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Perdere il lavoro: come trasformare un problema in un’opportunità

Intervista a Silvia Bruni

Cosa ti ha portato a scegliere questo lavoro? cosa ti piace di più di questa professione?

Mi sono trovata a fare questo lavoro per caso: lavoravo per una fondazione privata (la fondazione Andrea Devoto) e mi fu proposto di gestire la biblioteca del fondatore (Andrea Devoto, appunto, psichiatra). La collezione era specializzata su psichiatria, terapia dell’alcolismo, self help, storia dei campi di concentramento. Negli anni successivi ho seguito a Careggi (al Centro regionale alcologico toscano) la parte della collezione che si concentrava sui temi della salute, mentre la sezione su temi storici veniva affidata alla Biblioteca di Scienze sociali dell’Università di Firenze.

Forse, però, non è stato solo un caso: da bambina passavo pomeriggi interi alla Biblioteca dell’Orticoltura a fare quelle che definivo “ricerche”: all’epoca pensavo che da grande avrei fatto l’etologa. Sceglievo un animale (il facocero, lo gnu, l’orca marina…), recuperavo i libri che la biblioteca possedeva e facevo un riassunto delle notizie che trovavo. Poi la passione per l’etologia è passata (professionalmente soltanto, visto che sono circondata anche in questo momento da gatti) e quella per le biblioteche è rimasta…

Ricordo di aver letto una frase dell’architetto Louis Khan “La città è quel luogo dove un bambino passando vede cosa vuol fare da grande”. Ecco, a me è successo questo.

Di questo lavoro mi piacciono tante cose: le possibilità di crescita umana e professionale, il sentirmi utile agli altri, la possibilità di creare e progettare servizi e attività, la possibilità di sperimentarsi in contesti diversi (ho lavorato con malati cronici, professionisti in ambito sanitario, detenuti, volontari, bibliotecari e archivisti, …). E poi i documenti sono uno specchio della realtà e pensare alla loro organizzazione significa riflettere sul mondo.

Dove hai studiato? Quali competenze hai ottenuto dallo studio e dalla pratica del lavoro?

Ho fatto una grande confusione: alla fine del liceo ero una ragazzina confusa e bisognosa di vita. Per cui ho trovato un lavoro, sono andata a vivere per conto mio, e dopo un po’ ho mollato l’università (ero iscritta a Lettere, Storia del cinema). Dopo molti anni, mi sono iscritta nuovamente a Scienze dei beni artistici, musicali, teatrali e cinematografici, che finirò a breve (spero) e ora studio con grande passione.

Tutta la formazione professionale è avvenuta, quindi, attraverso corsi privati, studio da autodidatta e confronto con chi aveva molta più esperienza di me. Per fortuna ho una buona capacità di osservazione e di traduzione degli stimoli in esperienza creativa e progettuale. E poi ho usato quello che mi succedeva: facendo la dialisi, ad esempio, ho pensato di importare a Careggi l’esperienza di biblioteca di ospedale e di progettare un servizio di biblioteca sulla salute rivolto ai malati cronici.

Nel mio caso sono stati fondamentali gli incontri con persone di grande valore umano e professionale e la possibilità di sperimentare che mi è stata data in tutti i contesti di lavoro. Ho avuto molta fortuna.

A volte mi chiedo come sarebbe andata se avessi avuto un percorso più tradizionale, ma non so rispondermi.

Qual è il lavoro che vorresti trovare?

Negli anni ho sviluppato e sperimentato una metodologia finalizzata alla costruzione di sistemi definibili come documentali naturali e organizzati, in cui tutti i documenti che un ente produce e gestisce (indipendentemente dalla tipologia), sono descritti, utilizzati, digitalizzati ed eventualmente scartati alla fine del loro ciclo di vita. Questo consente all’organizzazione di essere efficace ed efficiente, oltre che a mantenere la memoria di sé nel tempo. Ho sperimentato metodologie di descrizione semantica dei documenti di archivio (corrente e storico) e metodologie di integrazione di cataloghi bibliotecari e inventari di archivio. Grazie anche all’esperienza fatta con il MAB Toscana, ho rafforzato la mia convinzione che un approccio integrato alle informazioni e alle risorse informative da parte di enti (musei, archivi e biblioteche, appunto) che hanno operato fino ad oggi senza interconnettersi, sia assolutamente proficuo. Non solo per il miglioramento dei servizi all’utenza (poter recuperare tutti i documenti e le informazioni, indipendentemente dalla loro natura, su un determinato tema) ma anche per il rinnovamento  delle professioni attive in questi ambiti, che rischiano di apparire inadeguate a cogliere i problemi della gestione informativa e costrette ad abdicare al loro ruolo a vantaggio degli informatici. Io ormai mi sento un po’ bibliotecaria e un po’ archivista. Magari riesco ad ibridizzarmi anche con i museologi… 😉

Mi piacerebbe molto continuare a lavorare sui documenti prodotti dalle organizzazioni. Non tanto quelle che hanno la gestione documentale come fine, ma il resto del mondo: ogni ente ha un archivio, spesso possiede una raccolta libraria (a volte vere e proprie biblioteche), a volte possiede oggetti ed opere d’arte (in certi casi organizzate in musei di impresa). Lavorare in questi contesti significa mettere al centro il know how di quell’ente, vedere immediatamente le ricadute di un lavoro di gestione dei flussi documentali, lavorare con professionalità molto diverse dalla nostra. E poi faccio una considerazione realistica: gli ambiti di impiego più tradizionali, mi sembrano in questa fase chiusi da cancelli impossibili da valicare.

I social media sono essenziali o una perdita di tempo per trovare il lavoro che vorresti?

Direi di no, ma è colpa mia: non sopporto il tono aneddotico di Facebook, che uso solo per necessità. Ho un profilo Linkedin da poco e non sono per niente attiva. Lungi da me ogni posizione luddista. Solo questi mezzi non mi si confanno. Nella vita reale non sono timida. Il mio “avatar”, invece, è come una ragazzina che si sente inadeguata ad una festa… Magari prima o poi mi sbloccherò. Per ora non lo sento come un limite.

Quali passi stai facendo per trovare il lavoro che vorresti fare?

Per ora sto esplorando le possibilità di collaborazione con società attive nel settore, proponendo la prospettiva che ho provato a descrivere sopra. Mi sento in un momento di rinnovamento professionale ed esistenziale. E poi cerco ambiti di confronto (come il MAB appunto).

Quali difficoltà hai incontrato in questa ricerca?

Non è una ricerca iniziata da molto.  Sicuramente non è facile avere contatti al di fuori della propria rete di relazioni. In Italia è difficile proporre progetti senza una mediazione (non parlo di raccomandazione, ma della possibilità di entrare in contatto con chi davvero può valutare la tua idea e non sbattere contro il solito “Le faremo sapere”).

Cosa potrebbe fare l’Associazione professionale per aiutarti? cosa pensi di un servizio di mentoring?

Mi sembra una buona idea. E in una fase, come quella che stiamo vivendo, di trasformazione della professione e di crisi economica, sarebbe sicuramente utile essere supportati nell’individuare le proprie risorse professionali, eventuali ambiti di riqualificazione,  nella costruzione di percorsi professionali nuovi  e nella creazione di una rete di contatti. Credo, però, che vada fatto con le associazioni con cui si condivide la barca (ANAI, ICOM, ma anche associazioni di professionalità informatiche).

Hai l’attestazione AIB? come pensi di usarla?

Non ancora (pigrizia). La proverò a chiedere. Non sentendomi un’identità professionale univoca non la percepisco fondamentale (ma vale per me, sul principio generale concordo), ma potrebbe fare comodo (forse).



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