«Bibliotime», anno IX, numero 3 (novembre 2006)

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Giulio Casilio

Gli open archives delle università italiane *



Le grandi opportunità offerte dall'Open Access (OA) sono state colte anche dal mondo accademico italiano. Dopo una lunga riflessione tecnica, normativa e culturale, le università italiane sono riuscite a dare una configurazione adeguata ai propri sistemi bibliotecari, rendendoli capaci di interagire tra di loro, ad esempio, attraverso i consorzi universitari. Tutto ciò ha favorito lo sviluppo anche nella realtà accademica nostrana delle strategie individuate dal movimento per l'accesso aperto [1].

Determinante, a questo proposito, è stato l'impegno della Conferenza dei Rettori delle università italiane (CRUI) che ha promosso, il 4 e il 5 novembre del 2004, il workshop "Gli Atenei italiani per l'Open Access: verso l'accesso aperto alla letteratura di ricerca", tenutosi a Messina. L'incontro assume un particolare significato perché, durante i suoi lavori, è stata redatta la cosiddetta Dichiarazione di Messina, sottoscrivendo la quale 31 Rettori di università italiane [2] hanno aderito alla Berlin Declaration on Open Access to Knowledge in the Sciences and Humanities, documento questo che rappresenta, insieme alla Budapest Open Access Initiative (BOAI) e alla Bethesda Statement on Open Access Publishing, il nucleo fondamentale delle strategie di OA. [3]

La Dichiarazione di Messina dimostra l'interesse della comunità accademica italiana nei confronti di tali strategie e la volontà di applicarle nella realtà accademica. Difatti l'intento di questo documento è proprio quello di realizzare "possibili direttive o linee-guida che costituiscano la base di una politica istituzionale di sviluppo delle strategie di accesso aperto" [4]; pertanto essa rappresenta un punto di convergenza delle singole iniziative avviate dagli atenei italiani, realizzando di fatto la cooperazione fra i diversi sistemi bibliotecari d'ateneo (SBA), impegnati nello sforzo di rendere operative le strategie OA soprattutto da un punto di vista delle scelte tecniche, fondamentali per uno sviluppo coerente degli Archivi Aperti Istituzionali.

La CRUI, organizzando il workshop di Messina, ha inteso dare una risposta a quello che viene considerato il problema di fondo dell'OA nella realtà accademica italiana, cioè la frammentarietà delle iniziative e la scarsa visibilità delle pubblicazioni prodotte dai nostri studiosi: l'obiettivo è quello di dotare le università di normative, criteri di standardizzazione, forme di pubblicizzazione, e investimenti economici che tutelino le pubblicazioni in formato digitale, onde evitare che esse si trasformino in "inutili esercizi di informatica, visti e utilizzati da pochi". [5]

Quindi, con le giornate del 4 e del 5 novembre 2004 la CRUI si è posta come il referente principale per la definizione di una politica cooperativa tra gli atenei italiani con lo scopo di sostenere l'implementazione degli Archivi Aperti Istituzionali, la sottomissione dei documenti negli archivi e la promozione delle iniziative editoriali accademiche. [6]

Il workshop messinese, infine, è stato importante anche perché durante le sessioni di lavoro è stato presentato il prototipo di una piattaforma nazionale per l'accesso centralizzato alla letteratura scientifica depositata negli archivi aperti italiani che consente la ricerca simultanea dei contributi scientifici attraverso la raccolta dei metadati: stiamo parlando del Portale per la Letteratura scientifica Elettronica Italiana su Archivi aperti e Depositi Istituzionali (Pleiadi) [7].

Atenei italiani: esperienze di Open Archives

Secondo PLEIADI, attualmente undici atenei italiani si sono dotati di un archivio aperto, con lo scopo di rendere visibili e diffondere i risultati della ricerca scientifica e rendere disponibile il materiale didattico prodotto dai propri docenti e ricercatori. [8] Questi depositi istituzionali, per dirla con Anna Maria Tammaro e Teresa De Gregari, contrariamente a quanto comunemente si pensa, sono vere e proprie biblioteche digitali e non semplici collezioni digitali o mezzi alternativi di pubblicazione editoriale. Essi infatti rappresentano "uno spazio virtuale in cui collezioni digitali, comunità di utenti e servizi interagiscono, con la finalità di creare, condividere e usare la conoscenza, rappresentata da risorse digitali". Adottando questa definizione, si mette in evidenza il loro importante ruolo di fornitori di servizi, il cui scopo ultimo è quello di rendere il più condivisibile e accessibile possibile la produzione scientifica in essi depositata. Come le biblioteche tradizionali, essi si propongono dunque di organizzare la conoscenza attraverso sistemi di indicizzazione e di catalogazione, ma a differenza delle biblioteche tradizionali, nei depositi istituzionali l'utente - autore o lettore che sia - è parte attiva nella creazione e nell'implementazione del sistema, nonché il principale gestore dell'accesso. [9]

A questo punto è lecito chiedersi quali siano i motivi per cui un ateneo dovrebbe dotarsi di un open archive. La risposta sta nel fatto che quest'ultimo può costituire un elemento importante nel cambiamento del circuito della comunicazione scientifica, in quanto offre una risposta strategica ai problemi che lo affliggono, e dunque rappresenta lo strumento più idoneo per adempiere alla funzione principale che un'istituzione accademica dovrebbe svolgere, ossia la disseminazione e la crescita della conoscenza. Inoltre, esso contribuisce a migliorare la qualità del modello di pubblicazione scientifica attuale. Infine, da una parte è un indicatore tangibile della qualità di un'istituzione, dall'altra è un fattore capace di incrementarne la visibilità il prestigio e il valore a livello pubblico. Se è vero quindi che gli open archives apportano notevoli vantaggi per le istituzioni che se ne dotano (essendo crollate le barriere tecnologiche che impedivano la loro realizzazione [10]), è altresì vero che non mancano le difficoltà: uno degli ostacoli più invalidanti, ad esempio, è la diffidenza degli autori verso questo strumento, e la conseguente difficoltà di coinvolgerli nel nuovo sistema di archiviazione e di diffusione delle pubblicazioni scientifiche.

In ogni caso tra gli atenei italiani vi sono esperienze assai interessanti, che sono riuscite a cogliere tempestivamente le possibilità offerte dalle nuove tecnologie, sperimentando e implementando i depositi aperti. Tra gli esempi più significativi, spiccano quelli dell'università di Bologna, di Roma "La Sapienza", di Trento e di Padova, alle quali si è aggiunta di recente quella dell'Università Federico II di Napoli.

Il Progetto Alma-DL dell'Università di Bologna

Nel 2001 ha visto la luce, su iniziativa dell'Università di Bologna, il progetto, Alma-DL, con l'intento di attivare nell'ateneo una politica di archivi istituzionali in grado di partecipare al circuito internazionale degli open archives. Nell'ideare questo progetto si è tenuto conto del carattere estremamente eterogeneo dell'ateneo bolognese, che comprende tutti gli ambiti disciplinari, i quali di conseguenza hanno esigenze diverse sia in relazione alla didattica che alla ricerca. La realizzazione del progetto è avvenuta attraverso due fasi: la prima ha inteso dar vita a un supporto attivo all'archiviazione e alla consultazione dei materiali didattici, per facilitare l'utilizzo da parte dei docenti e delle biblioteche, oltre che consentire una veloce produzione e una rapida, efficiente e non onerosa distribuzione dei materiali stessi agli studenti. [11] L'implementazione di questo supporto ha portato alla nascita di un archivio "didattico" (AMS Campus), replicato e personalizzato anche presso alcune facoltà, e alla contemporanea formazione, nell'ambito delle stesse facoltà, di un supporto ai docenti da parte dei bibliotecari, per mezzo di appositi seminari di discussione e corsi di formazione. Questa fase, infine, è servita per entrare in contatto con i docenti e far sì che questi ultimi prendessero familiarità con il circuito Open Access in vista dell'auto-archiviazione delle ricerche scientifiche. [12]

La seconda fase ha previsto la generalizzazione dell'uso degli archivi eprints anche per altri tipi di documenti (lavori scientifici e atti di congresso). Ciò ha determinato l'attivazione degli altri due archivi a livello istituzionale: Almae Matris Studiorum Acta (AMS Acta), l'archivio per i contributi di ricerca scientifica, e Almae Matris Studiorum Miscellanea (AMS Miscellanea), l'archivio per i contributi culturali. [13] La necessità di gestire tutte le principali tipologie di materiali didattici e di ricerca è stata soddisfatta dall'utilizzo del software open source GNU EPrint, sviluppato dall'Università di Southampton, grazie al quale è stato possibile personalizzare i singoli archivi per rappresentare correttamente le diverse tipologie da trattare, e implementare successivamente i corretti strumenti di ricerca e di inserimento dei full-text. [14]

Caratteristiche del Progetto Alma-DL sono il decentramento, con la costituzione di una rete federata di archivi specializzati, che consente ad ogni facoltà di gestire operativamente un archivio autonomo in grado di comunicare con gli altri attraverso il protocollo OAI-OMH [15], e l'integrazione informativa che garantisce l'uniformità e l'usabilità dei dati, con lo scopo di migliorare i servizi di autenticazione in fase di deposito e di accesso. Inoltre, è attivo un servizio centralizzato di aggregazione dei dati che permette l'interrogazione contemporanea di tutti gli archivi congiuntamente alle altre risorse elettroniche offerte dall'ateneo. AMS Acta, grazie alle funzionalità di data provider di GNU EPrint, è presente sui principali servizi di indicizzazione mondiali compatibili con l'OAI-PMH. I suoi contributi, pertanto, sono ricercabili tramite OAIster, un sistema che effettua l'harvesting dei più importanti archivi aperti internazionali. [16]

Durante i lavori del Workshop sugli open archives, tenutosi a Roma il 10 giugno 2004 e intitolato La comunicazione scientifica aperta della Sapienza, nella sua relazione, Valentina Comba, membro del coordinamento di Alma-DL, ha messo in evidenza che una delle maggiori difficoltà incontrate per far decollare gli open archives bolognesi sia stata proprio la resistenza nei confronti dell'open access; di conseguenza ha sostenuto che la strada da seguire nel futuro va verso la progressiva sensibilizzazione su queste tematiche, nello sforzo di far comprendere e far conoscere l'open access e le sue risorse.

PADIS, l'archivio aperto dell'Università "La Sapienza" di Roma

L'archivio istituzionale della Sapienza è PADIS (Pubblicazioni aperte digitali della Sapienza [17]), nel quale possono essere depositate tesi di dottorato, articoli scientifici (preprint, postprint) e materiali per la didattica realizzati da docenti, ricercatori e tecnici dell'ateneo. In questa realtà il problema della resistenza dei docenti ad affidare i propri lavori a un archivio aperto è stato superato cominciando a "sensibilizzare" i ricercatori più giovani: con la delibera del 6 maggio 2004, il Senato Accademico dell'università romana ha reso obbligatorio il deposito delle tesi di dottorato in PADIS. L'immissione in rete delle tesi di dottorato costituisce elemento di valutazione del corso di dottorato stesso. [18] PADIS è un progetto promosso da BIDS, la Biblioteca digitale della Sapienza, istituita con decreto rettorale n. 580 del 14 maggio 1998, con il triplice scopo di mettere gratuitamente a disposizione di docenti e studenti strumenti informatici di facile consultazione e in grado di agevolare la ricerca; di stimolare l'interesse e promuovere l'accesso a questi strumenti; e infine di coordinare gli interessi di informazione scientifica espressa dai docenti, realizzando così un'efficace copertura per i progetti e gli sviluppi di ricerca di ogni area culturale presente nell'ateneo. [19]

L'open archive romano, realizzato con CDSware, il software creato dal Centro Europeo per la Ricerca Nucleare (CERN) di Ginevra, rappresenta un esempio concreto di politica istituzionale attivamente impegnata a sostenere il deposito nell'archivio aperto d'ateneo. La politica seguita dalla "Sapienza" comporta numerosi vantaggi per i giovani ricercatori che, per le loro prime pubblicazioni, si troveranno a che fare con un "interlocutore affidabile", cioè la propria università, superando così le difficoltà di rapportarsi con il mondo dell'editoria commerciale; inoltre ciò consentirà ai nuovi dottori di ricerca di sviluppare familiarità e fiducia con il modello open access. [20]

UniTn-eprints, l'archivio aperto dell'Università di Trento

Per la creazione del suo open archive, UniTn-eprints [21], l'università di Trento si è servita invece del software open source GNU EPrint. L'articolo 2, comma 1 dello Statuto dell'Università recita che l'ateneo "ha per scopo lo sviluppo e la diffusione del sapere mediante il libero esercizio della ricerca, dell'insegnamento e dello studio". In linea con questa affermazione, nel 2002 ha visto la luce UniTn-eprints. Esso nasce all'interno di un programma più ampio: il Progetto Casa Editrice del Sistema Bibliotecario di Ateneo, pensato in risposta alla mancanza di un catalogo delle pubblicazioni scientifiche dell'Università di Trento, cartaceo o elettronico che sia; alla mancanza di supporto agli autori nel campo dell'editoria elettronica; all'assenza di una politica editoriale d'ateneo coerente, ed alla conseguente scarsa visibilità e diffusione della produzione scientifica trentina. [22] Fanno parte del progetto l'assegnazione dei codici ISBN e ISSN ai documenti pubblicati dall'Università di Trento, il catalogo delle Tesi di laurea-on-line, il data-base di Anagrafe della ricerca scientifica POLARiS [23]. Peculiarità del progetto trentino è "l'integrazione dell'archivio aperto istituzionale UniTn-eprints con l'Anagrafe della ricerca dell'ateneo", che ha dimostrato la possibilità di far dialogare l'open archive con le esigenze della valutazione della produzione scientifica: questa possibilità di dialogo permette al Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca (CIVR) di recuperare sia i metadati sia i full-text depositati nell'archivio aperto istituzionale e di collegarli ai software di analisi citazionale.

L'archivio trentino presenta due interfacce. La prima consente l'accesso a chiunque, offrendo la possibilità di ricercare, recuperare e consultare i documenti digitali conservati, con tecniche simili a quelle applicate negli OPAC. La seconda, di tipo "amministrativo-gestionale", è ad accesso riservato e permette il deposito dei documenti esclusivamente agli utenti appartenenti alla comunità scientifica dell'Università di Trento. Ogni autore può facilmente auto-archiviare il proprio prodotto scientifico, dopo una breve procedura gratuita di registrazione, immettendo i dati (un file pdf) e metadati (dati descrittivi) all'interno dell'archivio. Inoltre è prevista la successiva validazione da parte del personale della biblioteca, che controlla la correttezza dei metadati e la leggibilità del file depositato.

Per depositare i documenti in Eprints è necessario scegliere il tipo di documento (le tipologie sono 13); segnalare se il documento che si sta caricando è un commento a un documento o una versione riveduta di un contributo precedentemente già inserito in Eprints, per permettere al sistema di mettere automaticamente in relazione i documenti stessi; inserire le informazioni bibliografiche, che variano a seconda del tipo di e-print selezionato (status del documento). Infine, sono previsti l'upload del documento (scelta del formato: ad esempio html o pdf), e la scelta del livello di accesso che si desidera consentire al proprio eprint.

Per quanto riguarda invece la ricerca del materiale depositato, essa può essere effettuata nei seguenti modi:

Il funzionamento dell'open archive dell'ateneo di Trento può essere assunto come paradigmatico del funzionamento anche degli altri archivi aperti esistenti. Tuttavia è necessario tenere presente che, in virtù delle possibilità di personalizzazione offerte dai vari programmi open source, ciascun archivio aperto può essere implementato in base alle esigenze dell'istituzione o a quelle espresse dalla comunità scientifica di riferimento, potendo aggiungere o modificare alcune opzioni sia per la ricerca sia per il deposito dei documenti.

FedOA, l'archivio aperto dell'Università Federico II di Napoli

Il Sistema Bibliotecario di Ateneo dell'Università degli Studi di Napoli Federico II ha realizzato nel 2003 SireLib, una biblioteca digitale che consiste in un sistema di interrogazione integrata e simultanea delle diverse risorse disponibili in formato elettronico [25], e nel 2004 ha dato vita a un catalogo unico di ateneo [26], attraverso il quale è possibile effettuare ricerche sull'intero patrimonio bibliotecario; ora con FedOA [27], l'archivio istituzionale dei documenti elettronici dell'ateneo partenopeo, intende ora offrire ai propri docenti e ricercatori un nuovo strumento di lavoro, ancora una volta all'avanguardia.

Realizzato con il contributo della Compagnia di San Paolo e della Regione Campania, l'archivio mira alla promozione della libera diffusione in rete della produzione scientifica dei docenti e dei ricercatori dell'ateneo, attività questa che costituisce il suo obiettivo primario. Tutti i documenti depositati vengono indicizzati dai servizi di harvesting della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, del Portale per la Letteratura scientifica Elettronica Italiana su Archivi aperti e Depositi Istituzionali (PLEIADI), dell'Università del Michigan (OAIster).

Il Federico II Open Access, sviluppato con il software EPrints2, funziona nel seguente modo: gli autori, dopo essersi autenticati, possono depositare libri, articoli, atti di convegni, abstract; in un secondo momento, tutto il materiale depositato verrà indicizzato e sarà così disponibile in rete. [28]

Conclusioni

Se questi appena descritti costituiscono esempi estremamente significativi del grande fermento in atto nel mondo accademico italiano, l'esperienza padovana, guidata da Antonella De Robbio, costituisce senza dubbio la realtà più attiva e all'avanguardia nel panorama degli open archives nostrani. L'implementazione dell'Archivio gestione tesi dell'università di Padova è stata accompagnata da una sistematica politica di definizione del copyright: Padova si è proposta come punto di riferimento per la gestione degli aspetti legati proprio alla questione dei diritti d'autore per la produzione della documentazione necessaria e la definizione di buone pratiche da inserire a corredo degli archivi. [29]

Gli archivi aperti delle università italiane sono, seppur tra mille difficoltà e ritardi, una realtà in movimento: altre università, infatti, si stanno avvicinando a questi nuovi strumenti di diffusione del sapere accademico. [30] La speranza è quella che il mondo accademico italiano non si lasci sfuggire le enormi potenzialità offerte dall'OA, e che continui a seguire il solco segnato dalla Dichiarazione di Messina. Difatti, come ha scritto Benedetta Alosi, "qualunque ostacolo si ponga all'accesso è un ostacolo alla crescita culturale e alla ricerca, quindi al benessere economico e sociale" [31].

Giulio Casilio, Perugia, e-mail: giuliocasilio@hotmail.com


Fonti

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Bibliografia

Saggi e Monografie

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Articoli tratti da riviste

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Interventi ed Atti di Convegni

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Mornati Susanna, Open Archives come strumenti per l'auto-gestione della comunicazione scientifica, in Proceedings Open Archives e comunicazione scientifica : IV incontro nazionale sull'editoria digitale, Firenze, 16/02/2005, in <http://eprints.rclis.org/ archive/00004440/01/OA_Firenze_feb2005.pdf>.

Valentini Francesca, Paolo Bellini, UniTn-eprints: risultati di utilizzo, prospettive di sviluppo, in Cotoneschi Patrizia (a cura di), Atti. L'Archivio E-Prints dell'Università di Firenze: prospettive locali e nazionali, Firenze, Firenze University Press, 2004, in <http://eprints.unifi.it/archive/00000393/01/Convegno_EPrints-FValentini.pdf>.

Note

* Questo articolo riprende alcune parti della Tesi di laurea in biblioteconomia sostenuta dall'autore presso l'Università degli Studi di Perugia, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di laurea in scienze dei beni storico-artistici, archivistici-librari e musicali, a.a. 2004-2005, relatore Andrea Capaccioni, dal titolo Gli Archivi aperti delle Università italiane: una realtà in movimento.

[1] Per una analisi aggiornata del fenomeno si veda fra l'altro Michele Santoro, Biblioteche e innovazione. Le sfide del nuovo millennio, Milano, Editrice Bibliografica, 2006, p. 363-394; Fabio Metitieri - Riccardo Ridi, Biblioteche in rete. Istruzioni per l'uso, Roma-Bari, Laterza, 2005, <http://www.laterza.it/bibliotecheinrete/Cap10/Cap10_00.htm>.

[2] La Dichiarazione di Messina è disponibile sul sito <http://www.aepic.it/conf/viewpaper.php?id=49&cf=1/>, con l'elenco dei suoi primi firmatari. Attualmente la quasi totalità degli atenei italiani (75 su 77) ha aderito alla Berlin Declaration; cfr. Resoconto del convegno, Berlin 3 Open Access: Progress in Implementing the Berlin Declaration on Open Access to Knowledge in the Sciences and Humanities, 28 febbraio - 1° marzo 2005, University of Southampton (UK), in <http://eprints.rclis.org/archive/00003345/01/BerlinIII_pg.pdf>. La Budapest Open Access Initiative (BOAI) nasce nel 2001 su iniziativa della Open Society Institute (OSI) e rappresenta un momento di grande importanza per la crescita dell'OA che, attraverso essa, diventa un movimento coerente e unito nell'individuare strategie e metodi d'azione <http://www.soros.org/ openaccess/>.

[3] Il testo completo della Dichiarazione di Berlino e ulteriori informazioni sul convegno nell'ambito del quale essa fu redatta sono disponibili all'URL <http://www.zim.mpg.de/Public/events/index.html>. Per la Bethesda Statement on Open Access Publishing si veda <http://www.earlham. edu/~peters/fos/bethesda.htm>.

[4] Benedetta Alosi, Dalla crisi della comunicazione scientifica alle strategie Open Access: nuovi modelli di circolazione del sapere, Tesi di diploma in Bibliografia, Università degli Studi di Roma "La Sapienza", Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari Indirizzo Bibliotecario, a.a. 2003-2004, p. 112, in <http://eprints.rclis.org/archive/00004730/01/AlosiOA2005.pdf>.

[5] Cfr. Lo stato dell'arte dell'editoria elettronica negli atenei italiani: Documento del gruppo di lavoro sull'editoria elettronica della Commissione CRUI delle Biblioteche, a cura di Patrizia Cotoneschi e Giancarlo Pepeu, Firenze, Firenze University Press, 2004, <http://eprints.unifi.it/archive/00000819/01/Documento_Stato_arte_ editoria_in_italia_final_version.pdf>.

[6] Benedetta Alosi, cit.

[7] Questo portale, alla cui realizzazione hanno lavorato il Consorzio Interuniversitario Lombardo per l'Elaborazione Automatica (CILEA) e il CASPUR, costituisce un importante passo avanti sul piano dei servizi a valore aggiunto - dalla ricerca alle statistiche d'accesso, dall'esportazione fino all'help desk - offerti a supporto degli archivi istituzionali. Inoltre, rende possibile a tecnici e bibliotecari impegnati nell'implementazione degli archivi aperti, di confrontarsi su temi e novità riguardanti il mondo dell'OA attraverso un forum specializzato e un servizio news. Allo stato attuale solo la Gran Bretagna e l'Olanda si sono dotati di servizi centralizzati offerti ai vari archivi istituzionali. Cfr. per PLEAIDI <http://www.openarchives.it/pleiadi>; per Cilea <http://www.cilea.it>; per Caspur <http://www.caspur.it/>.

[8] Cfr. PLEIADI, in <http://www.openarchives.it/pleiadi/modules/mylinks/viewcat. php?cid=18>. In realtà nell'elenco, ad esempio, non è segnalato l'archivio aperto dell'Università degli Studi di Roma "Tor Vergata", consultabile all'URL <http://dspace.uniroma2.it/dspace/index.jsp>.

[9] Anna Maria Tammaro - Teresa De Gregori, Ruolo e funzionalità dei depositi istituzionali, "Biblioteche Oggi", 10 (2004), 12, p. 7, <http://www.bibliotecheoggi.it/2004/20041000701.pdf>. Antonella De Robbio, invece, sostiene che, allo stato attuale, i depositi istituzionali sono tasselli, o parti strategiche delle biblioteche digitali ma non biblioteche digitali nella loro interezza, in Eadem, Gaining independence with e-prints archives and OAI: secondo workshop OAI in Europa, in "Bibliotime", 3 (2002), 11 in <http://didattica.spbo.unibo.it/bibliotime/num-v-3/derobbio.htm>.

[10] Esistono software open source, ossia software distribuiti liberamente, e dei quali è fornito anche il codice sorgente. Il termine "open" si riferisce alla libertà accordata dall'autore agli utilizzatori del software di eseguirlo, copiarlo, distribuirlo, modificarlo e ridistribuire le modifiche, purché tutto ciò avvenga nel rispetto dell'unica restrizione imposta dalla licenza, ossia che ciascuna copia o modifica erediti le stesse libertà e sia accompagnata dal codice sorgente "aperto".

[11] Progetto Alma DL. La Biblioteca Digitale dell'Alma Mater Studiorum Università di Bologna, finanziamento art. 19 D.M. 8/5/2001 - Programmazione del sistema universitario per il triennio 2001 - 2003, in <http://almadl.cib.unibo.it/documentazione/ALMA_DL_triennale.pdf>.

[12] Cfr. Simone Sacchi, L'Open Access negli atenei italiani. Il progetto Alma-DL dell'Università di Bologna, "Biblioteche oggi", 4 (2005), 5, p. 44-57, <http://www.bibliotecheoggi.it/2005/20050404401.pdf>.

[13] Progetto Alma DL. cit. Per AMS Campus si veda <http://amscampus.cib.unibo.it/>; per AMS Acta si veda <http://amsacta.cib.unibo.it/>; per AMS Miscellanea si veda <http://amsmisc.cib.unibo.it/>.

[14] Cfr. Simone Sacchi, L'Open Access negli atenei italiani, cit., p. 50; anche in <http://www.bibliotecheoggi.it /2005/20050404401.pdf>.

[15] Per ulteriori approfondimenti sulla missione dell'OAI si veda <http://www.openarchives.org/>.

[16] Per OAIster, il progetto che mette a disposizione oltre 6 milioni di documenti elettronici da 580 istituzioni, si veda <http://oaister.umdl.umich.edu/o/oaister/>.

[17] <http://padis.uniroma1.it>.

[18] Cfr. Verbale del Senato Accademico seduta del 6 maggio 2004, (estratto), 5.3 Dottorato di ricerca - Pubblicazione on line Tesi finali di Dottorato di Ricerca, in <http://bids.citicord.uniroma1.it/deliberatesidottorato. aspx>.

[19] Il manifesto del progetto BIDS è disponibile in <http://bids.citicord.uniroma1.it/chi_siamo.aspx#esecutivo>.

[20] Cfr. Fabrizio Ciolli, La comunicazione scientifica aperta della Sapienza. Workshop sugli open archives. Roma, 10 giugno 2004, "AIDAinformazioni", 22, 3, luglio-settembre 2004, <http://www.aidainformazioni.it/pub/ciolli32004.html>. "Dal punto di vista scientifico, inoltre", scrive Fabrizio Ciolli "la tesi di dottorato costituisce un contributo originale per legge, e già per sua natura reviewed per il fatto stesso di essere stata seguita da un relatore ed esaminata da una commissione di docenti composta da almeno tre membri. Tutto ciò incrementerà automaticamente l'archivio, contribuirà ad allargarne la copertura disciplinare e la visibilità, e diffonderà inoltre un influsso positivo sulla qualità scientifica complessiva dell'intero lavoro di ricerca condotto all'interno dei percorsi curricolari dei dottorati e dei post-dottorati".

[21] <http://eprints.biblio.unitn.it/>.

[22] Francesca Valentini - Paolo Bellini, UniTn-eprints: risultati di utilizzo, prospettive di sviluppo, in L'Archivio E-Prints dell'Università di Firenze: prospettive locali e nazionali, a cura di Patrizia Cotoneschi, Firenze, Firenze University Press, 2004, <http://eprints.unifi.it/archive/00000393/01/Convegno_EPrints-FValentini.pdf>.

[23] <http://polaris.unitn.it/>.

[24] Francesca Valentini - Paolo Bellini, UniTn-eprints: risultati di utilizzo, prospettive di sviluppo, cit.

[25] <http://www.sirelib.unina.it/index2.html>.

[26] <http://sib04.unina.it/ALEPH>.

[27] <http://www.fedoa.unina.it>.

[28] Per ulteriori dettagli sulla sua configurazione, sul suo funzionamento e sulle sue opzioni di ricerca e di deposito è possibile consultare la Guida all'uso disponibile in <http://www.fedoa.unina.it/help>.

[29] <http://tesi.cab.unipd.it:8500>. Si tenga presente che attualmente Padova sta lavorando anche alla elaborazione di un Archivio istituzionale d'Ateneo, Eprints. Cfr. anche Benedetta Alosi, Dalla crisi della comunicazione scientifica alle strategie Open Access, cit., p. 123. Sul copyright si vedano sia l'intervento di Antonella De Robbio all'incontro di Messina dal tiolo Il copyright negli archivi istituzionali di ateneo, le cui slids sono disponibili in <http://www.aepic.it/conf/viewabstract. php?id=6&cf=1>, sia della stessa autrice, Open Access e copyright, <http://antonello.unime.it/faq-oa.pdf>.

[30] Segnaliamo ad esempio l'iniziativa "Dspace", nata nell'ambito del Dipartimento di Scienze del Linguaggio dell'Università per Stranieri di Perugia, <http://elearning.unistrapg.it/dspace/>; e la rivista elettronica "Perusia"edita dal Dipartimento di Culture Comparate della stessa Università <http://www.unistrapg.it/italiano/ateneo/ dipartimento_cc/perusia.php>.

[31] Benedetta Alosi, Dalla crisi della comunicazione scientifica alle strategie Open Access, cit., p. 61-62.




«Bibliotime», anno IX, numero 3 (novembre 2006)

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