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Editoria e conoscenza: intervista a Paolo Lippi

Intervistiamo oggi Paolo Lippi, Senior consultant presso Giunti O.S. Organizzazioni Speciali, società del Gruppo Editoriale Giunti di Firenze, dove si occupa di e-Learning e Orientamento Scolastico. Ha lavorato per molti anni con IFNET nel settore bibliotecario.

D. L’ultimo rapporto OCSE (programma PIAAC, Program for the International Assessment of Adult Competencies) ha bocciato le competenze linguistiche e scientifiche degli italiani tra i 16 e i 65 anni. Un ennesimo campanello d’allarme che si aggiunge alle indagini di Tullio De Mauro e ai rapporti sull’analfabetismo di ritorno o funzionale. Condivide queste preoccupazioni? Individua possibili soluzioni a breve termine?
R. Non mi pare che negli ultimi anni si sia sostenuto con forza che la conoscenza, sia essa scientifica o umanistica, basata su una crescita culturale dell’individuo sia una delle risorse sociali fondamentali per una comunità di individui. Al contrario si è affermata una visione che non definirei neppure economicistica della cultura, ma anzi bottegaia: la cultura non è utile immediatamente, quindi a cosa serve? La sensazione è che talvolta si dimentichi come il contesto culturale diffuso in cui l’individuo vive influisca sulla sua ricerca di obiettivi individuali e collettivi: un paese che non investe sulla scuola, che vede come soluzione al problema della dispersione scolastica l’aumento dell’offerta di istituti professionali invece di ripensare alla professionalità dell’insegnante, ai curricula ed alle modalità di insegnamento, commette errori di miopia che poi si manifestano nei dati da lei segnalati. Alcune soluzioni sono politiche e, al di là di una congiuntura molto complessa, possono contribuire ad invertire una tendenza che ha pauperizzato l’istruzione; altre sono tendenze che partono dal basso e che si alimentano a partire dalla voglia di cambiamento e dalla delusione per un modello “semplificante ed acritico” che non sembra aver dato risultati soddisfacenti. In questo senso la rete, con il suo mondo basato di fatto sui due grandi pilastri rappresentati dalla scrittura (blog, twitter, anche in parte facebook) e dall’immagine e dal video, può rappresentare un modo per mantenere vivo il desiderio e la capacità di comunicazione che hanno le loro basi in un’adeguata (anche se trasformata) conoscenza del linguaggio. In un progetto finanziato dalla Comunità europea, che non a caso si chiama WRITER1 e coinvolge tra gli altri il TUCEP e la Provincia di Perugia, la Free University di Berlino, l’olandese RCE Rhine-Meusela e la Rudolf Steiner Schule di Amburgo stiamo provando a declinare  il tema della rilevanza della scrittura in contesti molto diversi, dalla scuola alle comunità di nomadi: il valore sociale della scrittura si concretizza in forme così ricche e varie, e tutte molto concrete.

D. “Contro il colonialismo digitale” di Roberto Casati è un’opera in cui si presenta una visione critica del mondo digitale. L’Autore sostiene “che i cosiddetti nativi digitali non esistono e se veramente esistessero la scuola farebbe meglio ad aiutarli a guardare fuori dagli schermi; che non c’è un sostituto elettronico dell’insegnante; e soprattutto che il libro di carta…è assolutamente insostituibile dal punto di vista cognitivo, perché protegge e non aggredisce la nostra risorsa mentale più preziosa: l’attenzione”. Cosa ne pensa?
R. La trasformazione digitale ha talmente tante sfaccettature che, a seconda della prospettiva da cui la si guarda, riusciamo a vedere rischi incombenti oppure al contrario inesauribili e formidabile prospettive. Chi sbaglia? Si deve essere “contro” o si deve essere a tutti i costi tifosi incondizionati, si deve essere “infoentusiasti” o “tecnofobi” per usare le parole di Seely Brown e Duguid2? In “Non è un mondo per vecchi” Michel Serres3 descrive l’ineluttabilità di molti cambiamenti legati alla ricchissima virtualità della rete e sembra suggerire un approccio “accogliente”, non fosse altro perché si tratta di un’onda inevitabile. Fare tesoro delle risorse spazio/tempo che la tecnologia crea per l’individuo (informazioni, accesso costante, simultaneità…) fanno emergere un nuovo approccio al sapere non certo meno innovativo rispetto al passato, certamente rivoluzionario rispetto a metodologie e strumenti finora predominanti (la pagina scritta, la lezione meramente trasmissiva, ecc …). Per il nativo digitale, che ha certamente meno problemi d’accesso (ma non confondiamo abilità con comprensione), come per colui che arriva al digitale dalla tradizione pre-rete, il problema è di fatto sempre lo stesso: ovvero la capacità di elaborazione delle risorse, la capacità di analizzare e valutare: il sovraccarico cognitivo della rete chiede una capacità ancora maggiore di valutazione e contestualizzazione. Per questo la formazione e la scuola devono sforzarsi a far crescere la capacità critica degli individui, con metodi ed approcci che comprendano – nel senso etimologico di prendere insieme -, includano, contestualizzino le caratteristiche nuove della distribuzione dei saperi. Ma ancora, come fare questo senza un’adeguata preparazione dei docenti e un’almeno sufficiente dotazione informatica nelle scuole? Due parole sul tema, molto complesso, dell’attenzione e del multitasking cui la tecnologia ci spinge. In “Internet e l’io diviso” Ivo Quartiroli4, che affronta questo aspetto in relazione ad una generale necessità di trovare forme di “consapevolezza di sé” nell’era virtuale, avanza l’ipotesi che dovrebbe esistere una “dietetica dell’informazione”, che permetta di arginare la dipendenza e la frammentarietà/velocità dei contenuti acquisiti dall’individuo. Occorre in generale un’educazione nuova (in cui la dis-attenzione faccia parte del tema più vasto e controverso della (auto)–disciplina) e nello specifico della scuola, nuovi strumenti e nuova didattica: il “problema” del telefonino a scuola è forse solo l’epifenomeno più eclatante di uno scollamento tra la struttura scolastica e la società che non riescono a condividere o a far apprezzare forme univoche di educazione, rigore e rispetto. Ma per ottenere questo la scuola deve essere in grado di comprendere e seguire le trasformazioni. La “buona volontà” dell’insegnante, come indicava De Bartolomeis5 già nel lontano 1976 (ovvero quella che supplisce alle carenze del sistema scuola) è sempre meno sufficiente e forse sempre più frustrante.

D. A Francoforte è stato presentato il rapporto AIE sulla lettura. sembra che qualcosa migliori, ma rimangono bassi indici di lettura. Si parla di promozione della lettura e finalmente abbiamo un progetto nazionale sperimentale (In vitro). Le nostre biblioteche scolastiche sono rare, e ancor più rari i bibliotecari scolastici. Abbiamo anche un problema di “digital divide”. Come si possono cambiare le cose tenendo conto delle risorse economiche irrisorie? 
R. I lettori italiani continuano ad essere pochissimi, e pochi coloro che acquistano libri. I dati che indicano una piccola crescita della lettura non fanno cambiare comunque la sostanza di una realtà – quella italiana – in cui solo il 46% della popolazione legge e solo il 30% per cento del mercato muove oltre il 40 % della vendita del libro … Questo significa che molto si deve ancora fare, se crediamo davvero che la lettura – in ogni sua forma – rappresenti una condizione essenziale per la crescita sociale. Il divario tra insegnati (e ancor più tra impostazioni didattiche richieste dai programmi, ambienti scolastici e risorse) e i ragazzi è generalmente molto alto. La literacy che propone Sonia Livingstone6, ossia “l’abilità di accedere, analizzare, valutare e comunicare messaggi in una varietà di forme” che la tecnologia richiede, è carente non solo nei ragazzi, ma anche nel corpo docente. Il gruppo editoriale per quale lavoro ha una presenza importante nel mondo della scuola e una delle strade che si cerca di percorrere nella produzione scolastica è quello dell’integrazione multicanale, della molteplicità di risorse che consenta di vedere i supporti in forma dinamica senza far perdere il ruolo di organizzatore del sapere all’editore. Questo dovrebbe permettere di integrare produzione mediata alla produzione disintermediata che la rete consente. E’ sicuramente un momento di grande transizione, e non è facile prevedere quali saranno le nuove dinamiche tra “utenti produttori” e mediatori/validatori culturali: non credo sia ancora del tutto chiaro se– allo stato attuale – è più importante il risparmio che si ha adottando un libro digitale o il guadagno che si potrebbe avere concentrandosi su metodi di apprendimento innovativi, dove forse gioca ancora il suo ruolo l’editoria (ripensata, riprogettata e mutata) e la rete con la sua innovatività capillare e la proposta di buone pratiche didattiche …

D. Quale può essere – in questo panorama di ampi e veloci cambiamenti – il ruolo delle biblioteche? un ruolo di retroguardia o di innovazione?
R. Vedo la biblioteca come un territorio di memoria e innovazione, un luogo che poggiando su radici ben piantate nel passato consente di proiettarci verso il futuro. Il processo in atto di dis-intermediazione tocca certamente anche le biblioteche, ma è presumibilmente un processo lungo e darà il tempo, come in molti altri campi, di sviluppare una creatività in grado di ripensare il ruolo della biblioteca e del bibliotecario stesso. Certamente l’approccio “usa e getta” all’informazione, che si tende a privilegiare con la rete dove i contenuti sono per loro natura dinamici e mutevoli, rischia di far dimenticare che il sapere si forma per accumulo e che avere luoghi dove passato e presente possono confrontarsi e dar origine a nuove idee e cambiamenti è fondamentale.


1 http://www.writerproject.eu/?lang=it.
2 John Seely Brown e Paul Daguid, “La vita sociale dell’informazione. Miti e realtà nell’era di Internet”, ETAS, 2001.
3 Michel Serres, “Non è un mondo per vecchi. Perché i ragazzi rivoluzionano il sapere”, Bollati Boringhieri, 2013.
4 Ivo Quartiroli, “Internet e l’io diviso. La consapevolezza di sé nel mondo digitale”, Bollati Boringhieri, 2013.
5 Francesco De Bartolomeis,” La professionalità sociale dell’insegnante. Strumenti per una nuova scuola”, Feltrinelli, 1976.
6 S. Livingstone, “The Changing Nature and Uses of Media Literacy”, Media@lse Electronic Working Paper, n.4, 2003.

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