«Bibliotime», anno VI, numero 1 (marzo 2003)

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Francesco Mazzetta

Il sussidiario illustrato della giovinetta. Su libri di carta e libri elettronici: battaglie finte e guerre vere



Ogni tanto a chi scrive viene richiesto un parere personale sul "futuro" del libro e della comunicazione. Questo avviene anche nella consapevolezza che all'attività bibliotecaria il sottoscritto affianca una passione per le nuove tecnologie, ludiche e non solo, che concretizza in articoli, ma anche in proposte di nuovi servizi bibliotecari. Di più: tali domande sono quasi provocate dal fatto stesso di sostenere che la tradizionale narratività si sposta in maniera inedita proprio nei prodotti videoludici [1].

La risposta, tuttavia, ha stupito più d'uno. Chi scrive infatti non pensa che gli e-book attualmente possano essere un significativo formato concorrente del libro cartaceo. Come probabilmente un po' tutti ha scaricato vari libri gratuiti installandoli nei vari "lettori", siano essi Reader di Microsoft o Acrobat Reader di Adobe. Ne ha letto qualche pagina ed ha desistito. Già per correggere un documento scritto con Word (o altro word processor) e più lungo di qualche pagina la cosa migliore è stamparlo e rileggerlo sulla copia cartacea. La facilità di lettura di una copia fisica su carta è incomparabilmente maggiore di una su schermo, anche se costruito con le ultimissime tecnologie. Tra l'altro ha già affermato che oggi, se si vuole parlare di narrativa elettronica, occorre far riferimento ai videogiochi: l'unica forma di narrativa elettronica davvero ormai diffusa in tutto il mondo, e non solo a puro livello elitario [2]. E tuttavia la possibilità di un "libro elettronico" non viene scartata del tutto. Ovvero la risposta alla domanda, alla fine, è la seguente: il libro elettronico soppianterà il libro cartaceo solo quando sarà indistinguibile da quest'ultimo. Già si parla di carta elettronica dotata di chip di memoria in grado di riprodurre pagine diverse come un monitor ma con la stessa risoluzione di una pagina a stampa e con la possibilità di essere rilegata a formare una vera e propria biblioteca in un solo libro.

È quanto del resto immagina Neal Stephenson nel suo romanzo L'era del diamante [3]. Non si tratta in realtà di un romanzo pienamente riuscito a causa di eccessive inutili divagazioni che slegano invece di annodare più saldamente i fili della trama. Difetto che diventa tragico nell'ultimo Cryptonomicon [4] in cui le interminabili 1163 pagine potrebbero essere ridotte ad un terzo senza perdere elementi essenziali alla comprensione della trama: elemento questo tanto più deprimente se si pensa che Stephenson è stato autore di uno dei più perfetti romanzi di fantascienza cyberpunk, Snow Crash [5]. Comunque ciò che qui ci interessa è che, in una società futura in cui il capitalismo e la tecnologia hanno enormemente approfondito il solco tra i pochi che hanno molto e i sempre più che hanno sempre meno, il ricchissimo lord Finkle-McGraw ordina la realizzazione in copia unica per la propria nipotina di un super-computer tutore in forma di "sussidiario illustrato". Praticamente tutto lo scibile dell'epoca è immagazzinato nel libro, programmato per trasmetterlo alla giovinetta nei modi e nelle forme a lei più confacenti. Il sussidiario inizia come una semplice fiaba la cui trama s'allarga, si complica, s'arricchisce man mano che la bambina cresce. Ovviamente non tutto si concluderà com'era nelle intenzioni: il sussidiario verrà rubato, finirà fortunosamente nelle mani di una bambina poverissima che potrà con esso ribaltare la propria situazione ed i codici verranno piratati per rendere tale formidabile strumento educativo disponibile anche alla massa della popolazione indigente.

Quando sarà disponibile un gadget del genere non avrà più senso stabilire se abbia vinto il libro o il computer, la forma analogica o quella digitale, semplicemente perché si saranno integrate ed avremo di fronte il meglio di entrambi i mondi: la capienza e la flessibilità digitale unite alla praticità e confortevolezza analogica. In realtà dunque la "querelle" tra i fan dei due sistemi non ha, secondo chi scrive, senso: solo quando il computer risulterà alla lettura gradevole e pratico come un libro - insomma quando si "farà" libro o qualcosa comunque di estremamente simile ad esso con in aggiunta tutte le funzionalità del computer - allora potrà avvenire questa sostituzione, che non sarà però allora più "sostituzione" ma "evoluzione": evoluzione del libro in libro-computer.

Ma Stephenson, appropriatamente, sviluppa le meraviglie tecnologiche in un contesto sociale. Gli "eloi" stephensoniani vivono in un neo-vittorianesimo in cui congegni sofisticatissimi hanno il ricercato aspetto di suppellettili ottocentesche, mentre i suoi "morlock" subiscono l'impatto "duro" con una tecnologia invadente e poco "user-friendly". Insomma - pare ammonirci Stephenson - la differenza nel futuro non sarà tanto tra chi potrà permettersi la tecnologia (computer, internet, ecc.) e chi no, ma piuttosto sulla qualità della tecnologia a disposizione, addirittura sulla possibilità di farne a meno, di "scollegarsi". In questo contesto, la forma libro è allo stesso tempo elitaria per l'aspetto tradizionalista e di massa per l'universalità d'uso.

Ma già oggi fondamentalmente la battaglia tra libro cartaceo e libro elettronico non è altro che una battaglia di facciata che riguarda la forma solo per nascondere i reali interessi sul contenuto. Infatti un libro, una volta acquistato, lo posso leggere oggi o fra vent'anni, lo posso regalare, lo posso scambiare, lo posso prestare a chi e quante volte voglio. Al contrario un testo elettronico limita fortemente questa libertà. Ciò perché la distribuzione commerciale del software e dei media digitali è basata sull'introduzione delle "licenze": quando un utente (sia esso un privato cittadino o un'istituzione pubblica) "acquista" un programma (un libro elettronico, un file musicale, un DVD, un CD-ROM, ecc.), in realtà non acquista un oggetto quanto la licenza di utilizzarlo, ovvero il software ed il supporto con quanto contengono non sono in realtà suoi, ma rimangono del produttore che gli consente di utilizzarli a determinate condizioni presenti nel contratto (quella "pappardella" che ognuno di noi solitamente "skippa" impietosamente e forse con eccessiva incautela). E la licenza può proibirne l'utilizzo in determinati luoghi o oltre un dato periodo di tempo, oppure la cessione in dono o in prestito ad una terza parte, ed altre cose banali che siamo abituati a fare con un qualsiasi bene culturale: tanto che, più che vera e propria vendita, potrebbe definirsi noleggio.

Ciò interessa le biblioteche non solo per quanto riguarda i libri elettronici (un problema ancora di là a venire per molti di noi), ma già da oggi per chi ha istituito mediateche o sezioni speciali con programmi multimediali, giochi elettronici o film su DVD. Leggendo una qualsiasi licenza di questi prodotti si ha la netta sensazione di un tentativo di svincolare questi documenti dalla legislazione nazionale (e perciò non sempre facilmente controllabile dalle aziende, pur se sempre più restrittiva) relativa a beni ed istituti culturali per sottoporli ad una mera trattativa privata di utilizzo non più soggetta ad alcuna delle "libere utilizzazioni" garantite dalla legge. Tale impostazione deve essere attivamente combattuta dai bibliotecari, principalmente tramite le associazioni di categoria, se non altro perché è proprio questo il preciso mandato del Manifesto IFLA su Internet proclamato il 1 Maggio 2002 [6]: "La libertà di accesso alle informazioni, indipendentemente dai supporti in cui sono contenute e delle frontiere, è una responsabilità primaria della biblioteca e dei professionisti dell'informazione" [corsivo nostro]. Se tale libertà non verrà garantita a tutti si verrà sempre più delineando la cesura già immaginata nel romanzo di Stephenson tra chi avrà i mezzi economici per controllare la tecnologia, per ottenere quello che le/gli serve quando le/gli serve e nulla più, e chi invece dovrà adattarsi a subire un flusso di dati ridondante ed incontrollato il cui principale scopo è quello di raccogliere informazioni piuttosto che fornirne.

Per questo compito del bibliotecario è smascherare nel proprio ambito le sovrastrutture ideologiche, le false lotte per un presupposto mutamento di paradigma (cartaceo vs. elettronico), per mostrare i reali conflitti sottostanti in nome della diffusione universale e democratica della conoscenza. Compito delle associazioni che sono portavoce dei bibliotecari è quello di farsi voce politica, non tanto in favore di uno o dell'altro partito, ma piuttosto contro il monopolio informativo delle aziende [7], contro la riduzione a mero oggetto economico dei beni culturali, dato che l'informazione è e deve rimanere bene comune, requisito questo primo ed indispensabile di qualsiasi progresso.

Francesco Mazzetta, Biblioteca Comunale di Fiorenzuola d'Arda, e-mail: biblio.fiorenzuola@tin.it


Note

[1] Vedi Francesco Mazzetta, Biblioteche in gioco 2. Esperienze di videogiochi in biblioteca. "Bibliotime", 4 (2001) 1, <http://www.spbo.unibo.it/bibliotime/num-iv-1/mazzetta.htm>.

[2] Francesco Mazzetta, Biblioteche in gioco? Riflessioni sui videogiochi in biblioteca. "Bibliotime", 1 (1998) 3, <http://www.spbo.unibo.it/bibliotime/num-i-3/mazzetta.htm>.

[3] Neal Stephenson L'era del diamante. Il sussidiario illustrato della giovinetta. Milano, Shake, 1997.

[4] Neal Stephenson, Cryptonomicon. Milano, Rizzoli, 2000.

[5] Neal Stephenson, Snow Crash. Milano, Shake, 1995.

[6] Traduzione di Dario D'Alessandro, in Dario D'Alessandro, Il codice delle biblioteche. Milano, Bibliografica, 2002.

[7] Una riflessione estremamente interessante sull'ambiguo rapporto tra aziende produttrici di software videoludico e cosiddetta pirateria è rintracciabile in Domenico Carzo - Marco Centorrino, Tomb raider o il destino delle passioni. Milano, Guerini e Associati, 2002.




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