ripartizione di compiti, un più completo ventaglio di servizi per gli utenti, un confronto e uno scambio professionale fra categorie che fino a pochi anni fa dialogavano molto stentatamente.

4. La cooperazione ad hoc

Nel momento in cui strutture o sistemi vengono più o meno improvvisamente chiamati in causa per fronteggiare situazioni e problemi che i meccanismi di gestione ordinaria non sono in grado di recepire immediatamente (come è accaduto in questi ultimi anni ad esempio per il rapidissimo aumento di disponibilità di banche dati e documentazione a testo pieno), si assiste a fenomeni di quella che potremmo chiamare "cooperazione ad hoc", cioè cooperazione per la risoluzione di singoli problemi, nei confronti dei quali la condivisione di risorse (di personale o economiche, ma anche di competenze o negoziali) e la ripartizione di compiti costituiscono quel plus che può garantire il raggiungimento del risultato positivo.

Cito a titolo puramente esemplificativo i consorzi più o meno informali per l'acquisto di pacchetti di riviste elettroniche da grossi editori, o di banche dati di dimensioni o impegno economico tale da consigliare una negoziazione consortile (CIPE, CIBER, ecc.), i consorzi per la produzione o la personalizzazione di segmenti di software per la gestione di particolari servizi (Consorzio fra gli atenei di Bologna, Firenze e Padova per l'opac, il prestito, il document delivery), per la gestione di cataloghi collettivi e di repertori (ACNP), per l'elaborazione di protocolli per la misurazione e il monitoraggio delle performance delle biblioteche e dei sistemi (GIM), per lo studio, il supporto e la promozione dell'accesso alle risorse informative elettroniche (INFER).

E' facile intuire i vantaggi della cooperazione ad hoc: flessibilità, capacità di affrontare i problemi in maniera dinamica mettendo in campo di volta in volta le risorse più adeguate, in maniera del tutto o quasi svincolata dalle pastoie burocratiche e dalle formalità richieste da una cooperazione istituzionalizzata. Fra gli svantaggi, quello di una sostanziale mancanza di assunzione di responsabilità e di ruoli da parte dei partner, tale per cui una volta esaurito il compito del consorzio è facile che si ritorni ad una situazione di "non rapporto", senza cioè che ci sia stata crescita di consapevolezza cooperativa.

5. Dove vanno i sistemi bibliotecari

All'alba del nuovo millennio i sistemi bibliotecari universitari hanno raggiunto praticamente in tutta Italia una fase di relativa "maturità", e cominciano in vari modi a riflettere su se stessi e sul loro futuro. Fra le prospettive e le sfide che si affacciano al nostro orizzonte professionale, vorrei citarne almeno alcune:

6. La cooperazione "nazionale" e "il sistema bibliotecario che non c'è"

Nel 1998, quando avevo appena cominciato la mia esperienza in CNUR come componente della commissione presieduta da Gabriele Mazzitelli, le commissioni dell'AIB lanciarono l'idea di un convegno congiunto intitolato al "Sistema bibliotecario che non c'è". Il riferimento era ovviamente ad un sistema bibliotecario nazionale, costituito da un articolato insieme di strutture garanti dell'erogazione di un determinato livello di servizio, indipendentemente dalla tipologia istituzionale ma piuttosto vincolandosi all'assunzione di ruoli e responsabilità. Al di là di ogni possibile strato di cooperazione istituzionalizzata di respiro nazionale, una visione "sistemica" e sorretta da un vero progetto culturale dell'infrastruttura bibliotecaria nazionale sarebbe forse l'unica soluzione praticabile per la soluzione dei suoi cronici problemi e delle sue insufficienze, e per la messa a disposizione a tutte le sue categorie di utenti (i giovani, gli studenti, i lavoratori, i cittadini) degli strumenti più adeguati per formarsi e agire nella società dell'informazione e della conoscenza.

Serafina Spinelli, CNUR Commissione Nazionale Università e Ricerca - AIB
Area della Biosfera - Università di Bologna, e-mail: spinelli@mail.cib.unibo.it



[*] Questo articolo riprende il testo della relazione tenuta in occasione dell'incontro sull'Evoluzione dei sistemi di cooperazione bibliotecaria - Sessione "Esperienze di cooperazione e integrazione lavoro in rete per lo sviluppo dei servizi bibliotecari", organizzato dall'AIB Sezione Marche e dal Centro Beni culturali Regione Marche, Ancona, 6 aprile 2001.

«Bibliotime», anno IV, numero 2 (luglio 2001)


Precedente Home Inizio Successiva