«Bibliotime», anno XV, numero 2 (luglio 2012)

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Luca Delvecchio

Comunicazione scientifica e socialità dei 'piccoli mondi'



Abstract

Following a concise exposition of the main concepts pertaining to Social Network Analysis, the current report highlights the small-world structure inherent as much to the scientific editorial market as to the system of collaborative practices among scholars and scientists.  The introduction, on one hand, of free access to scientific publications, and on the other, of social network sites, aimed at easing the exchange of relevant content among research colleagues, can result in a restructuring effect on relationships typical of the scientific editorial market and on the usual sharing systems within research groups and communities. Open Access models, fueled by the Web's pervasiveness and diffuseness, allow mechanisms of knowledge propagation to flow smoothly, reducing the 'vertical' dynamics of traditional editorialship in favor of a 'peer-to-peer' exchange.

1. Premessa

In via preliminare e senza alcuna pretesa di esaustività, potremmo descrivere Il World Wide Web come una ricchissima trama relazionale e documentale, che coinvolge individui, oggetti, istituzioni, insieme a forme di progettualità e di conoscenza a carattere sempre più marcatamente collettivo (si pensi a Wikipedia, ai grandi network scientifici ed agli agenti che si occupano della produzione e della mediazione del sapere). Il Web rappresenta, dunque, un sistema complesso, la cui morfologia, o, più precisamente, topologia è indagata da statistici, informatici, sociologi, persino fisici, interessati a reperirne le leggi di struttura e di evoluzione in senso profondo.

La Social Network Analysis [1] studia la complessità delle reti che caratterizzano la quasi totalità del mondo sociale e di quello naturale [2] e che possiamo definire, in senso generalissimo, come insiemi altamente strutturati di elementi in relazione. Ma si tratta, a ben vedere, di una qualificazione debole, che necessita di essere rafforzata dal dettaglio di definizioni ulteriori, a partire dal concetto di "network".

Un network consiste di nodi (o vertici), che nel caso di reti sociali reali corrispondono ad individui (o in senso ampio agenti) stretti da rapporti di interazione. Tali rapporti sono intesi come legami (link) o archi - ma la terminologia è naturalmente più estesa - tra nodi di una rete. La rappresentazione di un sistema complesso come rete costituita di nodi interconnessi è piuttosto intuitiva e non pone particolari difficoltà. Ma l'analisi delle reti sociali ricorre a concetti più sofisticati, distinguendo tra tipi differenti di connessione e di rete, ed applicando raffinati strumenti statistici all'indagine topologica dei sistemi complessi tanto in senso statico, quanto in senso dinamico. Non è questa la sede per una loro descrizione puntuale, ma è in ogni caso opportuno stabilire preliminarmente il fondo teorico su cui si regge questo breve saggio, orientato ad una disamina del mercato scientifico-editoriale e dell'impatto, in termini relazionali e comunicativi, che un uso cosapevole delle attuali piattaforme tecnologiche può determinare sulle pratiche di collaborazione nel mondo della ricerca.

Con riferimento ai concetti di base, introduciamo le misure di connessione, che comprendono: la distanza tra nodi, ovvero il numero di passaggi necessari per giungere da un nodo ad un altro entro una stessa rete; la distanza geodetica, intesa come la più breve tra due nodi qualunque, insieme alla sua media; il diametro di rete, il numero di passaggi che separano i due nodi più distanti.

Nel caso di reti complesse, un fenomeno rilevante è costituito dal clustering, ovvero dalla presenza di clique o triangoli relazionali, per cui ogni singolo elemento della rete possiede un alto numero di connessioni rispetto ai nodi più prossimi (e che eleva, ad esempio, la probabilità che due o più amici abbiano a loro volta amici comuni). Parzialmente contiguo al concetto di clustering è poi quello di densità, intesa come rapporto tra il numero di connessioni esistenti nel network e il numero di tutti i legami teoricamente possibili. La quantità di archi che fanno capo ad un singolo nodo, infine, detto grado e misura, in buona sostanza, l'importanza di ciascun elemento della rete.

Le reti complesse che qui interessano posseggono due connotati essenziali: l'invarianza di scala (scale free-networks), propria delle geometrie frattali, per cui sezionando la rete secondo porzioni via via maggiori la morfologia osservabile non risulta modificata (autosomiglianza); ed una struttura di tipo small-world. Quest'ultimo concetto può essere illustrato attraverso un esempio. In una rete altamente clusterizzata ciascun nodo è connesso ad ogni suo vicino, secondo una trama geodetica che non lascia spazio a legami di tipo casuale. Si immaginino alcuni nodi disposti in cerchio: in questo caso il legami di vicinanza determinano la regolarità geometrica della struttura. Se, tuttavia, intendessimo diminuire la distanza media tra i nodi (distanza che abbiamo precedentemente definito come numero di passaggi necessari per giungere da un vertice all'altro della rete), sarebbe sufficiente sostituire alcuni legami di vicinanza (detti forti) con archi diametrali (scorciatoie, detti legami deboli), in grado di congiungere nodi lontani. La rete assumerebbe, con ciò, una morfologia meno regolare, ma più efficiente in termini di connettività e raggiungibilità per ogni singolo nodo [3].

 

 

Fig. 1 (fonte: <http://epress.anu.edu.au/cs/mobile_devices/ch05s03.html>)

Il fenomeno più diffuso, tanto in società quanto in natura, è quello delle reti small-word aristocratiche, caratterizzate dalla presenza di nodi iperconnessi (e, dunque, di elevatissimo grado) detti hub, e da meccanismi evolutivi di tipo preferenziale (preferential attachment), che generano componenti giganti, ovvero aree estremamente dense costituite di sub-complessi iperaggregati.

I sistemi di tipo aristocratico contengono, di norma, moltissimi hub di grado modesto e pochi hub di grado elevato (di qui la definizione di rete aristocratica), secondo una distribuzione che prende nome di legge di potenza [4] (power low). Essa è applicabile ad una quantità sterminata di fenomeni di ordine sociale, fisico, biologico, ecc. (incluse le relazioni di tipo citazionale tra pubblicazioni scientifiche e di collegamento tra pagine web).

 

 

Fig. 2 (fonte: <http://www.sis-statistica.it/magazine/spip.php?article169>)

 

Gli elementi di un sistema complesso possono instaurare relazioni di tipo conflittuale e/o competitivo. In simili casi, l'evoluzione del sistema di rete dipenderà dal grado di attrattività (o fitness [5]) di ogni singolo hub, ovvero dalla capacità di legare a sé i nodi entranti. La fitness, che non ha carattere univoco ed oggettivo ma piuttosto soggettivo e polisenso, acquista una propria significatività nel caso delle reti sociali, a patto di specificarne una definizione adeguata al contesto di rete. L'attrattività di un nodo assume, cioè, connotati radicalmente diversi a seconda che si parli di atomi, molecole all'interno di un network biochimico o individui appartenenti a network sociali.

Il sistema dell'editoria scientifica, per fare un esempio concreto, è strutturato sulla base di pochi hub iperconnessi che danno luogo a componenti giganti; e la fitness di ogni singola rivista si determina in base non solo all'autorevolezza, ma anche ad elementi di tipo estrinseco, come l'appartenenza a determinati gruppi editoriali, che attraverso azioni mirate di pubblicizzazione e marketing, o vincoli contrattuali stringenti imposti a ricercatori e lettori, riescono a competere [6] nei mercati di riferimento in maniera tutt'oggi efficace.

2. Editoria STM (Scientific Technology Medicine)

Il mercato editoriale STM possiede una tipica struttura small-world aristocratica, con le quattro major di settore (Reed Elsevier, Wiley-Blackwell, Springer, Taylor&Francis) che, in qualità di hub iperconnessi, controllano da sole il 50% dell'intero mercato e possiedono il 70% delle riviste scientifiche [7]. Anche in questo caso, come previsto dalla teoria, pochi nodi di grado elevato detengono un numero totale di legami assolutamente rilevante, se si considera che gli editori presenti nel settore sono circa 2mila (per il 30% costituiti da società scientifiche che pubblicano in proprio, per il 64% da editori commerciali con scopo di lucro e per il 6% di University Press).

Fig. 3 (fonte: <http://www.caida.org/tools/visualization/walrus/gallery1/lar-gr-l-1.png>)

Le major di settore, le cui relazioni di rete sono rappresentate in via analogica in fig. 3, costituiscono a tutti gli effetti quelle che abbiamo definito più sopra componenti giganti di rete. Eccone una veloce disamina.

Reed Elsevier è il principale attore del mercato STM. Secondo i dati presentati nell'Annual Report ad Financial Statements 2011, il gruppo produce un fatturato di circa 7.200 milioni di Euro, suddivisibili per settori disciplinari come indicato in figura. Elsevier cura due distinti business: il primo si rivolge alla comunità tecnologica e scientifica (Science&Technology), il secondo (Health Science) alla comunità medica. Il gruppo pubblica annualmente più di 700 volumi ed oltre di 240mila articoli su 1.250 riviste, raggiungibili attraverso ScienceDirect, un database globale che offre accesso a più di 10mln di articoli.

Al leader di mercato seguono Wiley-Blackwell (una delle principali case editrici statunitensi che vanta all'attivo oltre 1.500 riviste e ad altri 1.500 nuovi volumi ogni anno [8]), Springer (nata dalla fusione dell'olandese Wolters Klunder e della tedesca BertelsmannSpringer: il gruppo pubblica circa 2mila riviste ed oltre 6.500 libri annualmente [9]) e Taylor&Francis (con circa 1.000 riviste e 1.800 nuove monografie scientifiche all'anno [10]).

 

Fig. 4

Fig. 5

La struttura di rete aristocratica riguarda, tuttavia, non solo il versante produttivo-editoriale, ma anche quello distributivo. Le riviste scientifiche sono tradizionalmente distribuite da librerie di speciale rango, dette commissionarie, cui le biblioteche si rivolgono per centralizzare gli acquisti di monografie, così come gli ordini dei periodici e la gestione degli abbonamenti. Esternalizzando tali attività, le biblioteche sono sollevate da uno dei compiti più gravosi, ovvero la sfida logistica dell'amministrazione di centinaia o migliaia di fascicoli. Le librerie commissionarie italiane operano in un ambito essenzialmente nazionale, mentre agenzie straniere, vere e proprie multinazionali della distribuzione, gestiscono gli abbonamenti per le riviste chiave.

 

Fig. 6

 

Come quelli degli editori, il segmento della distribuzione è fortemente concentrato: a livello internazionale si distinguono pochi gruppi, come Swets Blackwell, EBSCO e Faxon [11]. In fig. 6 è schematicamente rappresentato il ruolo intermediari svolto da editori e agenti addetti alla distribuzione. Com'è evidente, ciascun hub di grado elevato (major) detiene in via preferenziale importanti connessioni sia con gli agenti deputati alla produzione della conoscenza (autori di pubblicazioni), grazie a specifici fattori di attrattività (fitness), sia con agenti preposti all'organizzazione e alla fruizione del sapere (librerie e biblioteche).

Tuttavia, con l'avvento del Web, tali forme di intermediazione "totale" vanno sempre più perdendo il loro carattere necessario: la Rete fluidifica i meccanismi tradizionali di diffusione del sapere (e di ogni contenuto in genere) e riduce le dinamiche verticali in favore di uno scambio tra "pari", che nel caso delle pubblicazioni scientifiche può determinare una maggiore velocità di circolazione delle idee con costi addizionali sostanzialmente nulli.

Ciò non significa che i servizi di tipo editoriale siano da considerarsi meno essenziali, ma che il ruolo di filtro dei grandi gruppi, svolto non di rado attraverso politiche commerciali costrittive, impedisce alla rete di autori, editori, distributori, etc. di ristrutturarsi in senso autenticamente plurale, concorrenziale ed aperto. L'assetto "aperto", "plurale" di cui si parla non è semplicemente quello che si opporrebbe al dominio di grandi gruppi editoriali detentori di considerevoli quote di mercato, ma quello che si realizzerebbe ove le componenti giganti di rete si riducessero ed un rilevante numero di hub minori aumentasse il proprio grado (come rappresentato analogicamente in fig. 7). Ciò, lo si mostrerà più oltre, sarebbe desiderabile soprattutto per ragioni di efficienza.

Fig. 7 (fonte: <http://www.caida.org/tools/visualization/walrus/gallery1/lhr-old.png>)

3. Open Access ed effetti di rete

"Accesso Aperto" significa, in senso ampio, libera disponibilità online di contenuti digitali, senza le restrizioni commerciali imposte dall'esercizio dei diritti di proprietà intellettuale [12]. Rispetto alle pubblicazioni accademiche, l'OA costituisce una modalità alternativa di diffusione e fruizione, attuata secondo tre modelli non necessariamnete alternativi: la pubblicazione su riviste peer-reviewed (cd. Gold Road), l'auto-archiviazione in data-base a carattere istituzionale o disciplinare di pre-print e/o post-print (cd. Green Road) ed una modalità ibrida definita Red Road, secondo cui articoli e monografie di ricerca vengono, da un lato, resi liberamente fruibili sulla rete e, dall'altro ceduti in abbonamento ai centri di consultazione.

Tale modello è stato accolto con favore dalle istituzioni, dai grandi fundraiser della ricerca scientifica, dalla comunità dei bibliotecari, nonché da tutti coloro che - a diverso titolo - propugnano la libera circolazione delle idee. Inoltre, una sempre più ampia comunità di ricercatori e professionisti ha individuato nell'OA la possibilità di condividere il risultato delle proprie ricerche secondo modalità non convenzionali e svincolate dalle strutture che i format delle riviste scientifiche impongono.

 

 

Tabella 1 (fonte: Laakso M, Welling P, Bukvova H, Nyman L, Björk B-C, et al. (2011), The Development of Open Access Journal Publishing from 1993 to 2009. PLoS ONE 6(6): e20961. doi:10.1371/journal.pone.0020961).

Le barriere all'ingresso erette dagli editori tradizionali in termini di reputazione, di relazioni e di presenza capillare presso le comunità scientifiche hanno richiesto e richiedono sforzi ingenti da parte dei sostenitori dell'OA, sia per il reperimento di volumi di risorse adeguati, sia per la creazione di massa critica (accessi, reputazione, contenuti). Tuttavia, una volta superata la soglia di criticità, il modello OA risulta a tutti gli effetti competitivo rispetto a quello tradizionale per una maggiore capacità di sfruttare economie di scala ed un superiore raggio d'azione [13].

 

 

Tabella 2 (fonte:Björk B-C, Welling P, Laakso M, Majlender P, Hedlund T, et al. (2010) Open Access to the Scientific Journal Literature: Situation 2009. PLoS ONE 5(6): e11273. doi:10.1371/journal.pone.0011273.

 

L'influenza minoritaria dei modelli OA [14] si deve certamente alla loro recente nascita, almeno in termini relativi rispetto all'editoria tradizionale. Ma la ragione di fondo per cui l'OA non domina la scena editoriale, nonostante sia del tutto promettente sul versante della innovazione comunicativa, della diffusività di nuove

teorie e risultanze sperimentali ed anche su quello della sostenibiltà economica, è da ricondursi al tipo di rete in cui si struttura il rapporto tra editoria e ricerca.

Come notavamo più sopra, il mercato editoriale mostra una struttura di piccolo mondo aristocratica: pochi nuclei iperattivi detengono un numero di connessioni notevolmente superiore al grado medio, superando in termini di performance economiche e relazionali una lunga coda di publisher minori (power law). Il grado di attrattività degli hub di rango superiore, e la loro capacità di mantenere intatte le loro rendite posizionali, non è la semplice conseguenza di un vantaggio storico, ma di una cura costante della propria fitness, che nel caso delle major corrisponde sostanzialmente alla reputazione ed a connessioni di natura preferenziale presso i segmenti più elevati della comunità scientifica.

Ciascuna major raggiunge perfettamente lo scopo di fungere da amplificatore connettivo per ogni singola rivista edita; i vincoli di natura contrattuale, tuttavia, operano da filtro diminuendo il numero di connessioni potenziali. Ciò è perfettamente sostenibile nell'ottica dei grandi editori, interessati non solo al numero complessivo di link (accessi ai contenuti editi), ma pure ai volumi di fatturato in un'ottica di sostenibilità di lungo periodo. Ciò avviene perché le dinamiche evolutive di ciascuna rete impongono agli hub di maggior grado pratiche sia competitive di autodifesa, sia una valutazione accurata delle caratteristiche di rete per raggiungere e mantenere dimensioni adeguate. Incrementando la propria massa, ciascun hub induce la connessione di nuovi nodi, ma aumenta il rischio di implodere sotto la pressione della sua stessa forza attrattiva.

Ciascun network richiede, per la propria persistenza, il raggiungimento di un punto di equilibrio dinamico, che limiti l'impatto distorsivo di fattori potenzialmente ristrutturanti. Una introduzione su larga scala di nuove modalità comunicative in campo scientifico e di nuovi modelli di fruizione e diffusione come l'OA, costituirebbe uno shock sistemico di entità considerevole, turberebbe lo stato stazionario iperconservativo vagheggiato e difeso dai gruppi editoriali di testa e darebbe modo agli hub minori di accrescersi, acquistando nuove connessioni relazionali.

In generale, la presenza di hub di grado elevato non rappresenta un ostacolo sistemico alla circolazione di informazioni entro una rete; i nodi iperconnessi svolgono normalmente una funzione diffusiva ragguardevole in virtù della propria posizione centrale. Le politiche di filtro e di vincolo attuate da molte testate editoriali, se da un lato sono utili a mantenere elevata la qualità dei lavori di ricerca, rischiano dall'altro di restringere eccessivamente o di ritardare, come non di rado accade, la trasmissione di nuove informazioni tra nodi.

Si può congetturare che una deviazione massiccia del sistema verso modelli ad accesso aperto possa determinare:

Uno studio oramai classico di Mark Newman [15], fisico dell'istituto di Santa Fe, mostra come la rete delle collaborazioni scientifiche sia caratterizzato da cluster molto compatti di studiosi, connessi da estemporanei legami deboli; e ulteriori indagini condotte da Sid Redner [16], docente di fisica alla Boston University, confermano che la trama citazionale tra pubblicazioni scientifiche segue anch'essa una legge di potenza, dando luogo ad una rete di tipo piccolo mondo aristocratica in cui l'80% delle citazioni scientifiche riguarda non più del 38% delle pubblicazioni.

Dunque, tanto il mercato editoriale scientifico, quanto i sistemi di collaborazione tra studiosi e l'intreccio documentale tra gli scritti per mezzo di citazioni esibiscono una medesima logica: un limitato numero di hub iperattivi con fitness elevata ed una coda costituita di minuti elementi ipoconnessi. L'introduzione della modalità OA non indurrebbe una rivoluzione tipologica, ma modificherebbe con buona probabilità alcuni parametri chiave relativi alla morfologia di rete (sia in campo editoriale, sia sul versante collaborativo-scientifico).

4. I social network scientifici e le loro virtù: il progetto Hémérothèque

Abbiamo oramai appreso come le reti sociali esibiscano caratteristiche topologiche di piccolo mondo, per cui la distanza che separa due vertici qualunque è mediamente molto più ridotta di quanto si potrebbe credere. Recenti test rivelano che la distanza geodetica media tra individui appartenenti a reti sociali reali corrisponde a circa 3,74 passaggi. Si tratta del risultato ottenuto nel 2011 da un gruppo di informatici dell'Università degli Studi di Milano [17] attraverso un esperimento su scala planetaria che ha coinvolto gli utenti di Facebook.

È interessante notare come i gradi di separazione misurati su nodi connessi attraverso un social network site siano nettamente inferiori rispetto alle distanze stimate con metodi meno evoluti o in ambienti virtuali a tecnologia meno avanzata [18]. La "serie storica" dei gradi di separazione rilevati sperimentalmente suggerisce il ruolo di amplificatori sociali da attribuire alle attuali piattaforme di aggregazione e la loro attitudine ad agevolare pratiche collaborative e condivisive che nel campo della ricerca acquisiscono importanza sempre maggiore.

Abbiamo affermato, sia pure in via congetturale, che l'introduzione massiccia di modelli comunicativi riferibili all'OA indurrebbero variazioni morfologiche non trascurabili per quanto attiene alla rete dell'editoria e delle pratiche scientifiche di tipo collaborativo. Quel che resta da immaginare sulla base dei concetti fondamentali della sociologia delle reti e dei dati empirici disponibili [19] sono i mutamenti generati dall'uso su larga scala di social network anche nel campo della ricerca. Un primo possibile dato, come si è visto, consiste nella riduzione della distanza geodetica media: il percorso sociale necessario al trasferimento di informazione tra due nodi qualunque della rete si fa mediamente più breve. Un aumento dei legami casuali ed estemporanei di tipo debole, che fungono da connettori di lunga distanza tra cluster (piccole sottoreti di nodi strattamente connessi) ed un incremento della densità, unitamente ad una una riduzione del diametro di rete, rappresentano ulteriori plausibili effetti.

Molti dei social network scientifici esistenti puntano a costruitre legami forti e deboli attraverso strumenti di socializzazione di tipo classico (status, microblogging, condivisione di documenti di ricerca entro gruppi, etc.); mentre una maggiore efficienza nel reperimento e nella circolazione di informazioni qualitativamente significative è ottenuta per mezzo di motori di ricerca operanti spesso su collezioni di metadati interne.

Un esempio nostrano è Hémérothèque [20], che punta a gestire una doppia rete i cui nodi siano da un lato gli addetti alla ricerca e, dall'altro, le riviste scientifiche e specialistiche. L'obiettivo è quello di socializzare in uno spazio altamente dinamico e sperimentale gli aspetti dell'attività scientifica che riguardano la produzione, la mediazione e la fruizione del sapere. Le riviste non si limitano a pubblicare articoli, ma ne forniscono ai lettori stralci, rielaborazioni (talora semplici abstract), insieme a contributi di taglio informale, come l'intervento di studiosi non in forma di articolo, discussioni moderate tra lettori, sondaggi, recensioni, etc. Ciascuna riivista diviene a tutti gli effetti un hub di rete, il cui grado si determina, come di norma, in base alla fitness ed alla capacità di curare il rapporto con la propria platea in termini interattivi e relazionali.

La presenza di ricercatori e riviste scientifiche in un medesimo social network site configura, dunque, un cliclo aperto, in cui idee ed informazioni vengono dapprima condivise e discusse, poi pubblicate dalle riviste di settore e, infine, ricondotte al dibattito tra ricercatori e specialisti. Se si aggiunge che Hémérothèque favorisce, per ragioni strutturali e funzionali, le riviste che pubblicano in OA [21], allora gli effetti di rete sopra descritti possono operare sinergicamente, rendendo più efficiente il passaggio di dati tra nodi e favorendo la formazione estemporanea di link tra ricercatori e gruppi.

Le riviste dispongono attualmente di piattaforme distributive, ma non di autentici network in cui gestire in maniera duttile e istantanea le pratiche di collaborazione e scambio internamente ai propri team editoriali. In questo senso Hémérotheque intende innovare il rapporto tra lettore e rivista, sfruttando le caratteristiche di piccolo mondo che connotano, lo abbiamo detto con ampiezza e ripetuto, tanto la rete editoriale quanto il sistema del dibattito e della collaborazione scientifica.

Luca Delvecchio, Milano, e-mail: htqnetwork@gmail.com


Note

[1] Per una ricognizione dei principali concetti afferenti alla S.N.A. si vedano, in ordine di approfondimento: Mark Buchanan, Nexus, Milano, Mondadori, 2003; Albert-László Barabási, Link, Torino, Einaudi, 2002; F. Corbisiero, Social Network Analysis. Tendenze, metodi e tecniche dell'analisi relazionale, Milano, Franco Angeli, 2007; P. Carrington J. Scott - S. Wasserman, Models and Methods in Social Network Analysis, Cambridge (MA), Cambridge University Press, 2005.

[2] La società, insieme al complesso di condizionamenti cui sottopone l'individuo, è a tutti gli effetti una "seconda natura" e la dicotomia deliberatamente introdotta nella definizione ha carattere puramente regolativo.

[3] È possibile generare un qualsiasi reticolo variando tre parametri fondamentali: la distanza geodetica media, il coefficiente di aggregazione (clustering coefficient) ed il grado di casualità dei legami. Ne risultano almeno tre tipologie di rete: regolari, piccolo-mondo, casuali (Fig.1). Le reti piccolo-mondo mostrano una bassa casualità, un diametro ridotto ed un elevato coefficiente di aggregazione, mediando, sostanzialmente, tra ordine e caos.

[4] La distribuzione del grado dei nodi di una rete a invarianza di scala è sovente descritta in termini probabilistici. Ovvero, la probabilità che un nodo qualunque abbia esattamente k link segue la formula P(k) ∼ k -y, in cui y è l'esponente di grado > 1.

[5] Per una definizione del modello a fintess cfr. G. Bianconi - A.-L. Barábasi, Competition and multiscaling in evolving networks, "Europhys. Lett.", 54 (2001), 436, <doi:10.1209/epl/i2001-00260-6>.

[6] Non vi è alcun richiamo alla nozione di concorrenza, tantomeno "perfetta", che entro reti aristocratiche non può darsi per ragioni eminentemente strutturali.

[7] Cfr. Scientific technical and medical (stm) journal publishing in 2010, The Publishers Association and alpsp.

[8] Cfr. The Weiley Annual Report 2010, (<http://www.wiley.com/legacy/annual_reports/ar_2010/Wiley2010_Annual_Report.pdf>).

[9] Cfr.Springer Science+Business Media Annual Report 2008, (<http://www.springer.com/about+springer/company+information/annual+report?SGWID=0-175705-0-0-0>).

[10] Cfr. <http://www.taylorandfrancisgroup.com/about/history.asp>.

[11] Cfr.Giuseppe Vitiello, La comunicazione scitentifca e il suo mercato, "Biblioteche oggi", 5 (2003), p.41, <http://www.bibliotecheoggi.it/2003/20030503701.pdf>.

[12] Più precisamente, i modelli di Open Access si fondano sulla facoltà di accedere online gratuitamente e senza limitazioni per il lettore ai risultati di ricerca. L'accessibilità al contenuto non è mediata da iscrizioni, appartenenze ad organizzazioni specifiche, licenze per l'accesso, né da protezioni di natura legale o tecnologica. In caso di buon esito del processo di peer-review il costo di pubblicazione è sostenuto dall'autore direttamente o indirettamente: il principale incentivo a pubblicare in modalità OA è dato dalla maggiore probabilità che i lavori di ricerca vengano riconosciuti e valorizzati da un elevato numero di lettori e colleghi, con un conseguente aumento della reputazione del ricercatore. La Dichiarazione di Berlino, promossa nell'ottobre 2003 dalla Max Planck Gesellshaft e firmata ad oggi da oltre 300 enti di ricerca e istituzioni accademiche in tutto il mondo, fra cui la quasi totalità delle Università italiane, così definisce i contributi ad Accesso Aperto:

Ciascun contributo ad accesso aperto deve soddisfare due requisiti:

  • L'autore(i) ed il detentore(i) dei diritti relativi a tale contributo garantiscono a tutti gli utilizzatori il diritto di accesso gratuito, irrevocabile e universale e l'autorizzazione a riprodurlo, utilizzarlo, distribuirlo, trasmetterlo e mostrarlo pubblicamente e a produrre e distribuire lavori da esso derivati in ogni formato digitale per ogni scopo responsabile, soggetto all'attribuzione autentica della paternità intellettuale [], nonché il diritto a riprodurne una quantità limitata di copie stampate per il proprio uso personale.
  • Una versione completa del contributo e di tutti i materiali che lo corredano, inclusa una copia della autorizzazione come sopra indicato, in un formato elettronico secondo uno standard appropriato, è depositata (e dunque pubblicata) in almeno un archivio in linea che impieghi standard tecnici adeguati [] e che sia supportato e mantenuto da un'istituzione accademica, una società scientifica, un'agenzia governativa o ogni altra organizzazione riconosciuta che persegua gli obiettivi dell'accesso aperto, della distribuzione illimitata, dell'interoperabilità e dell'archiviazione a lungo termine. (Cfr. http://www.zim.mpg.de/openaccess-berlin/berlin_declaration.pdf>).

[13] A conferma di tale vantaggio competitivo basti ricordare che le riviste OA incluse nel "Journal of Citation Reports (ISI Web of Knowledge - Thomson Reuters) hanno ottenuto elevati indici di Impact factor, nonostante la loro nascita sia del tutto recente.

[14] Circa il 20% dell'output totale di articoli sottoposti a revisione paritaria e pubblicati nel corso del 2008 sono ad accesso aperto, mentre l'8,5% della letteratura accademica può essere reperita gratuitamente in siti di editori ("gold OA"). (Cfr. B. C. Björk, P. Welling, M. Laakso, P. Majlender, T. Hedlund [et al], Open Access to the Scientific Journal Literature: Situation 2009. PLoS ONE 5 (2010), 6: e11273, doi:10.1371/journal.pone.0011273.

[15] Mark Newman, The structure of scientific collaboration networks, 2000, <http://arxiv.org/abs/cond-mat/0007214v1>.

[16] Sid Redner, How popular is your paper? An empirical study of the citation distribution, 1998, <http://arxiv.org/abs/cond-mat/9804163>.

[17] Cfr. Lars Backstrom - Paolo Boldi - Marco Rosa - Johan Ugander - Sebastiano Vigna, Four degrees of separation, 2011, <http://arxiv.org/abs/1111.4570>.

[18] Nel 1967 il sociologo americano Stanley Milgram chiese agli individui di un campione di recapitare ciascuno un pacco ad uno sconosciuto che viveva a molti chilometri di distanza e di cui erano noti esclusivamente il nome, lo Stato, la città, l'occupazione, ma non l'indirizzo preciso. La regola consisteva nell'inviare il pacco ad una persona conosciuta, quella più probabilmente legata o vicina destinatario finale, chiedendo ad ogni successivo nodo di osservare le stesse istruzioni. Il numero medio di passaggi per ciascun pacco recapitato fu uguale a sei. Esperimenti successivi dello genere, attuati sfruttando l'immediatezza e la capillarità di Internet, prima nel 2001 attraverso l'invio di messaggi e-mail (Duncan Watts, <http://www.dcg.ethz.ch/lectures/fs10/seminar/paper/michael-6.pdf>) e poi nel 2006 analizzando i log delle conversazioni di MSN Messenger, hanno sostanzialmente confermato i sei passaggi (Jure Leskovec - Eric Horvitz, <http://research.microsoft.com/pubs/70389/tr-2006-186.pdf>). L'ultimo test condotto dai ricercatori italiani rileva una distanza media tra nodi decisamente inferiore, cioè che dimostrerebbe il ruolo di moltiplicatori sociali svolto dai network site.

[19] Ovvero i dati relativi alla struttura del mercato editoriale esposti più sopra.

[20] Piattaforma scientifica di aggregazione nata da un progetto di Luca Delvecchio, Lisa Calamandrei e Alessandro Tunno, con il supporto di numerosi ricercatori appartenenti alle università milanesi Bocconi, Bicocca e Statale ed alla fiorentina Università degli Studi.

[21] Hémérothèque permette la pubblicazione di contenuti scientifici in forma di articolo e l'autoarchiviazione sul profilo di ogni utente ricercatore.




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