«Bibliotime», anno V, numero 2 (luglio 2002)

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Andrea Capaccioni

L'invenzione infinita. Il libro come prodotto tecnologico *



Si leva a volo l'Aquila alla sommità del Cielo;
il Cacciatore coi cani segue il suo percorso.
O rivoluzione perpetua di stelle configurate,
o ricorrenza perpetua di stagioni determinate,
o mondo di primavera e d'autunno, di nascita e morte!
Il ciclo senza fine dell'idea e dell'azione,
L'invenzione infinita, l'esperimento infinito,
Portano conoscenza del moto, non dell'immobilità;
Conoscenza del linguaggio, ma non del silenzio;
Conoscenza delle parole, e ignoranza del Verbo.
Tutta la nostra conoscenza ci porta più vicini alla nostra ignoranza,
Tutta la nostra ignoranza ci porta vicino alla morte.
Ma più vicino alla morte non più vicini a Dio.
Dov'è la Vita che abbiamo perduto vivendo?
Dov'è la saggezza che abbiamo perduto sapendo?
Dov'è la sapienza che abbiamo perduto nell'informazione?
I cicli del Cielo in venti secoli
Ci portano più lontani da Dio e più vicini alla Polvere.

Thomas Stearns Eliot da Cori da "La Rocca",
(Milano, Biblioteca universale Rizzoli, 1994, p. 37)

Introduzione

Il libro è una "macchina meravigliosa" ha scritto Robert Darnton. La frase colpisce perché siamo poco abituati a considerare il libro come un congegno, un prodotto tecnologico, il cui destino, in quanto oggetto indispensabile, è quello di essere continuamente reinventato ("l'invenzione infinita" di T.S. Eliot). Ogni età infatti ha avuto il suo libro: il libro manoscritto, quello stampato e oggi il libro elettronico.

L'intento del presente scritto è quello di proporre alcuni spunti sulla storia e sul futuro del libro partendo da un punto di vista inusuale: il libro come un prodotto tecnologico.

E' risaputo che con la parola libro indichiamo sia un'opera, cioè il suo il contenuto ("Ho letto un libro di Alexandre Dumas"), sia il contenitore, l'oggetto che contiene il testo.

Anche nel moderno termine e-book ritroviamo la stessa ambivalenza: da una parte esso indica il testo elettronico, dall'altra il dispositivo informatico che lo rende fruibile.

Malgrado ciò, nonostante cioè il libro si manifesti sotto una doppia natura materiale e spirituale, nell'immaginario di una parte del mondo occidentale si nota la propensione a privilegiare solo l'aspetto intellettuale, astratto.

Di conseguenza osservare il libro da un punto di vista diverso può aiutare a coglierne aspetti nascosti, a capire meglio la sua storia, a decifrare il futuro.

"Il futuro è il territorio che appartiene al passato" (W. Ong)

Quando parliamo genericamente di libri intendiamo il libro a stampa così come concepito in Occidente a partire dalla metà del Quattrocento in quanto fu quello il modello che si impose in tutto il mondo.

Il libro, inteso come oggetto, come un contenitore o un supporto per il testo, è una tecnologia frutto dell'apporto di altre tecnologie: la scrittura, in primo luogo, e poi la pergamena, la carta, ecc. Senza la scrittura non avremmo libri. Le origini della scrittura potrebbero essere cercate nell'arte rupestre degli uomini dell'era glaciale. La scrittura inizia dunque come immagine, poi si evolve lentamente passando dai sistemi pittografici dalla scrittura cuneiforme dei sumeri, ai geroglifici degli egiziani, fino ai caratteri cinesi.

"In una tappa posteriore" scrive Albert Labarre "la scrittura si accorda un poco alla volta al linguaggio per giungere ai segni fonetici che sono dei simboli dei suoni; inizialmente ci sono sistemi in cui ogni suono corrisponde a un segno (in India per esempio), poi dei sistemi sillabici, infine delle scritture consonantiche che si sviluppano attraverso il Medio Oriente fino ad arrivare all'alfabeto, in Fenicia, forse a partire dal XVI o XV secolo avanti Cristo. Nel IX secolo avanti Cristo i Greci adottano l'alfabeto fenicio, vi aggiungono le vocali e organizzano la scrittura da sinistra verso destra; è da questo alfabeto che sono nati l'alfabeto latino e gli alfabeti moderni" [1].

Il libro è stato preceduto dal codice (codex) e prima ancora dal rotolo. Tremila e cinquecento anni prima della nascita di Cristo i sumeri sperimentarono il primo tentativo conosciuto di scrittura su supporti portatili. Furono utilizzate delle tavolette di argilla sulle quali venivano incise delle iscrizioni per mezzo di un stilo. Circa mille anni più tardi apparvero in Asia occidentale le prime pelli di animali trasformate in rotoli e in Egitto i primi rotoli di papiro. Nel 650 a.C. circa i papiri furono esportati in Grecia e così entrarono nel cuore del mondo occidentale. Alcune centinaia di anni dopo i romani e gli stessi greci utilizzavano delle tavolette cosparse di cera per trasmettere i loro testi. Il papiro, materiale nobile, non era facile da reperire ed era fragile. Alla fine del primo secolo a. C. il libro si era trasformato da rotolo in codice.

Durante il Medioevo si cominciarono a produrre libri nella forma che ancora oggi conosciamo. Erano composti da diverse carte rilegate tra loro, protette da una copertina in materiale più rigido. Si assiste ad un incremento lento ma costante del numero dei testi disponibili e di coloro che sanno leggere e scrivere. Produrre codici era diventato un'attività dispendiosa, si sentiva l'esigenza di realizzare un più alto numero di libri a costi meno elevati. Il bisogno, si sa, aguzza l'ingegno e così furono introdotti dei miglioramenti che sfociarono, alla fine di un processo più o meno lungo, nell'invenzione della stampa a caratteri mobili e in seguito nella sua applicazione commerciale.

A metà del secolo XV, Gutenberg con alcuni soci costituisce in Germania la prima impresa tipografica che utilizzava la nuova tecnica di produzione.

Tecnologia e parola

L'uomo si è da sempre dato da fare per creare dei congegni che lo aiutassero a soddisfare le sue esigenze. E tanto più il mondo si faceva, per usare un'intensa espressione di Ray Bradbury, "gremito di occhi, di gomiti, di bocche" [2], tanto più cresceva la necessità di escogitare tecniche per soddisfare i nuovi bisogni.

L'umanità ciclicamente riorganizza l'insieme delle sue conoscenze e le modalità con cui sono trasmesse. L'impatto dell'applicazione di una tecnologia, la scrittura, al sapere non fu indolore. Una preziosa testimonianza del momento in cui la cultura orale si trasformava in cultura scritta si può trovare nel Fedro di Platone, in particolare nel quinto capitolo intitolato Superiorità dell'oralità sulla scrittura. Socrate, il protagonista, racconta a Fedro, la nascita della scrittura.

L'invenzione è attribuita al dio egizio Theuth già scopritore dei numeri, del calcolo, della geometria e dell'astronomia. Nel farne dono al re d'Egitto Thamus, Theuth aveva sostenuto che la nuova conoscenza avrebbe reso "gli egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è ritrovato il farmaco della memoria e della sapienza" [3]. Il re non ne era affatto convinto, secondo lui la scoperta della scrittura avrebbe avuto per effetto di "produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché, fidandosi della scrittura, si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, ma del richiamare la memoria" [4].

Le due proprietà della tecnologia-libro

Se la scrittura è "una cosa, un prodotto manufatto", o meglio una tecnologia, a maggior ragione lo saranno anche il libro e il computer. "La scrittura, la stampa, i computer" sostiene Ong "sono tutti mezzi per tecnologizzare la parola" [5]. Il libro, colto da questo punto di vista, possiede due proprietà: essere eterno e "invisibile".

Prima proprietà. Il libro come tecnologia eterna

"Il libro da leggere appartiene a quei miracoli di una tecnologia eterna di cui fan parte la ruota, il coltello, il cucchiaio, il martello, la pentola, la bicicletta" [6].

Le tecnologie descritte da Eco esistono da tempo immemorabile, in alcuni casi si deve risalire agli albori della storia dell'uomo per rintracciarne l'apparizione, eppure sono utilizzate ancora oggi.

E' difficile pensare, ad esempio, di mangiare la minestra con un qualcosa che non sia il cucchiaio; o battere un chiodo senza il martello. Qualsiasi alternativa risulterebbe meno funzionale. Naturalmente nel corso degli anni gli oggetti si sono trasformati, hanno subito modifiche. Tuttavia "per tanto che i designer si diano da fare, modificando qualche particolare, l'essenza del coltello rimane sempre quella" [7].

Il libro per diventare una tecnologia eterna si è dovuto perfezionare. Scrivere e leggere sulle tavolette o sui rotoli era faticoso. Sperimentando nuove tecniche si capì che poteva essere più agevole utilizzare singoli fogli rilegarti tra loro. Così nel primo secolo d.C. il codex aveva in pratica sostituito il rotolo e preso la forma che sostanzialmente mantiene ancora oggi. Quale è il motivo di tanta fortuna? risponde Eco: "La forma-libro è determinata dalla nostra anatomia. Ce ne possono essere di grandissimi, ma per lo più hanno funzione di documento o di decorazione; il libro standard non deve essere più piccolo di un pacchetto di sigarette o più grande dell'Espresso. Dipende dalle dimensioni della nostra mano, e quelle –almeno per ora- non sono cambiate, con buona pace di Bill Gates" [8].

Intermezzo: il segnalibro è un'innovazione

Gli storici della tecnologia definiscono innovazioni incrementali le modifiche tecniche minori, non sostanziali. Attraverso esse gli oggetti si adeguano alle esigenze e ai gusti di un pubblico in continua trasformazione. Il segnalibro può essere considerato un esempio di innovazione incrementale del libro.

Esso è un oggetto comune, ma poco conosciuto. Trascurato dagli studiosi è entrato nella sfera degli interessi dei collezionisti che però gli hanno sempre preferito altri oggetti (santini, cartoline, calendari, ecc.) [9].

Il segnalibro in realtà deve essere considerato una modifica tecnica, un miglioramento del libro. Gli scribi, utilizzando fogli di papiro arrotolati, non ne avevano bisogno. Per segnare un punto preciso del testo potevano ricorrere ad un'annotazione o più semplicemente usare i lembi del rotolo non completamente riavvolti.

Fu con l'avvento del codice manoscritto prima e del libro a stampa poi, cioè di supporti composti da una serie di carte rilegate insieme sul margine sinistro così da poter essere sfogliati, che si insinuò, a poco a poco, l'esigenza di mettere un segno, un qualche cosa che fissasse il punto di lettura tra una pagina e l'altra.

Il segnalibro fece le sue prime apparizioni nel tardo Medioevo, vincendo non poche resistenze culturali. Troviamo traccia del diffondersi dell'uso di questo oggetto nel Philiobiblon di Riccardo da Bury [10].

Seconda proprietà: il libro come tecnologia invisibile

"La tecnologia migliore è quella che non si vede". Così scrive Don Norman, esperto americano di informatica. Il computer a suo giudizio fa parte di quelle tecnologie che sono ancora troppo "visibili", cioè poco amichevoli, non facili da usare [11].

Essendo poco abituati a considerare il libro come un prodotto tecnico non ci accorgiamo delle sue doti "tecniche". E' leggero, pratico, semplice da utilizzare. Il libro è una reale tecnologia "invisibile". Donald Norman ha felicemente coniato l'espressione di "tecnologia invisibile" per definire quegli apparecchi di uso facile e intuitivo.

Purtroppo sono ancora troppi gli ostacoli che si frappongono tra noi e le macchine e i problemi legati al loro funzionamento. I computer sono un esempio. Non è difficile vedere persone che incontrano difficoltà nell'utilizzo di un elaboratore. La tastiera, il mouse, lo schermo, o il software, possono causare gravi imbarazzi nel lavoro. Perché l'uso di un apparecchio meccanico o di un dispositivo elettronico ci deve portare via così tanto tempo? lo scopo di un prodotto tecnologico avanzato come il computer non è forse quello di migliorare la qualità della vita, rendendo più agevole lo svolgimento di alcune azioni, come scrivere una lettera, registrare i clienti di una attività commerciale o catalogare i cd audio?

Una tecnologia è semplice, amichevole, quando non risulta intrusiva, cioè quando ci permette di svolgere con facilità il maggior numero delle mille azioni quotidiane. E' una sfida per designer, inventori, scienziati e aziende produttrici ideare macchine sempre più facili da usare, sempre più "invisibili".

Il libro rimane ancora oggi un modello insuperato. Lo sostiene anche Neil Gershenfeld direttore del Physics and Media Group del Massachusetts Institute of Technology, uno dei pionieri tra l'altro delle ricerche sulla carta (e-paper) e sull'inchiostro (e-ink) elettronici. Egli sostiene, con un'affermazione tanto paradossale quanto efficace, che "se il libro fosse stato inventato dopo il portatile, lo si sarebbe accolto come un'enorme innovazione" [12]. Gershenfeld mette a confronto il libro con il computer (portatile) ricavandone le seguenti osservazioni:

E' un parallelo costruito con ironia: il tradizionale supporto cartaceo è esaminato come fosse un prodotto tecnologico avanzato e alla fine risulta vincente.

In fondo, con parole solo un poco diverse, Umberto Eco è giunto alle stesse conclusioni: i libri possono "essere presi in mano, anche a letto, anche in barca, anche là dove non ci sono spine elettriche, anche dove e quando qualsiasi batteria si è scaricata, possono essere sottolineati, sopportano orecchie e segnalibri, possono essere lasciati cadere per terra o abbandonati aperti sul petto o sulle ginocchia quando ci prende il sonno, stanno in tasca, si sciupano, assumono una fisionomia individuale a seconda dell'intensità e regolarità delle nostre letture, ci ricordano (se ci appaiono troppo freschi e intonsi) che non li abbiamo ancora letti, si leggono tenendo la testa come vogliamo noi, senza imporci la lettura fissa e tesa dello schermo di un computer, amichevolissimo in tutto salvo che per la cervicale" [14].


Andrea Capaccioni, Centro per l'orientamento bibliografico e per la documentazione -
Università per stranieri di Perugia, e-mail: acapacci@unistrapg.it


Note

* Il saggio rielabora in forma scritta la lezione tenuta per il 4° corso Il futuro del passato. La biblioteca tra tradizione e innovazioni tecnologiche (novembre 2000) organizzato dal Centro universitario europeo per i beni culturali di Ravello. Si ringrazia per l'autorizzazione alla pubblicazione la dott.ssa Maria Lilli di Franco coordinatrice del corso e la dott.ssa Eugenia Apicella segretario generale del CUEBC.

[1] A. Labarre, Histoire du livre, Paris, Puf, 1999, p. 7.

[2] R. Bradbury, Fahrenheit 451 & Cronache marziane, Milano, Mondadori, 2000, p. 70.

[3] Platone, Fedro, Milano, Rusconi, 1997, pp. 195-197.

[4] Platone, Fedro, p. 197.

[5] W. Ong, Oralità e scrittura, Bologna, Il mulino, 1986, pp. 120 e ss.

[6] U. Eco, La bustina di Minerva, Milano, Bompiani, 2000, p. 156.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem.

[9] Si veda a proposito E. Günther Rhese, Lesezeichen, Itzehoe, Beruf+Schule, 1994. Per l'Italia ma con una limitata attenzione verso i segnalibri E. Detti, Le carte povere: storia dell'illustrazione minore, Scandicci, La nuova Italia, 1989.

[10] Riccardo da Bury, Philiobiblon: o l'amore per i libri, Milano, Biblioteca universale Rizzoli, 1998, pp. 185-189. Si veda inoltre A. Capaccioni, Fiori, pagliuzze, perfino sardine: i primi segnalibri erano questi, in "Libero", 23 gennaio, 2001, p. 19.

[11] D. A. Norman, Il computer invisibile: la tecnologia migliore e quella che non si vede, Milano, Apogeo, 2000.

[12] N. Gershenfeld, Quando le cose iniziano a pensare, Milano, Garzanti, 1999, p. 22.

[13] N. Gershenfeld, Quando le cose iniziano a pensare, pp. 21-22.

[14] U. Eco. La bustina di Minerva, pp. 155-156.




«Bibliotime», anno V, numero 2 (luglio 2002)

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