«Bibliotime», anno XII, numero 2 (luglio 2009)

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Luca Schiavon

Comunità di scienziati e web 2.0 in biomedicina *



1. Premessa

Almeno la gran parte dei lettori di questo articolo avranno sentito o letto più volte l'espressione "web 2.0". La sua invenzione è attribuita a Dale Dougherty e Tim O'Reilly, rispettivamente vicepresidente e presidente della casa editrice "O'Reilly Media", specializzata nella pubblicazione di libri e siti web di argomento informatico. Sarebbe avvenuta nel 2004, durante una seduta di "brainstorming" finalizzata ad escogitare un nome sintetico e accattivante per un evento riguardante le nuove tendenze nell'ambito di Internet. L'evento, che ebbe luogo tra il 5 e il 7 ottobre 2004 all'Hotel Nikko di San Francisco, prese appunto il nome di "Web 2.0 Conference".

Parlare di "web 2.0" evoca la comparsa di una sorta di "nuova versione", se non del web stesso, delle tecnologie che su di esso si basano e/o del modo in cui esso viene utilizzato dalla massa degli utenti. È evidente l'analogia con la versione 2.0, ad esempio, di un software, che indica di solito un'innovazione radicale rispetto alla prima versione (che viene detta "versione 1.0").

Tim O'Reilly ha successivamente scritto un lungo saggio, estremamente prolisso e infarcito di frasi ad effetto, per tentare di spiegare che cosa egli stesso intendesse con l'espressione "web 2.0". In questa sede non ci si addentrerà nell'analisi dei contenuti del saggio in questione, né delle polemiche da esso suscitate.

Quando in questo lavoro si parlerà di "web 2.0", si farà riferimento alla definizione che è entrata ormai nell'uso comune da parte dei media. Essa comprende un insieme di strumenti quali blog, wiki, podcast, social bookmarking, social search, mashup, che hanno in comune tra loro principalmente due aspetti. Il primo di questi è il loro essersi largamente sviluppati negli ultimi anni in virtù di alcuni fattori, sia tecnologici (quali la diffusione della banda larga, di software generatore di HTML e di programmi per la creazione e l'editing di contenuti multimediali), sia sociali, come l'aumento esponenziale del numero degli utenti di Internet avvenuto negli ultimi dieci anni. Quest'ultimo aspetto, in particolare, implica che alla massa degli utenti di Internet - anche a chi non ha che minime conoscenze di informatica - è consentito di partecipare alla creazione dei suoi contenuti attraverso strumenti che, come si è visto, sono blog, wiki, podcast, social search, social bookmarking, social networking, mashup. [1]

2. Scienza e web 2.0: cosa ne pensano gli scienziati

La prima domanda che ci si pone parlando di "Comunità di scienziati e web 2.0" è: che cosa pensano del "web 2.0" gli scienziati, ossia coloro che la scienza la fanno ogni giorno dentro i laboratori?

Ha cercato di scoprirlo M. Mitchell Waldrop di Scientific American [2], intervistando un buon numero di ricercatori che hanno deciso di utilizzare gli strumenti messi a loro disposizione dal web 2.0. Ma la rivista non si è limitata a questo: aderendo pienamente alla filosofia del web 2.0, ha deciso di pubblicare una prima versione dell'articolo sul proprio sito web, invitando i lettori a lasciare dei commenti. In tal modo si sono potute raccogliere numerose opinioni, che sono risultate utili per redigere la versione finale dell'articolo; i commenti giudicati più interessanti poi sono stati riportati integralmente.

2.1. I favorevoli

Christopher Surridge, direttore generale di PLoS ONE (<http://www.plosone.org>), rivista scientifica online ad accesso aperto, afferma che

le scoperte scientifiche non arrivano solo dagli esperimenti, ma anche dalla loro discussione. Criticare, suggerire, condividere idee e dati: è questo il tipo di comunicazione che sta alla base della scienza e che rappresenta lo strumento più potente mai inventato per correggere gli errori, ampliare il lavoro dei colleghi e creare nuova conoscenza. Benché i classici articoli sottoposti a peer review siano importanti, in realtà sono solo un'istantanea di quello che gli autori hanno fatto e pensato in un determinato momento. [2]

L'opinione di Surridge rappresenta quasi un "manifesto" del pensiero di quanti, interpellati da Waldrop, si sono mostrati favorevoli all'uso del web 2.0 da parte dei ricercatori per comunicare il proprio lavoro. L'aspetto maggiormente sottolineato nelle loro dichiarazioni, infatti, è proprio questo: gli strumenti del web 2.0, in particolare blog e wiki, facilitano enormemente la collaborazione tra scienziati. Questo permette di ricevere critiche, suggerimenti e indicazioni da parte di una comunità che si estende potenzialmente all'universo mondo e non è più limitata ai soli colleghi di laboratorio. Quanti più sono i nuovi rapporti di collaborazione che uno scienziato riesce a stabilire, tanto maggiore è la probabilità che da uno di questi venga l'idea giusta, quella che apre una nuova strada e permette di giungere a un importante risultato. In altre parole, dunque, web 2.0 equivale a più collaborazione, e più collaborazione equivale a maggiore efficienza e più risultati, con grandi vantaggi per tutti.

La pensa così anche Bill Hooker, ricercatore nel reparto di oncologia di un ospedale pediatrico di Portland (Oregon, USA). [2] "Per me, pubblicare online il mio quaderno di laboratorio significa permettere agli altri di seguire quello che faccio giorno per giorno" afferma Hooker. "In un articolo posso vedere le conclusioni del tuo lavoro, ma non saprò mai quante strade infruttuose hai percorso. Sono questi i dettagli che diventano visibili pubblicando regolarmente su Internet il quaderno di laboratorio […]. Quando lavori online, allo scoperto, capisci subito che non sei più in competizione con gli altri scienziati, ma collabori con loro. La scienza, insomma, diventa più efficiente".

Dei benefici dell'approccio "aperto" e partecipativo alla scienza sono convinti anche i numerosi utenti del wiki OpenWetWare (<http://openwetware.org>), nato nel 2005 per iniziativa di alcuni dottorandi in bioingegneria del Massachusetts Institute of Technology e diventato poi una vera comunità online, dove i gruppi di ricerca possono pubblicare i protocolli utilizzati, i risultati (positivi e negativi) ottenuti, e altre informazioni utili alla comunità dei ricercatori. Il formato wiki, che permette a ciascun utente di modificare quanto scritto dagli altri, consente inoltre di avere sempre le informazioni più aggiornate. I ricercatori possono così più facilmente stare al passo con le innovazioni prodotte a un ritmo sempre più serrato dai gruppi di ricerca che si occupano di un determinato argomento in giro per il mondo.

2.2. I critici

Tutto questo entusiasmo, com'è naturale, non è condiviso dalla totalità degli esperti interpellati da Waldrop, né da una parte consistente dei lettori che hanno commentato l'articolo sul sito web di Scientific American. [2] Il principale argomento contro l'uso degli strumenti del web 2.0 è il rischio di plagio, ossia che qualcuno si appropri delle idee e dei ragionamenti di un altro ricercatore, utilizzandoli per un proprio lavoro senza riconoscerne la paternità. Questo rischio sussiste in particolare in un campo estremamente competitivo qual è la biomedicina, in cui essere il primo a pubblicare una nuova scoperta può significare un importante avanzamento di carriera, una cattedra prestigiosa o anche un ingente tornaconto economico. E proprio questo è appunto il timore espresso dall'utente Dr. Monica, che scrive: "Non renderò mai di pubblico dominio i miei ragionamenti scientifici. Con gli anni, ho imparato che questo è il modo più sicuro perché le mie idee compaiano nel lavoro di qualcun altro". Leggermente diversa è l'opinione di Funklord: "Il problema non è se qualcuno ti copia il lavoro e se ne attribuisce la paternità. Il punto è che cosa fai se un altro riesce ad arrivare a una scoperta importante un secondo prima di te grazie al lavoro che tu hai fatto prima".

Un'altra critica abbastanza comune riguarda il livello di attendibilità dei contributi a blog e wiki di argomento scientifico. Mentre infatti nelle riviste scientifiche "tradizionali" vige un severo sistema di valutazione degli articoli presentati, basato sulla peer review, nel web 2.0 non esiste nulla di tutto ciò. [2] L'unica forma di controllo, presente in alcuni wiki tra cui l'OpenWetWare citato prima, è l'obbligo di registrarsi, dimostrando di appartenere a un'istituzione di ricerca per poter redigere nuovi articoli e/o modificare quelli esistenti. Il concetto è espresso in maniera un po' colorita dall'utente wilbanks, che commenta: "I blog e i wiki sono gli equivalenti digitali delle chiacchiere di corridoio durante i congressi e delle riunioni di laboratorio, ma sono ben lontani da sostituire le riviste. Nel mondo scientifico non serve a niente essere il primo ad aver detto una cosa se poi non sei in grado di dimostrarla".

Altro problema sottolineato dai critici è quello detto delle "perle nel fango". Qualcuno fa notare, infatti, che la disponibilità di un'enorme mole di informazioni, quale quella che si avrebbe se tutti gli scienziati pubblicassero online i propri appunti di laboratorio, può avere anche risvolti negativi, in primis la difficoltà a distinguere quelle veramente importanti. Per usare le parole dell'utente Matthewdsmith: "Può darsi che con tutte queste informazioni disponibili (immaginate milioni di quaderni di laboratorio, con tutte le cose inutili che in genere ci sono dentro), le informazioni davvero utili e preziose saranno più difficili da trovare".

3. Alcune nuove applicazioni del web 2.0 nelle scienze biomediche

3.1. Mashup

Si definiscono mashup quelle applicazioni web che derivano dalla "fusione" di due o più applicazioni preesistenti, fornendo un servizio completamente nuovo.

Per quanto riguarda la biomedicina il posto d'onore spetta, per durata e per importanza, a HEALTHmap (<http://www.healthmap.org>) [3]; [4]. Si tratta di una combinazione tra il servizio di localizzazione di Google Maps e le notizie sullo stato delle malattie infettive dell'uomo e degli animali nel mondo, provenienti (tramite feed RSS) da varie fonti. Tali fonti comprendono: l'Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS), il Centro Europeo di Sorveglianza delle Malattie Infettive (EuroSurveillance), la mailing list di ProMED (il Programma per il Monitoraggio delle Malattie Emergenti, a cura della Società Internazionale di Infettivologia), i feed informativi sulle malattie degli animali selvatici a cura dell'NBII (National Biological Information Infrastructure) statunitense, e due servizi commerciali di news (Google News e Moreover).

HEALTHmap permette di visualizzare, su una mappa del mondo o di una regione, tutte le segnalazioni di malattie infettive dell'uomo o degli animali provenienti da una delle fonti di informazione sopra nominate e, cliccandovi sopra, leggere le news relative al caso d'interesse. Si può anche scegliere di visualizzare sulla mappa solo le informazioni relative a una certa malattia (o più) d'interesse. In conclusione, HEALTHmap è uno strumento utile per la comunità biomedica e in particolare per chi si occupa di malattie infettive, in quanto consente di accedere a tutte le informazioni disponibili sul loro stato globale da un'unica interfaccia.

3.2. Social search

Si definisce social search la possibilità per gli utenti di creare dei "motori di ricerca personalizzati" che eseguano una ricerca non nella totalità dei siti presenti nel web, come fanno i motori di ricerca "classici", ma solo all'interno di un insieme di siti web predefinito.

Il suo utilizzo in biomedicina, pur non essendo ancora diffusissimo, sta rapidamente guadagnando terreno [3]; [5]. Sfruttando la piattaforma Google Custom Search (<http://www.google.com/cse/>), ad esempio, si possono realizzare dei motori di ricerca che cerchino le informazioni desiderate solo all'interno di alcuni database e siti web, selezionati con l'aiuto di esperti del settore: così si potranno trovare solo informazioni che soddisfino gli elevati standard qualitativi richiesti da un medico o da un paziente. Un esempio è PhysioSearch (<http://toby.library.ubc.ca/webpage/webpage.cfm?id=625>), motore di ricerca specifico per la fisioterapia, realizzato dall'università di Vancouver (Canada).

Non si può classificare come social search, ma è ugualmente di grande comodità per chi si occupa di discipline biomediche, l'innovazione introdotta dalla celeberrima banca dati bibliografica PubMed (<http://www.pubmed.gov>), che ora permette di "salvare" le ricerche effettuate e ricevere un avviso via e-mail o via feed RSS quando è pubblicato un nuovo articolo che soddisfa i criteri della ricerca. Un servizio simile è fornito da HubMed (<http://www.hubmed.org>), che permette agli utenti di crearsi dei "canali" personalizzati di feed RSS sfruttando le informazioni contenute in PubMed.

La comunità biomedica può però utilizzare anche servizi online quali quelli forniti da del.icio.us (<http://del.icio.us>), Flickr (<http://www.flickr.com>) e YouTube (<http://www.youtube.com>): link, immagini e video d'interesse possono essere contrassegnati con dei tag che facciano riferimento ad argomenti relativi a medicina, salute e scienze della vita. In questo modo ricercatori, studenti, docenti e altre persone interessate potranno trovare tali materiali ed usufruirne.

3.3. Social bookmarking

I siti di social bookmarking permettono all'utente di salvare gli indirizzi delle pagine web preferite (chiamati bookmark), di organizzarli e di contrassegnarli, con delle parole chiave (dette tag). A questo scopo possono certamente essere utilizzati i più noti siti "generalisti" come del.icio.us (<http://del.icio.us>) e Furl (<http://www.furl.net>). Ne esistono però anche taluni pensati proprio in funzione dell'uso da parte di una comunità scientifica [3]; [6]. Tra questi, meritano di essere menzionati CiteULike (<http://www.citeulike.org>), servizio di social bookmarking specifico per gli articoli scientifici pubblicati su riviste sottoposte a peer review, e Connotea (<http://www.connotea.org>). Quest'ultimo sito è nato nel 2004 per iniziativa del gruppo editoriale Nature, con lo scopo di fornire a ricercatori e medici uno strumento duttile, funzionale e gratuito per poter memorizzare le risorse online di loro interesse, organizzarle in categorie contrassegnandole con dei tag e condividere le proprie indicazioni con altri utenti. Clinici e scienziati possono dunque vedere quali sono le risorse preferite dai propri colleghi, magari scoprendone di nuove e utili.

3.4. Podcast

Il podcasting è uno strumento nato recentemente dal matrimonio tra la tecnologia RSS e i software che hanno semplificato la creazione di file audio: l'utente si iscrive ad un determinato "canale" e riceve periodicamente i nuovi contenuti in forma di feed RSS. I podcast possono avere un enorme impatto sia nella formazione degli studenti universitari, sia nell'aggiornamento e formazione continua di ricercatori e medici [3]; [7]; [8].

Per quanto riguarda il primo punto, va segnalato che diverse università statunitensi hanno recentemente distribuito ai propri studenti degli iPod. Il passo successivo è stato quello di registrare le lezioni, convertendo le registrazioni in podcast scaricabili da Internet e ascoltabili mediante tali iPod. In tal modo, gli studenti impossibilitati a presenziare ad una lezione potrebbero ascoltarle in questo modo. Alcune di tali università hanno anche registrato la lettura ad alta voce di capitoli dei libri di testo, per consentire agli studenti di oggi, sempre più impegnati (e che spesso svolgono anche piccoli lavori part-time) di ripassare la materia durante le pause o mentre si recano a lezione, a piedi o in un mezzo pubblico.

Per quanto riguarda invece la formazione continua e l'aggiornamento, i podcast possono essere utili a tutti, ma in misura particolare ai medici. Questi ultimi, infatti, soffrono di una cronica carenza di tempo da dedicare all'aggiornamento continuo. Ciò si somma alla sempre maggiore rapidità con cui procedono le scoperte scientifiche nelle scienze biomediche, esponendo i medici al rischio di rimanere "arretrati" nella propria conoscenza della materia di cui si occupano. I podcast possono aiutarli in questo, permettendogli di aggiornarsi nei ritagli di tempo. Particolarmente preziosi possono rivelarsi poi per quei medici che vivono ed esercitano la professione in zone isolate, molto lontane da sedi di università o altre istituzioni che possono organizzare i corsi di aggiornamento, e per i quali sarebbe assai difficoltoso essere presenti a tali corsi (è evidente che questa situazione riguarda statunitensi, canadesi e australiani molto più che gli europei).

Alcune università statunitensi hanno cominciato a pubblicare podcast dedicati proprio alla formazione continua in medicina: ad esempio, la New York University ha realizzato più canali di podcast che, come di consueto, vengono ricevuti dagli utenti iscritti tramite feed RSS (<http://www.nyu.edu/podcast/>). Anche diverse riviste specialistiche in ambito biomedico hanno dei canali di podcast cui è possibile iscriversi: il medico (o lo scienziato) può così ascoltare un riassunto dell'ultimo numero e rendersi conto se contiene articoli interessanti per lui, senza perdere tempo a leggere gli abstract sul web. Solo a titolo di esempio (non è qui possibile né opportuno produrre una lista esaustiva), si possono citare i podcast del New England Journal of Medicine (<http://content.nejm.org/clinical-audio.dtl>), del gruppo Nature (<http://www.nature.com/nature/podcast/index.html>) e della rivista Science (<http://www.sciencemag.org/multimedia/podcast/>). Ultimamente hanno creato propri canali di podcast anche agenzie governative, soprattutto negli USA: un esempio è la Agency for Healthcare Research and Quality, che dà la possibilità di iscriversi a un canale pensato per i medici (<http://www.healthcare411.org/pod/ahrq.xml>) e ad uno pensato per il pubblico generico (<http://www.healthcare411.org/pod/ahrqconsumer.xml>).

4. I wiki nella comunità scientifica e in biomedicina

Un wiki è un sito web i cui contenuti (di solito testi) vengono creati in forma collaborativa. A tutti gli utenti di Internet, o solo agli utenti registrati (a seconda delle scelte dei creatori del wiki in questione) è data la possibilità di creare nuovi contenuti e/o modificare quelli già esistenti.

Tra gli strumenti del web 2.0, i wiki sono certamente quelli che hanno ottenuto il maggior successo all'interno della comunità scientifica. Le ragioni di ciò sono in parte spiegate nell'articolo di Waldrop su Scientific American: [2] disponibilità di piattaforme gratuite e semplici da utilizzare (tra le quali la più importante è MediaWiki, la stessa utilizzata da Wikipedia), efficacia nell'organizzare le informazioni, accessibilità da qualunque parte del mondo in cui ci si trovi, maggiori possibilità di collaborazione anche tra gruppi molto distanti geograficamente. Jean-Paul Bradley, chimico alla Drexel University di Philadelphia (USA) sostiene che "un wiki è il quaderno di laboratorio quasi perfetto".

Mettendo in pratica questa convinzione, il gruppo di ricerca di Bradley ha creato un wiki, chiamato UsefulChem (<http://usefulchem.wikispaces.com>), che è anche - oltre a molte altre cose - un vero quaderno di laboratorio online. Ognuno dei progetti in corso nel laboratorio di Bradley è dotato di un proprio spazio (si tratta soprattutto della sintesi di nuove molecole che possano essere utili come farmaci: antimalarici, anti-HIV, antitumorali), all'interno del quale si trova la descrizione dettagliata di tutti gli esperimenti eseguiti (compresi quelli non riusciti o che hanno dato risultati poco utili), per un totale di 213 al 26/11/2008, riportando scopo, protocollo utilizzato, cronologia delle azioni compiute dagli sperimentatori, risultati, discussione, conclusioni, eventuali annotazioni. Inoltre il wiki conserva tutte le versioni di ciascuna pagina, dalla creazione all'ultima modifica: il lettore può così rendersi conto dell'evoluzione che quella pagina ha subito (e di conseguenza dell'evoluzione dell'esperimento descrittovi), e apprezzare il valore dei singoli contributi.

Il wiki di Bradley e dei suoi collaboratori si inserisce in una tendenza cui è stato dato il nome di open notebook science: essa consiste nella pubblicazione sul web, in maniera accessibile a chiunque, della totalità dei materiali relativi ai propri progetti di ricerca, compresi tutti i dati sperimentali. In questo senso è come se si facesse leggere a tutto il mondo il proprio quaderno di laboratorio. Tale approccio non è (ancora) molto diffuso, probabilmente a causa del timore dei più di subire un plagio; al wiki di Bradley se ne sono comunque aggiunti altri, tra cui merita di essere segnalato 1CellPK (<http://1cellpk.wikispaces.com>) di Gus Rosania, farmacologo all'Università del Michigan.

4.1. Wiki di argomento medico

Nell'ambito medico propriamente detto sono disponibili wiki "per tutti i gusti"; qui ne saranno citati solo alcuni a titolo di esempio, senza alcuna pretesa di essere esaurienti [3]; [7]; [9].

Si può iniziare da Ask Dr. Wiki (<http://askdrwiki.com/mediawiki/index.php?title=Main_Page>), che ha un formato molto simile a quello di Wikipedia (si basa sulla stessa piattaforma), e si propone di costituire una vera e propria enciclopedia medica online, scritta da medici ad uso dei medici stessi, dei paramedici, degli studenti di medicina e dei pazienti. Nelle intenzioni dei suoi creatori, le sue voci dovrebbero abbracciare l'intero campo della medicina, dalle specialità cliniche a quelle chirurgiche alle scienze di base (biochimica, anatomia, fisiologia, patologia, etc.). Il materiale presente comprende sia articoli costituiti da solo testo (sul modello di quelli di Wikipedia), sia immagini e file multimediali (ad esempio video che mostrano come si esegue un certo intervento chirurgico). Purtroppo il progetto è ancora in fase embrionale, con diverse categorie ancora vuote, tuttavia è potenzialmente molto utile e interessante. Auguriamo dunque agli autori che in un futuro prossimo molti medici si offrano di collaborare redigendo articoli, inserendo immagini anatomiche, video, etc. in modo da rendere Ask Dr. Wiki una fonte d'informazioni ricca, affidabile e sempre aggiornata.

Una risorsa dello stesso tipo della precedente è Ganfyd (<http://ganfyd.org>). Rispetto ad Ask Dr. Wiki, si trova in uno stadio decisamente più avanzato: contiene molti più articoli, i quali contengono informazioni assai più approfondite (presumibilmente vi partecipa un numero di utenti molto maggiore). Ospita però soltanto articoli di tipo testuale, mancando della multimedialità che caratterizza la precedente iniziativa. Tuttavia, esaminando in sequenza due risorse così simili negli scopi ed anche nel formato, si nota una certa ridondanza: forse sarebbe opportuno che i due progetti venissero unificati, valorizzando gli aspetti positivi di ciascuno.

Su un piano più specialistico si pone WikiSurgery (<http://www.wikisurgery.com>), nata su iniziativa degli editori della prestigiosa rivista di chirurgia International Journal of Surgery. Lo scopo è quello di fornire ai chirurghi, agli studenti di medicina e ai pazienti una fonte d'informazioni gratuita, universale, affidabile e sempre aggiornata in base alle ultime novità, che copra potenzialmente tutta la materia chirurgica.

Di argomento ancor più specialistico si occupa PubDrug (<http://smbrower.com/mediawiki/index.php/Main_Page>): questo wiki contiene, al 26/11/2008, diciassette schede monografiche su altrettante molecole farmacologicamente attive. Le schede, curate da esperti del settore, contengono in forma sintetica ma completa tutte le informazioni che è necessario conoscere riguardo a un dato farmaco: caratteristiche chimiche, meccanismo d'azione, farmacocinetica, posologia, controindicazioni, effetti avversi, interazioni con altri farmaci e/o con alimenti. Naturalmente, si precisa che le indicazioni ivi contenute non possono in alcun modo sostituire un consulto con il medico curante.

4.2. Critiche all'uso dei wiki in medicina

In genere, i critici dell'uso dei wiki pongono l'accento su alcuni problemi cui tipicamente vanno incontro i siti web di questo tipo [7]; [9]. Innanzitutto, la loro natura aperta al contributo dell'intera comunità degli utenti porta in diversi casi al verificarsi di episodi di vandalismo (modifiche ad articoli fatte con lo scopo deliberato di peggiorarne la qualità) o di link spam (aggiunta di link a pagine web non aventi nulla a che fare con l'argomento dell'articolo). Spesso i moderatori non hanno il tempo e la possibilità di "fare la guardia" in continuazione a tutto il wiki per "riparare i danni".

Tuttavia, quello che spesso viene indicato come il massimo problema dei wiki è l'affidabilità delle informazioni in essi contenute. Infatti i wiki, secondo i critici, sarebbero per propria natura sprovvisti di un controllo editoriale da parte di un'autorità che garantisca per quanto vi si trova scritto. Questo costituirebbe un grosso limite all'uso dei wiki da parte della comunità scientifica, soprattutto in un campo delicato come la biomedicina, in cui si trattano temi inerenti alla salute delle persone; un campo, inoltre, caratterizzato dalla presenza di molti temi controversi e oggetto di dibattito anche aspro (si pensi ad es. alle polemiche sulla cosiddetta "medicina complementare o alternativa"). Come far sì che vi siano solo informazioni scientificamente corrette? Come evitare che il wiki diventi il ricettacolo di ciarlatanerie e teorie strampalate?

Ebbene, tutti i wiki citati in questo paragrafo, e con essi la gran parte dei wiki in ambito scientifico (e biomedico in particolare) hanno risolto questi problemi mediante un semplice accorgimento: permettere l'inserimento di nuovi articoli e la modifica di quelli già presenti ai soli utenti registrati. Oltre a ciò, l'abilitazione a intervenire sul contenuto del wiki non viene concessa a chiunque faccia domanda di registrazione, ma solo a chi, avendo sottoposto agli amministratori del sito web il proprio curriculum vitae, venga da questi approvato. Per ottenere l'approvazione, occorre dimostrare di appartenere a un'istituzione scientifica oppure di essere un professionista nel campo della medicina.

4.3. Una digressione su Wikipedia.

Anche Wikipedia (<http://www.wikipedia.org>) contiene moltissimi articoli riguardanti la medicina e le scienze biomediche. Anzi, essi sono quasi sempre ai primi posti tra i risultati di una ricerca su Google, segno che comunque moltissimi utenti li consultano e li linkano. Quanto ci si può fidare di essi? I ricercatori con cui mi è capitato di parlarne (in contesti informali) si dividono tra coloro che sostengono sia sempre meglio diffidarne e coloro i quali ritengono invece che almeno la versione inglese costituisca una fonte di qualità mediamente buona, purché non sia l'unica su cui ci si basa. A questo proposito, già nel 2005 aveva fatto discutere uno studio della rivista Nature il quale rivelava, su un campione di voci di argomento scientifico esaminate dai massimi esperti in materia, che la versione dell'Enciclopedia Britannica non era in realtà tanto più accurata di quella di Wikipedia: tre errori in media erano contenuti in ciascuna voce della prima, contro i quattro della seconda. [10]

Da che cosa dipende questa affidabilità sorprendentemente elevata di un'enciclopedia online, alle cui voci può in fondo mettere mano chiunque? Lo spiega Simson L. Garfinkel in un articolo pubblicato nell'ultimo numero di Technology Review: [11] Wikipedia si basa essenzialmente sul principio della verificabilità delle fonti. Vale a dire, tutto ciò che è riportato in Wikipedia deve provenire da una qualche pubblicazione che il lettore possa andare a controllare. Che tipo di pubblicazione? La stessa Wikipedia consiglia di privilegiare in primo luogo gli articoli comparsi su riviste sottoposte a peer review e i libri pubblicati da case editrici accademiche, seguiti dai libri di testo di livello universitario, quindi giornali, riviste e libri pubblicati da case editrici di prestigio e solo in ultimo luogo i media generalisti.

5. Blog e comunità scientifica

Se i wiki hanno ormai preso piede all'interno della comunità scientifica, lo stesso non si può dire per i blog. Se è vero che, secondo dati forniti da Technorati (<http://technorati.com>), nell'ottobre 2006 esistevano oltre 57 milioni di blog (di cui il 55% circa attivi, cioè aggiornati almeno una volta ogni tre mesi), e che si stima che ogni giorno ne nascano 100mila di nuovi, è altrettanto vero che, tra questi, meno di 20mila sono contrassegnati dal tag "science" (o sue traduzioni in altre lingue). Di questi, poi, la maggior parte risultano essere in realtà o blog pseudoscientifici (ad esempio di creazionisti, sostenitori del paranormale, seguaci della new age, etc.) o blog che trattano di informatica. Secondo Bora Zivkovic, giovane studioso dei ritmi circadiani e autore del Blog Around the Clock (<http://scienceblogs.com/clock/>), il numero dei blog che si occupano propriamente di scienza oscilla tra i 1000 e i 1200. Gli autori di questi blog sono in gran parte dottorandi, borsisti post-dottorato e giovani ricercatori; diversi sono anche gli insegnanti di scienze, mentre sono pochi i giornalisti scientifici. [12] Ma per quali motivi così pochi scienziati sentono il bisogno di parlare al mondo delle proprie attività di ricerca e della scienza in generale, per cui pure in molti casi nutrono una sincera passione, attraverso un blog?

Alcune risposte si trovano ancora nell'articolo di Waldrop su Scientific American. [2] Secondo Huntington F. Willard, genetista della Duke University (North Carolina, USA) ciò può essere dovuto al fatto che il concetto di "blog" "fa a pugni" con la formazione che uno scienziato riceve: "Lo scopo dei blog è mettere in circolazione velocemente le idee, anche a rischio di sbagliarsi o di essere incompleti. Per uno scienziato [abituato al lungo processo di correzione e peer review che precede la pubblicazione di un articolo] è un salto enorme". Vi sono però anche altri motivi, molto più concreti e "materialistici". Diversi giovani scienziati ancora in cerca di un posto fisso, ad esempio, preferiscono evitare i blog per paura che le "opinioni in libertà" lì espresse urtino la sensibilità di qualche professore, facendo magari perdere l'opportunità di ottenere un incarico. Altri ritengono invece che tenere un blog costituisca una perdita di tempo, tempo che verrebbe sottratto al lavoro sperimentale e alla stesura delle pubblicazioni scientifiche: insomma, preferiscono dedicarsi ad attività che possano portare a riconoscimenti concreti in termini di incarichi o promozioni.

5.1. Scienziati-blogger

Ma quali sono le ragioni che invece hanno spinto alcuni scienziati ad aprire un blog? Ce ne sono diverse, forse tante quanti sono gli scienziati-blogger.

P. Z. Myers, il cui blog Pharyngula (<http://scienceblogs.com/pharyngula>), con 20mila accessi al giorno, è di gran lunga il blog di argomento scientifico più visitato al mondo, afferma che la sua fu una decisione casuale: [12] "Un'estate avevo del tempo libero, così ho cominciato a scrivere post. Pensavo di smettere dopo un mese o giù di lì, ma molta gente ha cominciato a visitare il mio blog, così non l'ho fatto. Ora lo trovo utile per comunicare sia con altri scienziati sia con la comunità". Nel blog di Myers, che è professore associato di biologia dello sviluppo all'Università del Minnesota, in realtà non si parla solo di scienza, ma si discutono spesso temi politici e religiosi. Questo perché, come dice lui stesso, "il mio blog non sarebbe così popolare se riguardasse solo la biologia dello sviluppo. Io uso le questioni politiche come pretesto per 'volgarizzare' la scienza".

Diversi altri scienziati, in particolare biologi, considerano i blog come una scelta di "impegno civile" per favorire una miglior comprensione della loro disciplina tra il pubblico generale e contrastare i movimenti creazionisti e antievoluzionisti (i quali sembrano essere, sotto il profilo della comunicazione pubblica, molto più organizzati e "agguerriti" degli scienziati). Per questo motivo molti dei blog scientifici scritti da biologi hanno come argomento principale proprio l'evoluzione. [12] Tra questi, il più importante, per il numero di collaboratori (tutti esperti della materia), per i riconoscimenti ricevuti e per l'alta qualità dei post, è certamente Panda's Thumb (<http://www.pandasthumb.org>), che si dedica principalmente alla difesa della teoria dell'evoluzione dagli argomenti contrari addotti dai suoi oppositori e al debunking della teoria del "disegno intelligente" (ID). Sono parecchi i biologi che hanno cominciato a scrivere per il web proprio partecipando a questo blog collettivo. È il caso di Tara Smith, docente di epidemiologia all'Università dell'Iowa (USA), che in seguito ha aperto un suo blog personale, cui ha dato il nome di Aetiology (<http://scienceblogs.com/aetiology/>), nel quale si occupa di argomenti più attinenti al proprio campo di ricerca: malattie infettive, epidemiologia, microbiologia, salute pubblica.

La stragrande maggioranza degli scienziati che hanno un blog, comunque, parlano della scienza in generale e di educazione scientifica, partecipano ai dibattiti su questioni controverse, ma su una cosa tacciono sempre: le loro ricerche non ancora pubblicate. Il motivo è quello già esposto in precedenza: il rischio di plagio. Come ogni regola, però, anche questa ha le sue eccezioni: e qui un ruolo di primo piano spetta ancora una volta a Jean-Claude Bradley, pioniere del già citato approccio dell'open notebook. Prima di realizzare un wiki in cui inserire tutti i procedimenti e i risultati della ricerca svolta nel suo laboratorio, le stesse informazioni venivano pubblicate proprio in un blog, Useful Chem Experiments-1 (<http://usefulchem-experiments1.blogspot.com>). Anche oggi il wiki Useful Chem (<http://usefulchem.wikispaces.com>) è integrato con due blog: Useful Chemistry Blog (<http://usefulchem.blogspot.com>), in cui vengono sintetizzati i principali risultati delle ricerche (ma sono presenti anche numerosi post su notizie ed eventi riguardanti il movimento per l'Open Notebook Science, l'open access e il web 2.0), e Molecules (<http://usefulchem-molecules.blogspot.com>), in cui sono mostrati nome, struttura chimica e altre informazioni rilevanti sulle molecole studiate dal gruppo di Bradley. Useful Chem costituisce dunque anche un ottimo esempio di integrazione tra diversi tipi di risorse del web 2.0 (nella fattispecie, appunto, wiki e blog) al servizio di un progetto comune.

5.2. Aggregatori di blog scientifici

Con il crescere dei blog scientifici, sono nati degli aggregatori con lo scopo di ospitare, in prospettiva, il meglio dei post riguardanti una certa area disciplinare. [13] È il caso, ad esempio, di Postgenomic (<http://postgenomic.com>) in cui, come indica il nome, gli argomenti trattati hanno a che fare principalmente con la biologia avanzata: esso aggrega solo post riguardanti ricerche già pubblicate su riviste sottoposte a peer review e tratti unicamente da blog i cui autori siano degli esperti nel campo. Di natura simile è l'altro aggregatore Research Blogging (<http://www.researchblogging.org>), che però copre uno spettro di tematiche e aree disciplinari molto più ampio.

Ma non finisce qui: a qualcuno è venuto in mente di creare non dei semplici aggregatori, ma delle vere e proprie piattaforme dove gli scienziati (e giornalisti scientifici) interessati a farlo potessero aprire un proprio blog (un po' una versione ristretta e specialistica di Wordpress o Google Blogger) trovandosi immediatamente a far parte di un aggregatore su base tematica. Due piattaforme di questo tipo sono descritte benissimo da Elisabetta Tola su JCom: Science Blogs e Nature Network.

Science Blogs (<http://scienceblogs.com>) è stata la prima piattaforma di questo tipo. [14] Nata nel 2006 per iniziativa di Seed Media Group, vi hanno preso parte (aprendovi un blog) diversi blogger già attivi e già in contatto tra loro, tra cui P. Z. Myers di Pharyngula (<http://scienceblogs.com/pharyngula>). Questo è alla base di uno dei punti di forza di Science Blogs: la presenza di una comunità già ben affiatata, e quindi già in grado di produrre un dibattito acceso e stimolante. Un altro punto di forza è costituito dalla compresenza di scienziati con giornalisti e scrittori che si occupano di scienza: ciò aiuta a portare la discussione, anche quando riguarda le ultimissime scoperte scientifiche, su un piano accessibile anche ai non specialisti. Non solo: garantisce anche una maggior attenzione alle tematiche concernenti il rapporto tra scienza, economia e società, tematiche spesso trascurate dagli scienziati ma di grande interesse per il pubblico generale.

I blog che fanno parte di Science Blogs trattano una gran varietà di argomenti, che abbracciano numerose aree disciplinari: scienze della vita, scienze fisiche, medicina, neuroscienze e ambiente sono le più "gettonate", ma vi sono anche blog che si occupano di scienze umane, educazione, politica e tecnologia. Al 29/11/2008 la piattaforma ospita in totale 73 blog, oltre 84mila post e più di un milione di commenti: bastano questi numeri a dimostrare il successo di quest'esperimento. Sono inoltre disponibili diversi canali di feed RSS, divisi per aree tematiche, cosicché il lettore interessato ad esempio alla medicina si iscriverà al canale Medicine and Health, mentre quello interessato alla fisica si iscriverà al canale Physical Sciences. Ma c'è anche un canale di feed RSS che segnala solo quelli che vengono giudicati essere i "migliori post" di tutte le aree, oppure quello che segnala tutti i post relativi a ricerche pubblicate su riviste peer-reviewed.

Una piattaforma analoga (o forse potremmo dire "competitrice") a Science Blogs è Nature Network (<http://network.nature.com>), realizzata nel 2007 per iniziativa del gruppo editoriale Nature. [14] A differenza di Science Blogs, il progetto Nature Network non ha coinvolto blogger già in attività e in relazione tra loro: la comunità è partita da zero, perciò ha bisogno di un certo tempo per potere anch'essa diventare vivace e ben amalgamata come quella dell'altra piattaforma. Punti di forza di Nature Networks sono però la presenza, oltre ai blog, di numerosi forum e gruppi di discussione (sia su base tematica, ad esempio biologia molecolare, sia su base geografica, ad esempio Italia), e soprattutto la creazione di "hub" locali. Questi sono dei gruppi di blogger che risiedono nella stessa città (attualmente ne esistono due, uno a Londra e uno di Boston): la sfida è quella di trasformare una comunità virtuale in una comunità reale.

6. I blog nel settore medico

Venendo al settore medico propriamente detto, non prenderemo in considerazione i blog scritti da pazienti (che pure costituiscono una realtà estremamente importante e variegata), ma ci soffermeremo unicamente su quelli ad opera di medici, ricercatori e personale sanitario. Nel dicembre 2006, i blog di questo tipo erano stimati essere meno di 300. [15] I più popolari, secondo la classifica stilata da healthcare100.com, [16] sono i blog "ufficiali" di due dei più importanti quotidiani statunitensi: il New York Times Health Blog (<http://well.blogs.nytimes.com/>) e il Wall Street Journal Health Blog (<http://blogs.wsj.com/health>).

Un ottimo quarto posto, segno dell'apprezzamento di molti (compreso chi scrive), ottiene poi il blog Bad Science (<http://www.badscience.net>) del medico, giornalista e scrittore Ben Goldacre: egli si propone di combattere tutto ciò che per lui rappresenta "cattiva scienza", e dunque di smontare le apparentemente convincenti ma fallaci argomentazioni talvolta avanzate: pseudo-medicine alternative, diete inefficaci, irenismi del tipo "naturale è buono, artificiale è cattivo", ma anche propaganda commerciale mascherata da ricerca scientifica, distorsione delle affermazioni scientifiche a scopo ideologico o sensazionalistico, etc. E lo fa con un tono brillante e ironico, spesso con successo.

Nella classifica è presente anche una nutrita rappresentanza della piattaforma Science Blogs: Respectful Insolence (<http://scienceblogs.com/insolence>) di un anonimo chirurgo; i blog collettivi Denialism Blog (<http://scienceblogs.com/denialism>, scritto a sei mani da un fisiologo, un avvocato e un internista); Effect Measure (<http://scienceblogs.com/effectmeasure>); e infine i già nominati Blog Around the Clock (<http://scienceblogs.com/clock>) di Bora Zivkovic ed Aetiology (<http://scienceblogs.com/aetiology>) di Tara Smith.

Anche nel più ristretto campo medico, come nel campo scientifico più generale, non potevano mancare degli aggregatori di blog, tra i quali i più importanti sono Medlogs e Medical Blog Network. [15] Dei due, Medlogs (<http://www.medlogs.com>) è, a mio parere, penalizzato dalla pessima veste grafica (è infatti risaputo che una pagina web, per catturare l'attenzione dei potenziali lettori, deve anche risultare accattivante alla vista), e dall'eccessivo affollamento di titoli e link nella pagina d'apertura, che rende difficile l'orientamento per i nuovi lettori.

Decisamente migliore, da questo punto di vista, è Medical Blog Network (<http://trusted.md>): esso contiene pochi post per pagina e molti post recano anche, "in appendice", una breve presentazione dell'autore (in risposta alle tipiche domande che si pone chi si trovi a leggerlo per la prima volta: ma chi è costui? che titoli ha per parlare di questo argomento?). Ogni post è inoltre dotato di link tramite cui si può, se lo si ritiene opportuno, attribuirgli dei tag e segnalarlo al resto degli utenti di Internet mediante siti di social bookmarking.

Ma di che cosa parlano medici e personale sanitario nei propri blog? Ha cercato di definirlo un'indagine condotta dal Journal of General Internal Medicine, [15] i cui autori hanno esaminato 271 blog, valutando "a campione" il contenuto di alcuni post e classificandolo in categorie predefinite. Dall'indagine è risultato che argomenti molto frequenti sono il racconto, da parte degli autori, di esperienze personali vissute "in corsia" e considerazioni riguardanti la professione medica, il funzionamento del sistema sanitario, questioni di bioetica, etc. In questo studio non è stata presa in considerazione la presenza o meno di post dedicati alla segnalazione e divulgazione degli ultimi avanzamenti della ricerca scientifica nel settore biomedico: nei blog esaminati da chi scrive (che sono comunque molti meno), anche questo tema è tuttavia ricorrente.

In un settore estremamente delicato come quello medico, in cui è in gioco la salute delle persone e ha un ruolo fondamentale il rapporto medico-paziente, però, il contenuto dei blog può creare problemi di tipo etico e legale. Ciò è puntualizzato dagli stessi autori dello studio, che ne espongono alcuni. Innanzitutto, alcuni blog contengono giudizi al limite dell'insulto riguardo a pazienti e/o colleghi. Il 16,6% dei blog censiti, poi, riporta informazioni che potrebbero condurre all'identificazione di singoli pazienti; qualcuno addirittura mostra delle radiografie: si apre dunque un grave problema di rispetto della privacy dei pazienti stessi, in quanto alcuni dati sensibili forse vengono divulgati senza il loro consenso. L'11,4%, infine, descrive in maniera positiva farmaci o prodotti per la salute, senza fornire alcuna informazione su eventuali conflitti d'interesse: si apre dunque il problema, altrettanto grave, del possibile sfruttamento a fini commerciali della fiducia acquisita dal blogger presso i suoi lettori.

Tuttavia l'esistenza di tali problemi è già da tempo avvertita dagli stessi medici-blogger più autorevoli e coscienziosi, i quali hanno dato vita alle bozze di un "codice etico" che dovrebbe costituire l'embrione di un'auto-regolamentazione dei blog di argomento medico. Ovviamente ci si basa su un'adesione volontaria da parte degli stessi blogger, nella speranza che la presa di coscienza della necessità di un codice etico, e la conseguente scelta di rispettare certe regole, conosca una diffusione sempre maggiore tra i medici che hanno deciso di tenere un blog. I due più significativi esempi in materia sono costituiti dall'Healthcare Blogger Code of Ethics [17] e dal Manifesto sottoscritto dai blog associati all'aggregatore Medical Blog Network. [18] Entrambi questi "codici etici" richiedono ai blogger aderenti di rispettare i seguenti requisiti:

Finora ci si è concentrati soprattutto sul blog come strumento per il singolo scienziato o professionista per raccontare la propria esperienza, esporre le proprie opinioni, etc. Vorrei però esaminare anche un diverso utilizzo del blog nell'ambito della comunità scientifica: quello istituzionale o para-istituzionale da parte di dipartimenti, gruppi di ricerca, ed anche biblioteche. Un significativo esempio è fornito dal blog DIG@UTMB (<http://digutmb.blogspot.com>), creato e gestito dal gruppo di ricerca in dermatologia dell'Università del Texas. [19] Partito con l'ambizione di essere un punto d'incontro e di interazione con il personale docente di tutti gli studenti interessati alla dermatologia, nelle intenzioni dei suoi fondatori avrebbe dovuto contenere un journal club online periodico, discussioni di casi clinici, informazioni divulgative per la cittadinanza sulle malattie della pelle, la loro cura e prevenzione. Tali progetti sono però rimasti in gran parte inattuati, e attualmente il blog è soltanto un sia pur utile bollettino del dipartimento, con informazioni sempre aggiornate su eventi, posizioni lavorative disponibili, ricerca svolta, avvisi, etc. Assumendo poi una prospettiva più "localistica", non si può non citare Medicina in Biblioteca (<http://giorgiobertin.wordpress.com>), il blog della biblioteca "Pinali" di scienze mediche dell'Università di Padova. Esso contiene aggiornamenti sulle ultime novità della ricerca biomedica, ma anche su normative e linee guida, nonché su Internet e Web 2.0.

7. Conclusioni

In questo articolo è stata effettuata una "carrellata" (purtroppo breve e insufficiente a rendere conto dell'estrema complessità e delle molteplici articolazioni del fenomeno) delle forme in cui quello che viene definito "web 2.0" è utilizzato dalla comunità scientifica, in particolare nel settore biomedico. Si è potuto così constatare come tutti gli strumenti che il cosiddetto "web 2.0" mette a disposizione degli utenti di Internet per comunicare e interagire con gli altri siano in qualche modo impiegati (anche se in vari gradi e in maniera non sempre ottimale) per la divulgazione della scienza, per la comunicazione tra scienziati, e per intrecciare nuovi legami sociali tra persone con interessi comuni.

Abbiamo anche visto come abbiano cominciato ad emergere spinte a favore di una maggiore "apertura" del mondo scientifico: apertura verso il pubblico generale, tramite il dialogo paritario che in un blog può stabilirsi tra l'autore e i suoi lettori (soprattutto attraverso la funzione dei commenti); ma anche apertura all'interno della stessa comunità scientifica, il cui esempio estremo è il movimento dell'Open Notebook Science.

Altri, poi, auspicano che l'interazione tra scienziati specialisti in diverse discipline, e tra scienziati e umanisti, che si può realizzare tramite il web 2.0, possa contribuire a far uscire gli scienziati stessi dagli angusti recinti del proprio campo superspecialistico, portando alla nascita di un nuovo approccio interdisciplinare, abbattendo le barriere che ancora separano la cultura scientifica da quella umanistica. [13] Da parte nostra, non possiamo che unirci a questo auspicio. Allo stesso modo, non possiamo che fare nostra l'aspirazione di Jean-Claude Bradley e degli altri pionieri dell'open notebook: che anche grazie all'apporto del web 2.0, la scienza del futuro sia sempre meno caratterizzata dalla competizione e sempre più dalla collaborazione.

Luca Schiavon, Padova, e-mail: lucasch83@gmail.com


Bibliografia

Note

* Questo lavoro costituisce un estratto, ampliato e riadattato in alcune sue parti, della tesi dal titolo "Comunità di scienziati e web 2.0 in biomedicina". Tale tesi è stata redatta da Luca Schiavon come elaborato finale per il Master in Comunicazione delle Scienze, Università di Padova, anno accademico 2007-2008; relatrice Antonella De Robbio (Università di Padova, Centro di Ateneo per le Biblioteche).

[1] Chi volesse approfondire l'argomento, qui appena accennato per ragioni di spazio, può consultare il rapporto dell'OCSE: G. Vickery - S. Wunsch-Vincent, Participative web and user-created content: web 2.0, wikis and social networking, 2007. Il file pdf può essere scaricato all'indirizzo <http://www.oecd.org/document/40/0,3343,en_2649_34223_39428648_1_1_1_1,00.html>.

[2] M. M. Waldrop, Scienza 2.0, "Le Scienze", 479, (2008), p. 90-95.

[3] M. N. K. Boulos - S. Wheeler, The emerging web 2.0 social software: an enabling suite of sociable technologies in health and health care education, "Health Information and Libraries Journal", 24, (2007), p. 2-23.

[4] A. Cho, An introduction to mashups for health librarians, "JCHLA/JABSC", 28 (2007), p. 19-22.

[5] E. Barsky - A. Cho, Introducing web 2.0: social search for health librarians, "JCHLA/JABSC", 28 (2007), p. 59-61.

[6] E. Barsky - M. Purdon, Introducing web 2.0: social networking and social bookmarking for health librarians, "JCHLA/JABSC", 27 (2006), p. 65-67.

[7] M. N. K. Boulos - I. Maramba - S. Wheeler, Wikis, blogs and podcasts: a new generation of web-based tools for virtual collaborative clinical practice and education, "BMC Medical Education", 6 (2006), p. 41-48.

[8] E. Barsky, Introducing web 2.0: weblogs and podcasting for health librarians, "JCHLA/JABSC", 27 (2006), p. 33-34.

[9] E. Barsky - D. Giustini, Introducing web 2.0: wikis for health librarians, "JCHLA/JABSC", 28 (2007), p. 147-150.

[10] J. Giles, Special report: Internet encyclopaedias go head to head, "Nature", 438 (2005), p. 900-901.

[11] S. L. Garfinkel, Wikipedia and the meaning of truth, "Technology Review", 111 (2008), 6, p. 84-86.

[12] L. Bonetta, Scientists enter the blogosphere, "Cell", 129 (2007), p. 443-445.

[13] J. S. Wilkins, The roles, reasons and restrictions of science blogs. "Trends in Ecology and Evolution" 23, (2008), 8, p. 411-413.

[14] E. Tola, To blog or not to blog, not a real choice there… "JCOM", 7 (2008), 2.

[15] T. Lagu - E. J. Kaufman - D. A. Asch - K. Armstrong, Content of weblogs written by health professionals, "Journal of General Internal Medicine" 23 (2008), 10, p. 1642-1646.

[16] Healthcare100.com – the world's top blogs in health and medicine, <http://www.edrugsearch.com/edsblog/healthcare100/>, accesso il 27/12/2008.

[17] Healthcare Blogger Code of Ethics, <http://medbloggercode.com/the-code/>, accesso il 27/12/2008.

[18] Health Train, the Open Healthcare Manifesto, <http://trusted.md/manifesto>, accesso il 27/12/2008.

[19] T. Poonawalla - R. F. Wagner, Assessment of a blog as a medium for dermatology education, "Dermatology Online Journal" 12, (2006), 2.




«Bibliotime», anno XII, numero 2 (luglio 2009)

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