«Bibliotime», anno XVI, numero 3 (novembre 2013)

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Davide Ruggerini

Anna Giulia Cavagna, La biblioteca di Alfonso II Del Carretto marchese di Finale. Libri tra Vienna e la Liguria nel XVI secolo



Anna Giulia Cavagna, La biblioteca di Alfonso II Del Carretto marchese di Finale. Libri tra Vienna e la Liguria nel XVI secolo, Finale Ligure, Centro Storico del Finale, 2012. 429 p., ill. (Fonti, memorie e studi del Centro Storico del Finale; 2). ISBN 978-88-901669-2-1.

Nel panorama delle biblioteche private in età moderna un interesse di rilievo assumono quelle appartenute ad uomini di governo, protagonisti di travagliate vicende politiche. È il caso di Alfonso II Del Carretto (Finale 1525-Vienna 1583), marchese di Finale, che, a seguito di una sedizione di sudditi subì, a spregio della sua autonomia e sovranità territoriale, l'intervento armato della Repubblica di Genova a sostegno dei ribelli, complice un atteggiamento a dir poco ambiguo della corona spagnola.

Egli fu costretto, pertanto, nel 1558, a rifugiarsi a Vienna, in cerca di protezione imperiale. Nella capitale e in altre città di orbita asburgica che lo videro esule, come Augsburg, Spira, Praga, Bratislava, il feudatario, nel corso di un quindicennio, effettuò l'acquisto di oltre un migliaio di libri, scelti personalmente o tramite agenti fidati. La dettagliata registrazione delle spedizioni fu vergata nelle carte della "Nota de varij libri della libreria de Marchesi di Finale", documento di natura ibrida, complessa, polisemica, ricco di informazioni, di indizi e di valori simbolici la cui esistenza fu segnalata per la prima volta da Giambattista Cavasola negli Atti del Convegno "La Spagna, Milano ed il Finale: il ruolo del Marchesato tra Medioevo ed Età Moderna", pubblicati dal Centro Storico del Finale nel 1991 - oggi finalmente oggetto degli sforzi ermeneutici e delle approfondite indagini di Anna Giulia Cavagna.

A causa dell'occupazione del territorio finalese da parte di forze ostili, a ricevere in Italia casse, cassette, cassoni, balle e fagotti furono vari intermediari dislocati fra Milano, il possedimento pavese di Casteggio e il castello di Carcare, sito nell'immediato entroterra ligure. La biblioteca, mai compiutamente realizzata e vissuta unicamente nel progetto informatore che si evince dall'analisi della Nota, non raggiungerà la sua ideale destinazione finale, ovvero le sale di Castel Gavone, residenza finalese della dinastia carrettesca, dove il marchese ne avrebbe desiderato la collocazione, "quasi in un'ansia di affermazione identitaria, in un incessante anelito di legittimazione, di possesso [] quasi a voler marcare il proprio castello-biblioteca (e con esso il proprio dominio) con i segni della propria presenza, le tracce del proprio pensiero che è desiderio di ritorno" (p. 59).

Il respiro europeo delle acquisizioni conferma, se mai fosse necessario, che l'interpretazione di una biblioteca privata in età moderna non può essere circoscritta alla storia locale e impone la revisione di valutazioni eccessivamente riduttive applicate dalla storiografia, anche recente, alla personalità di Alfonso II, sul quale è emersa una messe di documentazione archivistica ancora non considerata.

La studiosa ricostruisce la fisionomia di un articolato programma diplomatico e propagandistico che il feudatario avrebbe consapevolmente orchestrato in occasione della crisi politica che minacciava il suo dominio e, alla luce di questo quadro, propone le chiavi interpretative dei suoi orientamenti e delle sue pratiche di lettura, delle modalità con cui egli, lettore attivo, aduso all'ars excerpendi, andava traendo contenuti per l'elaborazione dei propri posizionamenti politici e culturali.

Oltre alla costituzione della biblioteca, la sua strategia prevedeva il controllo dei messaggi simbolici veicolati da ritratti, imprese, blasoni e dalle potenzialità di comunicazione visiva offerte dal mezzo tipografico, secondo quella che si potrebbe definire come una efficace politica delle immagini. Il marchese avrebbe abilmente sollecitato la redazione di dediche e prefazioni encomiastiche, inducendo al contempo storiografi e poligrafi a inserire nelle loro opere storiche, prosopografiche e genealogiche interpretazioni degli eventi adeguate ai suoi obiettivi di legittimazione e di auto-promozione, ad esempio enfatizzando, in chiave filo-imperiale, il legame dinastico con la Casa di Sassonia. Anche la natura delle suppellettili non librarie, che talvolta accompagnavano le spedizioni (dipinti, disegni, manufatti artistici, frammenti zoologici, abbigliamenti, arredi, decori, armi), quali "tangibili memorie della sua fedeltà asburgica" (p.62), sembra avvalorare questa tesi.

L'analisi delle acquisizioni librarie è, dunque, efficacemente condotta mettendo in relazione fra loro fonti di natura iconografica, testuale e paratestuale. Ma la vera novità metodologica consiste nell'attenzione rivolta al documento, inteso non come fortuito supporto materiale, bensì come medium dalla fisionomia propria e non neutrale, che veicola i contenuti interferendo con essi e modificandone i criteri interpretativi: "intendimento primario di questa indagine è definire natura, struttura e funzione di quella registrazione libraria [] focalizzarne le peculiarità compilative [] analizzarne la configurazione formale, perché da essa dipende la successiva intelligenza e valutazione culturale e bibliografica della biblioteca stessa".

Anna Giulia Cavagna non si pone come precipui obiettivi la ricostruzione della personalità e della biografia di Alfonso II sullo sfondo delle vicende storico-politiche del feudo finalese, e neppure la mappatura sistematica del contenuto disciplinare, intellettuale ed editoriale del complesso librario, bensì intende sondare le potenzialità euristiche di un metodo che appare sostanzialmente nuovo nel panorama delle prospettive storiografiche che si sono interessate, a vario titolo, all'analisi di biblioteche private: dall'analisi dei criteri interni di redazione del documento alla valutazione delle esigenze e delle circostanze che li hanno determinati.

Il manoscritto non fu vergato dal Carretto in persona, ma da diversi redattori di incerta identità, che lavoravano libro alla mano e che operavano ipotesi ragionevole per quanto non vi siano ancora prove dirette che lo dimostrino inequivocabilmente sulla base degli orientamenti del marchese e di precise disposizioni, ricostruibili sulla base di analisi di tipo induttivo. Si può affermare che egli, direttamente o tramite i suoi segretari, compulsasse attentamente privilegi, indici e dediche, alla ricerca degli elementi ritenuti maggiormente significativi, offrendo numerosi indizi utili a quanti, in linea con i più attuali orientamenti di ricerca, intendano decodificare significati e valenze degli apparati paratestuali.

Dall'analisi delle caratteristiche intrinseche della registrazione bibliografica, emerge la sistematica attenzione rivolta dal marchese alla presenza, in testi e paratesti, di dati relativi ai ruoli sociali, alle professioni e alle attività delle persone nominate, all'autorità politica e territoriale entro i cui confini la stampa era realizzata, e alle notizie di natura dinastica e genealogica, il che consente di avanzare ragionevoli ipotesi in merito alla valutazione degli orientamenti di acquisto del possessore. L'esigenza di raccogliere informazioni su una casata può rappresentare, ad esempio, la ragione di numerosi acquisti che testimoniano perlustrazioni di natura politico-diplomatica: "la forma bibliografica descrittiva adottata dal marchese è mappa rivelatrice dei parametri salienti che, in parte, presiedettero le sue scelte librarie, le sue azioni diplomatiche e propagandistiche" (p.147).

Le sorprendenti opzioni descrittive adottate non sembrano avere, allo stato attuale degli studi, analoghi riscontri in altra documentazione italiana o europea, almeno sino al Settecento e consentono, per la prima volta, di rilevare le modalità di fruizione dei paratesti nel peculiare momento della mediazione catalografica coeva. Anche da questo punto di vista, la Nota rappresenta una straordinaria fonte di storia della lettura, capace di illuminare aspetti inediti, relativi alle dinamiche di ricezione del testo affidato al manufatto tipografico, nonché di apportare significativi contributi di novità agli studi sul paratesto, con particolare riferimento a quelli relativi alle dediche, cui l'autrice consacra speciali attenzioni.

Il documento presenta una disposizione grafica e testuale piuttosto ricercata, il che ne smentisce una natura esclusivamente di servizio e permette di formulare l'ipotesi di una elegante ricerca di immagine finalizzata alla legittimazione simbolica del possessore, se non alla prefigurazione di possibili esiti di diffusione a stampa. Talvolta si assiste al tentativo di ricreare l'architettura e la mise en page del frontespizio, con intenti mimetici nei confronti della resa tipografica degli apparati testuali. Si auspica che, in un futuro prossimo, si possa accedere ad una riproduzione digitale on line del documento, custodito presso l'Archivio Doria Pamphilj di Roma.

Le registrazioni bibliografiche presenti nella Nota vagliano attentamente le peculiarità del manufatto librario, con particolare riguardo a qualità, consistenza, natura cromatica della legatura, lasciando adito a ipotesi relative a correlazioni tra modalità di confezionamento e tipologia delle opere, alle origini di artigiani e fornitori coinvolti nelle operazioni di scelta e lavorazione dei materiali, al simbolismo delle decorazioni.

Il grado di precisione e di dettaglio, la qualità informativa e bibliografica delle descrizioni come emerge dagli stringenti confronti condotti sulla base di una visione autoptica delle edizioni corrispondenti rendono assai ardua l'individuazione di termini di paragone rispetto a quella prodotta in epoca coeva o immediatamente successiva nei più differenziati contesti geografici, professionali e sociali. Non mancano casi in cui la trascrizione del copista viennese risulti più soddisfacente e di maggiore efficacia comunicativa rispetto alle soluzioni catalografiche attualmente adottate negli odierni opac (cfr. p.131 e sgg): questa affermazione non intende essere una provocazione, bensì rappresenta il risultato di numerosi e dettagliati raffronti.

Parte cospicua della voluminosa monografia è dedicata alla trascrizione integrale della Nota, corredata, per ogni voce bibliografica, dell'identificazione delle edizioni consultabili virtualmente online in casi sempre più frequenti, dato il costante avanzamento dei progetti di digitalizzazione dei fondi antichi avviati da numerose biblioteche con rimando ai più accreditati repertori. Purtroppo, allo stato attuale delle ricognizioni, non è ancora stato possibile individuare alcun esemplare propriamente carrettesco.

Conclude l'opera un articolato e ricchissimo apparato di indici, che agevolerà la strada ai numerosi itinerari di ricerca che questa eccezionale fonte consente.

Davide Ruggerini, CERB Centro di Ricerca in Bibliografia - Università di Bologna; Biblioteca Umanistica - Università di Firenze, e-mail: davide.ruggerini@unifi.it




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