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Bibliokinetheke

Hugo: «Il signor Labisse mi ha dato un libro l’altra sera.»
Isabelle: «Ah, sì lo fa sempre. ‘Mando i libri nella casa giusta’, dice sempre così. »
Hugo: «Lui è un vero…scopo. »
Isabelle: «Che cosa vuoi dire? »
Hugo: «Ogni cosa ha uno scopo, persino le macchine. Gli orologi ti dicono l’ora e i treni ti portano nei posti. Fanno quello che devono fare, come il Signor Labisse. Forse per questo i meccanismi rotti mi rendono triste. Non possono più fare quello che dovrebbero. Forse è lo stesso con le persone: se perdi il tuo scopo è come se fossi rotto! ».
Hugo, è Hugo Cabret, protagonista dell’omonimo ultimo film di Martin Scorsese tratto dalla graphic novel di Brian Selznick, l’orfano che nascosto nella Gare Montparnasse si occupa segretamente del funzionamento di tutti gli orologi della stazione, fratello dei dickensiani David Copperfield e Oliver Twist e nipote del Quasimodo di un altro Hugo, Victor. Isabelle è la figlia adottiva di Papa Georges, il proprietario del negozio di giocattoli dove il giovane Cabret ruba attrezzi e ingranaggi per riparare un misterioso automa scrivano, l’unico ricordo rimastogli, oltre all’ereditaria passione per i meccanismi meccanici, del padre orologiaio.
I due si conoscono dopo che Hugo, scoperto a rubare, è costretto da Papa Georges a consegnargli tutto quello che ha nelle tasche, compreso un blocchetto d’appunti del genitore, contente i passaggi per il funzionamento dell’uomo meccanico. È questo, più della refurtiva, a turbare il venditore di giocattoli, che terrorizzato minaccia la distruzione del taccuino. Hugo, di fronte all’orrore di vedersi portar via il lascito paterno, implora Isabelle di aiutarlo. Lei, figlia adottiva, non può negare soccorso all’orfano Cabret.
Il condividere uno scopo porta i due ragazzini ad avvinarsi affettivamente. Da parte di entrambi c’è voglia di farsi conoscere mostrando all’altro i luoghi che stanno più a cuore: per Hugo è una sala cinematografica, luogo interdetto a Isabelle dai divieti del proprio tutore, che invece fa scoprire al compagno d’avventura la libreria del signor Labisse, un posto come «L’isola che non c’è, L’isola del tesoro e Il mago di Oz messi insieme».
Labisse è un uomo colto, un intellettuale, parente stretto del bravo bibliotecario, perché possiede un criterio, stabilisce nessi e parentele tra i libri, simpatizza o antipatizza per i titoli dei quali sa oppure intuisce il valore e la funzione; suggerisce, instrada il lettore verso la pagina. E sarà proprio lui a indirizzare i ragazzi dove trovare risposta ai loro interrogativi. Alla «Biblioteca dell’Accademia Cinematografica (creata negli interni della Bibliothèque Sainte-Geneviève). La troverete tutto quello che vi serve di sapere […]. Secondo piano; quarta fila; terza sezione; scaffale in alto… l’Invenzione dei Sogni». Perché poco a poco la ricerca di Hugo è diventata anche quella di Isabelle, trovatasi, dalle circostanze, a indagare circa le stranezze, le proibizioni, ma soprattutto le omissioni del patrigno.
E il recupero della memoria può avvenire solo là dove la conservazione è pratica e sinonimo di eredità del passato, e dove si ha la necessità di lasciare alle nuove generazioni questo stesso passato.
In Hugo Cabret si insegue il fantasma delle origini del cinema, dell’infanzia, della scena primitiva; quando questo era ancora un crogiuolo in cui si trovavano mescolate confusamente magia e scienza, ciarlataneria e arte. Il cinema anzitutto come fantasmagoria, attrazione spettacolare. È in questa logica che va interpretata la scelta del 3D: possibilità per ritrovare una stupefazione fanciullesca; per restituire all’occhio disincantato dello spettatore contemporaneo, quel senso di meraviglia assoluta e un po’ sbigottita che era stata per il pubblico di inizio novecento, quello della fase pionieristica della fantastica avventura cinematografica. La tecnologia stereoscopica si afferma qui come palingenesi di un’illusione antichissima, nuovo trucco da negromante che i padri del cinema avrebbero sicuramente amato. Quindi stupore, incanto, magia. Sì, perché la meraviglia non è ad esclusivo appannaggio dei primi spettatori inesperti, essa è connatura al cinema, con buona pace dei fratelli Lumière che sostenevano si trattasse di una moda passeggera. Invece sono passati 117 anni dalla loro invenzione e ancora oggi lo spettatore che entra in sala, anche se più esperto e preparato, ne esce ancora meravigliato, basta sforzarsi di sospendere l’incredulità e tornare a guardare con occhi da bambini.
Questo è un film dove Scorsese cerca di tradurre nella forma fiction di un romanzo di formazione cinefilo la sua attività di custode della memoria cinematografica, archivista indefesso, sostenitore in prima linea del restauro delle vecchie pellicole e della loro conservazione. Il regista attraverso i suoi piccoli protagonisti osserva il funzionamento della macchina-cinema e tenta di ricostruire con la certosina pazienza dell’artigiano che aggiusta ciò che è rotto la verginità dello sguardo di fronte alle magnifiche attrazioni del grande schermo. Soprattutto attraverso Hugo, più volte colto nell’atto di guardare (dalla serratura, da dietro i quadranti degli orologi, attraverso le grate…) Scorsese realizza un’immagine, neanche troppo sfumatamente simbolica, dello spettatore stesso.
A Hugo Cabret si può rimproverare di essere un film per famiglie, buonista, un prodotto mainstream di dichiarato intento didascalico. Tutto vero, però allo stesso tempo non si può non riconoscergli i meriti di un’autentica emozione, che tra l’altro divampa proprio nei momenti più didattici che risultano anche essere quelli più commoventi, perché capaci di veicolare informazioni come misteri da scoprire. Quella di Scorsese non è un’operazione nostalgica, ma un omaggio appassionato alle proprie radici culturali; il regista realizza una favola per l’infanzia capace di tradurre in metafora della modernità le numerose citazioni dei film che ha amato.
Insomma, una grandissima operazione metacinematografica che non solo omaggia i grandi artisti del cinema muto, in una sequenza che ne riesuma alcuni momenti essenziali (da Chaplin a Keaton, a Griffith, a De Mille), ma fa anche ricorso ai labirinti mentali di Borges e alle geometrie impossibili di Escher. Un compendio dunque di citazioni, omaggi, richiami e figure retoriche. «Da Occhio del Novecento a Favola archetipale per bambini degli Anni Zero: il Cinema supera il postmoderno e racconta le proprie origini con il 3D».
matteo.marelli1@virgilio.it

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