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Bibliokinetheke

“Il calamaro e la balena” si apre su una partita di tennis che vede sfidarsi in un doppio la famiglia Berkmann: da un lato il padre Bernard con il primogenito diciassettenne Walt; dall’altro la madre Joan affiancata dal secondogenito Frank. Seguiti nervosamente dalla macchina a mano, Bernard incalza il figlio a indirizzare battute e servizi sullo scarso rovescio materno; questi, compiacente e incurante dell’esibita scorrettezza, esegue con ostinata arroganza. Il regista Noah Baumbach mette programmaticamente a confronto gli opposti schieramenti che di lì a poco saranno coinvolti in una sfida che stravolgerà in orrore i legami familiari; concentra nella sequenza iniziale quello che sarà il tema del film facendolo così risultare inscritto nella sua genealogia.
Baumbach dimostra notevole capacità analitica che traduce in efficace sintesi; sa dove concentrare la propria attenzione per descrivere un mondo, quello della middle class americana, e un momento storico, gli Anni ’80, senza cadere nello sterile calligrafismo o nella facile stereotipia. Gli bastano pochi dettagli per mettere in scena la realtà dell’intellettuale medio, il suo snobismo, la chiusura mentale, il compiaciuto e solipsistico ripiegamento ombelicale, l’incapacità di vedere, di capire oltre la barriera di libri che lo separa dal mondo.
A incarnare appieno tutto ciò è Bernard, scrittore e marito in crisi, che sfodera una presunta superiorità morale e culturale, a parer suo conquistatasi con i successi editoriali che lo porta a ritenersi un intoccabile (come se avesse raggiunto una sorta di status di inamovibilità), per nascondere in realtà la propria impotenza di fondo. Un malessere taciuto e aggravato dall’ascesa, in ambito letterario e giornalistico, della moglie, sempre guardata con paternalistica sufficienza e che invece si dimostra indipendente non solo professionalmente ma anche sentimentalmente, più preparata di lui all’allontanamento. Ne sono dimostrazione gli amanti avuti già prima di decidere per la separazione.
Entrambi sono però così concentrati su sé stessi da ignorare gli evidenti segnali di malessere dei propri figli. Si dimostrano sordi alla richiesta di condividere il cordoglio per il lutto della loro famiglia.
Walt è completamente soggiogato dal padre, vuole assomigliargli, ne ricalca le pose; lo sostiene, disprezzando come lui la madre. I consigli di lettura suggeritigli dal genitore non sono ascoltati ma meccanicamente e altezzosamente ripetuti per impressionare la compagna di scuola, non accorgendosi, così, di esporsi involontariamente al ridicolo: interrogato sulla “Metamorfosi” non sa spendere altro aggettivo all’infuori di kafkiano.
Quando Bernard sciorina il titolo di un film Walt appende il poster in camera. Non vuole realmente essere un’intellettuale, gli basta apparirlo. Non contempla lo sforzo per arrivare al risultato: per vincere il concorso canoro scolastico, ma soprattutto per conquistarsi la stima paterna, pensa bene di proporre come proprio brano Hey You dei Pink Floyd; e una volta scoperto si giustifica sostenendo che, se pur non sua, la canzone avrebbe comunque potuto scriverla lui. Anche in questa circostanza non è disposto a mettere in discussione l’immagine che vuole proporre di sé agli altri.
Per Frank la separazione dei genitori è invece dolore da allontanare con improprie bevute di birra e vino e smarrimento in un’ipotetica e confusa dimensione in cui contano le pulsioni sessuali ossessive. La sola certezza è quella di far di tutto per non assomigliare al padre. In più occasioni rivendica con fermezza di essere uno dei quelli che il genitore definisce spregiativamente “filistei”, coloro i quali non hanno mai letto un libro in vita loro. Alla cultura preferisce il tennis. Anche se il vero sfregio inferto alla figura paterna è celebrato nella biblioteca scolastica.
Frank, con insolente provocazione adolescenziale, si sfoga contro i volumi riposti negli scaffali. I libri, che per Bernard sono motivo di ossessione feticistica, diventano bersaglio su cui il figlio infierisce per marcare la propria differenza.
Quello che ne “Il calamaro e la balena” può apparire distrattamente come sterile decalcomania citazionista del cinema francese è in realtà una grande e profonda passione per la Nouvelle Vague. Questa si esprime soprattutto attraverso Bernard: cita “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut; su un muro della sua abitazione compare la locandina di “La maman et la putain”, capolavoro travagliato di un talento inquieto come Jean Eustache; e rivolgendosi a Joan, toccandosi le labbra da parte a parte, rifà il verso a Jean-Paul Belmondo. Come lui che, nell’ultima scena di “Fino all’ultimo respiro” di Godard, offende Jean Seberg dandole della dégueulasse, della disgustosa, Bernard fa altrettanto nei confronti della moglie. Le influenze appaiono chiare: così come il cinema francese di quel periodo puntava, sulla scorta di una serie di
teorie ed interventi di vari studiosi e critici (Astruc, Bazin, Truffaut stesso), a indirizzare i film verso una dimensione più intima, privata, aprendosi al racconto a fior di pelle, Baumbach assume in prima persona questo invito, quasi cinquant’anni dopo, e realizza il suo personale diario intimo di un’adolescenza sofferta. La macchina da presa torna a farsi caméra-stylo capace di cogliere il lato oscuro dell’adolescenza, quello dove amore e odio, passione e violenza si autoalimentano ed autoalimentandosi e dove ancora, tacitamente, sopravvivono lontane paure infantili, come quella nei confronti del gigantesco calamaro addentato dalla balena esposto al museo di storia naturale.

matteo.marelli1@virgilio.it

URL: https://www.aib.it/pubblicazioni-aib/aib-notizie/2013/35891-bibliokinetheke-3/. Copyright AIB 2013-07-09. A cura di , ultima modifica 2013-07-16