«Bibliotime», anno VIII, numero 1 (marzo 2005)

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Antonia Ciavarella e Monica Fiorini

Biblioteche di storia dell'arte e utenza universitaria *



Una storia ideale: dalla Clementina al Dipartimento

A partire dall'ampio tema individuato da questo titolo, che ovviamente esula dalle nostre possibilità, vorremmo cercare di tracciare, brevemente, il percorso ideale di una particolare biblioteca di storia dell'arte come la nostra, la Biblioteca del Dipartimento delle Arti Visive, il cui caso non è necessariamente esemplare, ma può contribuire alla discussione e offrire nuovi spunti.

Crediamo che parlare di una biblioteca dell'università non possa prescindere dal conoscere lo sviluppo dei saperi e di come siano stati nel tempo istituzionalizzati. La biblioteca di un dipartimento universitario, nella fattispecie, è lo specchio di ciò che all'interno dello stesso si insegna, ma anche l'esito di una riflessione collettiva e storica su metodi e visioni, nel nostro caso relativi allo studio delle Arti.

La nostra biblioteca si configura come la più importante realtà istituzionale di questo tipo a Bologna e ciò la pone in relazione privilegiata con altre istituzioni cittadine come la Pinacoteca e l'Accademia di Belle Arti, che hanno una storia più antica anche per il loro legame con la precedente Accademia Clementina, fondata all'inizio del '700, la cui finalità era l'insegnamento del disegno nelle tre arti della pittura, scultura e architettura e che ha rappresentato per un lungo periodo l'unico punto di riferimento per lo studio delle arti nella nostra città.

La biblioteca del Dipartimento delle Arti Visive ha un altro tipo di finalità e di percorso istituzionale, caratterizzato dalla sua integrazione all'interno dell'Università, e che la vede legata fin dalle sue origini allo sviluppo e alle trasformazioni dell'insegnamento universitario della storia dell'arte, che in Italia si istituzionalizza solo all'inizio del '900.

Fondata nel '54 come biblioteca del nascente Istituto di Storia dell'Arte viene intitolata, come l'Istituto, a Igino Benvenuto Supino, che era stato titolare fino al 1933 della prima cattedra bolognese di Storia dell'Arte [1], e i cui eredi hanno donato più di 3.000 volumi e circa 9.000 foto. Questo fondo ha costituito l'iniziale patrimonio della biblioteca ed ha posto le premesse per il suo sviluppo successivo. Nel 1971 l'Istituto viene integrato nel nuovo corso di laurea DAMS appena fondato e nel 1983 diventa l'attuale Dipartimento delle Arti Visive.

Attualmente, la biblioteca Supino è l'unica biblioteca del territorio provinciale ad avere un importante patrimonio in questo ambito disciplinare (circa 40.000 volumi e 500 riviste), e a livello nazionale è una delle maggiori biblioteche per lo studio delle arti visive all'interno delle università italiane.

Per l'originaria organizzazione interna dei materiali il punto di riferimento è stato sicuramente l'Istituto Germanico di Firenze (più di 100.000 libri e una fototeca incommensurabile), che rappresentava anche un punto di rifermento per gli studi fortemente orientati alla Kunstwissenschaft, in altre parole al modello tedesco in base al quale la storia dell'arte era "una disciplina storica e operativa […] in ordine alla tutela, al restauro, alla funzione dei musei" [2].

L'evoluzione successiva, e soprattutto la nascita del DAMS, ha sicuramente rappresentato un cambiamento radicale nella impostazione della disciplina. La biblioteca a sua volta subisce nel corso degli anni una serie di mutamenti strettamente connessi all'evoluzione della sua funzione, dei suoi compiti istituzionali e della sua utenza.

Con l'integrazione all'interno del nuovo corso di laurea il focus storicistico perde la sua centralità. Giusto per fare un esempio del clima di quegli anni basti solo ricordare che l'istituzionalizzazione di un corso come quello della "Storia delle Arti" fu ritenuto un debito ancora da pagare alla precedente impostazione. In quegli anni emergono insegnamenti in gran parte improntati alla semiotica, alla fenomenologia degli stili, e in seguito approcci come la sociologia, la psicologia delle arti, fino a dare spazio a nuovi studi, un tempo marginali o inesistenti, come architettura, urbanistica o fotografia che acquistano un peso sempre crescente dal punto di vista del patrimonio librario.

E' anche evidente che negli anni '70 si afferma l'università di massa, e di conseguenza un'utenza che ha caratteristiche decisamente diverse da quella rappresentata dai pochi studiosi e studenti degli anni precedenti.

Anche la biblioteca si studia

Il ruolo della biblioteca, in questo panorama in continua trasformazione, risente anche dell'emergere di nuovi saperi biblioteconomici sulla sua funzione e sulla sua cosiddetta mission. Da luogo di conservazione e spazio di ricerca riservato in maniera esclusiva a docenti e ricercatori, essa acquisisce - con il tempo e con la necessità di offrire nuove tipologie di servizi e l'accesso ad una informazione sempre più globalizzata - una sua necessaria apertura in quanto canale di diffusione della conoscenza e di supporto alla didattica. Bisogna pur dire che, nonostante l'accesso agli studi universitari diventi molto più ampio, le biblioteche continuavano a rimanere legate ad una realtà frammentata che rispondeva alle esigenze dei vari Istituti che erano delle realtà tutto sommato chiuse.

Per tornare al caso specifico della nostra biblioteca, si ha l'impressione di trovarsi di fronte ad una paradossale contraddizione. A differenza di altre biblioteche dell'Università, la nostra nasce come biblioteca a scaffale aperto perché, come già accennato, segue il modello dell'Istituto Germanico, che in quell'epoca era all'avanguardia in una realtà, come quella italiana, in cui bisognerà aspettare il secondo dopoguerra per iniziare a parlare di biblioteche a scaffale aperto. Come il Germanico però, essa originariamente è destinata agli studiosi, e quindi ad una ristretta cerchia di utenti. E' chiaro che, se all'inizio il numero degli utenti era molto ridotto, oggi la biblioteca non può più essere pensata come punto di riferimento solo per le ricerche più innovative, ed è necessario elaborare una nuova visione e una riprogettazione dei servizi.

Anche le innovazioni tecnologiche e l'automazione hanno avuto un ruolo fondamentale nella tensione al cambiamento di una realtà bibliotecaria universitaria fatta di piccole e medie biblioteche, senza un precedente collegamento formale in un'ottica di sistema; e contemporaneamente si assiste ad una riconfigurazione dell'utente, che non può più essere identificato solo nel docente, nello studioso o nello studente di arte.

Oltre la norma

In relazione alle nuove funzioni di una biblioteca dell'università all'interno di un sistema, è importante vedere quali sono oggi i principali riferimenti legislativi che regolano, o intendono regolare, una biblioteca dell'università, o che la riguardano indirettamente proprio a causa delle sue più recenti trasformazioni. Lo Statuto dell'Università di Bologna, il regolamento del SBA (Sistema Bibliotecario D'Ateneo), il Regolamento del SBN (Servizio Bibliotecario Nazionale), la Legge Regionale dell'Emilia Romagna e, last but not least, il Regolamento di Dipartimento tendono, da un certo punto di vista, a integrarsi, ma possono anche evidenziare problemi e conflitti.

La citazione dell'attuale legge regionale (la n. 18/2000) può sembrare eccentrica, in quanto sappiamo che non interviene sull'organizzazione delle biblioteche universitarie. Ma è anche vero che il concetto di sistema presuppone una forte idea di integrazione fra tutte le biblioteche del territorio, che si ritrova all'interno della legge regionale, a prescindere dalla loro appartenenza istituzionale.

L'articolo 47 dello Statuto dell'Università di Bologna (Decreto Rettorale 29 giugno 2000) definisce la struttura e le responsabilità di gestione, nonché le linee di sviluppo di un sistema integrato delle biblioteche dell'università di Bologna, definito come Sistema Bibliotecario d'Ateneo e nato alla fine degli anni '80.

La nascita del Sistema Bibliotecario d'Ateno segna la svolta verso una organizzazione razionale ed integrata delle strutture e dei servizi delle biblioteche che ad esso fanno riferimento, ma pone anche le basi per una ridefinizione del concetto stesso di utenza e di servizi. E' inconfutabile la chiarezza con la quale si pone l'esigenza di pensare ad un servizio bibliotecario aperto non solo ai suoi utenti tradizionali, ma anche, attraverso regolamenti non più di dipartimento ma di settore, la possibilità di estendere tali servizi a un'utenza più ampia e non necessariamente legata all'accademia, e ciò anche in virtù del riconoscimento dell'appartenza del Sistema Bibliotecario d'Ateneo alla più estesa organizzazione territoriale.

Pertanto, da un utente che è soprattutto uno studioso, si è passati ad una situazione di convivenza spesso difficile tra lo studioso e lo studente, per arrivare al cosiddetto utente di polo, che è l'utente che fa riferimento all'intero sistema regionale definito come Polo SBN sia dal punto di vista dell'accesso alle diverse biblioteche che al diritto di prestito. Chi è il cosiddetto utente di polo? È un pensionato, è una studiosa, è un libero professionista, è uno studente. E', in poche parole, il cittadino, la cittadina. Per le biblioteche dell'università è stato difficile, ovviamente più che per le biblioteche pubbliche, accettare l'apertura nei confronti di una utenza generica in virtù della storica convinzione che una biblioteca di università debba servire in maniera esclusiva la propria comunità di riferimento. Oggi però sono molte le biblioteche dell'università di Bologna che hanno accolto favorevolmente l'idea che una biblioteca è un'istituzione aperta a tutti i cittadini.

E tuttavia il regolamento del nostro dipartimento non solo non accoglie questi mutamenti, che a nostro avviso, dovrebbero essere consolidati e sostenuti, ma esclude dal prestito esterno anche gli stessi studenti di arte. Se da una parte, con una spinta che, bisogna pur dirlo, è venuta dai bibliotecari, si assiste comunque alla riformulazione della biblioteca come centro di servizi informativi, dall'altra, cioè da parte dei docenti, la salvaguardia di privilegi frena un reale cambiamento. Una biblioteca d'arte ha un patrimonio particolare. Spesso per questo motivo si sostiene che i volumi vadano salvaguardati, evitandone il più possibile la circolazione al di fuori della biblioteca stessa. Sono evidentemente argomenti pretestuosi e probabilmente veri in parte per qualsiasi realtà. E' chiaro che possono esserci fondi storici o volumi di particolare pregio che ogni bibliotecaria cerca di salvaguardare con tutti i mezzi possibili, ma è altrettanto vero che la soluzione non può mai essere la chiusura e a maggior ragione verso quella che è e rimane l'utenza principale, gli studenti, anche a fronte della carenza di spazi e della necessità educativa nell'avere un rapporto diretto con l'oggetto libro. Si potrebbe dire non di solo fotocopie.

E' evidente che questo problema può e deve essere risolto anche con una maggiore comunicazione tra sapere scientifico, di cui il docente rimane espressione fondamentale, e sapere biblioteconomico, nel rispetto dei ruoli di gestione di un servizio come una biblioteca di dipartimento e dei nuovi compiti che oggi è chiamata ad assolvere. Se un tempo la biblioteca di Istituto era espressione quasi diretta dell'intervento anche tecnico dei docenti - pensiamo ai sistemi vari ed eterogenei di collocazione dei volumi nelle biblioteche universitarie - oggi una maggiore professionalizzazione del nostro lavoro ha introdotto saperi e competenze spesso non comprese dal corpo docente.

Santa Cristina: un nuovo ordine simbolico

E' chiaro che ci sarebbe molto da dire su questo punto, ma senza voler approfondire qui questo nodo problematico, ci sembra evidente che il trasferimento nella nuova sede dell'ex Convento di Santa Cristina, previsto per l'estate di quest'anno, debba essere vissuto anche come un importante momento di ridefinizione generale dell'identità della nostra biblioteca che, a nostro avviso, dovrà da un lato tener necessariamente conto degli attuali cambiamenti didattici introdotti dalla riforma universitaria (Legge 509/1999), dall'altra definire il ruolo che assumerà come parte del cosiddetto Polo delle Arti, in cui coabiteranno la nostra biblioteca e quella della Fondazione Zeri.

In quello spazio infatti vi sarà una convivenza di due realtà che dovranno confrontarsi con un'utenza ancor più eterogenea. La Fondazione Zeri dovrà necessariamente rispondere alle esigenze della ricerca, mentre la nostra biblioteca dovrà sempre di più potenziare i suoi servizi e incrementare le sue raccolte per assolvere ai suoi molteplici compiti istituzionali: e se da un lato dovrà continuare a fornire l'indispensabile supporto alla didattica, dall'altra dovrà gestire i propri importanti fondi destinati per lo più agli storici dell'arte. Forse non è inutile ricordare che le due istituzioni sono e rimarranno autonome nella gestione e nell'organizzazione dei propri servizi. Ma questo non significa che non si dovranno mettere a punto politiche di condivisione di spazi, come tra l'altro già previsto, e di gestione comune di servizi.

A questo proposito un esempio emblematico e problematico è rappresentato dalla necessità di impostare l'organizzazione dei materiali fotografici e la loro accessibilità. La Fondazione Zeri ha come punto di forza il fondo fotografico, ed è a tutti noto l'investimento in atto per la sua digitalizzazione. Allo stesso modo la sfida per la nostra biblioteca è la valorizzazione e la ricomposizione dei propri fondi fotografici, che ovviamente rappresentano un materiale di enorme valore per gli storici dell'arte. Stiamo parlando di fondi importantissimi, ad esempio quali quello di Supino, di Croci, di Volpe [3]. Si tratta di capire quali progetti, quali strategie sarà in grado di elaborare la direzione del nostro dipartimento - di concerto con la direzione della Fondazione Zeri - affinché Santa Cristina diventi un vero Polo delle Arti in grado di porsi come punto di riferimento culturale per la città e non solo per il mondo accademico.

Antonia Ciavarella e Monica Fiorini, Biblioteca del Dipartimento delle Arti Visive - Università di Bologna, e-mail: antonietta.ciavarella@unibo.it e monica.fiorini@unibo.it


Bibliografia

Giacomo Agosti, La nascita della storia dell'arte in Italia. Adolfo Venturi: dal museo all'università, 1880-1940, Venezia, Marsilio, 1996.

Cinzia Bucchioni, recensione a Giovanni Di Domenico - Michele Rosco, Comunicazione e marketing della biblioteca, "Bibliotime", 2 (1999), 3, <http://www.spbo.unibo.it/bibliotime/num-ii-3/bucchion.htm>. Url verificata il 16/3/2005.

Massimo Ferretti, Igino Benvenuto Supino, in La cattedra negata: dal giuramento di fedeltà al fascismo alle leggi razziali nell'Università di Bologna, a cura di Domenico Mirri e Stefano Arieti, Bologna, Clueb, 2002, p. 165-175.

Maurizio Festanti, Per un nuovo modello di biblioteca pubblica, "Bibliotime", Anno 1 (1998), 1, <http://www.spbo.unibo.it/bibliotime/num-i-1/festanti.htm>. Url verificata il 16/3/2005.

Anacleto Guadagnino, Origine della Pinacoteca, in Pinacoteca della R. Accademia di belle arti di Bologna, catalogo dei quadri, Bologna, Stabilimento tip. succ. Monti, 1899.

Michele Menna, Analisi organizzativa di un sistema professionale: il caso dei bibliotecari dell'Ateneo bolognese, "Bibliotime", 5 (2002), 1, <http://www.spbo.unibo.it/bibliotime/num-v-1/menna.htm>. Url verificata il 16/3/2005.

Miscellanea di storia dell'arte in onore di Igino Benvenuto Supino, Firenze, Olschki, 1933.

Un nuovo Istituto di storia dell'arte. Sarà intitolato a I. B. Supino, "Il Resto del Carlino", sabato 6 marzo 1954.

Giorgio Porcheddu, L'archivio del fotografo Felice Croci. Nemo profeta in patria, "Quaderni di Palazzo Pepoli Campogrande", 8 (2004), p. 9-18.

Carlo Revelli, Biblioteche universitarie, "Biblioteche oggi", 6, 1996.

Graziano Ruffini, Le biblioteche delle università italiane, in Paolo Traniello, Storia delle biblioteche in Italia: dall'Unità a oggi, Bologna, Il Mulino, 2002, p. 431-460.

Serafina Spinelli, Figure della cooperazione universitaria, "Bibliotime", 4, (2001), 2, <http://www.spbo.unibo.it/bibliotime/num-iv-2/spinelli.htm>. Url verificata il 16/3/2005.

Anna Maria Tammaro, Biblioteche universitarie e innovazione tecnologica, "Biblioteche oggi", 6-7, 1993.

Paolo Traniello, Il caso delle biblioteche universitarie, "Società e storia", 50, 1990.

Silla Zamboni, L'Accademia Clementina, in La pittura: l'Accademia Clementina. Bologna, Palazzi del Podesta e di Re Renzo, 8 settembre-25 novembre 1979. Catalogo critico a cura di Andrea Emiliani [et al.], Bologna, Alfa, 1979, p. 211-218.

Riferimenti alla legislazione corrente

Statuto dell'Università degli Studi di Bologna, Art. 47 (Sistema Bibliotecario d'Ateneo). Decreto Rettorale 29 giugno 2000, pubbl. in GU suppl. ord. N. 177 del 31 luglio 2000).

Regolamento quadro del Sistema Bibliotecario d'Ateneo e dei Servizi di Biblioteca. Decreto Rettorale 27 giugno 1996.

Regolamento del prestito locale ed interbibliotecario nel polo territoriale bolognese, approvato nella 13. riunione del Comitato di gestione di UBO del 27.05.1999.

Note

* Una precedente versione di questo articolo è stata presentata alla prima edizione di Artelibro: Festival del libro d'arte il 17 settembre 2004. Tale versione è ora disponibile online al seguente indirizzo verificato il 16/3/2005 <http://www.artelibro.it/chi_siamo_2004.php>.

[1] In precedenza esisteva solo una cattedra di Estetica e Storia dell'Arte Moderna ricoperta dal Prof. Enrico Panzacchi.

[2] Massimo Ferretti, Igino Benvenuto Supino, in La cattedra negata: dal giuramento di fedeltà al fascismo alle leggi razziali nell'Università di Bologna, a cura di Domenico Mirri e Stefano Arieti, Bologna, Clueb, 2002, pag. 170.

[3] E' in corso un primo censimento di questi materiali avviato dalla Scuola di Specializzazione in Storia dell'Arte in collaborazione con l'Archivio Fotografico della Sopraintendenza di Bologna.




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