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Precari senza crescere

Pensare che sono circa dieci anni che lavoro nel mondo delle biblioteche, mi sembra quasi strano: se c’è un pregio del precariato, è quello di sentirsi sempre giovani. Il precario non cresce, non migliora, resta sempre a livello di ‘ragazzo di bottega’ o poco più. Il precario è in un limbo di gavetta a vita. E se Guccini cantava ‘…Ci vuole scienza ci vuol costanza ad invecchiare senza maturità…’, nel mondo del lavoro di oggi, è diventato semplice invecchiare senza maturare, almeno professionalmente. La mia esperienza potrebbe quasi essere ‘da manuale’ del precario: 36 anni, laurea nel 2004 in Lettere Moderne presso la Federico II di Napoli e trasferimento a Firenze nel 2005 in cerca di un lavoro.

Il volontariato civile presso la Biblioteca Marucelliana è stato un ottimo trampolino per la vita lavorativa precaria: ho imparato la catalogazione del libro antico, poiché sono stata impegnata nel progetto di catalogazione in SBN delle Cinquecentine della biblioteca. Ricordo ancora bene la prima volta che entrai nella sala di conservazione della biblioteca Marucelliana, mi sentivo una privilegiata: dopo meno di un anno dalla laurea, potevo fare un lavoro inerente al mio percorso di studi. Solo dopo avrei compreso le critiche che qualche bibliotecario faceva al volontariato civile; ma dieci anni fa era ancora presto: avevo la possibilità di confrontarmi con il mondo del lavoro e per giunta di un lavoro che ho da subito amato, mi sembrava sufficiente. Ancora non vedevo la realtà: la biblioteca Marucelliana era viva grazie ai giovani del servizio civile, ma i bibliotecari invece iniziavano a diminuire, senza la possibilità di passare la propria professionalità a persone che fossero impegnate per più di un anno all’interno della biblioteca.

Dopo l’esperienza in Marucelliana ho dovuto imparare molto presto che la catalogazione è il servizio più esternalizzato delle Biblioteche. Ho lavorato un po’ ovunque: BNCF, ancora Marucelliana, biblioteche religiose e qualche biblioteca di importanti istituti governativi. Ho fatto per anni una gavetta basata sul cottimo: pagata a volume (o schedina) catalogata, la professione perdeva il fascino della lentezza e della ricerca che mi erano state insegnate durante il servizio civile, ed iniziava a diventare un lavoro da ‘operaio culturale’. Il cottimo è un sistema che abbrutisce professione e lavoratore, che rimane confinato allo stato di elemento di una catena di montaggio.

Per questo dopo diversi anni di questo lavoro, ho colto con grande entusiasmo la possibilità di lavorare per le biblioteche comunali fiorentine, dove l’appalto di esternalizzazione del servizio non prevede il cottimo neanche per il servizio di catalogazione. L’Archivio e le Biblioteche comunali di Firenze sono molto attivi: orari di apertura lunghi, eventi culturali interessanti, fiori all’occhiello dell’amministrazione, che utilizza questi servizi come vetrina dorata di se stessa. Vetrina in gran parte esternalizzata, in cui una congrua parte di lavoratori per il Comune sono servizi.

L’esternalizzazione dei servizi bibliotecari e archivistici del Comune di Firenze riguarda circa ottanta lavoratori, la maggior parte di noi lavora da anni per le biblioteche comunali di Firenze. Prima del cambio di appalto, un lungo percorso iniziato nel 2013 e tuttora in corso, neanche io conoscevo bene quale fosse la condizione di noi lavoratori. Solo dopo, iniziando a documentarmi, mi sono fatta anche un’idea del nostro gruppo di lavoro. Ci sono due gruppi di lavoratori che hanno una storia molto particolare: i colleghi dell’Archivio e i colleghi che sono passati alle Biblioteche dall’ufficio Catalogo dei Musei di Firenze. Per entrambi l’avventura inizia nel 1997, con il Progetto Polis LSU – Prima occupazione. Dopo essere stati adeguatamente formati con corsi di centinaia di ore tenuti dalla Soprintendenza, i lavoratori sono stati impiegati dal Comune in diversi servizi: dalla cultura (archivi e musei) al censimento del patrimonio arboreo, dal turismo al controllo dei gas di scarico. Alla fine del 2001 gran parte di loro è passata alle cooperative, e benchè gli fosse stato promessa una stabilizzazione, sia pur esternalizzata, non hanno fatto altro che sentirsi sempre più precari, con il passare degli anni e delle gare di appalto dei servizi in cui erano impegnati.

Quando nel 2011 c’è stato il cambio di appalto per l’Ufficio Musei, il servizio ha visto una drastica riduzione di ore. Di circa dieci lavoratori, oggi all’Ufficio catalogo dei Musei Fiorentini ne restano tre; degli altri, cinque per non restare disoccupati, hanno accettato di perdere 2 livelli e di cambiare mansione: dalla catalogazione museale alle biblioteche comunali. La sorte dei lavoratori dell’Archivio è stata simile: loro non hanno dovuto cambiare tipologia di lavoro, ma nel 2012 la cooperativa che li aveva assunti li ha licenziati, perchè non aveva più interesse a gestire il servizio, e loro sono stati riassorbiti dalle cooperative che gestivano i servizi bibliotecari, ma delivellati, con un superminimo che oggi vedono nuovamente rimesso in discussione. Oltre a questi lavoratori, c’è poi tutto il resto, la maggior parte: un gruppo sicuramente molto eterogeneo per età, ma tutti con esperienza più o meno lunga in biblioteca, come richiesto dall’ente committente.

Se si vive una situazione lavorativa come questa, non si può fare a meno di porsi delle domande, di fare una riflessione sul senso reale dell’esternalizzazione.

Se si guardano le tabelle dei costi dei dipendenti comunali, l’esternalizzazione non fa risparmiare o almeno non soldi. Un esempio concreto: un istruttore bibliotecario categoria C costa 17,63 euro; un istruttore direttivo 21,31 euro. Nell’appalto che esternalizzava i servizi bibliotecari e archivistici nel 2007, il costo orario del servizio (servizio, non lavoratore) era di 22,94 euro, diminuito a 22 euro nella base d’asta dell’attuale appalto, vinto con un ribasso del 11,12%. Dunque il Comune spende per i servizi appaltati poco meno di 20 euro, per qualunque servizio: dal generale (che internalizzato costerebbe 16,03 euro), al front-office, fino ai servizi archivistici e di catalogazione. Quindi un costo superiore o di poco inferiore a quello di un bibliotecario internalizzato, che ha delle responsabilità e delle mansioni definite: il lavoratore esternalizzato costa tanto, ma guadagna poco.

A ben vedere, non credo che nella storia delle esternalizzazioni ci siano vincitori, ma solo vinti: una generazione di lavoratori che invecchia senza crescere; una pubblica amministrazione, nel ruolo di ente appaltante, che ciecamente smantella senza sosta servizi importanti, senza rendersi conto che è un lavoratore che fa il servizio, non viceversa. E tutta una nutrita costellazione di cooperative e aziende, piccole, medie o grandi, che nel disperato tentativo di rimanere a galla, con il tempo cedono sempre più a compromessi. Soprattutto per quanto riguarda le cooperative, che di fronte alla forte pressione delle gare d’appalto al ribasso, sono costrette ad abbandonare la parte ideale per sopravvivere, diventando strutture svuotate di ogni sostanza e valore cooperativistico.

Diventa pressante interrogarsi sul futuro delle biblioteche, degli archivi, dei lavori culturali, che oggi sempre più vengono mescolati e confusi con stage, precariato o – peggio ancora – con il volontariato. Una riflessione sul senso della cultura e della bellezza, da sempre considerati un bene comune italiano, è doverosa: come ha ricordato in una recente intervista radiofonica Salvatore Settis, la bellezza (e si potrebbe aggiungere anche la cultura) non è un ente metafisico che si preserva da solo. Cultura e bellezza sono fondamentali e potranno salvare l’Italia, ma a patto che siano curati e tutelati da lavoratori qualificati: professionisti a cui venga riconosciuta l’adeguata dignità.



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