«Bibliotime», anno VIII, numero 3 (novembre 2005)


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La biblioteconomia, questa sconosciuta



L'odierno dibattito professionale, fortemente condizionato dalle nuove tecnologie e dal loro impatto sulle biblioteche, ha impresso un andamento peculiare alla riflessione biblioteconomica, sollevandola dal tradizionale alveo in cui si era finora collocata, e spostandola su territori decisamente innovativi e per molti versi disagevoli e impervi. Lo ha notato fra gli altri uno tra gli osservatori più acuti della nuova realtà digitale, e cioè Geoffrey Nunberg, secondo il quale "il sonnacchioso ambito della biblioteconomia sta reinventando se stesso grazie a programmi nuovi o rielaborati, presenti a volte sotto nomi diversi, escogitati al fine di disfarsi del convenzionale e - per dir così femminile - stereotipo della professione bibliotecaria" [1].

Se questo è vero, appaiono allora evidenti i motivi per cui la disciplina diventa sempre più articolata e complessa. Molte volte, su queste colonne, sono stati osservati i percorsi che essa sta seguendo [2], sottolineando in particolare come l'odierna scena bibliotecaria sia oggetto dell'interesse di quella che viene definita digital librarianship [3], volta a esaminare i criteri con cui le biblioteche guardano alla propria utenza, ed erogano i propri servizi, in un contesto sempre più telematico e multimediale. Le possibilità di questo specifico "avatar" della biblioteconomia sono ancora tutte da esplorare, ma è indubbio che possano condurre a sviluppi epistemologicamente assai fecondi: a condizione naturalmente che si riesca ad assumere un punto di vista equilibrato, lontano cioè da un indiscriminato entusiasmo verso le nuove tecnologie e la loro applicazione alle biblioteche, e teso invece a comprenderne le potenzialità e i vantaggi per gli utenti.

Si passerà dunque dalla classica "mediazione catalografica", individuata da Serrai come il vero perno della disciplina [4], ad una più generica (ma allo stesso tempo più ampia e rispondente agli attuali bisogni) mediazione informativa o documentaria? E in caso affermativo, quali informazioni sono davvero utili per l'utenza, nella massa di dati e notizie in veste digitale oggi disponibile? E inoltre, a quali documenti - locali e remoti - le biblioteche devono rivolgersi, affinché possano essere individuati come rlevanti e inclusi in un proprio ideale database? e soprattutto, cosa può essere considerato "documento" in uno scenario, qual è l'odierno, che appare così multiforme proprio sotto un profilo informativo e documentario [5]?

Sospendendo il giudizio - come è naturale fare - su questioni di tale portata, è tuttavia interessante notare come al giorno d'oggi la biblioteconomia non si presenti solo in versione digitale, ma prosegua nella riflessione sulle "canoniche" prospettive legate all'ordinamento e alla descrizione delle risorse documentarie, come mostra ad esempio l'elaborazione concettuale legata ad FRBR o, mutatis mutandis, l'intensa ricerca sui metadati. È allora possibile ritenere che non vi siano fratture nel "nucleo profondo" della disciplina, volto a individuare i criteri per rendere concretamente utilizzabile una raccolta documentaria, anche in un ambiente radicalmente dominato dalle tecnologie elettroniche [6]?

Una risposta a questi interrogativi può forse venire dal presente numero di Bibliotime, i cui contributi esplorano le due facce della biblioteconomia: da un lato, quella legata ai problemi di ordinamento concettuale e semantico - con gli articoli di Cristina Ghirardini e Claudio Gnoli e di Virginia Gentilini - dall'altro, quella legata ai nuovi strumenti per la descrizione delle risorse digitali, attraverso il dettagliato resoconto di Maria Cristina Bassi. Ma all'ordine del giorno è anche un tema che non è stricto sensu biblioteconomico, ma che assume un'importanza crescente nell'odierno contesto documentario, e cioè quello dell'open access, di cui danno conto Antonella De Robbio e Barbara Fiorentini. Infine, la riflessione su una riflessione: le considerazioni di Giulia Visintin sull'analisi di un mondo - quello appunto delle biblioteche - sviluppata da Gabriele Mazzitelli nella sua ultima fatica editoriale.


Michele Santoro


Note

[1] Geoffrey Nunberg, Will libraries survive?, "American Prospect", 41 (1998), 9, <http://www.prospect.org/print-friendly/print/V9/41/nunberg-g.html>.

[2] Si rinvia in particolare al nostro Biblioteconomie, "Bibliotime", 3 (2000), 3, <http://didattica.spbo.unibo.it/bibliotime/num-iii-3/editoria.htm>.

[3] Probabilmente l'autore che per primo ha adottato questo termine è Péter Jacsó; una raccolta dei di articoli sul tema è disponibile all'indirizzo <http://www2.hawaii.edu/~jacso/>.

[4] Alfredo Serrai, Guida alla biblioteconomia, Firenze, Sansoni, 1983.

[5] Su questo tema cfr. Michael Buckland, What is a "document"?, in Historical studies in information science, edited by Trudi Bellardo Hahn and Michael Buckland, Medford, Information Today, 1998, p. 215-220, <http://www.sims.berkeley.edu/~buckland/whatdoc.html>. Per la riflessione italiana si veda Riccardo Ridi, Gli incerti confini dell'editoria digitale, "La fabbrica del libro. Bollettino di storia dell'editoria in Italia", 6 (2000), 2, p. 2-6, <http://www.burioni.it/forum/ridi-confini.htm>; Id., Il mondo come volontà e documentazione. Definizione, selezione e accesso alle risorse elettroniche remote (RER), relazione presentata al convegno internazionale "Le risorse elettroniche. Definizione, selezione e catalogazione", Roma, 26-28 novembre 2001, <http://w3.uniroma1.it/ssab/er/relazioni/ridi_ita.pdf>. Una breve definizione di documento, comprensiva di ulteriori ripartizioni, è fornita da Vilma Alberani, La letteratura grigia. Guida per le biblioteche speciali e i servizi d'informazione, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1992, p. 18-20. Un interessante discorso sul documento digitale è stato poi sviluppato da Alberto Salarelli, in Alberto Salarelli - Anna Maria Tammaro, La biblioteca digitale, Milano, Editrice Bibliografica, 2000, p. 17-38; lo stesso Salarelli è tornato sull'argomento con un importante contributo dal titolo Con quali documenti si scriverà la storia del XX secolo? I sedimenti del "secolo breve, in Bit-à-brac. Informazione e biblioteche nell'era digitale, Reggio Emilia, Diabasis, 2004, p. 19-42.

[6] Difatti, secondo la classica definizione di Serrai, la disciplina biblioteconomica è costituita "dall'insieme delle conoscenze e delle tecniche occorrenti per allestire, ordinare e amministrare una raccolta documentaria" (Alfredo Serrai, cit., p. 7).



«Bibliotime», anno VIII, numero 3 (novembre 2005)


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