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Bibliokinetheke

Agorà

«Brucia la biblioteca […] / bruciano i libri / possibili percorsi, le mappe, le memorie, l’aiuto degli altri».
Con i versi di Cupe vampe Giovanni Lindo Ferretti consegna ad perpetuam rei memoriam l’immagine dell’incendio della Biblioteca di Sarajevo, «sciaguratamente – come scrisse Claudio Magris – uno dei simboli più autentici e più crudeli del nostro tempo».
Erano gli Anni ’90. C’era qualcosa di lugubre, di spaventoso, nell’aria. Incomprensibile, senza ragione apparente. Notizie apocalittiche e disturbanti arrivavano di là dall’Adriatico. L’orrore nella dimensione quotidiana. Sgozzamenti tra vicini nelle campagne e cecchinaggio nelle città.
Al rogo della Biblioteca Nazionale tocca in sorte il destino poco invidiabile di essere il volto simbolico dell’insensatezza del conflitto balcanico. È l’ultimo, per quanto ci è dato sapere, in ordine tempo, e ricordandolo non possiamo non tornare con la memoria agli altri roghi che l’hanno drammaticamente preceduto: quelli nazisti, appiccati per purificare la cultura degenerata; quelli dell’inquisizione; o ancora più indietro, sino a quello che ha distrutto la biblioteca di Alessandria, mostratoci in immagini di vibrante indignazione in Agora di Alejandro Amenabar.
L’Alessandria di Agora, ricorda molto Sarajevo com’era prima della guerra: crocevia, dove fino a quel momento convivevano in equilibrio religioni diverse: paganesimo, ebraismo e cristianesimo. La
città è descritta nel momento del suo crepuscolo, attraversata da fratture tra le grandi fazioni religiose, e all’interno delle rispettive confessioni, ed è prefigurazione dello sfaldarsi di un mondo.
Agora è un’opera ambiziosa, tesa ad abbracciare, in un microcosmo, duemila anni di fanatismi religiosi, e l’insanabile scontro tra il primato della ricerca intellettuale e spirituale e i dogmi delle confessioni normative. Protagonista è Ipazia, baluardo di un laicismo ante-litteram, la filosofa che insegna agli uomini, osserva il cielo e traccia nella sabbia le parabole celesti.
Unicamente interessata allo studio della scienza, alla scoperta di una verità oggettiva, tanto da arrivare a sovvertire il geocentrismo tolemaico attraverso il recupero di antichissime ipotesi di
Aristarco ed affermare la natura di “stella errante” del nostro pianeta, Ipazia è al centro di due fuochi.
Uno è la cultura politeistica ellenica, rappresentata dall’élite culturale e politica di Alessandria; l’altro il proto-cristianesimo, culto perseguitato e osteggiato che si nutre degli umori rivoltosi dei reietti, degli affamati, degli schiavi desiderosi di oscurare i poteri e le discipline filosofiche dominanti. Infatti la società alessandrina, per quanto fosse avanzata ed esemplare, era divisa ferocemente in classi e la sua economia si reggeva sulla schiavitù.
La forza politica e l’autorità morale dei protocristiani si afferma quindi attraverso il proclamare l’uguaglianza di tutti gli uomini. Inevitabile il diffondersi rapido di tesi che si rivolgono a
strati amplissimi della popolazione, mettendo in discussione il primato di un numero ristretto di persone. Questi parabolani sono una chiara figurativizzazione simbolica dei “terroristi martiri” dei nostri giorni, fantasmi che alimentano i terrori dell’immaginario nelle nuove “Alessandrie”, fragili metropoli della cultura del mondo contemporaneo.
Per drammatizzare ulteriormente lo scontro il regista prende due uomini, vicini alla protagonista, per dar corpo a questi contrapposti universi: uno è Orestes, suo allievo e futuro prefetto di Alessandria; l’altro è lo schiavo Davus. Il primo impersona il vecchio mondo ellenico, il secondo il nuovo che avanza. Entrambi amano Ipazia ma di lei non sono disposti a subire il suo essere super
partes. Amenabar fa della protagonista la vittima di fondamentalismi intolleranti, primi albori di un medioevo oscurantista. Amenabar traduce visivamente la piccolezza degli opposti fanatismi con finezze registiche d’inequivocabile efficacia (per quanto concerne il messaggio) e vertiginosa spettacolarità . Su tutte le insistite plongée, ovvero quelle riprese a piombo che si allontanano dalla superficie terrestre sino a sfondare la volta astrale.
Il regista sottolinea come cambiando prospettiva, provando ad allontanarsi dalle immediate contingenze, queste subiscono un inevitabile ridimensionamento. Anche le guerre di potere e i conflitti religiosi, per quanto tragici e distruttivi, si riducono a poca cosa, a scontri di opposte fazioni che, se viste da altezze siderali, altro non sembrano che una mischia tra anonimi sciami di formiche. Quello messo in scena da Amenabar è un mondo che sta per finire sottosopra, dove torti e ragioni si confondono. Una situazione di collasso che trova un agghiacciante corrispettivo visivo nella distruzione della biblioteca. L’orda di parabolani che devasta le alte scaffalature che circoscrivono il “luogo di cura dell’anima”, lo stupro inflitto all’ultimo baluardo della saggezza è ripreso facendo ruotare la m.d.p. di 360° sul proprio asse così da ottenere un ribaltamento dell’immagine, indubbia metafora di una realtà che ha letteralmente perso la bussola e si ritrova con i piedi per aria. Nel corso della devastazione trova spazio una battuta che da sola esemplifica una delle tematiche forti del film: cercando di salvare il salvabile dalle fiamme un filosofo urla angosciato a uno studente tra le fiamme: “Salva solo le opere importanti! Lascia stare quelle minori!”. L’allievo risponde smarrito: “Quali sono le opere minori?”.

matteo.marelli1@virgilio.it

URL: https://www.aib.it/attivita/2013/37975-bibliokinetheke-4/. Copyright AIB 2013-10-03. A cura di , ultima modifica 2013-10-03