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"9. Seminario Angela Vinay"
L'AUTOMAZIONE DELLE BIBLIOTECHE NEL VENETO:
l'irruzione della multimedialità

 
Giorgio Busetto
direttore della Fondazione Querini Stampalia

Di solito concludo sempre invitando tutti a essere molto buoni, ma questa volta mi pare di  essere stato preceduto, e con ben altra sostanza di discorso, da Igino Poggiali. A questa richiesta  di eticità ha infatti saputo dare un solido impianto con l’ipotesi di lavoro dell’AIB di cui è presidente, ponendo i principi della deontologia professionale anche come punto di riferimento dell’ipotesi di legge quadro, e condensando poi tutto questo  in un fondamentale concetto: quello del superamento dell’idea della pubblica lettura  come un fatto assistenziale. Mi è molto piaciuto anche il suo richiamo ai diritti dell’infanzia, che riporta alla questione della centralità dell’utenza,  rimasta forse quest’anno un po’ sullo sfondo rispetto alle ultime edizioni del  nostro Seminario.
A me sembra  che negli ultimi due anni il lavoro della multimedialità nella biblioteca sia cresciuto in  maniera impressionante, e che quindi ormai esista, sia pure a  pelle di leopardo, una notevole competenza in quest’area; è una competenza che però si esprime in termini di estrema separatezza delle azioni, senza cioè quel senso di comunità che mi pare fosse ben presente al tempo della fondazione della pubblica lettura in Italia. Noi abbiamo avuto un grande periodo, tra il 1975 e il 1985, in cui sono state create 2000 biblioteche di pubblica lettura come conseguenza delle deleghe dallo Stato alle Regioni in materia di beni librari: in quel periodo esisteva una sorta di comunità dei bibliotecari,  e la stessa comunità c’era quando abbiamo avviato la discussione sulla cooperazione interbibliotecaria e sulla nascita di SBN. Direi anzi che una delle conquiste culturali di SBN è proprio quella di aver creato una mentalità della cooperazione che è anche una mentalità di scambio, di correlazione tra bibliotecari.
Ebbene, quando noi  spostiamo il nostro discorso sul lavoro nella rete, rileviamo paradossalmente che là dove abbiamo il massimo della comunicazione abbiamo anche il minimo di comunione: ognuno cioè si inventa la sua strada, il suo piccolo lavoro, la sua soluzione ad un’area  problematica sulla quale si cimenta. Credo che questo sia soprattutto la conseguenza del desiderio di imparare a lavorare con questo strumento, ma mi pare sia ora di alzare la testa, di guardare che cosa fanno gli altri e cercare di non ripetere, di non reinventare  quello che è già stato inventato altrove.
C’è stato un richiamo molto interessante di  Ariane Iljon a costruire sul passato per gestire il futuro, al quale direi che sono state date, in qualche modo, anche delle risposte: penso soprattutto all’intervento di Gianna Landucci o a quello di Riccardo Ridi, che hanno riaffermato  alcuni elementi fondativi della nostra professione, ricordando l’assoluta continuità del nostro lavoro e la necessità dunque di applicare quelle che sono le regole del gioco, anche in presenza di una nuova strumentazione.
Ariane Iljon ha chiesto anche che fosse dato più potere all’utente e  ha sottolineato come la scarsa domanda di buoni servizi in quest’area esiga probabilmente anche un maggiore impegno nell’educazione del pubblico,  in modo da avere anche la sua spinta per un servizio migliore.
Penso quindi che queste siano le cose su cui occorrerà lavorare: ricostruire una comunicazione fra tecnici che ci consenta di operare realmente tutti quanti insieme; tenere sempre in evidenza la centralità dell’utente come la finalità stessa del nostro lavoro; confidare negli  strumenti più collaudati della nostra professione, semplicemente adattandoli all’evoluzione in atto.
Credo che in tutto quanto questo dobbiamo essere capaci di diventare noi stessi classe dirigente, per riuscire a formare una classe dirigente in grado di ragionare sulla necessità strategica di adeguati investimenti per quello che riguarda non solo le reti e  le attrezzature, ma anche la notevole spesa corrente necessaria per il caricamento dei dati,  senza la quale reti e attrezzature servono a ben poco.
Sulla falsariga della storia ricostruita da Gianna Landucci, si potrebbe qui ripensare a come è stata condotta la spesa in questi ultimi vent’anni  nell’area dei beni culturali per evitare con cura alcune esperienze, dall’occupazione giovanile ai giacimenti culturali. Mi sembra che si sia speso molto in direzione assistenziale e in direzione del finanziamento grazioso al privato, e si è visto quanto ciò fosse sbagliato;  si tratta ora di autonomizzare le strutture di servizio, di dotarle di adeguati strumenti finanziari  e di  obbligarle a far crescere la formazione degli operatori, l’aggiornamento professionale dei bibliotecari e più in generale a ogni tipo di addetti.
Altro non aggiungo, ma credo che la prosecuzione di questo lavoro, cioè il seminario dell’anno prossimo, dovrà tenere conto di questo tipo di indicazioni, cercando di riportare a questo punto il discorso in sede politica: non più dunque nell’area del lavoro dei bibliotecari, ma in quella del lavoro di chi governa, ai vari livelli di competenza, e di chi fruisce dei servizi. Questi sono i due elementi su cui credo dovremo spostare la nostra attenzione, per lavorare strettamente  con gli utenti da un lato e con i gestori della spesa pubblica dall’altro.


Copyright AIB 1998-05-06, ultimo aggiornamento 1998-12-30 a cura di Antonella De Robbio e Marcello Busato
URL: http://www.aib.it/aib/sezioni/veneto/busetto.htm

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