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Guido Biagi

Per una legge sulle biblioteche

Memoria letta nella VII Riunione della Società Bibliografica italiana in Milano, 31 maggio-3 giugno 1906

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Habent sua fata libelli! Chi l'ha detto? Se ne domandate al dotto e curioso indagatore di questi adagi e proverbi e modi e motti onde s'infiora la sapienza di tutti, se ne domandate a Giuseppe Fumagalli, egli vi rimanderà all'ultima edizione del suo repertorio che vi addita in Terenziano Mauro l'autore di questa rassegnata sentenza. Ma io credo, e credo esser nel vero, che il primo a metterla in circolazione dovesse essere un bibliotecario, magari dell'antica Roma, sfiduciato sulla sorte riserbata ai libri delle sue raccolte, quanto può essere un bibliotecario di Roma o dell'Italia moderna.

È stato osservato che il più singolare e beffardo destino incombe malauguroso sulle nostre biblioteche, e che non appena apparisca un ministro il quale voglia ad esse rivolgere le sue cure, accade qualche catastrofe, qualche cataclisma tellurico o ministeriale, onde le buone intenzioni rimangono a selciare i lastrici dell'Inferno, e le cose nostre restano nella miserevole condizione di prima. E valgano gli esempi: il Regolamento organico formato da Ruggero Bonghi ministro reca la data 20 gennaio 1876 e fu pubblicato insieme con quello sul Prestito dopo il 13 marzo, cioè pochi giorni prima di quel 18 marzo che portò così grande rivolgimento nell'egemonia politica italiana. L'inchiesta sulla Vittorio Emanuele fu causa immediata delle dimissioni di Francesco De Sanctis, che lasciò la Minerva e la croce del potere a Guido Baccelli; il regolamento 28 ottobre 1885, insieme con quello sul Prestito del 27 febbraio 1886, che portano la firma di Michele Coppino, non ebbero sicuro effetto per le dimissioni di Ferdinando Martini, segretario generale, che di quell'ordinamento fu autore e ispiratore; il regolamento 19 aprile 1906 che Paolo Boselli, ministro, ha testè mandato alla Corte dei conti affinchè, dopo lunga e grave mora, abbia alfine esecuzione, sarà certamente applicato da chi è chiamato a succedergli alla Minerva. Strana e maligna vicenda onde son governate le sorti della coltura italiana, alle quali il Governo e il Parlamento riserbano soltanto le ultime e stanche sedute della Sessione, e le cure estreme della loro operosità di regolatori e legislatori. Majora premunt era il motto onde un ministro rispondeva a sollecite premure per i nostri Istituti; perchè è destino di una nazione ancor giovane, ancora impreparata alla vita sociale, di credere che le più vive e importanti finalità sue sieno quelle che debbon soddisfare bisogni e necessità presenti e incalzanti, senza comprendere che la vita di un popolo non può tutta costringersi nella brutale materialità, ma che a preparar l'avvenire, giorni più lieti e sereni ai nostri figli e nepoti,

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e «benefiche sorti e progressive» al paese, occorre levarsi talvolta a speculazioni un po' più alte delle combinazioni de' finanzieri, a concezioni un po' più ideali di quelle della politica giornaliera; è necessario sopra tutto spargere e fecondare quella larga e moderna coltura che deve aprir la via ai nostri prodotti e alle nostre manifatture, ed educare le nostre menti alla visione e alla comprensione di ciò che saranno i bisogni della Italia futura.

Chi abbia un po' di dimestichezza con la produzione straniera, ed abbia messo il capo fuori di casa e visto ciò che altrove si medita e si apparecchia per la educazione pubblica, per la coltura di quella pianta-uomo che da noi cresce selvatica e dà così amari frutti e perniciosi, ed alla quale oltre l'alpe ed oltre l'oceano si rivolgono le più vigili cure come a

... pianta di buon seme
al suolo e al cielo amica;

chi abbia osservato con quanto consenso di pubblico favore si studino e si risolvano i più vitali problemi dell'educazione civile, e poi gli occhi in giù volga e miri la querula miseria dell'Italia scolastica e pedagogica, la eroica povertà dell'Italia scientifica; chi paragoni e raffronti i metodi e gli ordinamenti onde son rette le nostre scuole maggiori e minori, con quelli degl'istituti stranieri dove le giovani generazioni si educano alla conquista del mondo e dell'avvenire, dovrà riconoscere che noi siamo ancora inceppati da vecchi pregiudizi, da tradizioni obsolete, che la nostra istruzione è tuttora chiericale, che le nostre scuole serbano ancora il vecchio tipo della scuola medievale, luogo di castigo e di costrizione, perchè non abbiamo saputo innalzare la coltura e serbarne la dignità ed il pregio, considerandola come un premio da offrirsi ai più degni; sibbene abbiamo voluto farne un volgare strumento per l'acquisto di beni materiali, un vil grimaldello che apra di soppiatto la porta degl'impieghi o l'usciolino delle professioni. La scuola non è la palestra libera e serena dove si esercitano gl'ingegni, dove si coltivano gli studî e la dottrina; essa è la fabbrica dei candidati agli esami, degli aspiranti a quello straccio di licenza che deve liberarli dal peso delle discipline moleste, da quella noia che sono i classici, da quel fastidio che sono la scienza e la poesia. La scuola, dopo che fu ridotta una fabbrica d'indulgenze, ha perduto ogni idealità, ogni moralità; ed è inutile ricerca quella di mutare programmi e ordinamenti, quella di discutere sul sette o sull'otto, sulla biforcazione o sull'attenuamento del classicismo, quasi questo fosse un virus malefico; la scuola andrà sempre più decadendo finchè non le si ridoni l'unica condizione di vita necessaria ad ogni organismo, la libertà; finchè si vorrà costringerla a ricevere nel suo seno quelli che agli studî non son chiamati, finchè ci ostineremo a convogliarvi con un processo coercitivo quanti debbono uscirne laureati sol perchè vi entrarono analfabeti. La scuola non sarà degna del proprio nome, finchè non abbia scritto sulla sua porta che vi entra soltanto chi è dignus intrare, e non avrà abolito il motto presente promoveatur ut amoveatur.

Questa pletora della scuola che è la malattia onde vediamo i pessimi effetti, deriva, a mio credere, da un pregiudizio pedagogico dei più perniciosi. Si è pensato da quanti hanno seduto sulle cose della istruzione, che a fornire il compito ad essi assegnato bastasse fondare scuole, moltiplicare istituti e maestri, e che per togliere dalla nativa

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rozzezza il popolo nostro bastassero il buonvolere e il fiato degl'insegnanti, e quattro o sei panche, messe in qualche sordida stanza di vecchio convento, dove pochi e laceri giovinetti innesteranno agli idiotismi del dialetto nativo parecchie sconcordanze latine e infiniti e incorreggibili spropositi d'italiano e di senso comune.

Avete mai visitato quei ginnasi e quelle scuole tecniche minori, che fanno bella mostra di sè nell'Annuario della pubblica istruzione, e servono come stazione di via crucis ai poveri insegnanti di prima nomina, i quali vi rimangono in media tre mesi o sei anni, a seconda delle commendatizie di cui dispongono? Molti di cotesti apostoli dell'educazione nazionale, appena giunti a destinazione, si son sentiti prendere dal più terribile scoraggiamento, e son stati lì lì per ricusare l'ufficio. La scuola, che porta pomposa il nome di qualche letterato o scienziato famoso, o di qualche Carneade locale, è tal misera catapecchia da sentirsene venir le fiamme al viso; e gli scolari, balestrati al ginnasio e alle eleganze della latinità da qualche povero maestro elementare, appariscono perfino da meno della scuola. Le stanze sucide e cadenti, le panche intagliate e sgangherate, gli alunni laceri, senza libri, senza scarpe, senza educazione. Non carte geografiche o storiche ai muri, non gabinetto per la storia naturale, non libri per gl'insegnanti e gli alunni. La biblioteca si compone di qualche fascicolo del Bollettino dell'istruzione, di parecchie circolari, o di qualcuna di quelle pubblicazioni che il Ministero manda in dono quando suol fare un po' di beneficenza bibliografica. Nel paese non trovate un libro a pagarlo un occhio, nemmeno alla rivendita delle privative fra la carta bollata e il chinino di Stato. Francobolli, tabacchi e sale, ma non il sale della sapienza o almeno dell'istruzione. E quegli infelici insegnanti debbono su cotesto terreno seminare i fiori del classicismo e della coltura, e parlare di Roma, della sua storia, della sua letteratura, della sua arte, a dei pastorelli che non sono nemmeno scesi al capoluogo della provincia, e pei quali Roma capitale rimarrà sempre un mito, più di Roma dei Cesari, se la coscrizione e la leva non ce li porti a levarsi di dosso quelle rozze scaglie native. Ora credete voi, che possa la scuola, non dico fiorire e dar buoni frutti, ma non intristire in cotesto terreno? E anzi tutto, si può chiamare scuola cotesta? E con istruzione ed educazione siffatta, bandita da giovani sfiduciati che veggono svanire ogni più modesta speranza, si può sul serio credere di provvedere alle sorti future della nazione? Ma, direte, coteste sono eccezioni. Non così accade nei centri maggiori, in luoghi meno impervii, nelle città e nei paesi più popolosi. Illusioni, illusioni! Togliete dieci o dodici grandi città che, come Milano, Torino, Genova, Bologna, Palermo, provvedono esse stesse, come meglio possono, ai nuovi bisogni della coltura, e guardate quante sono le altre che vi attendano o vi pongano mente? A Roma, nella capitale, a Venezia, a Firenze medesima, deve il Governo, lo Stato mantenere le biblioteche, e non passa neppure per il cervello agli amministratori di cotesti comuni di mettere accanto alle spese obbligatorie per le scuole, e alle spese facoltative per la banda, il teatro o il concerto municipale una piccola somma per largire agli amministrati un po' di quel cibo intellettuale che può essere più utile e nutriente della magra refezione scolastica.

E nemmeno lo Stato provvede equamente, con i mezzi dei quali dispone, alle necessità della coltura. Sei anni fa, preludendo a una

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pubblicazione governativa su La storia del libro in Italia, scrivevo queste malinconiche osservazioni:

«Le biblioteche governative non sono equamente distribuite in tutte le parti d'Italia e v'hanno larghissime plaghe, come quella, ad esempio, che, facendo capo a Padova e a Bologna e discendendo fino all'Jonio, si volge all'Adriatico, dove il Governo non ha biblioteche sue proprie; così nel cuor dell'Italia, nella vasta regione Umbra; così in altre provincie». Questa sperequazione fra le varie regioni continentali italiane in fatto di biblioteche governative è stata studiata da Orazio Viola in un articolo comparso il 28 febbraio 1906 nella Rivista popolare di Roma, ma può fornire materia ad ulteriori considerazioni. Le regioni più favorite sembrano essere il Lazio, con 6 biblioteche governative, tutte in Roma, e 1,255,671 abitanti, cioè con una biblioteca per ogni gruppo di 209,278 abitanti; la Toscana, con 6 biblioteche governative e 2,609,587 abitanti, cioè con una biblioteca per ogni gruppo di 434,931 abitanti; l'Emilia, con 3 biblioteche governative e 2,489,508 abitanti, cioè con una biblioteca per ogni gruppo di 829,860 abitanti; la Campania, con 3 biblioteche governative, quelle di Napoli, e 3,207,323 abitanti, cioè con una biblioteca per ogni gruppo di 1,069,107 abitanti; la Lombardia, con 3 biblioteche governative sopra 4,393,558 abitanti, cioè con una biblioteca per ogni gruppo di 1,464,519 abitanti; il Veneto, con 2 biblioteche governative sopra 3,190,124 abitanti, cioè con una biblioteca per ogni gruppo di 1,595,062 abitanti; e per ultimo viene in questa lista il Piemonte, con una sola biblioteca governativa, quella di Torino, sopra 3,362,068 abitanti. Ma vi sono intere regioni continentali dove biblioteche governative mancano affatto: le Marche, con una popolazione di 1,081,635 abitanti; l'Umbria, con 683,286 abitanti; gli Abruzzi e il Molise, con una popolazione di 1,463,789 abitanti; le Puglie, con 2,029,552 abitanti; la Basilicata, con 490,795 abitanti; le Calabrie, con 1,391,091 abitanti, non hanno nemmeno una biblioteca governativa. In complesso sono sei vaste regioni e 16 provincie con una popolazione di 7,140,148 abitanti, cioè quasi un quinto di tutta la popolazione del Regno d'Italia, alle quali lo Stato non largisce per questo rispetto nessun sussidio per la coltura, nessun mezzo di progresso intellettuale, morale e materiale.

Nè mi si obietti che in coteste regioni provvedano all'uopo biblioteche comunali, provinciali e consorziali; perchè se qua e là esiste qualche raccolta di libri, o libreria che si usurpa il titolo di biblioteca, e se si eccettuino la Sagarriga Visconti di Bari, la Salvatore Tommasi di Aquila, le Comunali di Ancona e di Macerata, l'Oliveriana di Pesaro, e la Comunale di Perugia, che al fondo antico aggiungono con gli scarsi mezzi di cui dispongono qualche libro moderno, - vere e proprie biblioteche, rispondenti alle necessità degli studii, mancano totalmente in coteste 16 provincie, nelle quali, appunto perchè difettano istituti superiori, è più vivo e avvertito il bisogno di tener dietro sui libri e sulle riviste al movimento intellettuale italiano e straniero.

Se scorrete le melanconiche pagine di quella Statistica delle Biblioteche, che fu con lodevole solerzia pubblicata per iniziativa del senatore Filippo Mariotti, vedrete che sparsi in vari luoghi, affidati a mani diverse, e non tutte adatte e amorevoli, si trovano volumi e volumi a migliaia, manoscritti e cartacei, e fra essi preziosi cimelî da fare

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invidia a bibliofili e collettori stranieri. Sono quelli i laceri e sparpagliati avanzi dell'antica nostra coltura, ma son ruderi, niente altro che rovine gloriose, lasciate in un abbandono non so più se provvidenziale o pericoloso.

Il regio decreto 7 luglio 1866 in esecuzione della legge per la soppressione delle corporazioni religiose, prescriveva all'articolo 24 che i libri e manoscritti, i documenti scientifici, i monumenti, gli oggetti d'arte o preziosi per antichità che si trovassero negli edifici colpiti dalla legge di soppressione dovessero essere devoluti a pubbliche biblioteche od a musei nelle rispettive provincie, mediante decreto del Ministero dei culti, previi gli accordi col ministro della pubblica istruzione. Quando cotesta legge, così esiziale per i nostri monumenti e per il patrimonio artistico nazionale, fu eseguita, molte di coteste biblioteche claustrali furono incorporate con le biblioteche governative viciniori; altre, e furono le più, si cederono ai comuni, che si assunsero l'obbligo di conservare cotesti libri, di tenerli a pubblico uso e di stanziare ogni anno una somma non inferiore a lire 100 per l'incremento di coteste biblioteche. Il Ministero della pubblica istruzione doveva alla sua volta vigilare alla osservanza di coteste condizioni accettate dai comuni e che i comuni dovevano rispettare sotto pena della retrocessione delle librerie ad essi affidate.

Or bene, in quaranta anni, da che coteste cessioni si fecero, una sola volta il Ministero ordinò un'ispezione, che fu con gran zelo, ma parzialmente, eseguita dal comm. Torello Sacconi, già prefetto della Nazionale di Firenze. Il valentuomo riferì puntualmente al Ministero, fece raccomandazioni, propose provvedimenti; ma credo che negli Archivi del Ministero nessuno abbia mai pensato a togliere dal loro onorato riposo le carte e le tabelle che il comm. Sacconi ebbe lo zelo di vergare e compilare. Majora premunt. Fortunatamente per i libri ci sono le tarme ed i topi Ça se mange tout seul, e la gente non se ne incarica. Eppure cotesto materiale sconosciuto o negletto, se prudentemente concentrato presso quelle regie Biblioteche dove si è fatta con ogni cautela la vendita dei duplicati, potrebbe o cedersi alle biblioteche governative cui fosse utile o alienarsi e convertirsi in buoni denari da acquistare opere che servano alla coltura moderna. È cotesto un prezioso patrimonio nazionale che non conviene lasciare andare in rovina, e sul quale è obbligo preciso del Governo di vigilare, sollecitandone la retrocessione quando sia dimostrato che le condizioni accettate dai Comuni ai quali fu devoluto non furono rispettate. E nella maggior parte dei casi rispettate non furono nè potevano essere; perchè fu errore credere che quei libri, per la massima parte ascetici, potessero costituire una biblioteca pubblica, o gradire a quelle pubbliche librerie comunali che sono già un onere gravoso alle amministrazioni, le quali non ne vedono - ed è naturale - alcuna pratica utilità. Ma cotesti stessi volumi mandati nei centri di studî, dov'è un largo mercato bibliografico, o avrebbero giovato a completare altre raccolte governative, o sarebbero stati venduti a buone condizioni, segnatamente quando con l'istituzione delle nuove Facoltà teologiche ve n'era grande richiesta. Ma neppur questo si fece, per la solita ragione che di biblioteche e di libri lo Stato italiano non ha mai voluto occuparsi, e le rarissime volte che vi attese lo fece tiratovi per i capelli e di mala voglia.

Gli esempi abbondano in questa miserevole storia retrospettiva che è pur necessario far conoscere. Un solo ministro, perchè di molta

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e vasta coltura e perchè ebbe modernità d'idee, di studî e di propositi, un solo ministro, Ruggiero Bonghi, pose nel suo programma la fondazione d'una nuova biblioteca, la Vittorio Emanuele. Ma l'esempio di lui non consigliò certo altri ad imitarlo. Fatto sta che, tranne cotesta singolare eccezione, il nuovo Regno d'Italia, non soltanto non ha cercato d'aumentare il numero delle biblioteche esistenti nei vari Stati prima dell'annessione, ma ha dovunque procurato di cedere ad altri enti non solo i libri di sua proprietà, ma perfino le biblioteche che, come quelle di Mantova e di Siena, gli appartenevano. Del come abbia poi amministrato e governato e aiutato le proprie, è inutile dire, perchè fatti dolorosi, anche recenti, lo provano.

Quando, dopo l'incendio che il 26 gennaio 1904 s'apprese alla Biblioteca Nazionale di Torino, la pubblica attenzione fu momentaneamente richiamata ai pericoli ond'erano minacciati i nostri istituti, il ministro Orlando fu sollecito a presentare una legge che provvedesse alle necessità più urgenti. In quella occasione un illustre e provetto parlamentare, l'on. Paolo Boselli, dettò una relazione piena di utili ammonimenti, in cui dal fatto particolare assorgendo a considerazioni e disamine d'indole generale, dimostrava l'opportunità di una classificazione delle nostre biblioteche, la quale assegni alle governative il vero còmpito loro, destinando contemporaneamente biblioteche speciali e diverse ai bisogni della scuola e della coltura. In cotesta relazione, che meriterebbe esser più nota perchè è una pagina importantissima per la storia delle biblioteche italiane, l'on. Boselli scriveva: «È mestieri separare le biblioteche che provvedono alla istruzione ed educazione popolare, vale a dire alla coltura generale, da quelle istituite a provvedere alla coltura letteraria e scientifica speciale. Sono due fini che richiedono suppellettili, metodi d'ordinamento e di servizio l'uno dall'altro ben differenti... A ciò valgono le biblioteche municipali se fomentano l'istruzione media e diffondono le cognizioni dalle quali scaturisce il progresso morale, intellettuale ed economico dei cittadini. Valgono a ciò le biblioteche proprie degli enti e dei contribuenti locali, disseminate per tutta l'Inghilterra dalla legge Ewart ripetutamente perfezionata».

E a proposito della necessità di dividere il lavoro e di affidarne una parte a nuovi istituti, ricordava il voto del nostro Congresso di Firenze formulato dalla Presidenza della Società bibliografica.

Non basta: quella stessa relazione sosteneva la necessità di regolare il diritto di stampa che è ancor governato dall'editto Albertino, e per il quale Luigi Rava, deputato, presentò un disegno di legge, che, approvato nel Congresso della Bibliografica in Venezia, non ebbe poi corso. E annunziando prossima una riforma dei nostri ordinamenti, toccava il Boselli i diversi punti che essa avrebbe dovuto considerare, come lo scambio dei duplicati di cui trattò l'on. Carlo Del Balzo, il prestito dei libri di cui si occupò l'on. Credaro, l'urgenza di compiere i cataloghi dei manoscritti, l'opportunità di promuovere riproduzioni dei codici più preziosi e dei cimelî più rari. E terminava, l'illustre uomo, con queste parole: «L'azione dello Stato rispetto alla coltura deve essere massimamente fomentatrice e integratrice», e con presentare un ordine del giorno del tenore seguente: «La Camera prende atto delle dichiarazioni del Governo del Re sia rispetto agli ulteriori provvedimenti per la Biblioteca Nazionale di Torino, sia relativamente alla presentazione di un disegno di legge

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per la riforma e per la tutela delle biblioteche italiane». E quasi contemporaneamente la Giunta generale del bilancio esprimeva i medesimi concetti nella relazione presentata alla Camera dei deputati dall'on. Credaro il 7 giugno 1904. In essa si legge: «La Giunta fa voti che il Governo raccolga un maggior numero di elementi di studio per preparare una riforma organica e radicale di tutto l'ordinamento delle biblioteche, che renda più ricche le dotazioni, migliori e aumenti il personale di tutte le categorie, soddisfi ai molti bisogni dei locali, renda sicura la conservazione del materiale raccolto... adatti il funzionamento di questo importantissimo servizio a tutti i moti della coltura e della società moderna».

Il disegno di legge presentato dal ministro Orlando, sul quale aveva così saggiamente riferito il relatore on. Boselli, fu messo in discussione alla Camera dei deputati il 27 giugno 1904, in una di quelle sedute mattutine che preludono alle vacanze imminenti. Il presidente del Consiglio, on. Giolitti, accettò la dizione del disegno di legge della Commissione, che fu letto dal segretario, ma sul quale nessuno chiese di parlare. Il presidente pose allora in discussione l'ordine del giorno proposto dalla Commissione, quello che contiene la formale promessa di presentare un disegno di legge per la riforma e la tutela delle biblioteche italiane. Il presidente del Consiglio, onorevole Giolitti, dichiarò d'accettarlo a nome del Governo, e l'ordine del giorno fu approvato.

Intanto due anni sono trascorsi, e nel frattempo alla Minerva si sono succeduti, dopo l'Orlando, tre ministri, il Bianchi, il De Marinis e il Boselli (1). Quest'ultimo avrebbe certamente mantenuto da ministro ciò che egli aveva da semplice deputato eccitato il Governo a promettere. La legge invocata, di cui lo stesso Governo riconobbe la necessità e l'urgenza, non soltanto non fu presentata, ma nemmeno preparata o sognata. Quell'ordine del giorno del 27 giugno 1904, che è un solenne impegno per il Governo, qualunque sia il Ministero che lo impersoni, è certamente dimenticato o ignorato dai più, da quelli stessi che lo accettarono. Pertanto è debito della Società bibliografica di ricordare cotesta promessa, e di sollecitarne con tutti i mezzi un prossimo adempimento.

E poichè non dubito che questo mio voto sia da voi accettato, e sostenuto con i vostri suffragi, mi permetto ancora tediarvi per poco, aggiungendo alcune considerazioni che mi sembrano importanti. È necessario che l'opera del Governo in fatto di biblioteche non si restringa in troppo modesti confini, in un angusto e sterile campo. È d'uopo ricordare che l'istruzione e l'educazione pubblica non consiste unicamente nella scuola. La legge Casati, da chi apre una scuola pretende giustamente certe garanzie di moralità e di abilità didattica. Se è vero che il libro è lo strumento dell'istruzione, se è da tutti riconosciuto esser il libro lo strumento o l'arme di cui la scuola insegna l'uso e i vantaggi, non deve cotesto strumento e cotest'arme esser affidata a mani inesperte. L'on. Turati, in un recente discorso tenuto a Milano per celebrare il terzo anniversario delle biblioteche popolari milanesi, disse che la diffusione della coltura nel

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popolo è la propaganda più rivoluzionaria e nello stesso tempo la più conservatrice, perchè «vôlta ad elevare una massa che non sa leggere o legge male, che dispone spesso soltanto di una mezza coltura, la quale la rende così partigiana e settaria e dogmatica da mettere a repentaglio la democrazia e da rendere il socialismo una delusione e un'utopia». È necessario dunque che cotesti strumenti di progresso siano adoperati a scopo educativo, scelti con amorevole cura, somministrati con savia preveggenza. È necessario che la scuola trovi nella biblioteca il suo ausilio, la sua continuazione, la sua integrazione, e che perciò i maestri, gl'insegnanti siano fatti esperti dei metodi e delle norme onde i libri si scelgono, si classificano, si catalogano, estraendone quasi il succo, per modo da renderli profittevoli per la ricerca immediata e per un più meditato studio, da consigliarli e suggerirli agli alunni desiderosi di acquistare nuove cognizioni sopra un dato soggetto; e dall'altro lato occorre che le persone alle quali si affidano coteste raccolte di libri conoscano il mestiere di bibliotecario, che è più arduo di ciò che dai più non si creda, e che per certi rispetti richiede maggior somma di dottrina, d'energia e di pazienza che non quello di maestro. Invece da noi il bibliotecariato non esiste, e comincia appena ora ad affermarsi e ad esser riconosciuto.

Per fare il veterinario si richiede un diploma, per fare il farmacista si richiedono studî particolari e una speciale abilitazione; ma chi ha da curare le menti e i cuori, chi deve somministrare i farmachi della sapienza non importa - a quel che pare - abbia una adeguata preparazione. Per adoperare una caldaia a vapore si richiede un macchinista, ma per chi deve dirigere una biblioteca, che può certe volte diventare un pericoloso deposito di materie esplodenti, nessuna abilitazione. Ricordo l'idea che aveva d'una biblioteca un ex-deputato che dalla pietà d'un conterraneo fu messo a far il bibliotecario in un Ministero. Il suo decalogo era formulato in questa sentenza: «in una biblioteca i libri debbono stare uno appresso all'altro». Era tutta la sua biblioteconomia, e a dir vero somigliava a quella di molti altri che anche oggi vanno per la maggiore e amministrano la cosa pubblica. Dove le amministrazioni locali dispongono degli uffici, le elezioni a quello di bibliotecario si fanno con cotesti criterî. E ciò accade perchè non si ha punto l'idea di ciò che dev'essere una biblioteca moderna. Guardate le biblioteche popolari che si andavano fondando anni sono, dopo che Antonio Bruni, un pratese, se ne fece promotore ed apostolo. Non parliamo di ciò che ha qui fatto L'Umanitaria e di ciò che con modernità di propositi si va ora tentando in varie parti d'Italia. Or bene, le biblioteche popolari quali si ideavano, consistevano in una accozzaglia di libri d'ogni genere, raccattati di qua e di là: tutta roba di rifiuto, raccolta richiedendo ai cittadini quel che fosse inutile per le famiglie, quei libri che strascicano per le case e dei quali non par vero disfarsi. Le uniche biblioteche degne di questo nome son quelle nelle quali non entra un libro se non abbia una ragione speciale per esser prescelto. Così deve farsi, e ricorderò come tipo del genere quelle fondate in Bergamo e in Ravenna dalla nostra consocia la contessa Maria Pasolini.

Un qualche segno di buon volere anche da parte del Governo comincia a vedersi. Pare che in questi giorni siasi dal Ministero iniziata un'inchiesta sulle biblioteche popolari; ma, al solito, l'inchiesta è affidata a funzionari che, se s'intendono d'istruzione popolare, di

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biblioteche non hanno nessuna pratica; e per essi questa nuova indagine rappresenta una fatica di più, mentre han già altri e gravi carichi sulle povere spalle. Converrebbe anche qui non disperder le forze e, se si vuole ordinare logicamente questo servizio, affidare la vigilanza di tali biblioteche ai bibliotecari governativi, in ciascuna circoscrizione. Altrimenti si distribuiranno i soliti sussidi con nessuna garanzia di riuscita, senza utilità, senza profitto. Non so perchè, mentre tante cose mediocri si son prese dalla Francia, non si è almeno imitato il sistema colà vigente di promuovere utili pubblicazioni, acquistandone parecchie copie, sul parere di una speciale Commissione, e distribuendole alle biblioteche popolari.

Ma tornando alla legge e alla riforma invocata, converrebbe che essa ponesse nuovi fondamenti a questa istituzione delle pubbliche biblioteche, alle quali non vorrei fosse dato il solo titolo di popolari. La public library d'Inghilterra e d'America non ha nulla che vedere con queste ibride biblioteche popolari da noi vagheggiate. Essa deve servire a tutti, alla coltura generale, così dell'operaio, come della madre di famiglia, come del professionista. Dev'essere una biblioteca di coltura, non di abbassamento intellettuale; non deve disdegnare nè la politica, nè la letteratura romanzesca, nè quella tecnica e speciale. Soltanto coteste opere devono essere accessibili a tutti e di facile intelligenza, come ad esempio i Manuali Hoepli. Così il livello intellettuale del popolo si innalzerà, e la biblioteca in ogni centro abitato sarà un focolare d'istruzione e di educazione a tutti gradito; non un'accolta di libri o stupidi, o sciatti, come quelli che si mettono ora insieme per utile e diletto del popolo. Per ciò fare richiedonsi mezzi, e non deve credere lo Stato di potersela cavare con i soliti sussidi di 100 o di 50 lire. La riforma ha da farsi ab imis, e occorreranno dei buoni denari, che, dove manchino enti morali come L'Umanitaria, si potranno ricavare per altra via, sol che si voglia. Un'agitazione legittima e doverosa si va facendo dai maggiori comuni d'Italia, con a capo quello di Firenze, per ottenere quel quarto della rendita delle soppresse corporazioni religiose che ad essi spetta per la legge 7 luglio 1866 (art. 35). È stato calcolato che la rendita reale di cotesti beni degli enti soppressi è ora di annue lire 21,736,706.48, anche accettando le cifre confessate dall'Amministrazione del Fondo per il culto. È dunque una somma annua di oltre 5 milioni che dev'essere distribuita ai comuni e da essi impiegata specialmente per la pubblica istruzione. Se di questa somma la massima parte, o almeno la metà, o anche un terzo si adoperasse per fondare pubbliche biblioteche, quanto grande vantaggio ne ricaverebbe la coltura italiana, quale beneficio ne ritrarrebbe la stessa produzione libraria! Dunque anche per questo rispetto, per la vexata quaestiodei mezzi che serve di pretesto alla più supina negligenza ed inerzia, non vi sono difficoltà.

Riepilogando, che è tempo, noi facciam voti che si ponga mano alla preparazione e presentazione di una legge sulle biblioteche, la quale involga e protegga tutto il patrimonio bibliografico nazionale, che - come il patrimonio artistico - non comprende soltanto la suppellettile delle biblioteche governative, ma quella degl'istituti sovvenuti dallo Stato, quella in possesso delle provincie, dei comuni e degli enti morali; che, oltre a tutelare e regolare la conservazione e l'incremento del patrimonio bibliografico esistente, la legge provveda alla

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istituzione di pubbliche biblioteche di coltura dovunque sia necessario, con i mezzi che può attingere dal soppresso asse ecclesiastico; che coordini ed integri l'opera della scuola con quella della biblioteca, abilitando all'ufficio di bibliotecario chi abbia seguito uno dei corsi tecnici che debbono fondarsi nelle biblioteche governative maggiori, per modo che il bibliotecariato sia riconosciuto come professione; che vigili, per mezzo di idonei ufficiali, non soltanto il patrimonio bibliografico governativo, ma quello altresì che è posto a pubblico uso anche da enti morali o da privati; che riformi ed adatti alle presenti necessità la legge sul diritto di stampa, e che, per ultimo, nell'Amministrazione centrale raccolga sotto una unica direzione tutto ciò che si riferisce al servizio bibliografico (2).

Questo voto raccomando al patrocinio autorevole de' miei egregi consoci. Facciano essi che il nostro Congresso, raccolto a Milano per celebrare una delle più grandi vittorie dell'umano lavoro, segni anche per la coltura italiana una data memorabile da cui cominci per il nostro paese una vita novella. L'opera assidua dell'uomo, la pertinacia diuturna perfora le roccie impenetrabili delle montagne e apre al progresso e alla civiltà, ai commerci e all'affratellamento delle nazioni nuove vie, nuovi valichi, nuovo avvenire. Procuriamo che il fascio dei nostri concordi voleri sforzi la rôcca in cui si è rinchiusa l'ignoranza, la superstizione e l'arte di governo. Io credo che la redenzione del popolo nostro, redenzione intellettuale, morale ed economica, avverrà soltanto quando esso avrà imparato a fare buon uso della sola arme con la quale si debbon combattere le battaglie future: un'arme che abbrucia e guarisce ad un tempo, che risana e consola, l'arme che fece le più durevoli e immortali conquiste, senza spargimento di sangue, senza seminare odi e dolori: l'arme onde si valsero i grandi pastori di popoli, i grandi seminatori di idee, gli apostoli del pensiero e dell'ideale: - il libro.

Guido Biagi.


1) Ormai i ministri, dal giugno in poi, son diventati cinque, poichè dobbiamo aggiungere i nomi dell'on. Guido Fusinato e di Luigi Rava, della cui operosità e intelligenza abbiamo già prove sicure e promettenti.

2) La Società Bibliografica fece suo questo voto e lo presentò con calde raccomandazioni al Ministero.


Fonte: Biagi, Guido. Per una legge sulle biblioteche. «Nuova Antologia di lettere, scienze ed arti», n. 838 (16 novembre 1906), p. 207-216.
La trascrizione segnala la divisione delle pagine e rispetta ortografia e maiuscole dell'originale, salvo la normalizzazione della spaziatura dei segni d'interpunzione. Le note sono state numerate progressivamente.


Copyright AIB 2007-11-02, ultimo aggiornamento 2012-02-09, a cura di Alberto Petrucciani
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