[AIB]  AIB-WEB. Materiali per la storia dei bibliotecari italiani. Testi classici
AIB-WEB | Materiali per la storia dei bibliotecari | Testi classici della biblioteconomia italiana

Dell'Ufficio del Bibliotecario

appunti
di
Giuseppe Amenduni

[p. 3]

Mi basta sol, se vostra Altezza accetta
D'onorarmi d'udir questa mia storia
Scritta così come la penna getta.
        Malm. I, 4.

[Premessa]

Le Biblioteche pubbliche, perchè depositarie de' tesori della sapienza umana, sono state sempre tenute in pregio grandissimo; ed il loro stato florido e rigoglioso o il loro abbandono hanno attestato la progredita civiltà o la decadenza di una nazione. Il cresciuto numero delle biblioteche in Italia ed il numero tuttora crescente di quelli che le frequentano, dimostrano da un lato il risveglio de' buoni studî, dall'altro il grave còmpito che incombe a coloro i quali sono a capo di esse. Eppure è opinione volgare che un Bibliotecario sia solo un custode di libri!

Per confutare questa erronea opinione e per dimostrare che un Bibliotecario è un altissimo educatore ed un dottissimo insegnante, e quanto nobile e difficile sia il suo ufficio, io credo non inutili, ma necessarie queste mie parole. Avverto però innanzi tutto, che io non imprendo un trattato di bibliologia o di bibliografia, ma mi restringo solo all'ufficio del Bibliotecario, discorrendo in prima delle doti d'ingegno che in lui si richieggono, poi de' suoi doveri più importanti.

Essendo le Biblioteche depositarie delle produzioni dello ingegno umano nelle svariate sue manifestazioni, è

[p. 4]

necessario che il Bibliotecario tutte le conosca e le comprenda; onde le sue cognizioni debbono essere universali. E poichè è impossibile che queste sieno profonde e compiute in ogni ramo dello scibile umano, è indispensabile che almeno egli non sia estraneo ad alcuna scienza, ed abbia di tutte quella comprensione sintetica che addimandasi enciclopedia. E queste scienze, le quali non sono il patrimonio esclusivo di una sola età, di una sola nazione, di una sola lingua, per essere comprese inducono nel Bibliotecario la necessità della conoscenza delle principali fra le lingue antiche e moderne. La conoscenza poi della storia letteraria nei suoi più minuti particolari, e quella delle opere e del loro merito, è di altissima necessità, perchè un Bibliotecario, integrando ed ordinando la suppellettile letteraria e scientifica a lui affidata, possa mantenere non interrotto il corso e lo sviluppo del pensiero umano nelle sue varie manifestazioni e, mercè nuovi acquisti di opere, camminare di pari passo col progredire incessante della scienza o della letteratura. Dotato di tali estese cognizioni, il Bibliotecario potrà non solo scegliere quelle opere che meglio rispondano al progresso degli studii, ma ancora proporle a coloro che a lui si rivolgono per consiglio. Egli perciò è la guida che indirizza tutta una generazione che si mette per la via degli studii scientifici e letterarii.

Ma queste estese e svariate cognizioni, perchè diano buoni frutti, non debbono andare scompagnate da altre virtù dell'animo non meno utili e necessarie. Egli debb'essere un buon amministratore, perchè sia bene conservato e sempre più accresciuto il tesoro scientifico a lui affidato; debb'essere fornito di uno spirito d'ordine e di simmetria, di un amor vivo al lavoro, di una tenacità di proposito, la quale solo potrà vincere le gravi difficoltà dell'ordinamento e dell'amministrazione di una Biblioteca. E se a me fosse permesso, vorrei pur manifestare un concetto che io credo

[p. 5]

novissimo: vorrei nel Bibliotecario la virtù dell'annegazione tanto rara negli uomini dotti, sì che egli adoperasse la virtù dell'ingegno solo in opere dirette all'utile ed allo splendore di una Biblioteca.

Ora entro a discorrere de' doveri più importanti del Bibliotecario nell'esercizio del suo ministero.

Il Regolamento per le Biblioteche governative, del 20 gennaio 1876, non determina quali sieno i lavori scientifici e letterarii del Bibliotecario, e a tal riguardo non ha che la sola disposizione contenuta nel secondo comma dell'articolo 18. Dalla medesima parrebbe che i doveri di un Bibliotecario fossero molto facili a sostenere. Ma la Legge non è già una tariffa la quale per ogni merce fissa il prezzo; la Legge sdegna di scendere ai particolari, e, nella sua dignitosa maestà, stabilisce solo le norme generali, lasciando all'individuo l'obbligo di applicarle alle sue azioni, le quali perciò debbono corrispondere allo scopo che la Legge stessa si è prefisso. Ecco perchè le leggi sono sempre brevi e le chiose ed i comenti, spesso, sono interminabili; e meno male sarebbe, se qualche volta non istorcessero il pensiero del Legislatore!

Io, attenendomi allo spirito della Legge, esaminerò i doveri del Bibliotecario relativamente:

I. Agli acquisti ed alle spese;

II. Alla conservazione delle opere ed alla compilazione dei cataloghi;

III. Alla disciplina.

I [Parte prima]

Ogni Biblioteca, sia per la sua origine e la sua storia, sia per lo scopo cui in processo di tempo potè essere volta, rappresenta sempre spiccatamente la coltura particolare della regione in cui è posta. Il Bibliotecario perciò, negli

[p. 6]

acquisti di nuove opere, deve sempre tener presente l'indole e la destinazione della Biblioteca cui è preposto, continuarne le tradizioni, compirne la storia. La conservazione del tesoro scientifico della stessa è della massima importanza; e questo perderebbe moltissimo del suo valore, ove sollecitamente non si provvedesse, mercè nuovi acquisti, a colmare le lacune derivanti o da mala Signoria, o da rivolgimenti politici, o dall'incuria. Così si avrebbe, per ogni regione, una storia viva non interrotta del progresso della scienza nelle varie appartenenze del pensiere umano, e rivelato il cammino della civiltà e della vita intellettuale e materiale di tutto un popolo. Ho esempi di ricerche importantissime fatte in alcune Biblioteche, le quali si aveva ragione e diritto di vedere sodisfatte, perchè riguardavano proprio la storia di esse e la coltura scientifica della regione in cui erano poste, riuscite infruttuose, perchè alcune serie di opere non al giusto apprezzate, erano rimaste in parte interrotte.

Per l'acquisto poi di opere nuove, il Bibliotecario deve sempre aver di mira il progresso che la scienza va tuttora facendo, e fra le nuove opere dare sempre la preferenza a quelle che a questo progresso non si oppongono, anzi lo compiono, lo incoraggiano, lo favoriscono; e sempre in armonia con l'indole speciale della Biblioteca e con lo scopo cui essa fu destinata. Ora che con savio ordinamento le Biblioteche governative sono state divise in diverse categorie, secondo la loro importanza e la loro destinazione, farebbe certo opera non lodata chi arricchisse di opere elementari una Biblioteca di grado superiore, o chi acquistasse per un altra di grado inferiore opere pregiatissime, le quali rimarrebbero inutili perchè da niuno consultate. E questo precetto di prudente amministrazione non dovrebbe mai sconoscersi, specialmente nelle grandi città, ove non una sola ma più sono le Biblioteche. Solo le grandi Biblioteche, dette ora Nazionali, le quali hanno per fine di rappresentare

[p. 7]

nella sua continuità ed universalità lo stato ed il progresso della cultura generale, possono con nuovi acquisti provvedersi di opere, la cui importanza non sia limitata nè regionale, ma generale.

E venendo ai particolari, io vorrei ristretta solo alle Biblioteche Nazionali la facoltà di acquistare Manoscritti, il costo dei quali ordinariamente è altissimo, e solo a quelle i dotti si rivolgono per consultarli. E non vorrei che chi è posto a capo di una Biblioteca Nazionale si dovesse, proprio in occasione della compera dei Manoscritti, ricordare della prudenza ed economia amministrativa e, per lesinare sul prezzo, si lasciasse sfuggire l'acquisto di qualche rarissima opera, la quale qualche volta va ad arricchire la Biblioteca di un privato cittadino, più spesso una Biblioteca di altra nazione. L'autografo della Gerusalemme Liberata del Tasso era in Italia verso la fine del passato secolo, ed ora, secondo afferma il ch. Prof. B. S. Mondino, esso è in Londra nel Museo di Sir John Soanes 1).

Sebbene queste Biblioteche Nazionali sieno destinate a rappresentare la cultura generale e debbano riguardarsi come depositi di tutte le produzioni dell'ingegno umano, io son di credere che un Bibliotecario non dovrebbe, ne' nuovi acquisti, dar luogo ai Romanzi, se non con moltissima parsimonia ed avvedutezza, e solo se questi offrissero, almeno in parte, i pregi del Manzoni e di Walter Scott 2). Questo genere di letteratura frivola che riposa sulla finzione e spesso falsa la storia, esalta la mente ed avvizzisce il cuore dei giovani, distraendoli dai buoni studii, i quali solo possono educare a virtù e formare un popolo di serio e forte

[p. 8]

sentire. Nè minor rigore io vorrei che un Bibliotecario usasse per le opere immorali: la morale, qualunque sia la forma di un Governo, debb'essere sempre tutelata, chè su di essa riposa la famiglia, onde si compone lo Stato, che è l'unione di tutte le famiglie 3).

Il Regolamento del 20 gennaio 1876, stabilisce per gli acquisti di nuove opere le norme ed i limiti delle spese; e questi dovranno essere sempre esattamente osservati dal Bibliotecario, e per ossequio alle disposizioni legislative e per debito di buono amministratore. Io non supporrò mai che qualche Biblioteca possa alcuna volta esaurire prematuramente la sua dotazione, alcun'altra, per gli acquisti fatti in un anno, impegnare quella dell'anno non ancora incominciato. Ma il rammentare ed anche ripetere un precetto di savia amministrazione, parmi utilissimo perchè altri l'abbia sempre come norma della sua condotta, e si astenga da inconsulti o smodati acquisti, i quali potrebbero aprire in Italia la categoria delle Biblioteche indebitate, come quella non iscarsa de' Comuni.

Ma preveggo una obbiezione e non voglio lasciarla senza risposta. Mi si potrebbe dire: Voi non volete che un Bibliotecario stia a lesinare sul prezzo di qualche rarità bibliografica, di qualche Manoscritto, per il timore che questi non vadano ad arricchire qualche Biblioteca forestiera; or se la dotazione è esaurita, o bisogna rinunziare all'acquisto, o impegnare la nuova dotazione: l'una cosa e l'altra che voi riprovate. Ma io rispondo, che il Bibliotecario è un

[p. 9]

amministratore, e come tale e come uomo di studii non deve ignorare o aver dimenticato le disposizioni del Codice civile, le quali provveggono alla tutela de' beni degl'incapaci o dei pupilli. Un marito o un tutore può, contro il divieto della legge, vendere o ipotecare i beni della moglie o de' pupilli, quando, rivoltosi al Magistrato, ne abbia ottenuto l'autorizzazione 4). Il Bibliotecario il quale abbia esaurita la sua dote e riceva l'offerta di opera di gran valore (e ce ne ha di quelle che costano molte migliaia di lire), si rivolga anch'egli al suo Magistrato competente, che è il Ministero, il quale ha senno e prudenza e potestà per provvedere.

II [Parte seconda]

Il Bibliotecario, quando abbia, con fine giudizio, fatto acquisto di nuove opere, dee rivolgere le sue cure perchè di quelle sia assicurata la conservazione. È vero, che con l'inventario (catalogo di posizione), col catalogo alfabetico e con quello per materie si assicura la conservazione di un'opera; ma è vero altresì che, spezialmente nelle grandi Biblioteche, prima che questi elementi sieno compiti e stretti in armonia tra loro, occorra un certo tempo, nel quale un'opera potrebbe andar dispersa. Io ritengo perduta quell'opera la quale non sia stabilmente collocata: il darla subito in lettura, un ordinamento provvisorio, un ritardo qualunque ne può produrre la dispersione.

Fu provvida disposizione del Regolamento, di sopra menzionato, il disporre che ogni Biblioteca debba tenere un Registro delle opere comperate. Ma già fin dal 1867 io stesso avevo introdotto questo Registro, il quale fece bonissima pruova e di cui sempre più riconosco l'utilità. In questo Registro io vorrei sempre segnata la data dell'acquisto di ciascuna opera: così si avrebbe la storia degli acquisti fatti da

[p. 10]

una Biblioteca, e si avrebbero sempre in pronto gli elementi per la compilazione di una statistica annuale. Nè lieve ancora sarebbe la sua utilità, perchè riscontra e comprova le Note di pagamento che si presentano dai Librai, i quali se sono solleciti a scrivere ne' loro Registri particolari, sui quali poi compilano esse Note, le opere inviate per esame o per commissione, potrebbero dimenticare di cancellare quelle loro restituite.

La compilazione di questo Registro io vorrei affidata al Bibliotecario, tra perchè egli con l'autorità del suo grado imprima un carattere di autenticità a questo elemento importantissimo che fa fede di ciò che la Biblioteca compera, e perchè egli avendo sempre vivo innanzi agli occhi lo stato materiale della suppellettile letteraria, possa ancora evitare il pericolo di acquistare una seconda volta la stessa opera, per la brevità del tempo non ancora notata in catalogo o notata diversamente, reclamare a tempo il sèguito di qualche altra rimasa incompiuta, o anche un sol volume d'interruzione.

Non entro a far menzione degli altri Registri necessarii ad una buona ed ordinata amministrazione, perchè quelli fan parte del servizio di tutti gli uffiziali di una Biblioteca, ed io ragiono, e brevemente, solo de' più importanti doveri del Bibliotecario.

Una grande raccolta di opere, perchè possa meritare il nome di Biblioteca, è necessario che sia ordinata e classificata; e perchè una Biblioteca possa tornare utile, bisogna che sia in grado di soddisfare, il più prontamente possibile, le ricerche scientifiche e letterarie. Questo scopo si ottiene col Catalogo.

Il Catalogo adunque è il primo elemento necessario a costituire una Biblioteca e ad assicurare l'esistenza di ciascun libro, ed è la guida fedele che indica il sito ove debbasi cercarlo. È inutile il dire che il Catalogo debba contenere la

[p. 11]

notizia di tutte le opere; ma è utilissimo il notare, che forse più delle opere, voglionsi accuratamente descrivere gli opuscoli, i quali spesso contengono oro puro meglio che qualche opera stemperata in molti volumi, e per la loro picciolissima mole possono facilmente disperdersi e divenire in processo di tempo rarissimi. Cito un solo esempio: il Trattato De Coelibatudi Simone Porzio, certo non fu stampato ad una sola copia; eppure esso oggi è tanto raro, che di tutte le Biblioteche d'Italia, per quanto io sappia, la sola Nazionale di Napoli ne possiede un bello e nitido esemplare, da me consultato. Questi opuscoli, alcuna volta posseduti da' privati, sono per proprio uso legati in un solo o più volumi miscellanei, e può accadere che o per generosità di un dotto che muore, o per miseria di un erede che sopravvive, una Biblioteca ne faccia acquisto. In questo ed altri simiglianti casi, si debb'esser diligenti a scrivere nel catalogo partitamente ciascun opuscolo di ciascun volume, e non rimanersi contenti a descrivere solo il primo, soggiungendo «seguono altri opuscoli», come io vidi già una volta. Lo stesso io mi penso debba farsi per le grandi raccolte di opuscoli fatte da un solo compilatore, le quali spesso si descrivono sotto il solo nome di costui. Moltissimi, è vero, conoscono la pregevole raccolta degli opuscoli messi insieme e pubblicati dal Calogerà; pochissimi temo che conoscano quali sieno gli autori di questi opuscoli e dove cercarli. Eppure sono cinquantuno i volumi della Raccolta e quarantadue quelli della Nuova Raccolta. E lo stesso dico del Thesaurus antiquitatum Italiae incominciato dal Grevio e compiuto dal Burmanno, opera distinta in 45 libri; e del Thesaurus graecar. antiquit. del Gronovio e di altre molte; e delle collezioni di atti accademici e via dicendo.

La compilazione del catalogo va affidata al Bibliotecario perchè suo primo dovere. Non affermo che egli debba eseguirla da sè stesso e solo, ma debbe fissarne le norme ed

[p. 12]

indirizzare e guidare gli altri al lavoro, e curarne e sopravvegliarne l'esecuzione, rimanendo egli sempre la mente dirigente. Ed in ricompensa delle sue cure e della sua direzione, il Bibliotecario vedrebbesi d'attorno gente eletta ed esercitata, aiuto e continuazione dell'opera sua.

Le norme da fissarsi dal Bibliotecario debbono essere certe e determinate per i singoli casi, ed egli con la sua autorità debbe renderle invariabili, perchè un solo ed uniforme e costante sia il sistema della compilazione. Questi sistemi sono stati e sono ancora oggi diversi, nè ci ha regola certa. Che un'opera debba registrarsi sotto il nome dell'autore, è massima accettata da tutti; ma questo nome istesso presenta non poche difficoltà, che io ora verrò brevemente sponendo.

I. Alcuni autori sono più conosciuti sotto un nome che sotto un altro: si scriverà Marone o Virgilio, Nasone o Ovidio, Alighieri o Dante? II. Alcuni autori hanno più cognomi, si dovrà notare Arouet de Voltaire o Voltaire, Leclerc o Buffon, Salignac de Lamotte Fènèlon o Fènèlon, Benso di Cavour o Cavour? III. Ci ha cognomi preceduti da preposizioni ed articoli: debbono questi scriversi prima del cognome o rimandarsi dopo? Si scriverà cioè: Degli Albizzi, D'Ambra, Dalle Colonne, von Nencki, von Wroblewski; o per contrario, Albizzi Degli, Ambra D', Colonne Dalle, Nencki von, Wroblewski von? IV. Come vanno registrati i cognomi i quali furono grecizzati, latinizzati, italianizzati, fatti francesi: come Duchesne Quercetanus Descartes Cartesio, Dumoulin Molinaeus e Molineo, Kopernikus Copernico? V. Ci ha i nomi di autori orientali, i quali si compongono di molti nomi insieme. Adduco due soli esempi: l'autore della Storia dei Sultani mammalucchi d'Egitto, scritta in arabo, è Taki-Eddin-Ahmed-Makrizi; e l'autore della Raccolta delle tradizioni maomettane, scritta pure in arabo, è Abou Abdallah Mohammed ibn Ismail el-Bokhâri.

[p. 13]

VI. Vi sono i nomi di Santi, Papi, Re; i nomi di patria, i pseudonimi, gli anagrammatici ecc. Molte adunque sono le difficoltà che s'incontrano nello scrivere il nome di un autore, e su di esse non sono concordi le opinioni di uomini dottissimi. Sarebbe utilissimo anzi necessario, che un Congresso di Bibliotecarii stabilisse norme certe, perchè un solo ed uniforme fosse in Italia il sistema della compilazione de' Cataloghi. Intanto sia permesso anche a me, sebbene uomo di poco nome, di manifestare la mia opinione: sarò contento se essa almeno sia stimolo a' dotti perchè emettano il loro giudizio.

Innanzi tutto io credo che i nomi degli autori si debbano registrare nella loro versione più conosciuta ed accettata. Così va scritto Virgilio e non Marone, Ovidio e non Nasone, Voltaire e non Arouet, Cavour e non Benso. Questa stessa regola si debbe seguire per i cognomi grecizzati o latinizzati, renduti italiani o francesi; ma si dovrà sempre usare la diligenza di annotare al suo posto il cognome che non è stato preferito ed aggiugnervi il rinvio a quello già registrato.

Le proposizioni e gli articoli che precedono il cognome, debbono rimandarsi dopo il medesimo. Così si scriverà Albizzi Degli, Ambra D', Colonne Dalle, Nencki von, Wroblewski von. Ma se quelli fossero quasi uniti al cognome, in guisa da potersi anche scrivere, come alcuni usano, in una sola parola, essi vanno messi innanzi: ad es. Lamartine, Lamennais, Lafontaine, Lamarmora. Questo sistema seguono il Brunet, il Graesse, l'Heinsius, il Razzolini ed altri.

De' nomi degli autori orientali niuno, che io sappia, si è dato pensiere, quasi le loro opere non dovessero entrare in un catalogo; ed io mi sono riconfermato nell'aforismo, che si è in re facili multi, in difficili muti. È vero che ci ha bibliografie orientali 5), ma per conoscere il metodo tenuto

[p. 14]

nel registrare il nome degli autori, bisognerebbe tener presenti le opere di costoro e vedere quale è stato il nome prescelto; nè in queste bibliografie ho trovato mai un cenno del sistema segu¡to. Io pertanto dirò la mia opinione, aggiugnendo le parole di quel filosofo napoletano: «Si qui sunt qui aliter sentiant, illorum rationibus doceri nunquam recusabo 6)».

Gli autori orientali hanno molti nomi; ma siccome essi scrivono prima il proprio, il quale ordinariamente esprime un concetto, come Ben Jamin, figlio della destra, Ben Oni, figlio del mio dolore; e poi scrivono il nome del padre, dell'avo, della patria, il soprannome ecc., io son di credere che essi vadano registrati col primo nome, aggiungendo anche gli altri così come sono scritti. Il qual metodo offre uniformità e non fa perdere il carattere e la fisionomia particolare de' nomi degli autori. Ma se i molti nomi fossero stati coll'uso ridotti e compendiati in un solo conosciuto, questo in preferenza va trascelto: come da Abul-Waly-Mohammed Ibn-Ahmed-Ibn-Mohammed è venuto fuori il nome conosciutissimo di Averroès, che il gran comento feo 7).

I cognomi finti o pseudonimi o anagrammatici si debbono notare come i veri, scrivendo dopo ed in parentesi il nome

[p. 15]

vero se conosciuto, e scrivendolo pure in ordine alfabetico al suo luogo, col rinvio al pseudonimo cui si riferisce.

Finalmente de' nomi di Santi, di Papi, di Re, di quelli desunti dalla patria, va segnato il prenome: ad es. Clementis P. VII, Decretales; Benedicti XIV, P. M. Synopsis doctrinae; Alfonso X de Castilla, Libros del saber;Guidotto, Frate, da Bologna; Jacopo, Frate, da Cessole.

Ma nei cataloghi bisogna registrare ancora quelle opere, le quali non hanno indicazione di autore, cioè le anonime. Io debbo innanzi tutto avvertire, che un'opera non deve a primo aspetto definirsi anonima, sol perchè nel frontespizio non ha il nome dell'autore. Questo nome, nelle opere antiche massimamente, può trovarsi in fine dell'opera, nella prefazione, nella dedica, nell'approvazione del censore o nel testo del privilegio conceduto all'editore.

Due sono i metodi principali conosciuti finora, per descrivere le opere anonime. Il primo registra ciascun'opera anonima seguendo scrupolosamente la prima parola di ciascun titolo; l'altro sceglie la parola principale del titolo, cioè quella che faccia meglio conoscere il soggetto dell'opera. Io non ho autorità per assidermi arbitro in mezzo ai due sistemi; ma affermo ricisamente doversi preferire il primo, tra perchè più semplice e più sicuro, e perchè non induce in errore nè il compilatore del catalogo, nè chi fa ricerca dell'opera 8). Il secondo sistema per contrario presenta spesso incertezze, non potendosi sempre nettamente definire quale sia la parola principale del titolo. Mi ricordo di un'opera anonima che ebbi una volta tra mani, la quale aveva per titolo: «Si vendica la rappresentanza dell'Eccellentissima e fidelissima Città di Napoli dalle insussistenti opposizioni dello Avvocato della moneta di rame. (Napoli 1779, in 4º)».

[p. 16]

Sarebbero tutti d'accordo nel decidere quale in questo titolo sia la parola principale, perchè un Bibliotecario debba preferirla nella compilazione del catalogo, ed altri, nel bisogno dell'opera, solo di essa debba fare ricerca? Preferito adunque il primo sistema, ove poi l'autore dell'opera anonima sia conosciuto, bisogna aggiungerlo in parentesi dopo la descrizione del titolo, ed in ordine alfabetico segnarlo al suo luogo col rinvio ad esso titolo.

Al Catalogo generale alfabetico debbono seguire i cataloghi per materie, riconosciuti indispensabili come guida e consiglio. Io non dirò della loro origine e della loro utilità; il tempo assegnato a questo mio scritto è brevissimo. Dirò solo che la compilazione dei medesimi è arduo còmpito del Bibliotecario, perchè la classificazione non ha regola certa, e ciascuno, nel farla, può esser guidato da un particolare principio scientifico e dal proprio convincimento. Bacone creò l'albero della scienza secondo i rapporti delle cognizioni umane; il d'Alembert ed il Diderot vi aggiunsero i loro perfezionamenti; poi furono lo Struvio, il Jugler ed il Leibnizio; P. J. Garnier, G. Martin, A. A. Barbier, M. Brunet, M. Beuchot ed altri. Ed ora, sono pochi anni passati, il ch. Abate Fornari classificò tutto lo scibile umano in sei grandi categorie, ciascuna delle quali partita in molte classi. E ciascuna delle Biblioteche d'Italia e delle forestiere ha un sistema diverso: la Biblioteca Reale di Parigi (1841) era classificata in cinque categorie, e la Biblioteca del British Museum è ora divisa in sei classi con 700 divisioni. Ma qualunque sia la classificazione prescelta, non debbesi mai sconoscere il principio di classificar le opere secondo la disciplina in esse trattata e di attenersi alla sostanza della trattazione, non già alla forma della medesima; poichè è la sostanza che decide del posto o della classe da assegnarsi ad un'opera.

Alla difficoltà di creare un sistema o di sceglierne uno

[p. 17]

tra i molti conosciuti, si aggiungono quelle che sorgono dall'indole stessa delle opere. Queste alcuna volta sono complesse e possono assegnarsi a più classi, perchè non hanno un carattere spiccato, nè danno un'idea precisa della materia che trattano. Io ho veduto opere le quali nella stessa trattazione e con pari importanza discorrono di geografia e di geologia, senza che l'una materia prevalga sull'altra. Alcune col titolo di biografie, sono storie; altre col titolo vite di pittori, sono trattati di arte.

Nè con questi elementi di cui ho finora tenuto discorso, io reputo esaurito il còmpito dei cataloghi. Perchè oltre al catalogo di posizione (inventario), a quello alfabetico, a quelli per materie; ed oltre agl'indici speciali degl'incunabuli, delle rarità bibliografiche ecc., io credo dovere del Bibliotecario la compilazione di cataloghi speciali relativi alla dottrina professata da qualche ingegno altissimo. Così, come ora abbiamo una bibliografia Dantesca compilata dal Colomb De Batines ed un'altra dal Petzholdt, una bibliografia Petrarchesca del De' Rossetti e del Hortis, una bibliografia dell'Ariosto fatta dal Guidi, avremmo pure altre bibliografie importantissime. Ed ancora cataloghi speciali relativi ad una quistione scientifica o ad un trovato della scienza o ad un argomento di interesse universale. Spesso si richiede non già un'opera di cui è noto l'autore, ma un libro che tratti di un tale soggetto; ed alle volte si richiede chi sia l'autore che tratti in un senso o in un altro la tale quistione: come, per esempio, la pena di morte, il potere temporale de' Papi, il diritto di Regio Patronato, quistione surta per la nomina dell'Arcivescovo di Napoli; ed altre simili.

Ne' cataloghi vanno pure registrati i Manoscritti. Sia pure che essi si trovino notati nel catalogo generale alfabetico, dovrà sempre compilarsene uno tutto speciale. I Manoscritti sono la più eletta e rara e preziosa parte del tesoro scientifico di una Biblioteca, e vanno descritti anche più

[p. 18]

minutamente delle opere a stampa, perchè a differenza di queste, essi presentano qualità tutte proprie e speciali.

La descrizione de' Manoscritti deve indicare se esso sia membranaceo o cartaceo, se intonso, il sesto con la misura in centimetri dell'altezza e della larghezza, il secolo, se diviso in libri o capitoli, la forma del carattere, e se è autografo e tutto della stessa mano; se non autografo, il nome, se è possibile, del copista; se scritto ad una sola o a più colonne, con iniziali colorate 9), con miniature o arabeschi o ornati al margine, se con postille; il numero delle carte e se queste hanno numerazione; le parole con cui esso comincia e finisce, e se nella fine, come in molti, è indicato il luogo in cui fu scritto, quando e da chi; non che ogni altro particolare per cui il Manoscritto offre una fisionomia tutta sua da non poter essere scambiato neppure con un altro esemplare di esso.

E voglio da ultimo notare, non doversi ommettere, nel trascrivere il titolo del Manoscritto, di far risaltare le parole e le sillabe onde ogni verso di esso si compone, adoperando il segno || di divisione usato da uomini dottissimi, spezialmente dal Boncompagni, dal Forcella e da altri.

Quasi tutti i Cataloghi di Mss. hanno tolto a modello quello di A. M. Bandini: Catalogus Codicum Mss. bibliothecae Mediceae Laurentianae, 8 voll. f. Florentiae 1764-1778 (3 voll. Mss. greci, 4 voll. Mss. latini, 1 vol. Mss. italiano).

Ma se per la compilazione de' Cataloghi le difficoltà sono molte e non lievi, esse non saranno certo invincibili, quando il Bibliotecario, rendutasi ragione del lavoro, abbia, con fine giudizio, maggiormente se aiutato dall'esperienza,

[p. 19]

stabilito le norme precise invariabili da tener sempre presenti, e sorvegli ed accompagni il lavoro, che da altri si esegue, con sollecita cura, come una madre che guida i passi incerti del suo pargoletto. A questo modo si avrebbe un sistema che alcuni potrebbero trovar buono, altri meno buono, ma che io reputo il migliore perchè uniforme e costante.

III [Parte terza]

Il Regolamento di sopra citato, nell'art. 56, assegna al Bibliotecario l'obbligo di vigilare sulla condotta degl'impiegati, e di mantenere ciascuno nelle competenze e nei doveri del suo ufficio.

Se gli uomini conformassero sempre e scrupolosamente le loro azioni alle disposizioni legislative, non ci sarebbe uopo di chi ne sorvegliasse l'esecuzione, e la vigilanza sulla condotta degl'impiegati, affidata al Bibliotecario, sarebbe inutile. Ma nel fatto non tutti operano il bene per amore di un testo di legge, la quale sol perchè impone obblighi, si cerca di eludere: oggi spezialmente che tutti mettono avanti i loro diritti e si tirano indietro ne' loro doveri. Bene adunque l'art. 56 del Regolamento impone questa vigilanza.

Ma se la legge impone doveri agl'impiegati, ne impone pure e maggiori al Bibliotecario. Egli, posto a capo di gente colta, meglio retribuito, debbe aver sempre d'innanzi agli occhi l'alta sua missione, la sua grave responsabilità.

Egli, primo tra tutti gl'impiegati, loro dimostri di essere il primo ad eseguire scrupolosamente il suo còmpito, e quelli più vivo sentiranno lo stimolo del proprio dovere. Sia egli esempio di virtù, e gli altri lo imiteranno volenterosi: io credo il contagio della virtù potente quanto il contagio del vizio.

Ma se avvenisse che un impiegato cadesse in colpa e infrangesse la disciplina, il Bibliotecario non sia severo nè

[p. 20]

indulgente, sia giusto; mostri non risentimento personale, sì bene zelo per l'esatta osservanza del Regolamento; e soprattutto convinca il reo della colpa commessa, niuna cosa essendoci tanto profittevole all'emenda, quanto la convinzione di aver fallato.

Aprile 1879.


1) Breve relazione sul primo Congresso internazionale dei Bibliotecarii tenuto in Londra in Ottobre 1877. Palermo 1878, pag. 30.

2) So che altri opinano diversamente: dicono che i Romanzi sono un ramo della letteratura, che ce ne ha degli ottimi ecc. Io manifesto solo la mia opinione, senza alcuna pretensione d'imporla agli altri.

3) Non entro ora specificatamente a definire quali sieno le opere immorali, tra perchè il tempo che io concedo a questo mio scritto è brevissimo, e perchè non ho voglia di sprofondarmi in quistioni di Etica. D'altra parte alcune opere immorali si studiano per altri fini: il Decamerone, per esempio; altre, per confutarne le dottrine. Ma in tesi generali non dubito di chiamare immorali quelle opere, le quali, prive di pregi scientifici e letterarii, di proposito mirano al pervertimento dei costumi.

4) Cod. civ. art. 224, 296, 297, 301, 1405, 1406 ecc.

5) D'Herbelot, Bibliothèque orientale. A Maestricht 1776. - Casiri, Bibliotheca arabico-hispana Escurialensis. Matriti 1760-70. - DeRossi, Dizionario storico degli autori ebrei e delle loro opere. Parma 1802. - Lo stesso, Dizionario storico degli autori arabi. Parma 1807 - Ed altre.

6) De Conflagratione agri puteolani, Simonis Portii Epistola. (Napoli 1538). Fol. 4.

7) Un dotto scrittore contemporaneo dice che Ibn-Rosch è diventato latinamente Averroè per l'intermediario dell'ebraico Aven, che corrisponde all'arabo Ibn. (F. Fiorentino, Pietro Pomponazzi, Studi storici su la scuola bolognese e padovana del sec. XVI. Firenze 1868, pag. 110).
Vedi pure il Renan sulle svariate trascrizioni di questo nome. (Averroès et l'Averroïsme. Paris 1861, pag. 7).

8) Chi fa la ricerca di un'opera, io mi penso debba saperne con esattezza il titolo.

9) L'inchiostro rosso usato ne' Mss. antichissimi era di meravigliosa bellezza, e si adoperava nelle iniziali, nelle prime linee e ne' sommarii dei capitoli. Più raramente fu usato l'inchiostro azzurro, il verde ed il giallo; anche l'oro e l'argento si adoperava per le iniziali.


Fonte: Amenduni, Giuseppe. Dell'ufficio del bibliotecario: appunti / di Giuseppe Amenduni. Napoli: Tipografia dell'Accademia reale delle scienze, 1879. 20 p.
La trascrizione segnala la divisione delle pagine e rispetta ortografia e maiuscole dell'originale, salvo la normalizzazione della spaziatura dei segni d'interpunzione. È stato corretto il seguente refuso: "nomo" invece di "uomo" a p. 13 riga 9 (in effetti una "u" rovesciata). Le note sono state numerate progressivamente.


Copyright AIB 2007-11-02, ultimo aggiornamento 2012-02-09, a cura di Alberto Petrucciani
URL: http://www.aib.it/aib/stor/testi/amenduni1.htm

AIB-WEB | Materiali per la storia dei bibliotecari | Testi classici della biblioteconomia italiana