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Meglio non leggere?

«Non sono del parere che sia meglio leggere qualunque cosa, piuttosto che non leggere affatto. Ritengo che ci siano almeno 50 attività preferibili alla lettura delle 50 sfumature».
Questa è un’affermazione irrituale di Ginevra Bompiani, co-fondatrice di Nottetempo, una delle più autorevoli case editrici indipendenti italiane, che riapre il dibattito sulla lettura che, ciclicamente, appassiona scrittori, editori, librai e bibliotecari.1 L’opinione è stata espressa nel corso di una delle tavole rotonde più affollate di partecipanti, l’8 dicembre 2012 in una Fiera “Più libri più liberi” gremita di lettori di ogni generazione. Protagonisti del confronto sono stati Ginevra Bompiani direttore editoriale di Nottetempo Edizioni, Alberto Galla presidente di ALI (Associazione Librai Italiani), Alfonso Berardinelli autore per Nottetempo del pamphlet “Leggere è un rischio”, la scrittrice Elisabetta Rasy e il filosofo Giorgio Agamben, attorno al tema della lettura.
«Non mi convincono le cosiddette politiche della lettura», ha aggiunto la scrittrice Elisabetta Rasy, presente allo stesso incontro pubblico: «Così come non mi convince l’idea della lettura come un’attività edificante», ha proseguito,  dicendosi in disaccordo con la visione calviniana della lettura citata dallo scrittore Alfonso Berardinelli nel pamphlet che dava il titolo alla tavola rotonda, “Leggere è un rischio”. “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino inizia infatti così: «Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. […] La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: “No, non voglio vedere la televisione!” Alza la voce, se non ti sentono: “Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!».
«La mia idea di lettura è diversa da questa», ha commentato Rasy. «Penso alla lettura più come a un’attività proibita, lo trovo più produttivo che considerarla un’attività edificante. Per me non conta la lettura in sé, conta il libro, molto più dello stesso autore». Opinioni non convenzionali, quindi, certamente non in linea con l’idea che la lettura sia un valore ‘a prescindere’. Con l’idea che leggere faccia ‘bene alla salute’ e che, per esempio, favorisca in ogni caso lo sviluppo cognitivo-affettivo-relazionale di un bambino. Ma soprattutto opinioni che sembrano mettere in guardia contro politiche di promozione della lettura scarsamente meditate e superficialmente condotte, fondate appunto sull’assunto che sia necessario (e sufficiente) affrontare il tema dei comportamenti di lettura dei ragazzi e degli adulti, e in particolare dei lettori deboli o in via di divenire tali, attraverso una loro sensibilizzazione, che punti sull’ aumento della frequenza con cui si dedicano a questa attività. E allora, in quest’ottica, per smentire il fatto che leggere sia considerata un’attività noiosa dalle persone poco contemplative, allora una campagna di comunicazione ben orchestrata, che punti su testimonial famosi come attori, sportivi, gruppi musicali o personaggi dei cartoni animati, può risolvere il problema. È, in fondo, l’approccio che l’American Library Association scelse per la campagna “Read”, realizzando poster di  personaggi celebri raffigurati nell’atto del leggere, ancora in vendita nell’ALA Store (“Everyone’s a celebrity when they READ!” era uno degli slogan della campagna promossa dall’ALA http://www.alastore.ala.org/SearchResult.aspx?CategoryID=160).
Ecco, allora che ci si potrebbe chiedere se le foto dei manifesti del 2010 con Daniel Radcliffe, Rupert Grint ed Emma Watson, il trio dei giovani protagonisti dei film di Harry Potter, che sollecitavano i giovani a leggere, abbiano sortito un effettivo aumento delle vendite de “Il Maestro e Margherita”, “Arancia meccanica” e “Romeo e Giulietta” (i libri che tenevano in mano nel manifesto), oppure se tutto si sia risolto in un ennesimo spot per il maghetto più letto del pianeta. Tornando all’appuntamento della piccola editoria dello scorso dicembre, è da ricordare che la Fiera romana è stata inaugurata con una lectio di Massimo Cacciari, che rivela numerose affinità con la posizione di Ginevra Bompiani e che affronta l’altro nodo della questione. «Con la digitalizzazione – ha raccontato Cacciari – abbiamo in mano la biblioteca universale. Ovvero, un manuale in cui il sapere è immediatamente disponibile e immediatamente accessibile. In tempo reale». Ma il sapere, così disponibile e accessibile, «condivide in questo modo i caratteri della realtà virtuale: dove tutto appare artificio e finzione. Quali sono le conseguenze? I diversi temi ci appaiono indifferenti. Ovvero, si fatica sempre di più a coglierne la differenza. Due libri diversissimi, digitalizzati nella realtà virtuale sembreranno sempre più uguali». Da qui, il «problema epocale della fine del libro: oggi che navighiamo nella biblioteca di Babele non proveremo più l’esperienza straordinaria di andare da biblioteca a biblioteca, di sfogliare gli archivi, di cercare». E poi, «con il libro parlavamo – continuava Cacciari – anche se non eravamo più nell’ambito della cultura orale. Con il libro avevamo un rapporto come con un corpo: oggi viene meno il rapporto con l’oggetto in quanto tale: siamo in una fase di de-somatizzazione della nostra cultura». Ma allora, «se il libro non è più corpo, ma un cadavere nella realtà virtuale, come si porrà il nostro rapporto con il silenzio? In questa cultura dell’ascolto di rumori, di chiacchiera, potremo fare a meno del silenzio? Per alcuni la cultura del libro eliminava l’oralità, ma quello che si salvava – ha precisato Cacciari – è la dimensione del silenzio, dove l’io dialoga silenziosamente con questo oggetto e con l’autore. Nella cultura della digitalizzazione e della chiacchiera, del silenzio non resta niente». Ecco allora il vero spettro che si aggira tra chi ama la lettura: il rischio di una sua banalizzazione, di un suo perdersi nel gran chiacchiericcio dei social media. E la consapevolezza che il libro e la scrittura, per salvarsi, per non essere travolti nel mare magnum dei tanti 2.0, debbano alzare il livello dell’asticella della qualità. E che la stessa lettura, stretta tra l’espansione del digitale e la scarsa propensione a leggere degli italiani, debba essere ripensata.
La lettura, insomma, per dirla con Alfonso Berardinelli, deve tornare ad essere un rischio. Scrive Berardinelli: «Da quando esiste qualcosa che chiamiamo modernità – cioè la cultura dell’indipendenza individuale, del pensiero critico,
della libertà di coscienza, dell’uguaglianza e della giustizia sociali, dell’organizzazione e della produttività, nonché del loro rifiuto politico e utopico – da allora leggere fa correre dei rischi. È un atto socialmente, culturalmente ambiguo: permette e incrementa la socializzazione degli individui, ma d’altra parte mette a rischio la stessa volontà individuale di entrare nella rete dei vincoli sociali rinunciando a una quota della propria autonomia e singolarità» (Alfonso Berardinelli. Leggere è un rischio. Roma: Nottetempo, 2012). Ma il lettore può tornare a rischiare se, prima di lui, l’editore fa altrettanto. Ed è questo il senso del cosiddetto Appello dei 451: “Salviamo i libri dal mercato 2.0”. L’appello, apparso su «Le Monde», è stato firmato alla fine del 2012 da 451 intellettuali tra cui Giorgio Agamben, lo scrittore Michel Butel e l’editore Maurice Nadeau (http:// www.les451.noblogs.org). Nell’Appello dei 451 si legge tra l’altro: «L’industria del libro ha bisogno solo di consumatori impulsivi, networkers di opinioni e altri interinali malleabili? Molti di noi si trovano arruolati in logiche commerciali, privati di qualsiasi pensiero collettivo o prospettive di emancipazione sociale, oggi drammaticamente assenti dallo spazio pubblico. Vincolata al criterio del successo, la produzione di saggi, di letteratura o di poesia si impoverisce, i cataloghi delle librerie o delle biblioteche si esauriscono. Il valore di un libro diventa legato alle cifre di vendita e non al contenuto. Ben presto si riuscirà a leggere solo quello che funziona». Al di là di un’apparente posizione a favore del buon vecchio libro e contro la diffusione dell’editoria digitale, l’appello riflette anch’esso sul tema della qualità, esteso a tutti gli attori della filiera del libro dall’editore al lettore. L’intervento di Agamben, presente all’incontro in Fiera, si è incentrato sulla difficoltà di leggere e non ha risparmiato accenti polemici nei confronti degli editori: «Vorrei dare un consiglio agli editori e a coloro che si occupano di libri: smettetela di guardare alle infami, sì, infami classifiche dei libri più venduti e – si presume – più letti e provate a costruire invece nella vostra mente una classifica dei libri che esigono di essere letti. Solo un’editoria fondata su questa classifica mentale potrebbe far uscire il libro dalla crisi che – a quanto sento dire e ripetere – sta attraversando».
E ancora: «Vorrei suggerirvi di fare attenzione ai vostri momenti di non lettura e di opacità, quando il libro del mondo vi cade dalle mani, perché l’impossibilità di leggere vi riguarda quanto la lettura ed è forse altrettanto e più istruttiva di questa». Si avverte in queste parole tutta la consapevolezza della profondità della crisi che sta investendo il mondo di quello che per comodità continuiamo a chiamare libro. Una crisi che non rappresenta un momento di difficoltà passeggera, ma un cambio di paradigma, uno scenario completamente nuovo, in cui nuove sfide e nuovi progetti si presentano a chi crede nel ruolo guida della lettura. In questo contesto, infine, ripensare la lettura può produrre il recupero, secondo gli insegnamenti di Roland Barthes (La letteratura oggi, in Saggi critici, Torino: Einaudi, 1966 ) della qualità della scrittura. «L’opera è sempre l’adempimento di un progetto. […] ma la ‘qualità’ di un’opera si può solo definire per via indiretta: è un’impressione di rigore, è il senso che l’autore si assoggetti persistentemente ad un solo e identico valore».

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URL: https://www.aib.it/pubblicazioni-aib/aib-notizie/2013/35889-meglio-non-leggere/. Copyright AIB 2013-07-09. A cura di Vanni Bertini, ultima modifica 2013-08-19