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Bibliokinetheke: I’m here e Mourir après de toi

Il mondo è un posto difficile da abitare. Ne sei inevitabilmente parte, ma mai completamente integrato. Rimani sempre e comunque un po’ straniero. Chiunque tu sia: un frustrato burattinaio (Essere John Malkovich); un tormentato  sceneggiatore (Il ladro di orchidee); un ragazzino di fronte ai misteri e alla notturna vitalità dell’adolescenza, fase di passaggio caratterizzata da un’endemica irrequietezza evolutiva (Nel paese delle creature selvagge).
Qualunque cosa tu sia: un cinocefalo che si aggira per New York imbracciando un “ghettoblaster” (Da funk dei Daft Punk); o, come in I’m Here, un robot un po’ loser, che si occupa di catalogazione di libri in una biblioteca e vive nell’attesa di incontrare qualcuno con cui poter condividere il resto della giornata, e della vita.
Tutti personaggi, questi di Spike Jonze, costantemente caratterizzati da una condizione di transitorietà. Condizione che, a ben vedere, è vera propria cifra stilistica del suo percorso registico. Sia per quanto concerne l’opera nella sua totalità, non riconducibile entro qualche preciso standard di metraggio e dunque nemmeno confinabile unicamente negli spazi rigidi della sala cinematografica (Jonze, oltre ad essere regista dei titoli precedentemente ricordati, è autore di video performance nonché nome di riferimento della grande rivoluzione estetica del circuito video musicale); sia a livello di singoli lavori, sempre inclassificabili dal punto di vista del genere così come per quanto concerne lo spartito narrativo, sospeso fra tante forme di rappresentazione e di racconto.
E anche I’m Here non si discosta da quanto appena messo in evidenza. Nasce come progetto finanziato da “Absolute Vodka” che ha concesso a Jonze piena libertà e controllo della realizzazione, ponendo come unica clausola quella di inserire il logo nel sottotitolo della locandina (“A love story in an Absolut world”) e nei titoli di testa. Un progetto rivolto non alla distribuzione in sala ma concepito per essere diffuso in rete, a dimostrazione di come Jonze esplori le diverse forme del consumo spettatoriale, ormai sempre più influente sull’organizzazione dell’offerta. L’essere al di fuori delle istituzionalizzate e restrittive logiche produttive e distributive, disposte a sostenere finanziariamente solo ed esclusivamente la realizzazione di lungometraggi (unico prodotto commercialmente vendibile a sé stante, secondo gli standard dell’industria cinematografica), gli dà modo di poter adottare il formato più adatto allo sviluppo del proprio lavoro, in questo caso quello del mediometraggio.

Traendo spunto da The Giving Tree, libro per ragazzi di Shel Silverstein, Jonze dirige lo struggente avvicinamento affettivo di due robot, Sheldon e Francesca, due entità aliene, allo stesso tempo vicine e distanti. Lui è molto timido, impacciato, vorrebbe disperatamente un contatto con qualcuno. Lei è esuberante, maldestra, mai sola, ma certamente bisognosa di qualcosa in più, come lasciano intuire quei disegni che attacca in giro per la città, con il suo viso stilizzato e la scritta “I’m here”, sintomo forse di un malessere e di una solitudine interiore inespressa.
Trovandosi sentono che possono vicendevolmente completarsi, che senza l’altro non possono più continuare a stare. Francesca soddisfa il bisogno di condivisione di Sheldon; lui capisce la sua importanza e proprio per questo è disposto a darle tutto sé stesso. È scoperta dell’amore e delle sue dolorose (ma necessarie) declinazioni. Un amore totale, dove solo il donarsi all’altro (in senso metaforico tanto quanto letterale) ha senso.
C’è un rapporto di continuità tra I’m Here e Nel paese delle creature selvagge, è come se Jonze proseguisse nel redigere
quel trattatello di educazione sentimentale cominciato con il lavoro immediatamente precedente. Continua là dove si era interrotto. Dopo aver affrontato di petto la “sanguinosa infanzia”, s’immerge nella crudele bellezza dell’amore
adolescenziale, totalizzante fino a portare all’annullamento.
Una continuità che trova rispondenza anche dal punto di vista della messinscena, dove il carattere principale continua ad essere un’ eccentricità caricata fino al parossismo. Nel mondo di I’m Here le macchine convivono con gli umani,
senza nessuna tensione interna al racconto; un cortocircuito tra dimensione fantastica ed elementi del mondo reale che
alimenta nello spettatore una sensazione perturbante, una confusione alimentata per mezzo di situazioni immaginifiche
sempre però calate nella verità vera delle cose. Non è sbagliato domandarsi se sia più giusto definire lo stile di Jonze una sorta di surrealismo iperreale o di iperrealismo surrealista. Ad alimentare questo interrogativo contribuisce anche una fotografia dal taglio quasi documentaristico, giocato fra violenti controluce e illuminazioni naturali. Così facendo Jonze riesce a controbilanciare il sovraccarico di elementi fantastici e onirici; un’operazione di riscatto della materialità dell’immagine dal dominio del sogno e della fiaba. I’m Here è ulteriore tassello nella definizione di un’estetica e di una poetica rivolta alla definizione della verità possibile del mondo fantastico.
Jonze ha realizzato poi un cortometraggio, Mourir Auprès de Toi, per ricordare, a tutti coloro che hanno a che fare con i libri, e quindi, in primis, ai bibliotecari, di non credere ingenuamente all’opinione diffusa che una volta riposti questi così rimangano fino a che non li si riprende. Sì, perché quando gli si voltano le spalle, i personaggi delle copertine rimaste in esposizione si animano a vanno per gli scaffali in cerca di scorribande amorose. Almeno così succede dopo la chiusura, nella libreria parigina «Shakespeare & Co». Qui lo scheletro di Macbeth, in seguito a uno scambio di maliziosi saluti, decide di raggiungere Mina di Dracula. Un tragitto a passo a uno pieno d’insidie: perde la testa, cade nel Sartoris di Faulkner e viene ingoiato da Moby Dick. Ma il desiderio è così forte da fargli superare qualsiasi ostacolo. Quindi bibliofili
attenzione a dove lasciate i libri.

matteo.marelli1@virgilio.it



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